Immagini allo specchio
La rappresentazione dello psichiatra e dei suoi pazienti
di Alberto Sibilla

Immagini allo specchio: non solo film

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9 maggio, 2013 - 15:32
di Alberto Sibilla

Mi chiamo Alberto Sibilla. Sono specialista in psichiatria dal 1974 e ho lavorato fino al 2005 nel Servizio Pubblico a Cuneo e Mondovì.
Sono di formazione psicoanalitica e in particolare sono stato allievo di Gaetano Benedetti e della scuola di Psicoterapia Analitica di Milano. Il mio interesse è stato in particolare per la psicoterapia della psicosi. Ho aperto due comunità terapeutiche e mi sono occupato sia della terapia che della formazione del personale.
Da otto anni sono in pensione, continuando l’attività privata e mi occupo di formazione per operatori della psichiatria. Collaboro con il Tribunale di Cuneo.
Sono appassionato di cinema, in particolare quello americano e ultimamente di serial televisivi. Ho collaborato con pol-it sul nella rubrica dedicata al cinema.
La psicoanalisi e il cinema sono i miei riferimenti culturali che hanno resistito a distanza di anni.
 
La mia rubrica è collegata con la rassegna sui film. Propongo una riflessione e un confronto sulla rappresentazione mediatica dello psichiatra e delle varie forme di malattie mentali. Partiamo dai film: i contributi dovrebbero provenire non solo da film di elite, ma anche e principalmente da pellicole di successo commerciale, che influenzano in misura sicuramente più rilevante l’immagine della nostra professione presso il grande pubblico. I tempi sono cambiati e i film non sono le narrazioni più seguite dal pubblico.  Per questo la scambio di vedute deve allargarsi alla televisione e ai vari serial. Prediligo quelli di origine anglosassone in cui le forme della malattia psichiatrica sono spesso presenti e sono parte fondante della storia.
In ultimo sarebbe anche interessante la discussione dell’immagine dello psichiatra e della follia in televisione in programmi d’intrattenimento. Ho usato il condizionale perché questi temi sono continuamente evocati nei vari talk show e guardarli, almeno per me, rappresenta uno sforzo perché l’eccesso di semplificazione è dominante. Ritengo tuttavia che i talk siano una forma di comunicazione importante, in cui siamo subissati da analisi affrettate, demagogiche e reticenti. Riflettendo meglio però e uscendo da un’impostazione moralistica, si può dire che nelle discussioni che riguardano la malattia mentale, sono usati degli stereotipi.   Anche nei programmi più sofisticati e da parte di persone” intelligenti e colte” si usano convinzioni precostituite su persone o gruppi, che prescindono dalla valutazione del singolo caso. Sono immagini frutto processo d’ipergeneralizzazione e ipersemplificazione oppure risultato di una falsa operazione deduttiva collegata dall’opinione prevalente del momento.
Faccio due esempi : suicidio e lavoro tema su cui noi come professionisti dovremmo esporre le nostre esperienze concrete cliniche.
Influenzabilità e aggressività: scrivo dopo la sparatoria di Roma. In che maniera la storia (psicopatologica) di una vita si collega e viene influenzato con l’ascolto di alcuni argomenti ripetuti dalla televisione?  Le discussioni rabbiose continuamente recitate in televisione sono ininfluenti?
Anche noi psichiatri dobbiamo uscire da una posizione stereotipata e di supponenza e capire gli stereotipi e ricordarsi sempre la loro funzione relazionale di risparmio di energia psichica, d’integrazione e dell’individuo nel gruppo culturale, funzione egodifensiva. Mi sembra che il problema sia moltiplicato dal cambiamento dell’uso del tempo e dall’urgenza e dalla mancanza di pause per la riflessione. Come dice Correale, bisognerebbe rivalutare l’attività di immaginazione e di noia che stabilizza le percezioni.
 
Propongo due filoni:
uno più legato a una narrazione con tempi più lunghi, pause, in cui la descrizione non è mai diretta: film, serial televisivi e non ultimo, libri
un secondo più legato alla rapidità, alla quotidianità. Su questo secondo nel dibattito potremmo inserire con le nostre competenze la giusta lentezza.
Il nostro lavoro è stimolare dubbi (… lo diceva anche Freud) e recuperare l’ambivalenza nei concetti e nelle narrazioni, che come dice Racamier fa parte della salute mentale, mentre la verità è nella paranoia.
Ho usato il titolo di un film di Bergman in cui una psichiatra è molto dentro alla follia!

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Commenti

Buongiorno,
le segnalo, a motivo dei suoi interessi per le fiction, una raccolta di recenti articoli sulla serie In Treatment:
qui nella rubrica che curo "Galassia Freud".

Luca Ribolini


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