Mente, Cervello & Psichiatria
L'approccio della "embodied cognition" applicato al tema dell'intersoggettività
di Vittorio Gallese

Neuroscienze cognitive: Tra cognitivismo classico e embodied cognition.

Share this
30 giugno, 2013 - 10:36
di Vittorio Gallese

Neuroscienze cognitive: Tra cognitivismo classico e embodied cognition.

Vittorio Gallese

Com’è possibile studiare la soggettività e l’intersoggettività descrivendole scientificamente senza limitarsi a comprenderle nel modo ineffabile dell’introspezione? Uno degli obiettivi delle neuroscienze cognitive è comprendere la connessione tra i meccanismi di funzionamento del sistema cervello-corpo e le nostre competenze cognitive sociali. Ma il tema dell’intersoggettività è inscindibilmente legato a quello del Soggetto. Lo studio neuroscientifico dell’intersoggettività non può, quindi, eludere il problema della soggettività, e dell’esperienza che la costituisce.
La seconda metà del ventesimo secolo è stata marcata dal progresso delle neuroscienze cognitive, reso possibile dalle tecnologie di brain imaging recentemente sviluppate, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), in grado di garantire uno studio non-invasivo del cervello umano.
Le neuroscienze hanno iniziato a investigare dominii come l’intersoggettività, il sé, l’empatia, il decision-making, l’etica, l’estetica, l’economia, etc. Ciò suscita interrogativi circa la liceità e/o la capacità delle neuroscienze cognitive di fare nuova luce su aspetti caratteristici della soggettività umana quali l’arte, la creatività e l’estetica, e la politica.
Ma cosa sono le neuroscienze cognitive? Le neuroscienze cognitive sono soprattutto un approccio metodologico i cui risultati sono fortemente influenzati dagli assunti che ne caratterizzano la cornice teorica di riferimento. Studiare i singoli neuroni e/o il cervello non prefigura necessariamente le domande che tale approccio scientifico alla comprensione dell’uomo può rivolgere e rivolgersi, e ancor meno le risposte.
Vaste aree delle neuroscienze sono ancora oggi fortemente influenzate dal cognitivismo classico, da una parte, e dalla psicologia evoluzionista dall’altra. La scienza cognitiva classica è portatrice di una visione solipsistica della mente, secondo cui focalizzarsi sulla mente del singolo individuo è tutto ciò che si richiede per definire cos’è una mente e come funziona. L’immagine della mente che ci restituisce la scienza cognitiva classica è quella di un sistema funzionale i cui processi sono descritti in termini di manipolazioni di simboli informazionali in accordo ad una serie di regole sintattiche formali.
Secondo la psicologia evoluzionistica, invece, la mente umana è un insieme di moduli cognitivi, ognuno dei quali è stato selezionato nel corso dell’evoluzione per il proprio valore adattivo. Esponenti di spicco di questa corrente come John Tooby e Leda Cosmides si sono spinti fino a sostenere che il cervello sarebbe un sistema fisico che funziona come un computer (1997). Secondo Steven Pinker (1994, 1997) la nostra vita cognitiva sarebbe riconducibile alla funzione di una serie di moduli, quali il modulo linguistico, il modulo per la Teoria della Mente, ecc.
Basandosi su questa cornice teorica , le neuroscienze cognitive negli ultimi venti anni hanno tentato principalmente di localizzare nel cervello umano i summenzionati moduli cognitivi, conformandosi esplicitamente e implicitamente a questi punti di vista nel momento in cui investigavano la cognizione sociale. Si è venuto così a configurare un approccio caratterizzato da una sorta di riduzionismo ontologico, che reifica il soggetto in un ammasso di neuroni variamente distribuiti nel cervello.
Un riduzionismo ontologico che è oltretutto viziato da un’eccessiva fiducia nelle tecniche di brain imaging come unico metodo di indagine. Il problema è che gli studi di fMRI non esauriscono l’approccio neuroscientifico, che ha la possibilità di spingere la sua indagine a un livello sub-personale più spinto, portandolo al livello dei singoli neuroni.
Il brain imaging “vede” il funzionamento del cervello eleggendo a livello di descrizione l’attivazione di aree cerebrali segregate o, al meglio, l’attivazione di circuiti che connettono aree e regioni diverse del cervello. Se al brain imaging non si affianca un’analisi fenomenologica dettagliata dei processi percettivi, motori e cognitivi che esso vuole studiare e – cosa ancora più rilevante – se non se ne interpretano i risultati sulla base dello studio dell’attività di singoli neuroni in modelli animali, le neuroscienze univocamente declinate come brain imaging perdono gran parte del loro potere euristico.
Tale approccio è ulteriormente indebolito dall’uso strumentale dei dati empirici per convalidare un modello preconcetto di uomo come mente – quale quello disegnato dal cognitivismo classico – considerato valido a priori. Il retaggio della concezione “mentalista” dell’essere umano costituisce probabilmente uno degli effetti collaterali più tenaci dell’autoelevazione semantica a cui evolutivamente giungiamo con l’avvento della competenza simbolica. Michel Foucault (2001) ha mostrato la genealogia del “perfezionamento” storico dell’ “invenzione del soggetto” mediante un’ermeneutica riflessiva che procede dallo “gnothi seauton” – conosci te stesso - del precetto delfico, all’ “epimelei heauton” – curati di te stesso – per giungere alla sintesi dell’ “epimeleia heauton” – cura di se stessi – che prelude al socratico “noun prosekhei” – applica il tuo spirito a te stesso”.
In passato ho auspicato una “fenomenologizzazione” delle neuroscienze cognitive. Partire da un’analisi dell’esperienza e dal ruolo che il corpo vivo riveste nella costituzione della nostra esperienza delle cose e degli altri, può consentire uno studio empirico degli aspetti genetici della soggettività e dell’intersoggettività su basi nuove rispetto a quelle fin qui adottate dal cognitivismo classico, cioè senza eliminare gli aspetti in prima persona dell’esperienza. Già Francisco Varela aveva intuito una possibilità simile e avviato un percorso di analisi in questa direzione (Varela and Shear 1999).
I tempi cambiano, però. Stiamo assistendo né più né meno che a un cambiamento di paradigma. Si sta, infatti, progressivamente affermando un nuovo approccio scientifico allo studio della condizione umana, (in parte stimolato dai risultati di un certo tipo di ricerca empirica in neuroscienze), che parte dallo studio della dimensione corporea della cognizione: il cosiddetto approccio della “cognizione incarnata” (embodied cognition).
In questo ambito, il problema del soggetto vede oggi convergere la prospettiva fenomenologica e quella neuroscientifica. Come ha sostenuto recentemente lo psichiatra e filosofo Giampiero Arciero (2006; Arciero e Bondolfi 2009, p. 26-29), per pensare il soggetto, il Se autocosciente, è cruciale affrontare prima il problema del Chi (Die Werfrage), chiedendosi “chi è” il soggetto e non, invece, il problema del Cosa, chiedendosi “cos’è” il soggetto. Se pensiamo il soggetto a partire dal Chi, cioè dalla sua dimensione storico-individuale, e non dal Cosa, cioè da un supposto universale valido per tutti e per nessuno, ci rendiamo conto come la nozione di soggetto delimiti una molteplicità di modi di esperire il mondo che esistono sia sincronicamente che diacronicamente e che sono inconcepibili se non all’interno di una dimensione sociale.
Un’ulteriore conseguenza di questo approccio consiste nel rendere compatibile la nozione di soggettività – compresa come un divenire chi si è incontrando gli altri – con quella di uno sfondo che rende possibili le sue singole determinazioni. E ciò senza dipendere da un soggetto universale, pensabile a priori rispetto alle singole realizzazioni incarnate della soggettività, cioè, a prescindere dai singoli soggetti che noi siamo.
Partire dall’esperienza per guidare la ricerca neuroscientifica sulla natura umana significa adottare una strategia bottom-up che privilegia il corpo come campo di indagine. Questo approccio consente di mettere in relazione il sistema cervello-corpo ed i suoi processi con il tema dell’intersoggettività e della soggettività, mostrando come queste nozioni siano inscindibilmente interrelate a livello neurobiologico.

Bibliografia

Arciero, G. (2006) Sulle Tracce Di Se, Torino, Bollati Boringhieri.
Arciero, G., Bondolfi, G. (2009) Selfhood, Identity and Personality Stiles. London, Blackwell-Wiley.
Cimatti, F. (2011) Naturalmente Comunisti. Politica, Linguaggio, Economia. Milano, Bruno Mondadori.
Cosmides, L., and J. Tooby, J. (1997) The Multimodular Nature of Human Intelligence. In Origin and Evolution of Intelligence, edited by A. Schiebel & J. W. Schopfds. Center for the Study of the Evolution and Origin of Life, UCLA. 71-101.
Pinker, S. (1994) The Language Instinct. New York, Harper Collins.
Pinker, S. 1997. How the Mind Works. New York, Norton.
Varela, F.J. and Shear, J. (Eds.) (1999) The View from Within: First-person Approaches to the Study of Consciousness, Journal of Consciousness Studies, 6: 2-3.

> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 2179