Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Il Cinema e Disturbi d'ansia

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9 dicembre, 2013 - 13:08
di Matteo Balestrieri

Nel DSM-5 il capitolo sui disturbi d’ansia non include più il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi reattivi a trauma e stress. Ma nella vita reale spesso è difficile distinguere un disturbo d’ansia reattivo da uno non reattivo. E il cinema, che rispecchia la via reale mettendola in scena, non fa in questo eccezione. Un regista che voglia rappresentare un personaggio ansioso non si pone certo questo genere di dubbi, tanto più che nel breve spazio di un’ora e mezza ci racconta una storia che in qualche modo ha un inizio e una fine.

Ansia e tensione fanno parte degli ingredienti di base del fare cinema, e servono a “tenere incollato” lo spettatore alla sua poltroncina. Alcune tipologie di film fanno dell’ansia lo strumento comunicativo fondamentale. I generi “thriller”, “mystery” (in italiano, il “giallo”), “spionaggio”, “noir”, “poliziesco”, ”horror” sono necessariamente basati sulla scarica adrenalinica. Anche però il genere “drammatico” si fonda sulla tensione tra elementi narrativi e personaggi contrapposti.
In tutti questi casi l’ansia che prende lo spettatore è la stessa dei protagonisti. Il “maestro del brivido” Hitchcock è ovviamente il riferimento obbligato quando ci si riferisce a questo genere di tensione psichica. L’ansia presente in questi film è reattiva e giustificata e non deve perciò essere considerata come un disturbo mentale. In altri film di Hitchcock sono rappresentati sintomi definiti. Nel film Vertigo (1958) la protagonista ha una fobia specifica per l’altezza, mentre nel film Marnie (1964) sono presenti fobie multiple che trovano origine nel trauma rimosso, secondo uno schema caro alla cinematografia degli anni ’30-‘60.

In Gli Uccelli (1963) l’atmosfera di ansia e tensione è continua e riguarda la madre del protagonista, Melanie che si inventa un ruolo sociale per riempire il vuoto della propria vita scioperata e l’intera comunità assediata, che vede improvvisamente ribaltarsi il tradizionale rapporto tra Uomo e Natura.

Chi meglio di Woody Allen può essere eletto a rappresentare il Disturbo d’ansia generalizzata? Quasi ogni suo personaggio è irrequieto, insicuro, teso, incapace a rilassarsi (tra gli altri, Provaci ancora Sam del 1972, Manhattan del 1979, Hannah e le sue sorelle del 1986, Harry a pezzi del 1997, Scoop del 2006). In Io e Annie (1977) il protagonista soffre di un DAG, è insicuro nei rapporti interpersonali, tenta di sublimare le proprie fragilità con l’intellettualizzazione e l’uso dello humor. È anche da ricordare che spesso nei film di Allen i protagonisti soffrono di ideazione ipocondriaca.
Ancora, l’ansia è presente nelle fasi di passaggio della vita, come in Picnic ad Hanging Rock, che metaforicamente illustra le ansie del difficile passaggio alla maturità e il Posto delle fragole dove Bergman ci narra dell’emergere dei sensi di colpa in un anziano che rivista la propria esistenza.
Gli attacchi di panico sono oggetto di sceneggiatura in diversi film: un thriller (Copycat, 1995), dove una psicologa criminale soffre di panico ed agorafobia da manuale; una deliziosa commedia cantata (Parole, parole, parole, 1997), film che sostiene la genesi sociale dei vari disturbi (panico compreso) dei protagonisti parigini; una commedia satirica (Terapia e pallottole, 1999) che mette in scena un padrino di mafia che soffre di panico; il film drammatico Fuori dal mondo del 1999, in cui il protagonista interpretato da Silvio Orlando ha un attacco per strada, con angoscia e fame d’aria e fatica ad essere aiutato e compreso anche in ospedale. Oltre a questi, vi è anche l’angoscia claustrofobica di Olivia de Havilland chiusa in un ascensore in Un giorno di terrore del 1964. Su questo tema, c’è anche Maledetto il giorno in cui t’ho incontrato (1992) di e con Carlo Verdone, dove la claustrofobia assume toni tragicomici.

Per quello che riguarda le fobie specifiche, oltre al già citato Hitchcock, si può ricordare Denti (2001) per la fobia del dentista. La rappresentazione della fobia sociale si presta a difficili delineazioni di confini con la semplice timidezza, con il rischio di considerare patologici centinaia di personaggi che affollano la cinematografia mondiale. Nel film Roger Dodger (2002) il timido Nick fugge da casa per recarsi a New York. Nel delizioso Il favoloso mondo di Amelie (2001) di Jeunet, Amelie è una graziosa ragazza timida, mentre i personaggi di contorno (il padre, la madre, la cassiera del bar) sono affetti da sintomi fobici, ossessivi ed ipocondriaci. Un altro confine è quello tra fobia sociale e disturbo da evitamento di personalità.

In Scoprendo Forrester (2000) di Gus van Sant, il protagonista è uno scrittore famoso in gioventù (personaggio ispirato alla vera vita di J. D. Salinger) che ha sviluppato una fobia sociale che potrà essere risolta solo grazie all’aiuto di un giovane interessato alla letteratura. Invece nel meraviglioso Quel che resta del giorno (1993) di Ivory, il maggiordomo Stevens conduce la servitù della casa nobiliare senza mostrare sentimenti personali, votato solo al servizio del proprio padrone. I suoi tratti di evitamento lo porteranno a spegnere ogni possibilità di costruire una vita di relazione. Il più recente film La migliore offerta (2013) di Tornatore mette invece in scena un banditore d’aste ossessionato dalla figura femminile (colleziona decine di quadri sul tema), che viene abbindolato da una finta agorafobica. Nel protagonista prevalgono tratti di personalità anancastica e antisociale.
Se questi sono i film su disturbi d’ansia definiti, in molti di essi vi è comunque un evento che scatena l’insorgere dei sintomi. Vi sono poi innumerevoli altri film che illustrano più specificamente i disturbi reattivi a traumi psichici, con sviluppi riguardanti i temi del rimorso, della colpevolizzazione, della vendetta o della coazione a ripetere. Ma di questo parlerò una prossima volta.

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