Il Poppante Saggio
Blog ferencziano
di Gianni Guasto

QUANTO DURA UNA SEDUTA?

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26 maggio, 2013 - 18:56
di Gianni Guasto
Quanto dura una seduta? Non ci sono santi: quarantacinque o cinquanta minuti. Di più, non va bene perché esonda nella pantanalisi (l'analisi pantano). Di meno è fuga, tradimento, disonestà, imbroglio, resistenza di controtransfert, passaggio all'atto, defezione. O pseudolacanismo improvvisato. Tutto ciò ha, o avrebbe, un senso: serve a scandire il tempo del giorno e della notte, della ferialità e della festività, della vita e della morte. E della separazione, del diventare due da uno, dell'individuarsi in una persona autonoma dopo essere scaturiti dal profondo delle viscere di una madre.
Tutti, o quasi, ci stanno. Ed è incredibile come tante migliaia di pazienti, in centocinquant'anni di psicoanalisi, abbiano compreso e accettate le regole fisse e non negoziabili di questo gioco di scacchi, di cui possono esse rese note, diceva Freud, soltanto le mosse di apertura e di chiusura.
E per quelli che consapevolmente (anche se coattivamente) non stanno al gioco, può esserci ancora un senso: Matilde, ad esempio, usa l'analisi come fanno i guardiani notturni che si alzano quando gli altri vanno a dormire. È in coma durante tutti i quarantacinque minuti canonici, ed è puntualmente pimpante e pronta a raccontare sogni allo scoccare esatto della fine e durante le ore successive.
Ma, una volta archiviati i compliant e gli oppositivi, che dire di tutti gli altri? Di quelli che nulla sanno delle regole del gioco neppure ad anni di distanza dall'inizio del gioco, perché non sanno dell'esistenza di alcun gioco? Di coloro che vengono in seduta a metà, mentre l'altra metà si è perduta in un nulla a loro e a noi stessi irriconoscibile?
Da questo punto di vista, la storia di Sibilla è significativa: proveniente da un passato di terrore e traumi gravissimi, soltanto da poco tempo ha iniziato a visualizzare dentro di sé la parte aliena, frutto di introiezioni maligne, di un padre violento e stupratore che ne ha devastato l'infanzia.
Per molto tempo, il suo accedere alla seduta, carico di sentimenti inesprimibili e a me oscuri, mi ha provocato forti sentimenti di disagio, contatti con pensieri non pensabili, noia, sonno, desiderio di essere altrove. E per molto tempo, mi è capitato di guardare l'orologio nella speranza che il tempo della seduta trascorresse più veloce del normale, che la seduta finisse in anticipo. O che addirittura non ci fosse. Privo come ero di pensieri, non mi restava che confrontarmi con quei sentimenti indesiderati, che non potendo accedere alla decodifica non avevano ai miei occhi nemmeno la dignità di espressioni di controtransfert. Mi sentivo soltanto "male" o soltanto "in colpa" per non essere in grado di rispettare le "regole" del setting. E ciò allontanava la mia attenzione dalle cause di quei sentimenti oscuri. Ciò che mi appariva confusamente era soltanto la condizione di ectoplasma di una persona che, sopraffatta dalle proprie dissociazioni, era a volte molto lontana, assente, sospesa in uno spaziotempo indefinito.
Qualche giorno fa, Sibilla mi ha raccontato qualcosa delle sue relazioni con altri, che non la riconoscono, che la maltrattano attribuendole un inesistente vittimismo, una non volontà di reagire lasciando dietro di sé un passato che loro ritengono con superficiale arroganza facile da dimenticare.
Io ho partecipato a quel racconto con una dose moderata di rabbia, fra me e me, per la volgarità di tanta carità pelosa, di una supponenza tanto stupida quanto violenta. Alla fine di quel racconto, e di quella condivisione, Sibilla si è chiusa in se stessa, come fa spesso, iniziando a disegnare su un foglio di carta, canticchiando fra sé e sospendendo la comunicazione. A quel punto, ho guardato l'orologio: mancavano venti lunghissimi minuti. Per un attimo ho temuto che quell'attesa mi sarebbe pesata troppo, che avrei cominciato a sbadigliare. A un tratto, colto da un'ispirazione inconsueta, le ho chiesto: "che dice: per oggi abbiamo messo abbastanza carne al fuoco?". A quel punto, Sibilla mi ha lanciato uno sguardo pieno di gratitudine. È evidente che per lei quarantacinque minuti, in quella condizione, sarebbero stati troppi. Per lei, al momento,  le sedute devono avere una durata variabile: un formato di setting che non era stato previsto, contrario a tutte le regole canoniche, anche perché esposto a possibili errori, o addirittura ad arbìtri suggeriti da un controtransfert poco consapevole. Ma che cos'altro era successo fino a quel punto? Quale utilità aveva avuto il rispettare pedissequamente delle regole non adatte al caso?
Le regole, per tanti versi necessarie, a volte ci oscurano la vista: siamo più preoccupati di essere buoni analisti (cioè scolari obbedienti) che marinai solitari la cui capacità di affrontare l'ignoto è stata atrofizzata dall'uso di radio e GPS, radar e navigatori satellitari, supervisioni e obbedienze di scuola. Eppure, in questo avventurarsi in mondi devastati si percorrono ancora deserti in cui non si incontra nemmeno una palma, nemmeno un masso,  nessun punto di riferimento. I nostri unici indicatori sono la noia, la rabbia, l'angoscia, la paura, la tenerezza, la commozione e qualche volta l'odio. E con quelli bisogna fare.
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