Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Narcisisti al cinema – Due film classici e mezzo

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24 aprile, 2014 - 10:09
di Matteo Balestrieri

  Di narcisisti, si sa, è pieno il cinema. Però in alcuni casi la figura del narcisista è al centro dell’obiettivo. Personaggi brillanti, autocompiaciuti, dispensatori di sorrisi e battute spopolano sullo schermo, così come personaggi arroganti, invadenti e cinici. Va da sé che il narcisismo patologico è una questione più fine, la cui definizione richiede un’attenta analisi di ciò che c’è sotto la superficie apparentemente sfolgorante del personaggio. Un elemento critico del narcisismo patologico è quello di riconoscere l’intrinseca debolezza del personaggio, che dimostra grandiosità per negare o fuggire la propria fragilità.
  I sistemi diagnostici classici (DSM, ICD) classificano questi personaggi nella tipologia del disturbo di personalità narcisistico, in particolare descrivendo l’individuo grandioso che richiede di essere al centro dell’attenzione e che si approfitta degli altri. Esiste peraltro nella realtà un altro tipo di narcisismo, quello dell’individuo schivo, che coltiva la sua grandiosità in silenzio e la cui sensibilità verso il rifiuto lo induce ad evitare costantemente di essere al centro dell’attenzione. Si tratta di due estremi opposti, che ad una osservazione non approfondita appaiono diversi tra loro, ma che in realtà sono invariabilmente “trasmittenti” ma non “riceventi”. Gabbard (1989) li ha descritti nei termini “narcisista inconsapevole” e del “narcisista ipervigile”. Entrambi i tipi lottano per mantenere la loro stima di sé.

  Il narcisista ipervigile corrisponde all’individuo fortemente sensibile alle reazioni degli altri, inibito e schivo, dirige l’attenzione più verso gli altri che verso di sé, evita di essere al centro dell’attenzione, ascolta gli altri con molta attenzione per evidenziarne mancanza di rispetto o critica, si sente però facilmente ferito, provando sentimenti di vergogna o di umiliazione. Un esempio di questo narcisismo è Stéphane, il liutaio interpretato da Auteuil in Un cuore in inverno (1992) di Sautet. Quando Maxime, suo amico e socio sul lavoro, s'innamora ricambiato della bella violinista Camille, Stéphane la corteggia e la conquista. Alla fine però le confesserà che quelli che Camille credeva fossero i segnali di una passione, celavano solamente la sua vanità di conquistarla. Il “cuore in inverno” è quello che non è capace di amare se non se stesso, subdolamente critico e insensibile ai sentimenti altrui. La sua modalità di comportamento è nascosta, perché nel mondo interno di questi soggetti vi è un profondo senso di vergogna connesso al segreto desiderio di esibirsi con una modalità grandiosa.


  Il narcisista inconsapevole al contrario è arrogante e aggressivo, ricerca con forza e spudoratezza l’attenzione, essendo apparentemente impermeabile all’idea di avere sentimenti e di poter essere ferito dagli altri. I protagonisti di due film classici della cinematografia mondiale esemplificano a mio parere in modo paradigmatico questo tipo di narcisismo. Il primo è il “cittadino Kane” di Quarto Potere (1941) di e con Orson Welles, incapace di amare se non "solo alle sue condizioni", con la conseguenza di fare il vuoto attorno a sé e di morire abbandonato da tutti. Quest’opera, più volte votata dai critici come “il più bel film di tutti i tempi”, ha segnato per tanti motivi tecnici ed artistici un momento fondamentale nella storia del cinema, ma di questo non voglio parlare perché non è per questo che l’ho scelta. Vorrei invece soffermarmi sui suoi contenuti psicopatologici. Ricordo che il film ricostruisce retrospettivamente la storia del magnate americano dell’editoria Charles Foster Kane. Strappato bambino, per volere della madre, da una fattoria del Colorado e affidato per la sua educazione a una banca, da adulto Kane si dedica all’edizione di diversi giornali (il “quarto potere”), con i quali tenta di influenzare l’opinione pubblica e di fare invano carriera politica. Lo scandalo per una relazione con un’aspirante cantante lirica lo porterà al divorzio, distruggendo le sue ambizioni politiche. Per dimostrare di aver ragione cercherà di fare di lei una professionista acclamata, costruendole anche un teatro per il suo esordio, ma incorrendo in un ulteriore insuccesso. Lei tenterà prima il suicidio e poi lo lascerà, accorgendosi di essere stata solo un mezzo per le ambizioni di Kane. Accanto ai suoi fallimenti relazionali, Kane si dedica a un collezionismo sfrenato e indifferenziato, accumulando migliaia di opere d’arte nella sua smisurata e strabiliante residenza di Xanadu. Morirà solo, pronunciando la misteriosa parola “Rosabella” (in originale, “Rosebud”), che resterà un mistero per tutti eccetto che per lo spettatore: si trattava del nome della slitta con cui giocava sulla neve del Colorado e che paradossalmente faceva parte delle migliaia di oggetti da lui accumulati a Xanadu, senza però che lui ne fosse a conoscenza. E’ stato più volte affermato che la perdita di Rosebud fornisce la chiave del percorso di vita del cittadino Kane, tuttavia il trauma concretamente rappresentato dalla perdita della amata slitta si riferisce in realtà a una grandiosa disillusione, generatrice di una ferita non più sanabile. Nella mirabile scena del distacco del bambino dai suoi genitori, il piccolo Kane perde in un colpo solo la sua infanzia e la sua certezza di appartenenza ad una famiglia, buona o cattiva che fosse (anche se propendiamo per la seconda…). Inoltre esperimenta il tradimento più grande, quello di una madre che “lo vende” per motivi economici ad un istituto bancario. Non è più il figlio di sua madre, ma una merce oggetto di compravendita. Come può reagire un bambino così traumatizzato? Può solo tentare di piegare gli altri al proprio volere per sentirsi amato, senza alcuno scrupolo. Le frasi di Charles Foster Kane evidenziano il suo punto di vista: Facciamo un brindisi all'amore alle mie condizioni. Sono le sole condizioni che un uomo rispetta: le proprie”, oppure “Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io”. Egualmente significative sono le frasi del suo braccio destro Leland, che dice a Kane “Parli della gente come fosse una cosa che ti appartiene, di tua proprietà... A quanto mi ricordo tu hai sempre parlato di accordare alla gente i suoi diritti, come se si trattasse di un tuo dono personale, in compenso dei servizi ricevuti...”, oppure lo ricorda con queste parole: “Credo che in fondo fosse dotato di una certa dose di grandezza, ma se la teneva per sé. Non dava confidenza a nessuno, non dava niente a nessuno, agli altri lasciava... la mancia.” Un altro aspetto della sua psicopatologia è l’accumulo spropositato di oggetti d’arte, una sorta di shopping compulsivo che tenta di compensare la qualità con la quantità. Non sembra esserci alcun piacere nell’acquisto, Kane non conosce neanche le opere acquistate, perché il dolore per la perdita dell’unica cosa simbolicamente importante, la sua slitta, è troppo intenso da consentirgli di riconoscere il valore di qualsiasi altra cosa. E, paradossalmente, poiché tutto non ha più valore, egli non è in grado di riconoscere la presenza della sua stessa slitta finita nella sua collezione. E questo non è un caso, dato che non è la slitta fatta di legno e ferro che ha perduto, ma il senso della sua vita venduta dalla madre.


 
  Il secondo film che mette in scena un magnifico narcisista inconsapevole è Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri. Il protagonista, interpretato in modo indimenticabile da Gian Maria Volontè, è l’ispettore capo della Omicidi appena promosso a dirigente della Polizia politica nell’Italia di fine anni Sessanta. Egli entra nell’appartamento della sua amante e la uccide durante l’amplesso. Poi dissemina accuratamente nell’appartamento diversi indizi che lo potrebbero incolpare e si allontana per recarsi direttamente al commissariato. L’ispettore è un uomo d’ordine reazionario, che dice: "...Il popolo è minorenne, la città è malata. Ad altri spetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà". Il suo delitto vuole dimostrare, in primis a se stesso (è questo il nucleo narcisistico, il “bisogno continuo di conferma”) che lui è il più forte e che i suoi colleghi sono troppo mediocri o troppo timorosi per sospettarlo. Il disprezzo che nutre verso i sottoposti è totale, sadicamente si accanisce contro il suo vice destinato a sostituirlo alla guida della Omicidi, maltratta i sottoposti, mentre ha un atteggiamento mellifluo verso il questore suo superiore, con il quale cerca comunque di giocare d’astuzia. Tuttavia un giovane studente anarchico ha visto uscire l’ispettore poco dopo il delitto dalla casa della vittima. Nel timore di essere accusato, il protagonista cerca di incastrare il giovane, ma il ragazzo decide di non denunciarlo. Il suo scopo è, infatti, quello di dimostrare la corruzione della società contro la quale combatte. Dice all’ispettore: “Qui ci sei e qui ci rimani, un criminale a dirigere la repressione è PER-FET-TO, è PER-FET-TO, è PER-FET-TO!”. A questo punto assistiamo al crollo dell’ispettore, che affronta in modo convulso una fase depressiva con sensi di colpa e tentativi di autogiustificazione (dice: confesso la mia innocenza”), si autodenuncia e aspetta a casa che arrivino ad arrestarlo. Il film si chiude con un doppio finale, segnale di uno scompenso del precario equilibrio narcisistico sin lì mantenuto. Il primo finale è onirico (o forse psicotico) e rappresenta il desiderio del perdono da parte dell’istituzione-madre che lui ha sbeffeggiato: in questa scena i suoi superiori perdonano l’ispettore in virtù della sua dedizione alla causa e per evitare il pubblico scandalo. Il secondo finale è quello reale, che è però lasciato incompiuto, forse perché non è importante sapere come è veramente andata a finire. L’interesse psicopatologico in questo film è rilevante, anche se molti critici – soprattutto all’epoca della sua contrastata uscita nelle sale - si sono soffermati solamente sull’aspetto sociale eversivo che pure è presente nell’opera.
 
  I due film, Quarto Potere e Indagine su un cittadino, raccontano due storie di narcisismo attraverso stili narrativi diversi. Comprendiamo la storia personale del cittadino Kane grazie alla ricostruzione accurata del trauma infantile originario. Il racconto si svolge attraverso flash-back successivi, in una sorta di raccolta anamnestica, e l’evento cardine che ad un certo punto emerge alla superficie ci permette di dare un significato al percorso di Kane. Al contrario l’ispettore al di sopra di ogni sospetto rivela l’origine dei suoi disturbi solo alla fine del film. Lo scompenso sembra nutrirsi del desiderio di accoglimento e comprensione da parte di una madre buona (l’istituzione stessa), rispetto alla quale egli ha un attaccamento ambivalente, rabbioso all’inizio ma bramoso di amore e di perdono alla fine. Si badi bene, è solo l’istituzione nel suo insieme che rappresenta la figura materna, mentre le singole persone, dall’amante ai colleghi fino al questore, rimangono solo i mezzi per alimentare il proprio narcisismo.

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