GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Gennaio 2014 I - Lacan e il cognome del padre; Marilyn Monroe in analisi; sesso, potere e Berlusconi; la follia e la psicoanalisi

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12 gennaio, 2014 - 20:07
di Luca Ribolini

RICORDO DI GIACOMO BENEDETTI. LA FOLLIA CI AIUTA A CAPIRE L’UOMO
di Laura Andreoli, Il Corriere della Sera, 2 gennaio 2014
 
Il 2 dicembre, esattamente un mese fa, a Basilea, è mancato Gaetano Benedetti. Un maestro, un pioniere in quei territori della malattia psichica che, come la psicosi, più interrogano l’uomo nella sua dimensione esistenziale. Aveva 93 anni, ma la sua morte appare comunque qualcosa di irreale a chi ha sperimentato il suo pensiero, la sua presenza così viva nelle supervisioni, da diventare una voce costante nel proprio mondo interno, in particolare nei momenti terapeutici più difficili. La sua stessa storia, di uomo e di ricercatore, testimonia l’esigenza di rivolgersi alla follia come un elemento essenziale per capire l’uomo.
Assistente alla clinica universitaria di Malattie Nervose e Mentali di Catania (dove è nato nel 1920), in un tempo in cui la psichiatria in Italia quasi non esisteva ed era per lo più relegata alla semplice custodia manicomiale, volge il suo appassionato interesse verso quei malati psichiatrici che egli vede nel cortile dell’Ospedale di Catania «accoccolati per terra, fra stracci e camicie di forza».
Questa fortissima esigenza di ricerca che appariva estranea alla psichiatria italiana, allora caratterizzata da un contesto positivistico in cui dominavano le teorie di Lombroso, trova invece una terra felix nella clinica Burghölzli di Zurigo; a 27 anni, il giovane Benedetti lascia l’Italia per poter aprirsi all’esperienza della psichiatria di lingua tedesca di quel periodo: dalla visione clinica di Eugen Bleuler, a cui si deve proprio l’introduzione della categoria della schizofrenia, fino alla corrente fenomenologica che in psichiatria pone attenzione alla esperienza vissuta e alla comprensione intuitiva.
Nonostante il pensiero di Benedetti molto debba a questo retroterra fenomenologico, gli è indispensabile qualche cosa che egli avverte come più fecondo per poter veramente «entrare» nella sofferenza del paziente «sentendone tutto il peso».
È la relazione terapeutica al centro della cura: in tal senso «sterili» gli appaiono come strumenti le sole diagnosi psichiatriche, ma anche il troppo impersonale «essere con» della fenomenologia; è nella psicoanalisi freudiana che trova, nella comunicazione tra inconsci del terapeuta e del paziente, il motore della cura.
Qui si colloca il suo contributo, che rompe il tabù freudiano di una impossibilità di cura psicoanalitica della psicosi e pone un capovolgimento della terapia della psicosi. Per arrivare in questo territorio, la psicoanalisi ha bisogno di ampliare il proprio statuto, il punto nodale della cura è che proprio nella costruzione di un inconscio «duale» stia il vero potenziale di cura. Benedetti «scopre» e precorre l’importanza terapeutica di attivare codici non verbali, come particolare linguaggio dell’inconscio, quando le radici del pensiero sembrano inattingibili. Ciò che più sostiene la sua «fiducia» terapeutica è il rivolgersi all’inconscio non solo come archivio di tutte le sofferenze, ma come forza generativa dell’unica possibilità di sentirsi «esistere», contro «l’identità di non-esistenza», che è — per lui — la fondamentale cifra del vivere psicotico. Nelle sue parole «il sintomo psicotico… è sia la fonte della massima sofferenza del paziente come il suo unico fronte di sviluppo potenziale». Il pensiero e l’esperienza clinica sulla psicosi di Benedetti sono arrivati in Italia alla fine degli anni Settanta e hanno trovato un terreno particolarmente recettivo, quasi un «laboratorio» di trasformazione radicale della cura psichica. Ma sarebbe una lezione necessaria anche oggi, in un momento storico in cui le istituzioni di cura del malato psichico non vivono un momento felice, tra una psichiatria che rischia di rinchiudersi nelle griglie strette di protocolli diagnostici e farmacologici e una psicoanalisi che deve potersi aprire alle nuove potenzialità di cura di un inconscio «a circuito aperto».
 
http://archiviostorico.corriere.it/2014/gennaio/02/FOLLIA_AIUTA_CAPIRE_UOMO_co_0_20140102_e3598430-7379-11e3-8405-96dd70bba1a8.shtml
 
 
RECALCATI DALLA GRUBER: “BERLUSCONI STA PREPARANDO UN VIAGRA DI MARMO”. La bordata del Prof arriva in diretta tv. Mentre si parla di sociologia e di sesso, Recalcati parla del Berlusconi “morente e della sua tomba…”
di Redazione, liberoquotidiano.it, 4 gennaio 2014
 
“Berlusconi è perverso, e la sua perversione si concluderà con l’erezione di un viagra di marmo”. Massimo Recalcati, psicoanalista, ospite nello studio di Otto e Mezzo di Lilli Gruber parla di sesso. Il tema della puntata è “il sesso che verrà”. Trenta minuti di approfondimento in casa Gruber sulle dinamiche sessuali del futuro. E fin qui nulla di strano, e giusto sentire pure il parere dello di uno psicoanalista. Se non fosse che Recalcati per parlare di sesso tira in mezzo il Cav. La Gruber gli dà la parola e lui comincia un ragionamento che parte dalle dinamiche comportamentali per approdare al solito fango anti-Cav in salsa sessuale: “La vera perversione dell’uomo Berlusconi, sotto il profilo sessuale non è il lettone di Putin, ma il mausoleo che Berlusconi ha preparato per accogliere le sue spoglie. Un viagra di marmo che servirà a dare un senso di eternità al suo corpo. Un corpo bionico che Berlusconi ha cercato di preservare dal tempo”.
 
http://www.liberoquotidiano.it/news/1380834/Recalcati-dalla-Gruber-Berlusconi-sta-preparando-un-viagra-di-marmo-.html     
 
 
PUNTI DI VISTA DIVERSI SULLA PERICOLOSITÀ DEL MALATO DI MENTE. Non esiste il lombrosiano delinquente nato, ma esistono forme patologiche che in determinate situazioni ambientali possono sfociare in omicidi e stragi. Perché negarlo?
di Domenico Fargnoli, babylonpost.globalist.it, 4 gennaio 2014

I basagliani sono negazionisti: sostengono che la pericolosità del malato di mente non esiste o perlomeno che non ci sia una correlazione certa fra violenza e pazzia. Vittorino Andreoli pensa il contrario perlomeno limitatamente a determinate patologie: ma in base a quale concezione della malattia mentale e a quali criteri diagnostici? È vero che ciascuno di noi, come mi sembra abbia sostenuto lo psichiatra veronese, può trasformarsi in un assassino in circostanze favorevoli? Andreoli afferma che la libertà di scegliere non esiste, seguendo Freud. Ma il padre della psicoanalisi scrisse anche che siamo tutti potenzialmente criminali e che si delinque per un senso di colpa inconscio (l’Edipo) presente in tutti gli esseri umani. Inoltre nell’inconscio di ciascuno per la psicoanalisi come per il cristianesimo, sarebbe attivo l’istinto di morte, inteso come sadismo ed aggressività originaria. Siamo tutti figli di Caino.
Esiste pertanto una sostanziale convergenza fra l’antropologia freudiana, cui aderisce Andreoli, e l’antropologia criminale di Cesare Lombroso che prevedeva il “delinquente nato” da confinare nei manicomi giudiziari. Per Lombroso la delinquenza è un fenomeno regressivo che riattiva una aggressività atavica presente in tutti. Nella folla per es. il normale regredisce e diventa un potenziale assassino, come scrisse Scipio Sighele ne “La folla delinquente” (1891). Il “delinquente nato” sarebbe tale, per gli esponenti della scuola positivistica italiana, per un difetto di sviluppo o per anomalie anatomo-funzionali che impediscono alla morale ed alla ragione di porre un freno ad una violenza che affonda le sue radici nella filogenesi, come diceva anche Freud, cioè nel passato remoto dell’umanità.
È chiaro che la pericolosità del malato di mente non può essere legata a fattori costituzionali e ad alterazioni neuroanatomiche. Essa è un fenomeno reattivo a determinate situazioni di rapporto interumano. Pertanto può essere prevenuta e risolta nella stragrande maggioranza dei casi con opportune strategie terapeutiche e con interventi adeguati. Storicamente i cosiddetti “sani” hanno esercitato forme di violenza efferata nei confronti dei malati mentali. La violenza fisica unita al contenimento ed alla segregazione era ritenuta l’unica possibilità di “terapia” della pazzia: il trattamento morale come risultato di una mentalità razionale e  religiosa.
È altresì vero che i malati non sono stati e non sono tuttora solo vittime: in certe patologie come la schizofrenia paranoide (Anders Breivik era uno schizofrenico e non un terrorista come ha sostenuto il basagliano Peppe Dell’Acqua), l’impatto con l’ambiente può innescare condotte che sfociano molto frequentemente nell’omicidio o nella strage. Indipendentemente dalla rilevanza numerica di tali episodi, la valutazione della quale dipende dai criteri diagnostici adottati, le sopraddette patologie non possono essere ignorate. In un mio articolo dal titolo “Schizofrenia, imputabilità e infermità mentale” che uscirà nel numero di gennaio 2014 de “Il sogno della farfalla” (L’Asino d’oro edizioni) propongo una riflessione sul nesso fra malattia mentale ed acting out criminale, oltre ad un approfondimento dei criteri diagnostici della schizofrenia. La teoria, l’indagine psicopatologica è importante.
«La pericolosità sociale – scrive Peppe Dell’Acqua nel “Forum di salute mentale” – non merita neanche di essere criticata. È una chimera, un qualcosa che si presume, ma che di fatto manca. E la presenza della malattia mentale o di un suo disturbo surrogato non può affiancare quella persona alla pericolosità pubblica più di quanto non ne potrebbe essere affiancato ognuno di noi». Esiste la pericolosità sociale degli psichiatri che negano la malattia mentale: negano che di essa si possano  indagare i processi ed i meccanismi. Non si potrebbe andare oltre la fenomenologia. Oltre l’apparenza dei sintomi rimane l’idea di una noxa sconosciuta come sostenevano i grandi psicopatologi del passato. «Non so cosa sia la follia. Tutto forse niente» diceva Franco Basaglia. Si ritiene pertanto che si possano liberare i malati dal manicomio (anche criminale) ma non dalla pazzia che viene confusa con la follia. Ciò che si crede di sapere è che la malattia mentale sia parte ineliminabile dell’essere umano.

 
SCENA PADRE’: OTTO RACCONTI SUL MESTIERE DEL GENITORE. Tenuti nascosti per secoli dalla Storia, i padri si riprendono la scena. In punta di piedi, senza alzare la voce. Fragili, spaventati, maldestri, ma in prima linea sul “luogo del delitto”. Una pinta di caffè e una caraffa di ironia: otto padri-scrittori si vedono così
di Michele Lauro, panorama.it, 5 gennaio 2014
 
Einaudi ha chiamato a raccolta un pool di scrittori per un’antologia di racconti sulla paternità: Scena padre. Titolo che potrebbe, per estensione, riferirsi alla scena letteraria italiana di quest’ultimo scorcio, profondamente segnata dal codice paterno in saggistica (punta dell’iceberg, Il complesso di Telemaco di Massimo Recalcati, ovvero genitori e figli dopo il tramonto dei padri) e in narrativa (vedi il successo de Gli sdraiati di Michele Serra), fino al graphic novel (l’irresistibile Diario del cattivo papà di Guy Delisle).
Parafrasando una bella poesia del pedagogo e scrittore polacco Janusz Korczak, “è faticoso frequentare bambini”. Bisogna scendere al loro livello, abbassarsi, rimpicciolirsi. Eppure non è questo che stanca. Al contrario, è l’obbligo di innalzarsi all’altezza dei loro sentimenti. Allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. “Per non ferirli”. È una sensazione segretamente (inconsciamente) condivisa dagli otto scrittori che firmano Scena padre, accomunati anche dal fatto di essere genitori davvero, “nella pratica di tutti i giorni”: Sandro Bonvissuto, Andrea Canobbio, Ascanio Celestini, Diego De Silva, Marcello Fois, Ernesto Franco, Valerio Magrelli, Antonio Pascale.   Il padre irrompe sulla scena in punta di piedi, cercando di non far rumore, alla vana, tragicomica rincorsa di un manuale di istruzioni. Padri fragili, vulnerabili, precari, eppure presenti al compito evolutivo che assegna loro la nostra epoca de-edipizzata. Non incarnano più il dogma, il modello ideale, l’autoritas disciplinare ma, come ha spiegato Recalcati, sono una figura imperfetta e umanizzata, incapace di offrire una soluzione ai dilemmi dell’esistenza ma capace di mostrare, “attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso”.
Ruotano intorno all’esordio di questo speciale mestiere i racconti di De Silva, Canobbio, Celestini, Magrelli, già sensibile esploratore (dalla parte del figlio) del legame ancestrale in Geologia di un padre. “Ogni figlio dà fuoco alla giovinezza dei genitori”. Perché il rito iniziatico della nascita, di fronte a quell’urlo mai sentito, al taglio del cordone ombelicale, a quell’odore prima di tutti gli odori, consegna all’uomo in sala parto un senso di straniamento e illimitata impotenza? Il primo trauma di un padre è la percezione di una solitudine filogenetica. Per qualche tempo ancora la madre non crede che il figlio sia un essere distinto da sé, mentre lui sì. Per nove mesi, si è allenato a pensarlo con la testa.
L’istante violento che separa alla nascita la relazione simbiotica fra madre e figlio, riassunto da Chateaubriand in uno scacco di stampo leopardiano (“mia madre m’inflisse la vita”), è metaforizzato nelle peripezie di spaventati fantasmi che percorrono chilometri notturni in bui corridoi con un fagotto in braccio, la schiena che si spacca, il tempo che si sfarina, il dolore muto davanti a malattie sconosciute, la rottura della continuità. Sono i novelli padri a cui Melanie Klein, madre della moderna psicoanalisi infantile, assegnò una funzione redentoristica: il padre prende su di sé la tragedia della nascita per bonificare lo spazio tra madre e bambino, in funzione della sopravvivenza. Perché non basta fare un figlio, “bisogna adottarlo”.
Ruotano attorno all’idea della paternità come macchina del tempo culturale i racconti di Bonvissuto, Pascale, Fois, Franco. Come ha detto Sigmund Freud in Compendio di psicoanalisi, citando a sua volta Goethe: “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. Lo scambio d’amore tra figlio e padre si consuma in queste storie poco nell’area del linguaggio e molto in quella degli sguardi, cui appartiene quel “rimprovero sottile che le generazioni si scambiano l’un l’altra per genetica”. Diventare padri somiglia cioè a un trionfale ingresso nel regno dell’incomprensione. Che si annuncia con l’improvvisa distanza dalla compagna di cui non si gode più l’esclusiva. 
Scena padre non promette consigli, non spiega ai padri cosa succede quando smettono di essere figli e diventano genitori, né cosa fare quando diventano intrusi nella coppia divenuta famiglia. Non edulcora le notti bianche né occulta fantasie omicide. Non insegna ai grandi come aiutare i piccoli a relazionarsi con quello che gli esce dal sedere. Non aiuta a trovare la forza di esserci quando occorre e di sparire quando è venuto il momento. La leggerezza è il suo segreto per toccare corde intime e segrete.
Ma i lettori che hanno avuto in sorte la fortuna di essere contemporaneamente padri e figli riconosceranno forse in questo spaesamento generazionale uno dei meccanismi proiettivi più complessi e misteriosi legati alla paternità, poco esplorato anche in letteratura: il ritorno inconscio al proprio padre, anche quando non ci somiglia affatto e non se ne condivide neppure un’idea. Con le parole di Ernesto Franco: “Quasi padre e quasi figlio. Senza mai finire di essere né l’uno né l’altro. Essere per sempre quello che si sta cambiando giacca”.
 
Bonvissuto, Canobbio, Celestini, De Silva, Fois, Franco, Magrelli, Pascale, Scena padre Einaudi 144 pp, 17,50 euro  

http://cultura.panorama.it/libri/scena-padre-otto-racconti-mestiere-genitore

PSICOANALISI. A VENT’ANNI DI DISTANZA MASSIMO RECALCATI INDIVIDUA NUOVE CHIAVI PER LEGGERE LACAN
di Alex Pagliardini, Alias – il manifesto, 5 gennaio 2014
 
La lettura di Lacan attuata da Massimo Recalcati nel corso degli anni ha messo sempre più l’accento su un punto nodale e controverso dell’insegnamento dello psicoanalista francese: la responsabilità del soggetto. Il soggetto, in Lacan, non è che un effetto dell’Altro, cioè della struttura simbolica che gli preesiste e nella quale è preso; ma, al tempo stesso, il soggetto è sempre responsabile di quel che fa e di quel che gli accade. Per Recalcati, l’etica della psicoanalisi, dunque la pratica analitica, consiste nello sviluppo e nell’esperienza di questo annodamento paradossale. Il soggetto ha il dovere etico di fare qualcosa di quel che l’Altro ha fatto e continua a fare di lui. E ha il dover di fare del godimento, di cui è oggetto, la causa del proprio desiderio. La psicoanalisi è la pratica che deve permettere la realizzazione di questa esperienza e di questa posizione etica. Il vuoto e il resto. Il problema del reale in Jacques Lacan (Mimesis, pp. 124, € 20,00) torna nelle librerie a vent’anni dalla sua prima pubblicazione, e contiene il primo confronto di Recalcati con l’insegnamento di Lacan. La sua attualità sta nel confronto che suggerisce tra quella prima lettura dello psicoanalista francese e l’ultima: il «primo Lacan» di Recalcati sembra, in effetti, un laboratorio nel quale si va preparando una serrata continuità tra i due momenti del suo lavoro. Si trovano qui le questioni che sono andate incontro, in un secondo momento, a una raffinata e particolare elaborazione nella sua lettura: l’estraneità interna che abita l’essere umano, la mancanza costitutiva che gli è propria fin dalla sua venuta al mondo, la pulsione di morte come il più proprio della pulsione, l’assenza di garanzia che caratterizza il desiderio e dunque la necessità di una decisione che lo renda proprio. Ma alcune sfumature evidenziano uno scarto tra i due momenti. Il primo Lacan di Recalcati è all’insegna del primato del reale: è questo il registro dominante, ciò di cui è più urgente occuparsi. Con primato del reale si intende che la vita umana è mossa da un’esigenza dissipativa e ripetitiva, è alimentata da una disarmonia radicale e si soddisfa solo nella perdita e nell’eccesso: la psicoanalisi non si occupa che di questo. L’«ultimo Lacan» di Recalcati mantiene, anzi raffina, l’interesse per il reale, ma ne ridimensiona il primato, eleggendo a urgenza della psicoanalisi la necessità di rilanciare la sovversione del soggetto operata da Freud attraverso un ripensamento e un rimaneggiamento, anche clinico, delle esperienze del desiderio e del godimento: nell’intreccio fra desiderio e godimento, infatti, si gioca l’incisività attuale e l’avvenire della psicoanalisi. Allo stesso tempo, sia nei suoi primi lavori che negli ultimi, Recalcati considera la psicoanalisi fondamentalmente una pratica di «soggettivazione dell’impossibile da soggettivare». Inizialmente, questa pratica impossibile rimane impossibile. Poi, una particolare declinazione della paternità e una speciale declinazione del desiderio vengono considerati capaci di rendere possibile quello che sembrava non lo fosse. Così, se il primo Lacan di Recalcati ci lascia soli di fronte al movimento impossibile della soggettivazione, l’ultimo ci dice che c’è un modo per attuarlo.  Un passaggio specifico dell’insegnamento di Lacan, che a mio avviso può essere considerato il manifesto dell’ultima lettura di Recalcati, ci fornisce anche l’orizzonte di questo modo di operare con l’impossibile: «bisogna che il godimento sia rifiutato perché possa essere raggiunto sulla scala rovesciata della Legge del desiderio». Sono soprattutto queste sfasature tra i due momenti a permettere di cogliere il passo compiuto da Recalcati in questi venti anni. Il vuoto e il resto è, in fondo, un ottimo modo per incontrare questo passaggio.

http://rassegnastampapagineculturali.wordpress.com/2014/01/05/domenica-5-gennaio-2013-alias/
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QUANDO MARILYN INCONTRÒ (ANNA) FREUD. È il 1956. A Londra per le riprese del Principe e la ballerina, Marilyn Monroe incontra Anna Freud nella celebre casa/studio del fondatore della psicoanalisi, al numero 20 di Maresfield Gardens. Una mostra racconta questa e altre storie
di Mariapia Masella, artribune.com, 8 gennaio 2014

La villa londinese, acquistata nel 1938 grazie alle ricerche del primo figlio di Freud, Ernst, a cui era stato dato il compito di cercare una residenza “che rispondesse allo stesso tempo ad esigenze complicate e mezzi modesti” e abitata dal fondatore della psicoanalisi fino al 1939, dev’essersi presentata a Marilyn Monroe esattamente come si presenta oggi: una rassicurante residenza borghese degli Anni Trenta. Nostalgici mattoni rossi su forme più solari e orizzontali rispetto all’angusta verticalità vittoriana. Poi, finestre ampie, camere spaziose e la sensazione di approdare in uno spazio privato e pubblico, in cui gli interessi, gli studi e le ricerche di una mente trovano esatta corrispondenza nella scelta e disposizione dell’arredamento, nei titoli dei volumi delle librerie, nella varietà di stampe e vetrine di antichità greche, romane, egizie e cinesi. Anche l’interno non era cambiato dalla morte di Freud; né è cambiato dopo il ’56, se non nell’uso: da casa-quartier generale per la divulgazione della psicoanalisi a casa-museo consacrata al suo fondatore. Il passaggio da studio a museo era percepibile sin dal ‘56 e se la Monroe, entrando, si fosse imbattuta nel guardaroba-vetrina, con il cappotto di Freud e – sugli scaffali -, il portafogli, un paio di occhiali, il biglietto da visita con il nuovo indirizzo londinese, se ne sarebbe forse accorta anche lei. In quel guardaroba c’erano (e ci sono) le tracce della breve quanto significativa permanenza di Freud a Maresfield Gardens, la quotidianità di un uomo che nell’ultima fase della vita si stava trasformando in un’icona; la pace regalata dalla “magnanima Inghilterra” dopo la fuga rinviata e sofferta da una Vienna irrimediabilmente antisemita.
Non c’è materiale che documenti la visita, ma è quasi certo che l’allora neocompagna di Arthur Miller, recentemente convertita all’ebraismo, si sia affacciata nello studio per vedere a occhio nudo il leggendario lettino ricoperto dai tappeti che proseguono sul pavimento dando un senso di mangiatoia, riposo e grembo. Nello studio c’era anche la famosa sedia per molti mostruosa, per tanti surrealista, regalo di un’altra delle figlie di Freud, Mathilde, e progettata da un architetto a cui era stato raccontato che Freud amava leggere con le gambe contro i braccioli e la testa in aria, senza supporto. Poi, la scrivania con le sue file di antichità schierate come armate, perché al padre della psicoanalisi non piaceva guardare i pazienti negli occhi. Da qui la strategica posizione della sedia laterale al lettino e del battaglione di antichità che gli facevano da schermo contro gli sguardi, quando c’era il rischio d’incontrarli. 
Nel ‘56, Anna Freud continuava a vivere e lavorare nello spazio che era stato intimamente del padre e a battagliare per l’affermazione della psicoanalisi. L’incontro tra lei e la Monroe fu un’autentica svolta. Non solo da lì a un anno, sotto consiglio di Anna, l’attrice cominciò una cura di cinque sedute a settimana con Marianne Kris, famosa specialista nonché amica d’infanzia di Anna e figlia del pediatra della famiglia Freud (la cura più lunga e costante a cui Marilyn Monroe si sia sottoposta), ma soprattutto decise di lasciare il 25% del suo intero patrimonio alla psichiatra che, a sua volta, lo trasferì ad Anna Freud e quindi al museo. Quasi d’obbligo, quindi, nella mostra Mad, Bad & Sad: women and the mind doctor, ispirata dall’omonimo libro di Lisa Appignanesi (un approfondimento sui rapporti tra donne e psicoanalisi dall’Ottocento a oggi), che ci sia una piccola sezione dedicata al rapporto tra Marilyn Monroe e la psicoanalisi, con un video in cui l’attrice esce in bianco da una clinica psichiatrica di New York nel ‘61, una fotografia scattata da Elliott Erwitt nel ‘56 e la collezione dei suo scritti, Fragments.
Londra // fino al 2 febbraio 2014
Mad, Bad and Sad: Women and the Mind Doctors
FREUD MUSEUM
20 Maresfield Gardens
+44 (0)20 74352002

info@freud.org.uk
http://www.freud.org.uk/
http://www.artribune.com/2014/01/quando-marilyn-incontro-anna-freud/
 
 
PARITÀ DEI COGNOMI, ITALIA SOTTO ACCUSA. La Corte europea si esprime contro il doppio cognome. Perché d’altronde dovrebbe essere sempre e solo il padre a trasmettere  il nome della propria famiglia e una madre dovrebbe accontentarsi di  aggiungere il proprio cognome accanto a quello paterno?
di Michela Marzano, repubblica.it, 8 gennaio 2014
 
Ai figli si dà il cognome paterno. Ci si è abituati così. È la nostra storia. È la nostra tradizione. Perché cambiare? Un padre mica può rinunciare alla trasmissione del proprio patronimico! È il dramma del nostro paese, incapace di prendere sul serio non solo l’uguaglianza tra gli uomini e le donne, ma anche l’autonomia e la libertà individuale.
Ce lo ha ricordato ieri la Corte Europea dei diritti umani: negando la possibilità a una coppia di dare alla figlia il cognome materno, l’Italia non rispetterebbe il principio di uguaglianza e discriminerebbe le donne; i genitori dovrebbero sempre avere la libertà di dare ai figli il cognome che vogliono: quello paterno, quello materno, oppure anche entrambi.
In Parlamento, sono anni che si accumulano proposte di leggi che vanno in questa direzione. Quando si parla della famiglia, però, va a finire sempre nello stesso modo: prima grandi dibattiti e grandi speranze; poi grandi polemiche; infine tutto si blocca. Le proposte di legge non vengono calendarizzate, oppure si arenano in qualche commissione, sepolte da mille altri progetti considerati più urgenti. Come nel caso del divorzio breve, delle unioni civili, dell’inseminazione eterologa, ecc. Ossia ogniqualvolta si parli di sessualità o di procreazione. Come se dietro l’idea di promuovere l’uguaglianza e le pari opportunità dei cittadini  -  indipendentemente dal sesso, dal genere e dall’orientamento sessuale  -  ci fosse per forza la volontà di rimettere in discussione l’ordine, il valore della famiglia, o anche il “nome del padre”, per utilizzare la celebre formula di Jacques Lacan.
Mentre in realtà si tratterebbe solo di scrivere leggi adeguate alle trasformazioni e all’evoluzione della società. Senza più trincerarsi dietro concezioni arcaiche dei rapporti di coppia. Senza più promuovere una visione patriarcale delle famiglie. Perché d’altronde dovrebbe essere sempre e solo il padre a trasmettere il nome della propria famiglia e una madre dovrebbe accontentarsi di aggiungere il proprio cognome accanto a quello paterno?
All’epoca in cui tutti sembrano celebrare il trionfo dell’uguaglianza, l’unica plausibile risposta a questo tipo di domande è l’abitudine. È per abitudine che ancora tante donne considerano normale che i figli portino il cognome del padre. È per abitudine che tanti uomini continuano a pensare che, trasmettendo il nome, trasmettono poi ai figli anche la propria storia e i propri valori. È per abitudine che ci si adatta e si va avanti, quella stessa abitudine che per Étienne de La Boétie spiegava perché gli esseri umani, per natura liberi e uguali, accettassero poi forme di servitù volontaria. Ecco perché abbiamo bisogno di leggi capaci, grazie anche al proprio valore simbolico, di scardinare queste abitudini, dando strumenti adeguati a tutti per poi costruire delle società in cui l’uguaglianza e le pari opportunità non siano semplici “significanti” privi di “significato”.
http://www.repubblica.it/la-repubblica-delle-idee/societa/2014/01/08/news/parit_dei_cognomi_italia_sotto_accusa-75393181/
 
 
IL NOME DEL PADRE HA RADICI PROFONDE
di Anaïs Ginori, repubblica.it, 8 gennaio 2014   
 
Bene ha fatto la Corte europea a richiamare l’Italia sul diritto a poter dare il cognome delle madri i figli. Ed è positivo che il governo Letta abbia subito annunciato di volersi adeguare con una nuova legge. Ma non illudiamoci che sarà sufficiente.
Dal 2002 esiste in Francia una legge che autorizza a registrare all’anagrafe i nuovi nati secondo tre modalità: solo con il cognome del padre com’è sempre avvenuto, solo con il cognome della madre, o con il doppio cognome scegliendo, se mettere prima uno o l’altro. Di fatto, però, nulla è cambiato, o quasi. Ancora oggi, dieci anni dopo la riforma, una forte maggioranza dei bambini (82,8%) porta solo il cognome del papà. Solo il 6,6% dei piccoli nati in questi ultimi dieci anni ha preso il cognome della mamma. In in molti casi, sottolinea l’Ined, l’Istat francese, si tratta di bambini che non sono stati riconosciuti dal padre. Come dire: si tratta una scelta estrema e imposta. Il 9% dei neonati ha invece il doppio cognome, mantenendo però quello del padre in prima posizione. In Québec, dove la legge per la parità del cognome esiste da ancora più tempo (1981) ci sono solo 12% dei bambini che hanno preso il “matronimico”. Anzi, l’evoluzione registra   un calo: all’inizio degli anni Duemila erano il 25%.
In teoria, dare ai figli il proprio cognome potrebbe essere un segno non solo di parità anagrafica, ma anche una rottura simbolica con la tradizione “patronimica” e di dominazione del pater familias. Non è solo una faccenda di carte bollate e certificati. È qualcosa che va a scavare nel profondo del nostro inconscio. Secondo Jacques Lacan, la funzione del padre è il nome e la funzione della madre è il desiderio. Per secoli, i ruoli sono stati questi. E come tutto ciò che attiene al privato e alla sfera più intima dei rapporti tra donne e uomini non basterà una legge per cambiare le mentalità.
Twitter: @anaisginori
http://www.repubblica.it/rubriche/parla-con-lei/2014/01/08/news/ll_nome_del_padre_ha_radici_profonde-75441988/
 

Articolo originale pubblicato dallo psichiatra Domenico Fargnoli su domenicofargnoli.com
http://babylonpost.globalist.it/Detail_News_Display?ID=94578&typeb=0

LA CANNABIS FA MALE, PERCHE' LEGALIZZARLA?

di Chino Pezzoli, avvenire.it, 8 gennaio 2014

​​I politici di ogni schieramento nelle loro proposte e decisioni sulle droghe interpellino i competenti. Gli studi scientifici, già da qualche tempo, hanno dimostrato le conseguenze dannose per chi aveva fatto uso di cannabis. Solo l’ideologia radicale, cara ad alcuni politici, riconosce la validità del binomio fumo-innocuità. Tra la solita disinvoltura dei mezzi di comunicazione si è diffusa la convinzione che le cosiddette canne siano inoffensive. «Fa più male l’alcol quando ci si sbronza», si dice, come se il problema fosse di scegliere il meno dannoso di due veleni, dimenticando il particolare, non proprio secondario, che entrambe le sostanze avvelenano l’esistenza umana.
Giovanni Battista Cassano, rinomato docente dell’Università di Pisa, denunciava che «Questa droga (la marijuana, ndr) agisce nelle stesse strutture del cervello interessate dalla cocaina e dalla morfina, e costituisce un gradino, sia per l’assunzione delle droghe “pesanti”, sia come attivatore di patologie psichiatriche […] di tipo paranoide […] o crisi di depersonalizzazione». Nel 2002 una relazione ministeriale sulle tossicodipendenze in Italia ha confermato gli effetti dannosi del tetracannabinolo, il principio attivo presente nella cannabis. Esso provoca «Le paranoie, il risentimento, una sorta di vischiosità del pensiero, una subdola forma di depersonalizzazione, con ostilità e irritabilità non presenti nei tratti caratteristici del paziente […]».
L’anno successivo fu consegnato al Ministro della salute Girolamo Sirchia, un documento dal titolo “La cannabis non è una droga leggera”. Il documento preparato dal Consiglio superiore della Sanità denunciava da una parte la relazione esistente tra utilizzo di cannabis e disturbi mentali e dall’altra il silenzio dei mass media sulla pericolosità della sua fruizione. Credo proprio che valga il lavoro scientifico prodotto da parte di alcuni medici americani che sostengono che «l’impiego di cannabis è un fattore a rischio per una successiva assunzione di cocaina o di oppioidi».
In una lettera a un giovane consumatore di cannabis, il dottor Claudio Ferretti del servizio Asl di Modena scriveva: «Gli studi effettuati dimostrano che l’assunzione acuta di cannabis compromette la memoria recente, l’attenzione, la vigilanza, l’apprendimento verbale e altera l’orientamento nello spazio e nel tempo; questi effetti, possono compromettere il rendimento scolastico facilitando l’abbandono precoce della scuola». Quest’affermazione la direbbe lunga anche sullo scarso rendimento scolastico di tanti alunni. Lo scarso impegno scolastico è, infatti, una delle caratteristiche tipiche di chi consuma la canapa indiana. Oltretutto quanto si afferma è sostenuto da altre ricerche condotte anche a livello internazionale. Inoltre, uno studio del 2006 dimostra l’attinenza tra cannabis e indebolimento cognitivo.
Lo psicanalista Claudio Risè nel suo libro  sulla cannabis “Come perdere la testa e a volte la vita”, afferma: «Penso che il silenzio sui danni di questa droga, che di leggero non ha niente, sia causato soprattutto dalla sua diffusione, ormai inarrestabile. Fa parte di una mentalità comune tollerare con un omertoso silenzio ciò che si ritiene un fenomeno di massa. Il male comune spesso diventa costume con il tacito assenso di molti. Il consumo di cannabis, in questi ultimi vent’anni, ha ricevuto il benestare di politici, giudici e persino dei genitori che son soliti dire che si tratta di “erba”, di droga paragonabile alla birra. Le conseguenze negative tuttavia risultanti dal consumo della cannabis, sono tante».
Con forza lo psicanalista Claudio Risè chiede di non chiamare più la cannabis droga leggera. La leggerezza fa pensare che sia poco pericolosa. Oggi gli spinelli sono geneticamente modificati e potenziati per avere effetti sempre più micidiali, e causano gravi danni cerebrali. Di cannabis, oggi, si può anche morire, dice lo psicanalista. La cannabis è una bomba per il cervello, specie per gli adolescenti in via di sviluppo. Dà problemi di memoria e concentrazione, provoca apatia e demotivazione, disturbi nella capacità di formulare idee e risolvere problemi. Causa ansia e depressione, allucinazioni, attacchi di panico e paranoia. E gravi malattie mentali, come psicosi e schizofrenia. Questi dati scientifici sulla cannabis purtroppo non serviranno  ai politici convinti che con la legalizzazione della sostanza toglieranno al narcotraffico l’illecito guadagno. Il prezzo da pagare sarà certamente in termini di qualità di salute mentale e di conseguenze di ordine sociale.​

​​http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/pezzoli0901.aspx

L'ODIO SU FACEBOOK E L'ANONIMATO COLLETTIVO

Dalla ragazza malata ai personaggi famosi colpiti da qualche problema di salute: social network e siti si riempiono di insulti e attacchi che giungono ad augurarsene la morte. Ecco perché il Web, smantellando la nostra comunità di riferimento quotidiana, ha cambiato fattezze all’espressione dei sentimenti

di Simone Cosimi, vanityfair.it, 8 gennaio 2014

In molti parlano dell’anonimato in Rete. Dicono, più o meno: «Vedete, ormai coi social chi insulta ci mette foto, nome e cognome. Quindi quello era un falso problema: ora siamo tutti riconoscibili e individuabili eppure la valanga non si ferma. La ragione di un fenomeno del genere, che vive nella società, non si nasconde dunque nella Rete». Questo il punto di partenza.   Teniamolo a mente. Intanto, però, una premessa. Il tema del dibattito è la nefasta valanga di insulti, malefici più o meno assortiti e nefasti auspici vomitati principalmente su Facebook, Twitter e nei commenti in calce ai contenuti sui siti d’informazione nelle situazioni più diverse. Insomma, quel fenomeno efficacemente ribattezzato come social odio.
Rimanendo ai casi più tristi delle ultime settimane si allude alle reazioni collegate all’emorragia cerebrale dell’ex segretario Pd Pierluigi Bersani, alla frattura dell’anca di Angela Merkel e all’appello di Caterina Simonsen, la 25enne padovana affetta da un complesso di malattie genetiche degenerative e vittima del bombardamento “nazianimalista” spalleggiato dalle squadriglie della disinformazione scientifica. Cose pesanti, perché è vero che l’odio rientra nella ricca gamma delle emozioni umane, ma è altrettanto vero che dovrebbe aver bisogno di un trigger, come dicono i linguisti anglosassoni, un grilletto per innescarsi. E invece niente: la gratuità totale di frasi e parole che non ci va neanche di riportare raccontano che, su internet, deve esserci qualcosa di più. Se cambiamo modo di parlare da casa all’ufficio o dal pub al supermercato – e dietro questo nostro atteggiamento ci sono ragioni ben precise di convenienza sociale – difficile negare che a un ambiente storicamente inedito per il genere umano come quello digitale non debbano corrispondere simili meccanismi.
La realtà, infatti, è un’altra. Sta nell’abbraccio violento in cui la tecnologia ha stretto la psicologia. L’anonimato non è mai sparito. C’è ancora, altro che, e inchioda la Rete alle sue intrinseche responsabilità epistemologiche. Certo, è un anonimato di tipo diverso, non più individuale. Nel senso che non sfrutta più il nickname o il falso account (ma poi, ne siamo davvero sicuri?) per proteggere l’immondizia fiorita da tastiere e smartphone. Piuttosto, è quell’“anonimato collettivo” individuato fin dal 1976 dallo psicoanalista francese Didier Anzieu. È esattamente lo stesso problema della Rete degli esordi a essersi espanso e aver assunto una dimensione comunitaria. Nel suo Il gruppo e l’inconscio lo scienziato transalpino aveva verificato come i partecipanti a un gruppo largo si sentono sempre come immersi e sommersi nell’anonimato collettivo. Tanto che più i membri sono numerosi meno è possibile allacciare relazioni interindividuali che permettano loro di esistere come persone. Uno spazio sconfinato come quello del Web, fatto di passaggi che non sembrano finire mai, alimenta dunque il sempre latente fantasma dello smembramento che è alla base della depersonalizzazione. Insomma, applicando alla lettera le tesi di Anzieu, internet sarebbe disumano.
Ipotesi suggestiva. Ma non siamo qui a discutere della Rete. Quello lo faranno i paleontologi del prossimo millennio. Piuttosto, l’obiettivo è tentare di capire come un sentimento umano muti il proprio tenore espressivo a seconda di come e dove si manifesti. Quanto racconta Anzieu è dunque l’esatto opposto di quello che avviene al bar, in piazza, a scuola, in ufficio o dove vi pare. Lì lo spazio è limitato e il gruppo conosciuto in tutti i suoi elementi (e se non è conosciuto nel dettaglio è comunque famigliare, e se non è famigliare è immediatamente esperibile). L’odio, dunque, non esiste nella società come distillato iperuranico: esiste, invece, negli individui che compongono i vari gruppi della società e che ne regolano l’espressione secondo alcune regole cui si conformano. Quindi è anzitutto il modo in cui l’odio fermenta e poi quello in cui si manifesta ad aver radicalmente cambiato fattezze a causa del Web.
Il social odio è anzitutto quello che non rischia più alcuna sanzione sociale. E di quella penale, ammesso che si sia in grado di sollevare una querela o una denuncia per ogni insulto partorito online, se ne infischia. «Ciascuno può essere percepito in maniera distinta da ciascun altro, l’Io tende a ricostituirsi, a livello dell’immagine speculare, in una identificazione narcisistica agli altri» scriveva ancora il freudiano Anzieu. Non si tratta quindi di semplice diffusione della responsabilità: insultano tutti, insulto anch’io e mi sento meno colpevole. Semmai è la sicurezza perfino inconscia della duplice impunità. Da una parte quella penale, di cui c’interessa poco perché il dibattito sulle regole del Web è un dibattito di democrazia e non è bene inquinarlo con le follie verbali di una tribù di senza pudore. Piuttosto, è essenziale l’impunità sociale.  Che mi chiami Pinco Pallino o Giovanni Rossi – e in particolare se non ho la benché minima rilevanza pubblica – io sono nessuno e allo stesso tempo sono tutta la community. O almeno la parte che in quel momento è impegnata con me e non so quanti altri nel dileggio collettivo a tinte necrofile.
Ecco perché non è vero che non è internet il problema. Far fuori dal dibattito questo argomento è come pretendere di individuare una via o una strada senza sapere in quale città si sta camminando. Il problema è invece anche internet, o meglio i suoi strumenti pseudocomunitaristici, nella misura in cui un essere umano che si augura la morte di un altro al bar, in famiglia o in piazza rischia la faccia con la sua comunità di riferimento mentre se lo fa sui social non rischia nulla. Al massimo, un’ondata di reazioni proveniente da altri anonimi nomi e cognomi che però non costituiscono la sua comunità quotidiana, perché come abbiamo visto con Anzieu quella comunità è non finta ma diversa, fatta di relazioni che forse ci permetteranno di esistere come utenti, come “amici virtuali”, come account, come profili, come piccoli brand. Ma non come persone. E quindi, nel bene e nel male, dal valore ben poco superiore allo zero spaccato.

http://www.vanityfair.it/lifestyle/hi-tech/14/01/08/odio-su-facebook-e-twitter-e-anonimato-collettivo

 

VIDEO

Massimo Recalcati e Lidia Ravera a Otto e mezzo: “Il sesso che verrà”
Video della puntata condotta da Lilli Gruber, 3 gennaio 2014, La7 Tv
 
clicca sul link:
http://www.la7.tv/richplayer/?assetid=50384329
 

(Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com)

 
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