PERCHE’ LE AUTOBIOGRAFIE DEI DICHIARATI MATTI?

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11 marzo, 2016 - 17:18
Presentazione del volume DICHIARATI MATTI SI RACCONTANO  a cura di Gabriella Verardo Erga Edizioni
 
 
Ci sono per i malati psichici i luoghi della cura, dallo studio dello specialista all’ambulatorio all’ospedale alla comunità terapeutica. Ci sono i luoghi della riabilitazione, i Centri  Diurni, le iniziative per loro di servizi per la salute mentale e anche di privati e di volontari, spesso famigliari. Le persone che abitano questi luoghi, usufruiscono di questa assistenza, vengono curati per la loro malattia da altre persone esperte. Vengono frequentemente accomunati da questa caratteristica  ‘essere persone in cura per disturbi psichiatrici’ e identificati con la loro malattia. Loro stessi rimangono intrappolati in questa condizione, gli effetti della malattia si confondono con gli effetti dell’essere sempre in cura. Conosciuti dagli esperti, diagnosticati, progettati. E’ chiesto loro di condividere i progetti per loro di altri. Capiti? Aiutati a riconoscersi come persone del mondo come tutti? Ad avventurarsi in proprie iniziative che danno voglia di vivere? Certo in molti casi si ma in molti casi no.  Dipende non solo dalla professionalità dell’esperto ma anche dall’angolo di visuale che questo ha, che gli è permesso di avere, a volte è costretto a non vedere, condizionato a non vedere a tutto campo.
Ci sono opportunità che aprono nuovi percorsi. Devo al mio lavoro nelle comunità del gruppo Redancia l’aver vissuto  esperienze che mi hanno aiutato ad identificare possibili eccessi di cura e correzione piuttosto che sollievo dalla sofferenza e solitudine. A scoprire risorse, vitalità che nel mio precedente  lavoro nelle istituzioni dell’assistenza pubblica coglievo meno.
Non perché fossero realtà peggiori ma semplicemente perché la vicinanza che la comunità terapeutica comporta era ben diversa da quella dei reparti e dell’ambulatorio psichiatrico. E le chance di osservazione e comprensione erano maggiori. Non solo: il problema della riabilitazione o meglio della dimissione, della restituzione al territorio, dell’autonomia da ritrovare almeno in parte,  della emancipazione dei pazienti dalla dipendenza della cura era drammaticamente chiara e stimolava la direzione del gruppo, sensibile e dinamica, a offerte di iniziative originali, fuori dalla comunità, in cui il mio ruolo da esperto mutava in accompagnatore e osservatore. Una in particolare alla fine degli anni 90 ha coinvolto un gruppo di pazienti. E’ stata un’esperienza di formazione teatrale prima , ad opera di registi, attori, esperti dello spettacolo e successivamente l’allestimento di diversi spettacoli portati poi in tournée in varie città italiane. Ho fatto parte del gruppo dall’inizio partecipando a tutte l’esperienza, scoprendo con loro in loro e in me emozioni, pensieri, abilità, capacità di condivisione, di comunicazione nuove. Facevo parte del gruppo non come esperta ma come persona tesa allo stesso obiettivo comune, lavorare insieme per i nostri spettacoli e portarli in giro, divertirci ed emozionarci, litigare, faticare e partecipare perché nello spettacolo ci fossimo tutti noi, così diversi, perché tutti noi ci ritrovassimo e lo pensassimo, vivessimo come  un nostro (di ciascuno di noi) spettacolo.
Questo primo gruppo di persone diverse saldato dalla capacità di condividere obiettivi e agire per questi senza intrudere nell’intimo dell’altro, rispettoso delle differenze,  fortemente stimolato dalla possibilità di esprimere cose prima inespresse, sentimenti emozioni desideri, senza rifiuti o commenti o giudizi (se giudico vengo giudicato, se rifiuto vengo rifiutato…) ha continuato a trovarsi e ha costituito un gruppo di lavoro per la dimissione, chiamato di auto aiuto. Ho continuato a farne parte con mio vantaggio come tutti i partecipanti del gruppo.
La Associazione PRATO nasce quando percepiamo chiaramente tutti noi (e lo condividiamo con altri, esperti e/o pazienti ed amici che ci aiutano nella costituzione della associazione stessa) l’utilità di continuare allargare approfondire questo lavoro volto alla ‘dimissione’, non più dimissione dalla comunità terapeutica, fatto già successo per molti del gruppo, ma dimissione da una situazione di ‘curati’ ‘gestiti’ ‘conosciuti’ da altri, smarrite le speranze di gioia e piacere, di comunicazione e comprensione, isolati nella propria solitudine, sfiduciati.
L’obiettivo quindi non è curare assistere sostenere chi ha problemi psichiatrici, ci pensano già altri, ma restituire la possibilità di vivere come persone protagoniste delle proprie scelte, almeno fino a dove è possibile, e come tali essere conosciute. Conoscere e farsi conoscere per queste risorse e non per gli aspetti ritenuti ‘difettuali’. Ricollocarsi nel mondo, là dove piace.
Al gruppo storico si aggiungono altre persone, il gruppo di auto aiuto diventa i gruppi di auto aiuto dove non c’è un facilitatore ma si autogestiscono con delle regole maturate dall’esperienza , il rispetto, il silenzio, il non giudizio, l’assenza del consiglio, la libertà di esprimere ogni credo, il valore dato anche a realtà che al momento non si capiscono, ma anche l’interesse e la voglia di conoscere di andare avanti verso appunto l’obiettivo della ’dimissione’ da malato. E si aggiungono altre iniziative nate dalla discussione in gruppo sia delle necessità che dei desideri.
Il desiderio di vivere una vita quotidiana in modo autonomo, il desiderio di allontanarsi da contesti difficili in cui solitudine, malintesi, difficoltà di reciproca comprensione,  immobilizzavano l’esistenza provocando comune dolore, insomma di avere una casa propria malgrado le difficoltà, porta alla realizzazione di una residenzialità nell’associazione (due appartamenti). L’equilibrio tra l’indipendenza e l’autonomia e la solitudine, tra le proprie capacità e la possibilità che bastino a tutte le necessità che i bisogni quotidiani richiedono, porta ad incontri di gruppo simili a quelli dell’auto aiuto dove si risponde alle richieste di ognuno rispettando volontà e desideri diversi.  Vengono chiamate ‘riunioni sull’abitare’, vi partecipano anche i non residenti, che frequentano (abitano) comunque la sede (la casa dell’auto aiuto). Il desiderio di essere liberi cozza con l’incapacità di un’autonomia totale ma il gruppo (e la PRATO quindi) ha scelto di non farsi assistere, non avere tecnici, esperti o guide tra i piedi che dicano cosa fare. Questo comporta di conseguenza un ruolo attivo quindi di tutto il gruppo nel cercare di rispondere ai bisogni . Domande e richieste si intrecciano e possibili risposte si trovano in questa chiave. Da sostenuti a persone in grado di guardare oltre, di rispondere anche al bisogno di un altro, Federico prepara le medicine di Gabriele che è un grande distratto che dimentica sempre se le ha prese o no, Silvia non vuole tenere le sigarette perché se le fuma tutte di fila e trova un po’ l’uno un po’ l’altro che gliele tengono, Renzo chiede di essere coinvolto, di telefonargli perché lui non lo fa, anche Guido va chiamato e Emilia e Federico si dividono le persone che vogliono essere chiamate per ricordare gli appuntamenti ecc.  Questo mobilizza risorse inaspettate, inaspettate per le stesse persone che le forniscono. Quale il mio ruolo? Ognuno di loro ha un esperto, psichiatra e/o psicologo o nel servizio pubblico o privato, una terapia psicofarmacologica, ma io non c’entro. Io sono presente nell’auto aiuto e nelle riunioni ma sono sostanzialmente solo un catalizzatore delle risorse del gruppo. Vado avanti con loro. E quando vado via continuano loro.
Giovanna, la volontaria che dedica molto del suo tempo al gruppo, catalizza le esigenze pratiche,  aiuta cioè a trovare le  risposte per necessità pratiche sia amministrative che domestiche lasciando questo compito a loro quando va via.
E le persone del gruppo toccano anche il limite, l’impossibilità di poter avere tutto quello che ognuno di noi forse vorrebbe fare ed avere ma che non riesce a fare ed avere. Senza sprofondare nel vuoto nella disperazione più di tanto perché affonda nel gruppo e questo non affonda, la rete tiene.
Emanuele dice “sono dentro una macchina, una grande macchina e io piccolo dentro cerco di guidarla secondo le regole guardando gli altri come fanno, facendo le cose secondo le regole…”
“la macchina è il mio corpo quello che faccio con gli altri… tipo oh che bella maglietta rossa dico a Gabriele ma io sono dentro vuoto piccolo che guido e controllo la macchina e non ci sono io”. Il gruppo, le persone del gruppo spingono verso iniziative in cui loro ci siano, ci siano non tanto fisicamente ma con le loro voglie desideri piacere. Da qui  conducono la PRATO verso scelte di iniziative guidate dai più diversi esperti. Un fotografo porta alcuni a fermare le immagini che vogliono, a travestirsi e farsi fotografare, a mescolarsi con altri in questo apprendimento creativo, girando per la città (una mostra al Ducale conclude l’esperienza dal titolo “non te l’aspettavi vero?”). La nostalgia dell’esperienza teatrale li fa cercare le persone che allora li avevano aiutati e si produce un corto ‘il pesciolino rosso’, filmato la cui trama, , dialoghi, costumi e recitazione è completamente loro. Nel pesciolino ci sono. Un altro spettacolo “maschere e persone” includerà la presentazione del filmato. Federico e Silvia ritrovano il piacere di ballare, o meglio di ritrovare il piacere del contatto fisico,  seguono e  interpretano musiche inventandosi performance che vediamo e vedono altri in occasioni diverse. E’ la musica che raccoglie gli stessi ed altri intorno a Barbara Bocca (musicoterapeuta).  Nell’ascolto nella scelta di brani musicali e infine nella progettazione di un commento musicale  ad un testo letterario i partecipanti sciolgono nodi inespressi prima, rivelano emozioni, ricordano e sono stupiti ed attenti ascoltatori di altre esperienze di vita.
Insomma la macchina è più guidata da loro in queste esperienze, abitano un po’ di più la macchina e non devono guardare gli altri per funzionare ma guardarsi per muovere la macchina , e guardare ora gli altri per scoprire di essere ascoltati, forse capiti.
L’incontro con Gabriella Veardo e la sua proposta di scrittura è con persone curiose, interessate a nuove esperienze, abituate a parlare di se, a comunicare. Il suo lavoro stimola alcuni in modo decisivo nel riprendere una passione, una inclinazione lasciata da parte . (Emilia vince un premio letterario per una poesia alla cui premiazione sarà accompagnata dalla stessa Gabriella) in tutti rafforza la capacità di conoscersi e conoscere, tollerarsi e tollerare apprezzarsi ed apprezzare. E’ il laboratorio  dove attingiamo i testi per altri eventi  recitati poi dagli stessi autori ad un pubblico interessato  (domanda frequente fattami dagli stupiti spettatori  “ma hanno scritto loro questi testi, queste poesie? e come? sono stati corretti?”). E’ qualcosa che rimane come capacità.
Cresce nel gruppo il desiderio di condividere queste esperienze con altre persone con problemi psichiatrici. Si partecipa a convegni ed incontri con altre associazioni di volontariato in campo psichiatrico fino alla partecipazione a riunioni in un reparto psichiatrico (SPDC) cercando di esportare una forma di auto aiuto. Ma non senza stupore ci si accorge che l’incontro, gli incontri più graditi sono con persone ed associazioni che di problemi psichiatrici non si occupano. Che accolgono con curiosità le osservazioni, che forniscono un ascolto più attento e chiedono con interesse. Lo stesso interesse che trova il gruppo nel conoscere altre situazioni di persone diverse, con vite e difficoltà diverse .
E’ così che parte del gruppo partecipa alla realizzazione di nove video girati in contesti di realtà territoriali e associazioni di volontariato liguri (raccolti in un DVD “terre di tutti”). Da questa esperienza, dalla partecipazione  sensibile alla visione di altri modi di esistere,  alcuni traggono la consapevolezza di vedersi come persone in grado di fornire aiuto ad altri, oltre le loro normali aspettative. Silvia accompagna una disabile fisica al lavoro. Valter interviene nelle scuole(“Abbiamo presentato i video agli alunni e ho partecipato alla discussione.
Sono stato bene con loro, erano calmi e tranquilli, i video sono piaciuti e mi hanno fatto molte domande” )
 
Perché le autobiografie? Ho fatto una biografia della associazione sperando di comunicare le caratteristiche di chi la tiene viva da dieci anni. Persone che si vedono, parlano, trovano vie per continuare a vivere più o meno bene come tutti, che rincontrano dolori più o meno come tutti con minore paura e ritrovano un’appartenenza a se stessi in piaceri ed azioni impossibili prima ‘a causa  della malattia’. Persone che  vogliono farsi conoscere, presentarsi, mostrare il loro volto e i loro pensieri non per parlare di malattia, non per cercare aiuto ma per esserci ed essere viste. Persone non guidate, non interpretate, non assistite. Forse come tutti a volte capite, a volte no. Per questo forse la sintonia che la PRATO trova non è nel cerchio dell’assistenza psichiatrica ma in generale nelle persone che incontra nel suo cammino. Per questo hanno voluto pubblicare un libro.
Concludo con lo scritto augurale per lo scorso Natale di Emilia che meglio di me mostra cosa è la PRATO
 
Strano periodo quello che stiamo attraversando: dalle piogge violente e torrenziali a un clima oscuro dove scegliere il bene o il male si fa compito arduo perché dura è la realtà che ci circonda e non tutto è limpido. Nonostante tutto siamo qui.
Siamo qui a porgerci auguri, a scambiarci sorrisi, a donarci cose e non solo.
L’augurio di buon natale testimonia  e rappresenta il nostro ostinato volere tempi migliori, voler dare e saper ricevere. Ci ricorda di uno scambio di doni e di ricchezze che noi, privilegiati, possiamo muovere cercando di essere più sereni e decisi.
Questo è l’augurio Prato, questo è il mio augurio, per questo vi ringrazio, per essere stati ed essere ancora con noi, compagni di viaggio, compagni di strada per fare di queste vite nostre un magnifico esempio di profondo rispetto, di un percorso verso storie migliori, verso vite migliori.
 

 
 
 

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