A proposito di un articolo di Otto Kernberg

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21 aprile, 2014 - 15:58
Leggere le critiche all'insegnamento della psicoanalisi e alla politica degli istituti psicoanalitici, sulle quali Otto Kernberg periodicamente ritorna, è sempre un'esperienza arricchente e stimolante, anche se mai abbastanza condivisa da chi abbia importanti responsabilità organizzative e didattiche in istituzioni scientifiche di cui l'Autore torna puntualmente a registrare la lenta agonia.
Questa volta lo fa con un articolo, il cui titolo non lascia spazi a dubbi: "Suicide prevention for psychoanalitic institutes and societies", uscito ora nella traduzione italiana di Paolo Migone e Francesca Tondi sul numero 1, 2014 di Psicoterapia e Scienze Umane, con il titolo: "Come prevenire il suicidio degli istituti psicoanalitici", laddove l'allusione più diretta anche se non specificata sembra essere rivolta agli organismi societari facenti capo all’International Psychoanalytic Association.
Tale lavoro non concede spazio ad alcuna forma di indulgenza, risultando oltremodo puntuale e persino paradossale nel fornire una serie interminabile di consigli correttivi ad istituti immersi ab origine in una grave e radicale incapacità di confrontarsi con il mondo dei non-psicoanalisti. Per questo, l'articolo sembra destinato ad essere preso in considerazione soltanto da chi, come chi scrive, di tale mondo non faccia parte, poiché offre soltanto rimedi la cui efficacia nel convincere i conservatori (che non sono certo una sparuta minoranza) appare molto dubbia.
Chi si appresti a tale compito, avverte l'Autore, correrà il rischio di incorrere in pesanti reprimende fino a veder messa in discussione la propria capacità professionale o addirittura il proprio stato mentale, sia che si venga accusati di pensare "da psichiatri", sia che ci si senta diagnosticare uno di quegli stati nevrotici "insufficientemente analizzati" che tradizionalmente vengono imputati ai dissidenti.
Ma, nel frattempo, chi dall'interno delle istituzioni psicoanalitiche non ascoltasse tale monito non potrebbe far altro che assistere impotente al lento e inesorabile declino di un approccio scientifico che, pur non avendo smesso di contenere potenti geni "rivoluzionari" (almeno quanto a promozione di libertà di pensiero), muore soffocato dalla propria stessa pretesa di autosufficienza e di sacralità fondata su un'idea di ortodossia e di pensiero monocratico che resiste persino nell'epoca delle "many psychoanalysis".
Però, occorre anche dire che l'articolo non convince del tutto, perché descrive difetti, prescrivendo i relativi rimedi, ma manca totalmente di "analisi", agendo come chi, trovandosi di fronte a un paziente in precarie condizioni di salute psichica, suggerisse comportamenti correttivi anziché indagarne le dinamiche inconsce.
Secondo l'Autore, per risollevare la sorte degli istituti e delle Associazioni psicoanalitiche (ove non è del tutto chiaro se il monito si indirizzi alle sole Società riconosciute dall'IPA  o anche al vasto e variegato mondo che si dispiega, non di rado autorevolmente, al di fuori di essa) al fine di scongiurarne l'estinzione, si dovrebbe:
 
a) Instaurare rapporti con le università;
b) Sviluppare programmi di psicoterapia a orientamento psicoanalitico;
c) Dare importanza alla ricerca empirica;
d) Fornire un'immagine pubblica realistica di interessi e contributi scientifici, di progressi e contributi clinici e professionali;
d) Introdurre innovazioni nella formazione psicoanalitica, abolendo il sistema dell'analisi didattica e abbandonando le pratiche che sclerotizzano il training;
e) Rendere le "squadre di salvataggio" degli istituti psicoanalitici dall'esiziale deriva intrapresa, capaci di far fronte alle "inevitabili resistenze" che saranno opposte dalle forze conservatrici interne alle società.
 
A tale proposito, ricorre spesso in tutto l'articolo il termine "counseling", per indicare quello che dovrebbe essere il rimedio elettivo per condurre a ragione i conservatori più irriducibili.
 
Ora, se ci si passa una battuta che non intende mancare di rispetto a nessuno né, tantomeno, a Kernberg, verrebbe da dire che in assenza di una profonda revisione storico critica delle cause che hanno determinato la situazione denunciata, qui  la parola “counseling" potrebbe voler alludere a improbabili tentativi di indottrinamento che prevedibilmente si infrangerebbero contro un muro di sdegno e di risentimento, neppure troppo infondati. Anche perché fare "counseling" a persone di esperienza e di studi raffinati oltreché offensivo potrebbe suonare come un po' ridicolmente evocatore dei programmi di rieducazione ideologica in uso presso certi regimi comunisti.
 
Se le diagnosi di Kernberg appaiono sacrosante, verrebbe da dire quindi che non lo siano altrettanto le soluzioni così prospettate, proprio perché carenti di una convincente analisi delle cause che hanno prodotto tale situazione.
Molte delle soluzioni indicate da Kernberg toccano nodi nevralgici veri che, indipendentemente da rimedi impropriamente pedagogici, richiedono, per essere sciolti, analisi storico-critiche e teorico-critiche peraltro già ampiamente presenti e dibattute dalla letteratura internazionale, ma non sufficientemente fatte proprie, a quanto pare, dal sistema societario e didattico del movimento psicoanalitico facente capo all'IPA.
Un'analisi critica dovrebbe partire certamente dalla storia del pensiero psicoanalitico, che richiede un'obiettività troppo spesso assente dalle vulgate ufficiali, in larga parte ancora legate alla non sempre disinteressata agiografia jonesiana, a fronte di un patrimonio letterario ed epistolare assolutamente cospicuo e degno della massima attenzione e di una puntuale e "laica" esegesi.
 
Se si guarda al punto B, ad esempio, viene da osservare quanto debba esser difficile, per un Istituto legato all'ortodossia, promuovere programmi di psicoterapia psicoanaliticamente orientata, posto che un netto confine fra le due specialità appare ancor oggi pura utopia, e che uno statuto epistemologico convincente di ciò che si chiama genericamente "psicoterapia psicoanalitica" al solo scopo di definirne un'appartenenza extraterritoriale, sembra di là da venire.
 
Naturalmente ciò può essere fatto, a condizione di voler studiare, una volta per tutte e con il dovuto rigore, la realtà delle relazioni psicoanalitiche impossibilitate ad avvalersi di un setting canonico: si potrà finalmente studiare la natura della comunicazione interinconscia in una situazione vis-à-vis, nella quale le emozioni dell'analista sono -diremmo- "brutalmente" messe allo scoperto? E che dire di tutto lo sterminato continente di pazienti (in particolare in età adolescenziale) che non sono per nulla disposti ad accettare le regole condivise di un setting tradizionale, ma che potrebbero, al massimo essere accompagnate ad avvicinarsi a esso?
Perché qui, occorre intendersi: il problema non è certo quello di affiancare a un setting codificato quale quello canonico, altri setting codificati riferibili a psicoterapia di gruppo, o focale, o breve, o di coppia.
il problema vero, anche per far fronte a ciò che Kernberg indica al punto C, è sperimentare sulla frontiera ed anche al di là di essa.
Certo, per fare questo, occorrerà il coraggio di affrontare ogni sorta di extraterritorialità, non esclusa la strada o, per dirla con S. Fraiberg, la “cucina”; ed ogni sorta di messa in discussione della propria identità professionale, non più protetta dall'adesione al canone ortodosso.
Sappiamo bene che creare ed entrar dentro una relazione capace di sviluppare una conversazione psicoanalitica é impresa lunga e difficile, e il rischio di "scadere" nell’entropia di una "conversazione ordinaria" è forte e sempre in agguato.
Per chi voglia evitare questo rischio che mette a dura prova le proprie certezze in materia di identità professionale, non c'è che l'adesione a un canone che giudica la psicoanalisi alla stregua di un pesce inadatto a sopravvivere al di fuori del proprio acquario, fatto di divano, interpretazioni, di un certa e costante frequenza di sedute settimanali, di un analista membro di una certa associazione scientifica.
Esiste, è vero, la necessità di distinguere fra "sostanza" e "accidente", fra "caratteri intrinseci" ed “estrinseci", laddove i primi, però, almeno secondo la lezione di Merton Gill, hanno una singolare capacità di sopravvivenza anche al di fuori del loro habitat convenzionale.
 
Anche il tema della formazione psicoanalitica, che tendenzialmente burocratizza un atto "spontaneo" e irripetibile quale è un'analisi riuscita, cioè la sola che possa produrre un "buon" analista (il che vuol dire anche e soprattutto un analista indipendente), non può essere affrontato se non dopo che sia stata riconosciuta la natura "clerical-religiosa" di un’ordinazione “sacerdotale” che ha evitato per lungo tempo di confrontarsi con un'idea di laicità in senso proprio.
Ponendo la propria autoanalisi a fondamento delle successive scoperte scientifiche, Freud non si era limitato ad aprire la strada che conduce all'inconscio: aveva anche posto le basi di una vera rivoluzione "antialienistica", destinata a mutare profondamente la qualità stessa della cura, facendola emergere dalle nebbie di un passato medievale e impermeabile al cambiamento. Ma tale rivoluzione non era stata sufficientemente "servita" dal proprio Ideatore, se si pensa che, a pochi anni dalla morte, la sua concezione dell'analisi didattica era legata ancora, come agli esordi, a una sorta di "esercitazione accademica" o di “dimostrazione magistrale". Ben diversamente pensava Ferenczi, che fin dal 1927 aveva proclamato la necessità di "guarire" il futuro analista, mettendo al bando ogni analisi "didattica" in favore di un trattamento unico e "vero", senza altri aggettivi.
Il sistema dell'analisi didattica ha invece creato una serie interminabile di fidelizzazioni indesiderate, i cui effetti, da molto tempo stigmatizzati da Kernberg, persistono a causa di una convinzione profonda e rigidamente resistente al confronto critico, sia pure al prezzo di svalutare ogni analisi "non didattica" cui un candidato che abbia cura di sé voglia ulteriormente sottoporsi, così come dei  "traumi formativi" di cui sempre più spesso si viene a conoscenza.
Le critiche di Kernberg che puntualmente tornano a rammentare i rischi di un sistema formativo in crisi, che denuncia per ciò stesso la crisi di un intero modello organizzativo, sembrano destinate ad evocare poche e algide reazioni in un mondo ancora maldisposto a mettersi in discussione a causa di un troppo lungo isolamento.

 

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