LA "ORGANIZZAZIONE" DELLA PSICOANALISI Evoluzione, retrospettiva e prospettiva dei più importanti psicoanalisti della generazione successiva al 1945 in Germania

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18 dicembre, 2014 - 11:24

La riflessione sulla propria evoluzione nella psicoanalisi - per illustrare lo sviluppo che essa ha avuto dopo il 1945 - richiede da parte mia una precisazione sulla mia posizione, sia personale che politica e scientifica.

La ricostruzione della psicoanalisi dopo il 1945, nella Repubblica federale tedesca, è stata caratterizzata dalla personalità di Alexander Mitscherlich. Mitscherlich ha sempre ribadito l'esigenza di una scienza di chiarificazione, intesa come superamento del passato e sviluppo democratico, volendo escludere per il futuro il pericolo di una ricaduta. In tal modo gli analisti freudiani che non erano emigrati sono stati integrati, sebbene si fossero mostrati sensibili al nazionalsocialismo. Al contrario, i rappresentanti di altre correnti della psicoanalisi, come per esempio i seguaci di Schultz-Henke e di C.G. Jung, anch'essi uniformatisi al nazismo, hanno dovuto sostenere da soli l'ipoteca del proprio conformismo politico.

Lo scisma tra gli analisti che si reputavano legittimati democraticamente e gli altri ha condotto, fin dal principio, a una particolare ipocrisia all'interno della psicoanalisi del dopoguerra, nella Repubblica federale: i seguaci della corrente freudiana sono stati praticamente assolti, mentre i seguaci delle altre correnti sono stati ritenuti, in linea di massima, colpevoli dinanzi al tribunale dei freudiani. Il superamento del passato, nella psicoanalisi, ha riguardato sempre gli altri, tanto che proprio per la psicoanalisi freudiana è divenuto usuale il fatale diniego della propria complicità col totalitarismo [Nota: l'espulsione dei membri ebrei dell'Istituto di Berlino, l'espulsione di Reich nel 1934, l'estradizione degli analisti dissidenti nell'Argentina fascista, provano la complicità della Società psicoanalitica nella persecuzione e uccisione degli analisti che denunziano il suo coinvolgimento nel totalitarismo]. Sotto questo riguardo, la psicoanalisi freudiana si presentava, fin dal principio, come movimento e scienza democratica di liberazione e anche nella mia coscienza rappresentava allora la vera sede della conservazione del pensiero di opposizione e della rivolta politica.

Ciò che da studente, nella Germania del dopoguerra, mi ha condotto inesorabilmente alla psicoanalisi, è stato appunto la polarità tra psicoanalisi e nazifascismo, tra pensiero totalitario e pensiero rivoluzionario, tra conformismo autoritario ed esigenza di autochiarificazione. Dato che all'epoca la filosofia non mi offriva un pensiero critico verso la mentalità comune, ho ritenuto - da studente di filosofia - che l'elemento sovversivo fosse rappresentato dentro - e attraverso - gli strumenti conoscitivi della psicoanalisi. La medicina è stata per me solo la strada per arrivare alla psichiatria, cioè la strada per arrivare a una medicina psicologica e antropologica.

Le mie aspettative personali nei confronti della psicoanalisi (che coincidono certamente con le aspettative collettive di molti altri di questa generazione) sono da spiegare non tanto con una forma di idealizzazione della psicoanalisi, quanto con il fatto che esse rispondevano a esigenze di orientamento ideologico e scientifico, necessarie per il rinnovamento della vita collettiva, agli albori di quell'epoca. Che poi la psicoanalisi, col suo successivo sviluppo verso il conformismo sociale, o i suoi rappresentanti conformisti, giunti al potere nel corso di tale evoluzione, potessero soddisfare tali esigenze, è un'altra questione. Mi sembra insomma - se considero il rapporto tra la generazione dei fondatori dopo il 1945 e la generazione successiva - che non si tratti tanto di una delusione personale, quanto di un fallimento del sistema psicoanalitico, così come si presenta nelle varie istituzioni, associazioni di categoria e funzionari.

Bisogna osservare, a questo punto, che nella generazione successiva non c'è alcuna consapevolezza della storia della mentalità psicoanalitica, poiché non viene insegnata nelle istituzioni dell'apparato. Di conseguenza, a tale generazione non viene fornito alcun orientamento [vedi nota seguente] per confrontarsi con la tradizione intellettuale della psicoanalisi; inoltre, nelle analisi didattiche generalmente vengono individualizzati anche gli antagonismi sociali di cui il candidato dovrebbe rendersi consapevole in base alla propria storia. Così, ad esempio, l'eventuale legame di colpa con una struttura familiare fascistoide viene inquadrato nel destino personale dell'Edipo.

Alla psicoanalisi si è indirizzata, dopo il 1945, un'ampia gamma di aspettative individuali e collettive di rinnovamento morale e intellettuale, per uomini divenuti colpevoli, e la speranza, nell'élite dominante, di una chiarificazione che pervadesse la società intera, rendendo consce le motivazioni inconsce dell'agire fascistico-autoritario. Ciò rispondeva allo stato d'animo del "Mai più". Sviluppatasi sotto la repressione degli antichi sistemi feudali, la psicoanalisi era all'epoca uno strumento di opposizione, e forniva al soggetto in rivolta - come nei successivi sistemi totalitari - il luogo per sviluppare un pensiero di opposizione. Dopo il 1945, trovatasi di colpo nella posizione di una ideologia conformistica, si è trasformata in uno strumento pedagogico di rieducazione democratica, uno strumento esorcistico di epurazione dalla contaminazione nazista, anche se solo nella testa dei membri dell'élite. Sotto questa prospettiva, la psicoanalisi è stata considerata uno strumento politico e sostenuta soprattutto dai governi socialdemocratici. E' su questo sfondo che bisogna inquadrare la fondazione dell'Istituto Sigmund Freud di Francoforte. Per comprendere fino a che punto l'Istituto Sigmund Freud sia caduto in basso, è necessario ricordare il livello e l'importanza che questa istituzione ha raggiunto sotto la direzione di Mitscherlich.

E, non da ultimo, l'istituzione di cattedre psicoanalitico-psicoterapeutiche nelle università della Repubblica federale, e il riconoscimento del trattamento psicoanalitico nella psicoterapia offerta dalla cassa mutua, secondo precise direttive, è il risultato dello sviluppo politico che abbiamo tracciato.

Ma che cosa significa tutto ciò per lo sviluppo dell'apparato psicoanalitico e del movimento analitico? In altri termini: che cosa significa tutto ciò per la conservazione del pensiero psicoanalitico? Come ha reagito la psicoanalisi al fatto di essere stata improvvisamente riconosciuta dall'élite dominante come conforme alla società, e come ha usato l'influenza che le è improvvisamente sopraggiunta?

La psicoanalisi è caduta in una trappola sociale nel momento in cui si è offerta di promettere al soggetto una prospettiva di autosviluppo permanente nella società. Il crollo di questo fantasma, al quale assistiamo attualmente, rappresenta, al tempo stesso, la delusione per le promesse che la psicoanalisi ha alimentato. Gli analisti, se avessero compreso la teoria della natura pulsionale dell'uomo, se avessero preso sul serio l'immagine tragica dell'uomo cui Freud ha dato espressione, non avrebbero forse dovuto prevedere un simile sviluppo e fare di tutto per evitarlo? Lasciandosi coinvolgere a livello sociale e politico, quasi fosse un metodo per la formazione di una coscienza democratica, la psicoanalisi si è trasformata immediatamente in un metodo puramente terapeutico, il che ha portato, a livello del singolo individuo, allo sviluppo della propria individualità a spese della cassa mutua, - la piccola felicità dell'emancipazione alla portata di chiunque - , e a livello delle esigenze collettive, al soddisfacimento delle aspettative generali di liberazione. Questo sviluppo è culminato nella rivolta studentesca del 1968, quando la liberazione individuale dalle coercizioni sessuali è stata interpretata, in base alle concezioni di Reich, come veicolo per la propria liberazione dalle coercizioni sociali.

Se si vuol comprendere perché la psicoanalisi sia divenuta quel che è oggi, è necessario seguire le varie forme di decadenza determinate dal conformarsi della psicoanalisi alle aspettative sociali. Bisogna sottolineare fin da ora che tale evoluzione non avrebbe dovuto verificarsi, se i rappresentanti della psicoanalisi fossero stati disposti a sviluppare un processo di autochiarificazione sulla propria scienza - o se fossero stati in grado di farlo -, così da potersi opporre - attraverso una definizione di status - alla tentazione di cedere al conformismo e di liquidare ogni modo diverso di pensare, bollandolo come dissidente.

Se si vuol sapere quale posto occupi attualmente la psicoanalisi in Germania, bisogna approfondire i seguenti punti:

  1. l'impiego della psicoanalisi nelle offerte conformistiche dell'ideologia dell'autoliberazione
  2. l'impiego della psicoanalisi come puro metodo terapeutico per l'autorealizzazione; connesso a un insegnamento estremamente scolastico della psicoanalisi, mediante lo sviluppo di un apparato burocratico
  3. la sospensione del pensiero psicoanalitico per la sua integrazione nelle scienze positive.

L'accettazione sociale della psicoanalisi è apparsa indiscutibile per la necessità del suo lavoro di chiarificazione, poiché la psicoanalisi, dopo il 1945, si è offerta di spiegare le motivazioni inconsce che rendessero possibile il superamento del passato. Ciò spiega il fatto che la psicoanalisi abbia potuto esercitare una politica di chiarificazione molto efficace nei media, essa però si è anche servita, in misura sempre crescente, dei movimenti di moda, per acquisire influenza e potere. Questi fenomeni sono così noti che non intendo dilungarmi oltre. Conoscerete senz'altro il gran numero di offerte di autorealizzazione, nel linguaggio tipico dell'emancipazione, che hanno dominato il mercato e non hanno risparmiato nessuna persona e nessuna istituzione. A parte pochi critici outsider di sinistra (Jacoby, USA; Castell, Francia), dalle file della psicoanalisi non si è levata nessuna obiezione; è stato piuttosto dall'esterno che si è manifestato un certo malessere verso la psicoanalisi, da parte di scienziati che si sentivano legati al pensiero psicoanalitico. Ma questo non ha minimamente turbato il lavoro abituale della psicoanalisi. l'impiego della psicoanalisi nelle clamorose messe in scena dei media, ha spianato la strada all'affermazione della psicoanalisi, e, non da ultimo, mediante la banalizzazione dei contenuti analitici nel linguaggio comune. Questa riuscita esteriorizzazione, l'apparente successo politico nell'impadronirsi della rappresentazione simbolica del potere dei media, ha fatto sì che non venisse riconosciuto il carattere fittizio di questo evento simbolico. Un tragico misconoscimento della discrepanza tra potere simbolico e potere effettivo, da sempre in mano alla medicina.

La perdita di sostanza ha ostacolato la psicoanalisi nel confronto con i problemi scientifici del proprio sistema. Invece di fare incessantemente uso del proprio metodo di interpretazione, ci si sarebbe dovuti interrogare conformemente al livello attuale di conoscenza della psicoanalisi: come perviene l'analista alle sue interpretazioni, sulla base di quali chiavi di decifrazione egli arriva a determinate percezioni, e come si devono valutare le differenti chiavi di decifrazione delle diverse scuole? Finché la prospettiva ermeneutica, nella scienza del dopoguerra, ha goduto del riconoscimento sociale, la psicoanalisi ha potuto permettersi questo modo di agire. Se oggi il vento è cambiato e ci soffia in faccia il biologismo, generalmente crescente, si deve ricercarne la causa, non da ultimo, nell'esteriorizzazione e banalizzazione della scienza ermeneutica della psicoanalisi. Bisogna riconoscerlo criticamente, quali che fossero le intenzioni degli analisti che sono voluti passare dal buio delle catacombe ai riflettori dell'opinione pubblica.

2. L'impiego della psicoanalisi come puro metodo terapeutico per l'autorealizzazione; connesso a un insegnamento estremamente scolastico della psicoanalisi, mediante lo sviluppo di un apparato burocratico.

Nell'evoluzione della psicoanalisi del dopoguerra vedo due movimenti che si intrecciano e si rafforzano a vicenda: da una parte, la psicoanalisi intesa come mero metodo terapeutico applicativo, e l'eliminazione, in quanto zavorra, di ampie parti della sua concettualità teoretica, dall'altra - e connessa al primo aspetto - un insegnamento estremamente scolastico della psicoanalisi, che al candidato presenta la psicoanalisi come concetto strategico che si può apprendere.

Non voglio prescindere dal fatto che la psicoanalisi è esposta a una concorrenza spietata con le altre scuole terapeutiche. Ma una cosa è provare la propria efficacia attraverso la ricerca, per affermare il proprio ruolo; un'altra è dover rinunziare al pensiero di opposizione, per esempio al concetto di pulsione, che deve essere visto in maniera dialettica. La psicoanalisi è in realtà una scienza della ricerca, nel senso più ampio del termine, un metodo per il rinvenimento di nuove conoscenze; è un'arte della ricerca, ars inveniendi, centrata sull'ambizione di scoprire ciò che sta dietro la comunicazione umana.

La psicoanalisi come processo applicativo richiede tuttavia la standardizzazione, cioè la schematizzazione del fenomeno d'interazione, per poter essere appresa da tutti. Il sintomo di questa evoluzione è l'impiego schematico del concetto di transfert/controtransfert nel quale l'analista ha il ruolo di reattore del suo paziente, sebbene sia proprio l'analista a organizzare, attraverso il quadro di interpretazione precedentemente stabilito, il transfert del paziente e le sue proprie reazioni, e di conseguenza a produrre il controtransfert mediante il transfert che ha organizzato. La semplificazione, che ha portato la psicoanalisi a diventare sempre più un puro metodo applicativo, ha però limitato il pensiero dell'analista, tanto che si possono utilizzare senza scrupoli concetti strategici che non reggerebbero a una riflessione analitica.

Questa evoluzione deve essere considerata sullo sfondo della vasta applicazione della psicoanalisi, per la quale nelle scuole di analisi i maestri garantiscono al giovane analista la sicurezza delle sue percezioni e perciò la sicurezza della propria identità di terapeuta. Il prezzo della sicurezza all'interno - l'identità di terapeuta - e della sicurezza all'esterno - diventare membri abilitati del sistema assistenziale - è l'eliminazione del pensiero di opposizione, che è inerente al pensiero euristico. L'autolimitazione del pensiero psicoanalitico è particolarmente forte in Germania, dove la psicoanalisi - fatto più unico che raro - ha un ruolo riconosciuto nel sistema assistenziale; negli USA il pensiero psicoanalitico - dal punto di vista scientifico - non ha assunto comunque nessun significato di rilievo. Ridurre la psicoanalisi a mero "rapporto di sostegno", non meglio definito, non è che l'espressione del pragmatismo livellatore che domina in quel paese; in Francia, invece, la psicoanalisi ha intrapreso una strada completamente diversa, quella, in particolare, di una conservazione della tradizione filosofica e della compenetrazione con essa. In Italia, inoltre, soprattutto i suoi rappresentanti più in vista non hanno mai rinunziato alla discussione filosofica.

Se si considera l'insegnamento scolastico della psicoanalisi e la sua burocratizzazione solo sullo sfondo di una semplificazione e standardizzazione del lavoro analitico a fini assistenziali, non si tiene conto del fatto che questo tipo di evoluzione è stato avviato dagli stessi fondatori della psicoanalisi, che hanno condotto una strenua lotta per il potere, assicurandosi il monopolio del proprio certificato d'origine. L'istituzione dell'apparato è stata resa possibile proprio dall'assicurazione del monopolio da parte dei fondatori; quanto poi ai rappresentanti della generazione successiva, questi, fin dagli inizi della psicoanalisi, hanno trasformato le asserzioni contraddittorie dei fondatori in testi canonizzati. I candidati, dal canto loro, potevano ottenere il riconoscimento dall'apparato solo se assumevano l'interpretazione univoca senza far domande, e vi si identificavano. In tal modo, la ritualizzazione della dipendenza e della limitazione del pensiero è continuata, rafforzandosi da una generazione all'altra attraverso l'identificazione e l'idealizzazione. Questa tradizione ha determinato un atteggiamento condiscendente verso il processo, cominciato in seguito, di semplificazione e limitazione del pensiero analitico all'interno dell'apparato formativo, per poter offrire la teoria psicoanalitica come metodo assistenziale - un metodo che si è presunto di poter standardizzare.

3. La sospensione del pensiero psicoanalitico per la sua integrazione nelle scienze positive.

L'inserimento della scienza psicoanalitica nel canone delle scienze positive deve essere vista anche in correlazione con lo sviluppo conformistico che essa ha avuto come metodo di applicazione terapeutica. La richiesta di Mitscherlich che la psicoanalisi passasse da scienza delle catacombe allo status accademico ufficiale, è sembrata realizzarsi con la nomina degli analisti alle cattedre di psicoterapia, secondo le norme di abilitazione dei medici. D'altro canto, l'insediamento accademico della psicoanalisi ha determinato la sua completa medicalizzazione, dato che ha dovuto far fronte alla richiesta di essere legittimata come metodo di trattamento. Tale legittimazione è ovvia nelle scienze e si compie generalmente in molte dimensioni. Col termine medicalizzazione, d'altronde, Parin ha inteso che la psicoanalisi si conforma agli standard della medicina e, sospeso il pensiero analitico - che rappresenta il suo potenziale di opposizione - si presenta come puro metodo terapeutico tra i tanti della medicina, un'evenienza che Freud ha definito - nel caso si fosse verificata - l'archiviazione della psicoanalisi nel manuale di psichiatria. L'impresa rischiosa della psicoanalisi - alL'indomani del riconoscimento accademico - di soddisfare la pretesa di validità, tipica delle scienze positive, l'ha condotta al dilemma di dover provare la legittimazione scientifica delle procedure metodiche da lei applicate, invece di occuparsi del proprio oggetto, cioè le condizioni della comunicazione umana, e di quella analitica in particolare. La canonizzazione del sapere psicoanalitico, nell'insegnamento scolastico della psicoanalisi, ha fatto credere che il setting psicoanalitico, - assioma da non mettere più in discussione - , necessiti solo del particolare esame metodico di efficacia, e che dimostrare alL'esame empirico la qualificazione scientifica della psicoanalisi non sia altro che un problema di modalità metodiche di approccio, sempre più differenziate; dunque un procedimento metodico che ha perduto il proprio oggetto: cioè L'esame dei presupposti delle dimensioni di influenza, nel processo ermeneutico delL'influenza. Ma la scienza si può definire solo attraverso il proprio oggetto e non attraverso i metodi.

La fede nell'effettualità dei contenuti analitici (che è alla base del sapere canonizzato) e la fede nella fattibilità della dimostrazione scientifica (attraverso il procedimento metodico) hanno determinato la sospensione del pensiero psicoanalitico, vale a dire che non ci si interroga più sul procedimento psicoanalitico e, al tempo stesso, non ci si interroga più sul sistema analitico con i propri strumenti conoscitivi. Non bisogna chiedersi, allora, se qualcosa ha un effetto, ma piuttosto: perché qualcosa è cambiato, in che modo è cambiato, e cioè: quali sono i meccanismi di azione delle dimensioni di influenza coinvolti nel rapporto analitico.

E' tipico della scienza psicoanalitica - che è una scienza dell'influenza umana - che il suo oggetto essenziale, il processo delL'influenza, si sottragga alla sua oggettivazione, perché nell'interazione tra terapeuta e paziente le dimensioni delL'influenza coincidono ed è appunto L'esatta coincidenza delle dimensioni d'influenza il motivo dell'efficacia del rapporto terapeutico. In altre parole: ricerche oggettivanti possono riguardare soltanto il risultato di questo processo, L'efficacia di un processo, e non le variabili dell'interazione, nel loro divenire efficaci. Il tentativo di sottoporre la psicoanalisi a uno schema scientifico unitario si rivela oggi una forma di tardiva obbedienza verso la pretesa di validità delle cosiddette scienze esatte, pretesa superata da tempo. Anche se si libera della zavorra teoretica, il ricercatore non può evitare di occuparsi della natura resistente del suo oggetto. Il processo analitico di conoscenza, al pari di quello scientifico, è possibile solo attraverso una formulazione di problemi che faccia ricorso alla fantasia, attraverso ipotesi ingiustificate e congetture teoretiche che richiedono una verifica da parte dello scienziato: l'uomo conosce il mondo non tanto attraverso ciò che apprende da esso, quanto attraverso le idee che gli attribuisce. E la psicoanalisi, in quanto scienza singola, è una disciplina euristica, che può contribuire come principio euristico allo sviluppo delle altre singole scienze.

Prospettiva

La produttività del pensiero analitico è nell'aggiungere, nel completare ermeneuticamente. D'altronde, per un attimo abbiamo avuto la sensazione - io e la signora Bautz - che la psicoanalisi non potesse più essere liberata per esperire così le sue possibilità migliori. Dinanzi alle forme di decadenza della psicoanalisi, imputabili all'apparato, -. forme che abbiamo descritto come fine della potenza dell'interpretazione -, sembrava preclusa ogni speranza di vedere in futuro il pensiero analitico sopravvivere altrove.

Vedo ora che siamo immersi in un processo mentale che considera la riflessione sulle forme di decadenza come netta antitesi all'apparato, e che ci spinge a chiederci, al di là dell'esame critico di tutte le forme di decadenza, al di là di tutti i cliché analitici e di tutti i contenuti dogmatizzati: che cosa distingue l'essenza del pensiero psicoanalitico nel quale io, noi tutti, cerchiamo la nostra identità? E' solo nel pensiero - io credo - che si può parlare di un'identità, lontano dai vincoli di identificazione delle varie scuole.

Posso solamente consigliarvi la psicoanalisi come pensiero in "fuorigioco", come pensiero di disintegrazione produttiva, da sempre in opposizione all'esistente, inteso come visione della realtà attraverso la superficie del dato immediato (Bloch). In ciò - quando la psicoanalisi avrà raggiunto il proprio definitivo tramonto nell'apparato - spero vi sia un futuro per lei; un futuro che sia anche il teorema di base per la fondazione di una scienza psicoterapeutica generale.

La lotta che per tutta la vita ho condotto per una analisi diversa, sia clinica che teoretica, in fondo non è altro che uno sforzo per conservare l'opposizione. l'opposizione della fantasia alla generale razionalizzazione della vita e del mondo.

L'immaginazione creativa, il concetto vichiano di "fantasia", la facoltà immaginativa dell'analista di aggiungere al dato di fatto l'ancora-mancante - a livello individuale e collettivo - ricordando le possibilità rimaste in sospeso, non ancora realizzate, e intervenendo per aprire una prospettiva, caratterizza il pensiero che con Freud è divenuto scienza psicoanalitica - non dunque la ripetizione di ciò-che-è-sempre-stato, della desolazione infantile, che nella tradizione della prassi analitica è risultata il pensiero stereotipo della ripetizione.

Il costante ricorso di Freud alla frase di Michelangelo: "Devo liberare quest'angelo dal marmo" non indica soltanto l'impiego artistico della cura psicoanalitica, essa indica il cammino di un metodo conoscitivo quale parto di figure non ancora liberate, mostra una concezione della natura quale mondo di figure latenti, che devono essere liberate. La fantasia creativa è il movente della vita, essa ha una funzione anticipatoria: l'anticipare immaginativo è una dimensione gnoseologica; è la "chiave della fantasia" (Freud), che apre la via della prospettiva. Senza fantasia, secondo Mitscherlich, la scienza dell'uomo sarebbe soltanto medicina veterinaria.

La prospettiva dell'analista è determinante: la sua maniera di vedere il mondo deciderà se egli si proietterà con il suo analizzando nell'"al di là retrospettivo", nell'archeologia di ciò-che-è-stato, abbandonandosi al travaglio del fantasma dell'infanzia, oppure se si metterà dalla parte prospettica del desiderio, - il desiderio che anticipa la realtà - aggiungendo alla storia, a ogni storia, l'ancora-mancante, il non-ancora-raggiunto. D'altronde, dovrebbe renderci scettici il movimento mistagogico dei Kohutiani e dei Kleiniani, i quali, nella loro incessante ricerca del Sé perduto, si sono votati alla fascinazione anti-illuministica della magia del profondo. Una simile dottrina pseudoreligiosa dell'autoliberazione non attrae certo gli spiriti liberi. Nella psicoanalisi si sta verificando ciò che è accaduto a suo tempo nella sofistica, il movimento filosofico che cercava la verità, e che, una volta divenuto mestiere sofistico, andò in rovina, e smise di attrarre coloro che cercavano la verità.

Si dovrebbe ascoltare Nietzsche sul tema della dialettica tra fantasie ascendenti e discendenti, là dove fa dire a Zarathustra di non volere alcun cambiamento dell'individuo - sarebbe, questa, l'analisi del destino inflitto, bensì il cambiamento del suo volere: Nietzsche intende il voler desiderare del soggetto come "volontà di potenza", per il superamento di una identità "fissata" "una-volta-per-sempre", per l'appropriazione, la crescita e il potenziamento delle possibilità umane.

In quanto scienza del cambiamento, la psicoanalisi reca in sé il dilemma tra la tentazione di spingersi verso il retrospettivo-regressivo e la seduzione del progressivo-prospettico. Ogni tipo di affermazione toglie alla psicoanalisi ciò che le è essenziale. A ragione attira su di sé una profonda diffidenza sociale: perché se prendesse alla lettera la propria teoria delle pulsioni, dovrebbe dedicarsi solamente a un mondo diametralmente opposto, a una vita radicalmente diversa.

Per l'ulteriore trattazione dei temi qui esposti rimando alle pubblicazioni di M. Pohlen e M. Bautz-Holzherr: "Una diversa interpretazione. Il soggetto freudiano nell'analisi", Suhrkamp 1991, e "Psicoanalisi: la fine della potenza dell'interpretazione", Rowohlts enzyklopädie 1995.

Nota: Il venir meno della generazione che ha organizzato l'apparato psicoanalitico dopo Mitscherlich e che in seguito ha assunto una distanza critica da esso (Mitscherlich-Nielsen, Cremerius, Richter e altri) è esemplare per i rapporti autoritari che dominano all'interno delle associazioni di categoria: il cambio di scena tra il potere che i funzionari detenevano all'inizio e la successiva pretesa moralistica di potere, dispensa tale generazione dal prendere una posizione. In questo contesto bisogna ricordare, comunque, che sono stati, in parte, i funzionari di questo gruppo, e poi anche gli altri rappresentanti delle associazioni psicoanalitiche, a determinare l'autoresa della psicoanalisi, lasciandola in balia della medicina, dapprima con l'istituzione dello specialista di medicina psicosomatica, poi con la creazione dello specialista di medicina psicoterapeutica. La mia presa di posizione in questa vicenda ha provocato, all'epoca, le furiose reazioni dei protagonisti di questa politica, i quali minacciarono di espellermi per i danni arrecati alla psicoanalisi dalla mia condotta. Nel frattempo, nel contesto del processo di medicalizzazione della psicoanalisi, si è passati da una psicoterapia che segue le direttive della cassa mutua a una psicoterapia che segue i criteri di massima della medicina psicoterapeutica accademica: con tardiva obbedienza, - in adeguamento alla "evidence based medicine" -, si vuol prescrivere alla psicoanalisi, attraverso il diktat del consenso, uno schema unitario sulla normativa per la standardizzazione terapeutica e diagnostica, che da tempo è divenuto obsoleto dal punto di vista scientifico.
 

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