Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

LA LINGUA DEL NEMICO

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25 gennaio, 2015 - 12:07
di Sarantis Thanopulos

Mohamedou Ould Slahi è un Mauritano detenuto a Guantanamo da 13 anni.
In prigione ha iniziato a scrivere, in inglese, un diario che ha finito nel 2005. Il manoscritto è stato sequestrato dal governo degli Stati Uniti, nonostante le reiterate  richieste dei legali dei suoi familiari, e solo recentemente è stato desegretato e consegnato a loro.
Il 20 Gennaio è uscito in forma di libro, mentre il manoscritto si può leggere sul sito del “Guardian”.
Slahi ha riportato solo i fatti che ha direttamente esperito o visto o appreso di prima mano. Ha scritto che voleva essere giusto con il governo degli Stati Uniti, con i suoi fratelli di prigione e con se stesso. Larry Siems, uno scrittore americano, difensore dei diritti umani, che ha comparato il manoscritto con la cartella del governo statunitense sul caso di Slahi, afferma che la sua presentazione dei fatti è del tutto  attendibile. I misfatti esposti, dice Siems, sono corroborati dal contenuto della cartella e perfino quando scrive dei fatti più estremi il suo stile narrativo resta moderato  e diretto.
Slahi doveva essere in piedi quando le guardie entravano nella sua stanza, in qualsiasi momento, e quindi non riusciva a dormire. Era costretto a mantenere il wc sempre secco e pulito e quindi doveva asciugarlo con la propria divisa e restare inzuppato delle proprie feci. Gli hanno fatto bere acqua salata.
Nonostante avesse odiato la lingua dei suoi carcerieri, ha deciso, avendo una conoscenza elementare dell’inglese, di impadronirsi bene della sua conoscenza. Il rifiuto, scrive nel diario, era emozione, la saggezza andava nella direzione opposta.
Imparare la lingua dei suoi torturatori gli è servito per mettere un argine psicologico alla loro prevaricazione, per rendere meno anonima e inumana la loro azione. L’ignoranza della lingua dell’altro aumenta l’imprevedibilità dell’impatto con lui e disorienta la curiosità e il desiderio nei suoi confronti. Se poi egli si presenta come implacabile aggressore (che tiene il coltello dalla parte del manico), l’incomprensibilità del suo dire raddoppia l’aggressione, sia perché la rende più insensata, sia perché fa regredire emotivamente l’aggredito nella posizione infantile dell’essere privo di sapere e di parola.
L’obiettivo  di Slahi, in cui è tuttora impegnato, non è  semplicemente sopravvivere  o denunciare i torturatori, ma mantenersi psichicamente vivo. Scrivere della sua esperienza è stato un modo di impadronirsene, di non lasciare che la cruda violenza dei fatti spazzasse via la sua possibilità di rappresentarla e di elaborarla. Essere ugualmente giusto con il nemico (misurarlo in modo esatto, senza esagerare o minimizzare) e con i suoi compagni di sventura (testimoniare, agli altri e a sé,  in modo lucido e attendibile la sofferenza comune) gli ha permesso di essere giusto con se stesso: evitare che la disperazione, l’esasperazione, la rabbia cieca, lo sconforto e l’autocommiserazione offuscassero il suo modo di sentire e di pensare.
La decisione di scrivere della violenza subita nella lingua del violentatore, va ben al di là dell’identificazione  con l’aggressore e la capovolge. Piuttosto che reprimere la parte desiderante di sé, la più indifesa e vulnerabile all’aggressione, Slahi ha scelto di affermarla.
Usare la lingua dell’altro violento, accoglierlo nei suoi aspetti potenzialmente desiderabili, significa poterlo odiare e combatterlo a partire dal proprio desiderio, per affermare le proprie ragioni e il proprio modo di vivere piuttosto che denunciare le sue. Contro un potere ottuso e insensato, il rifiuto di rinchiudersi nel ruolo di vittima è la risposta più sana.
 

 

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