LO PSICHIATRA DIETRO LE SBARRE
Terapie senza diagnosi
di Gian Maria Formenti

Riflessione sul suicidio in carcere

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24 ottobre, 2014 - 00:31
di Gian Maria Formenti
 
 
Il suicidio dimostra che ci sono nella vita mali più grandi della morte.
Francesco Orestano, Pensieri, 1913
 
In trenta e passa anni di professione ho incrociato diversi suicidi, alcuni annunciati, altri apparentemente imprevedibili.
 
L'abitudine al lavoro in equipe, costante metodologica dei servizi di Salute Mentale, mi ha portato spesso a riflettere sul valore sociale del suicidio, dove “L’uccisione di sé significa l’uccisione della comunità e insieme il coinvolgimento della comunità nell’uccisione”. ( JAMES HILLMAN., Il suicidio e l’anima, ed. Astrolabio,1999).
 
I vissuti individuali degli operatori prendono immediatamente forma in movimenti affettivi caotici, dove si sovrappongono atteggiamenti individuali che vanno dai vissuti di colpa agli autoconsolatori abbiamo fatto quello che e' possibile, piuttosto che alle intellettualizzazioni in riflessioni filosofiche sul diritto di scegliere o le posizioni scientificamente difensive che dopotutto il suicidio e' inevitabile in quanto causa prima di mortalita' in psichiatria. E quanto piu' allargato e' il gruppo e piu' frequente la contiguita' con il paziente, come nelle Comunita' Terapeutiche, tanto piu' ampia e' la risonanza dell'evento, a volte frammentando la stessa Equipe in sottogruppi contrapposti esacerbando preesistenti tensioni. Arrivando a volte anche, dramma nel dramma, ad un coinvolgimento personale di qualche singolo operatore che "cede" emotivamente.
 
All'interno del contesto penitenziario emerge prepotente un'altra faccia del problema.
Il controllo diretto della Magistratura a tutela dei detenuti determina una forte responsabilizzazione sull' Amministrazione Carceraria: con la produzione di una serie di misure, di protocolli, di screening a tappeto. E una continua pressione su tutti gli Operatori, da quelli di Custodia alla componente Sanitaria e Psicologica, per mettere quotidianamente in atto attenzioni particolari. Con il risultato che il tasso di suicidi in carcere e' intorno a 10/10000: all'incirca dieci volte tanto di quanto osservato nella popolazione libera (fonte dei dati: Elaborazione del Centro Studi di Ristretti Orizzonti su dati del Ministero della Giustizia, del Consiglio d’Europa, e dell’U.S. Department of Justice - Bureau of Justice Statistics relativa all'anno 2010).
 
In carcere il suicidio e' sempre annunciato, timore cosi' quotidianamente presente da rischiare, come in tutte le ridondanze, di svuotarsi della componenente affettiva.
Di fronte all'evento, la drammaticita' si perde nella verifica che tutte le procedure siano state eseguite e riportate alla perfezione.
 
Effetto diretto di questa focalizzazione e' l'anestizzazione dei sentimenti individuali di fronte alla morte, una modalita' di difesa psicologica collettiva che altro non e' che la continuazione, nella quotidianita' della vita carceraria, di quello stesso processo di deprivazione dell'individualita' che gia' Basaglia denotava come caratteristica dell'istituzione manicomiale, dove: "L’assenza di ogni progetto, la perdita di un futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita ed organizzata la propria giornata su una dimensione dettata solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo (F. Basaglia, La distruzione dell'Ospedale Psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, 1964).
 
Cosi' l'Equipe resta salda, non si deframmenta. E sdrammatizza l'esperienza umana facendo rimpiangere Amleto: "To be, or not to be: that is the question: whether 'tis nobler in the mind to suffer the slings and arrows of outrageous fortune, or to take arms against a sea of troubles, and by opposing end them?".
 
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Commenti

Caro Gian Maria, grazie per questa condivisione. E' una riflessione che sospende di fronte al limite invalicabile della sofferenza umana; un limite che si fa cortina d'avorio quando si arresta la libertà di essere e la vita si svuota di senso. E possiamo forse sopportarlo noi umani? La domanda è retorica, ovviamente.
Il gesto di chi è imprigionato forse è anche l'ultima dichiarazione di libertà?
Non dev'essere facile farsi carico emotivamente delle logiche di un sistema istituzionalizzante ed ecco che come indica, l'anestetizzazione si fa strada, unica via per la sopravvivenza.


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