BUONA VITA
Sostenibile e Insostenibile, tra Psiche, Polis e altre Mutazioni
di Luigi D'Elia

Caro paziente, ora ti dico io come si sta al mondo. Riflessioni sparse su etica e psicoterapia.

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13 maggio, 2016 - 15:46
di Luigi D'Elia
Quanta pedagogia può sopportare una psicoterapia? Quanto educativi possono essere gli interventi di uno psicoterapeuta? Quanto può intervenire/interferire la posizione o visione etica di uno psicoterapeuta nel suo lavoro clinico?

Certo, se hai in terapia un ragazzino di 14 anni che si fa 10 canne al giorno o che passa 12 ore al giorno al pc a svolgere giochi di ruolo, non c’è dubbio che uno psicoterapeuta possa serenamente sentirsi autorizzato ad indossare almeno per un attimo (a fini terapeutici naturalmente e dentro un contesto clinico articolato) il vestito del medico di famiglia, del maestro-istitutore, e finanche del genitore avveduto e severo, in sostanza dell’educatore che svolge una funzione e una responsabilità adulta, per avvertire quel ragazzino che quello che fa è un errore in assoluto, prima ancora di capire perché e per come lo fa.

Molto diverso, a mio parere, se lo psicoterapeuta si trova davanti ad adulti. In questo caso l’educatore che alberga in ciascuno di noi prima di emergere e fare danni forse è bene che venga ben osservato e ridimensionato. A prescindere dalla condizione psicopatologica di cui si occupa.

Aiutare chi aiuta ad essere meno ideologico, meno moralista, più libero e libertario, aiutarlo a riflettere permanentemente sulle proprie determinazioni culturali, sulle proprie inerzie, sulle proprie consuetudini istituite, dovrebbe diventare a mio parere materia di studio nei corsi che abilitano alla nostra professione. “Inerzie culturali”, così battezzerei un corso per psicologi e psicoterapeuti alle prime armi, e lo renderei obbligatorio e propedeutico.

Sarà che nella mia analisi personale, quando ero molto giovane, il mio analista rispettava la libertà altrui (che è l’altro lato della responsabilità)  in una maniera radicale che non ho mai più visto in esperienze successive. Sarà che il mio principale maestro come terapeuta insegna a non dare nulla per scontato nella costruzione del setting tanto che lui stesso non dava alcun appuntamento prestabilito ai suoi pazienti, ma lo concordava di volta in volta lasciando loro la possibilità di chiamare per fissarlo. Insomma, forse per mie caratteristiche e per insegnamenti ricevuti, certamente molto “estremi” (e ne vado fiero), il rispetto dell’unicità dell’altro, per quanto psicopatologicamente compromesso, e delle sua autodeterminazioni è per me un principio assolutamente imprescindibile. Non c’è processo terapeutico senza reciproca e sistematica libertà di incontro e di conclusione in ogni momento, questo per me è presupposto ineludibile.

Mi capita invece di osservare nella quotidiana realtà delle psicoterapie di vario orientamento, laddove ricevo testimonianze dirette dall’uno e dall’altro lato del setting, che le cose vadano in tutt’altra direzione e che il ruolo sociale e privato dello psicologo e dello psicoterapeuta si intreccia e si confonde con quello del consigliere specializzato, del pedagogo esistenziale, dell’educatore morale, del moralizzatore, andando ad invadere il territorio dei sacerdoti (e come loro diventiamo portatori di dogmatiche), se non proprio in casi disperati nel ruolo del normalizzatore.

Nella realtà quotidiana delle sedute psicoterapeutiche di ogni orientamento, secondo quanto vado raccogliendo nelle mie personali osservazioni, psicologo (o psichiatra), pedagogista-educatore, amico consigliere, prete e guru, ancora troppo spesso si fondono pericolosamente in un'unica chimerica e mostruosa figura sociale dall’aspetto e dagli esiti ributtanti.

Per dirla in modo semplice e diretto lo psy è in soldoni colui che ti dà una regolata, quello che ti sa consigliare quando tu sei confuso, che ti dice se è giusto o sbagliato quello che pensi e quello che fai nella tua vita, che ti consiglia per il tuo bene, che ti dice in sostanza come si deve stare al mondo nel modo migliore possibile.

Se si pensa che quanto vado affermando sia un’iperbole o un’esagerazione, provi ciascuno di noi a guardare come ci comportiamo con i nostri pazienti incapaci di decidere e di scegliere per il meglio, e si provi quindi a chiedersi se e come abbiamo affrontato e risolto nella nostra pratica clinica il rapporto tra le nostre convinzioni etiche e quelle professionali e quali siano le proprie opinioni a riguardo. Probabilmente verrebbe fuori un quadro non propriamente idilliaco e ideale rispetto a ciò che immaginiamo doveroso in una professione laica come la nostra…

Poiché in tale intricatissima materia etico-professionale non possono essere ammesse (in questo periodo storico e in queste latitudini geografiche) posizioni dogmatiche bensì solo dilemmatiche e poiché l’esplorazione delle posizioni etiche attraversa sempre, appunto, i dilemmi dei casi concreti, magari estremi e particolari oppure anche comuni, come i seguenti. Proviamo allora a vederne qualcuno, naturalmente abbozzato, di questi casi.

Caso 1 (raccolto in supervisione)
Paziente 50enne, in terapia presso un noto professionista (cognitivista). Chiede una consulenza (contemporanea alla sua terapia) ad altro terapeuta perché è molto perplesso del comportamento del suo terapeuta il quale lo spinge in maniera diretta e decisa a interrompere una relazione parallela al suo matrimonio dicendogli per filo e per segno cosa di certo gli accadrà qualora s’imbarcasse in tale relazione. Il paziente in questione (professionista benestante) prosegue la relazione con la moglie pur non amandola e pur registrando la fine di questo matrimonio da molti anni, è estremamente combattuto nell’intraprendere una possibile convivenza con una donna che viceversa ama molto e dalla quale è ricambiato, ma il terapeuta gli intima di non lasciare la famiglia (figli adolescenti) in quanto ciò per lui sarebbe stata, secondo le proprie previsioni certe, una vera e propria rovina. Naturalmente il secondo terapeuta interpellato rimane fortemente interlocutorio e differentemente dal primo terapeuta non prende alcuna posizione e pur provando ad aprire uno spazio di pensiero con questo paziente, ad un certo punto il paziente s’è sentito di tradire affetto e amicizia del suo primo terapeuta ed ha interrotto il lavoro col secondo. A nulla è servito, durante i pochi incontri col secondo terapeuta, invitare il paziente a pensare alla situazione in fieri e a restituirgli la possibilità di decidere in autonomia e soprattutto “in contatto” con se stesso: il rapporto con il primo terapeuta emergeva nel racconto del paziente come una relazione fortemente affettivizzata e connotata transferalmente in termini di dipendenza tale da interferire fortemente con un processo decisionale autonomo.

Caso 2 (raccolto in contesto extraclinico)
Coppia coniugale conflittuale. Lei 42, lui 47, un figlio pre-adolescente. Primo step di terapia di coppia di un anno circa presso docente universitaria (formazione sistemica). Terapia fortemente orientata fin dall’inizio alla separazione: tutto sarebbe andato molto meglio, a sentire la terapeuta, dopo la separazione. I due dunque decidono convintamente prima di separarsi di fatto (lui affitta monolocale vicino casa di famiglia), poi anche legalmente, viene deciso l’affido congiunto del figlio con prevalenza di abitazione alla madre. I due anni successivi alla separazione, diversamente da quanto previsto dalla terapeuta, sono fortemente problematici per tutto il sistema famigliare: lui va in depressione, ha una crisi economica che lo costringe ad indebitarsi fino al collo; lei è angosciatissima ed in visibile difficoltà con il figlio che nel frattempo comincia a dare segni di malessere e intemperanza. Lei chiama quasi ogni sera l’ex coniuge separato per spegnere gli incendi che si accendono in casa di continuo tra madre e figlio. Secondo step di terapia di coppia, questa volta scelgono una nota psicoanalista specializzata in coppie e adolescenti per essere sostenuti nelle funzioni genitoriali. La terapeuta orienta immediatamente la terapia verso la riconciliazione interpretando (erroneamente) il livello di conflittualità come forma di amore inconsapevole. Dopo un altro anno e mezzo nel quale questa terapeuta prova in tutti i modi a convincere che la rabbia fosse amore convertito e che le psicopatologie individuali impedivano il riavvicinamento, la coppia finalmente interrompe la terapia con una conflittualità inalterata (casomai aumentata) con lui che ha finalmente una nuova compagna e lei che si rifugia sempre più nella vita religiosa. L’ultima seduta, la psicoanalista, piuttosto demoralizzata e visibilmente annoiata delle intemperanze degli ex coniugi (intanto è in corso il divorzio), riconosce che forse non si sarebbe neanche dovuto intraprendere il lavoro di coppia. Bella consolazione!

Caso 3 (raccolto in supervisione)
Giovane donna di circa 30 anni. Fidanzata e convivente da un paio di anni con un 40enne professionista attualmente disoccupato e fortemente depresso e nichilista, da quando lo conosce costui vive barricato in casa, non cerca più lavoro e sembra sprofondato in una dimensione narcisistica e autoreferenziale, dorme di giorno e la notte guarda la tv. La paziente arriva sempre in seduta con una visibile insoddisfazione nella vita sentimentale e affettiva che naturalmente ha origini lontane nella propria storia famigliare e si lamenta della mancanza di calore, di amore, di progetto, di empatia, praticamente un rapporto totalmente svuotato di ogni possibile dimensione relazionale e che invece sembra perdurare contro ogni previsione. Persino l’arrivo di una relazione parallela nella vita di lei connotata da aspetti totalmente opposti – costruttività, passione, bellezza, progetto, amore, rispetto – non è stato in grado di scalfire la routine di questa convivenza.  La collega che la segue prende subito a cuore la situazione e dapprima con cautela prova ad aiutare la paziente a comprendere cosa della propria storia la spingesse a autosvalutarsi in tal modo tanto da accettare di essere di fatto in una situazione al limite del maltrattante laddove tutta se stessa sembrava portarsi verso la situazione alternativa. Poi di fronte alla pervicace intenzione di non abbandonare in alcun modo quello che in supervisione abbiamo definito ironicamente “il sacello di Dracula”, la collega ha cominciato sempre più ad assumere un ruolo direttivo inchiodando la paziente di fronte alle sue difficoltà a crescere, ad accogliere e meritarsi i miglioramenti nella propria vita e via dicendo fino a occupare intere sedute a discutere del perché e per come ella non riuscisse a interrompere questa relazione inquinante inducendo di fatto nella paziente un sentimento di fallimento e molti sensi di colpa. Tutto questo fino all’interruzione della terapia avvenuta senza preavviso (naturalmente dovuta allo stallo della terapeuta).

Riassumendo:
·         Un terapeuta che induce timori morali e profetizza sciagure certe in un paziente che vuole separarsi dalla moglie (non dai figli)
·         Due terapeute di coppia che sovrascrivono le loro visioni (opposte) della relazione ad una coppia conflittuale, trattenendola in infinite ed inutili sedute.
·         Una terapeuta che s’incarna nel ruolo dell’amica saggia e che si schiera apertamente affinché la sua paziente molli il fidanzato

Sono solo tre esempi di come sia facile, a qualsiasi livello professionale ci si trovi, anche molto alto, scivolare su piani falsamente psicoterapeutici, ma che invece risultano pesantemente condizionati da visioni morali precostituite, travestite da visioni cliniche.
 
Cosa vuole dire svolgere una professione come la nostra con una dimensione etica così importante e delicata? Come si articola la posizione etica della persona del terapeuta (oltre che del professionista connesso ad una dimensione deontologica), con le questioni etiche portate da ogni paziente in seduta? Come si intrecciano sul piano clinico le questioni esistenziali che possono essere alla base del disagio psicologico del paziente con le questioni etiche che ne conseguono quasi sistematicamente? E come è possibile tenere assieme e allo stesso tempo discernere le une dalle altre mantenendo un utile equilibrio nella differenza tra etica e clinica? Come intrattenere, in buona sostanza, un fertile dialogo con il “bene”, il “giusto” e persino con il “vero” sia con se stessi, sia come professionisti, senza che questo diventi confusivamente ostacolo clinico o viceversa diventi sostituto clinico laddove bene, giusto e vero siano nel terapeuta sciaguratamente scritti in maiuscolo e forse anche in neretto?

Esistono a mio parere due rischi legati alla nostra professione rispetto alla dimensione etica che sono di polo opposto:

1.       Primo rischio: la scotomizzazione dell’etica dal campo terapeutico. Da un lato si rischia una scotomizzazione dell’etica che, nel tentativo di settorializzare e parcellizzare il tipo di intervento che svolge uno psicologo, mette a lato etica personale ed etica pubblica massimizzando gli scopi “terapeutici” del lavoro con le persone dei pazienti e circoscrivendo in maniera del tutto scotomica il compito dello psicologo al cosiddetto “benessere” del paziente. In questo caso l’etica viene espulsa di fatto dal campo terapeutico e declinata (declassata) esclusivamente come deontologia ed in genere è vissuta come dimensione estrinseca.
Questa visione scotomica, estrema al contrario, elude il problema del rapporto tra aspetti etici, ma anche educativo-pedagogici, che pur esistono in ogni psicoterapia, specialmente con pazienti minori o giovani, ma non solo, e che vanno ad intrecciarsi strutturalmente con la situazione che conduce ogni paziente in terapia. Ogni condizione di disagio psicologico investe la sfera etica del paziente e pure quella del terapeuta in quanto parte in causa non solo della relazione duale col paziente, ma in quanto parte in causa dello stesso medium socio-culturale del paziente. Il terapeuta non è né estraneo, né tantomeno al di sopra di questo contesto culturale. Ne fa parte allo stesso modo del paziente.

2.       Secondo rischio: l’inflazione moralistica del terapeuta. Opposta e contraria alla precedente l’inflazione moralistica del terapeuta si evince nei mille casi quotidiani, come questi tre random citati poco sopra, purtroppo ubiquitariamente diffusi in lungo e in largo in ogni ambito psy. Il terapeuta (lo psicologo, lo psichiatra) di sente chiamato ad occupare una funzione molteplice presso le vite dei suoi pazienti ed assume dunque automaticamente, direi irriflessivamente, funzioni educative, orientative, posizionandosi talora dal vertice del saggio, dell’esperto, dello studioso, in altri casi dell’iniziato, guru, illuminato, in ogni caso occupando nella relazione col paziente senza alcuna consapevolezza il posto del “supposto sapere” di freudiana memoria e sul piano sociale occupando un ruolo sociale rimasto disponibile e parzialmente vacante dello scienziato-tuttologo, oppure del prete, oppure ancora dello sciamano-guru. Insomma, il terapeuta è quello che sa come si sta al mondo e te lo dice! E naturalmente ti dice dove e perché sbagli.
La visione sottesa a questi frequenti scivolamenti in funzioni parallele e alternative a quelle terapeutiche nella vita dei nostri pazienti implica che la dialettica tra posizioni etiche preveda che la posizione etica del terapeuta sia, in quanto esperto, superiore a quella del paziente e quindi sia legittimata ad orientarla. La psicopatologia del paziente è dunque motivo sufficiente per guidare, educare, riabilitare su piani etici oltre che su quelli clinici. La sacrosanta ricerca del bene e della verità del paziente che orienta bene o male tutte le psicoterapie e tutti gli orientamenti clinici, diventa in tal caso veicolo di una adesione dogmatica a Verità precostituite di cui le manifestazioni sintomatiche o semplicemente le dolenze personali diventano quasi epifenomeni accessori di una tautologia di tipo disciplinare per cui il paziente non si comporta bene, non è bravo, perché sta male e sta male perché non è bravo.
 
Certo, si dirà, è abbastanza inevitabile che lo psicologo occupi il posto del tuttologo santone, un po’ scienziato, un po’ prete, in fondo la funzione curante nelle comunità umane è da sempre stata una prerogativa dello sciamano, un po’ folle, un po’ iniziato, un po’ alchimista ed erborista. Ma tale parallelismo cade di fronte all’incomparabilità della complessità socio-culturale esistente tra epoche così distanti tra loro. Lo psicologo non è uno sciamano intriso di sapienzialità ancestrali o di saperi ultraspecialistici e la sua posizione etico-professionale non può affatto declinarsi attraverso questa comoda e disonesta scorciatoia.
 Lo psicologo a mio parere non può nemmeno farsi scudo delle proprie convinzioni scientifiche per affidare al paziente l’impervio compito della ricerca della sua “verità” attraverso la propria “Verità”.

La dimensione etico-pedagogica che attiene il nostro impossibile mestiere riguarda essenzialmente la capacità dello psicologo di abitare un equilibrio umano e professionale tra opposte tendenze senza mai cadere nelle tentazioni sbrigative di questa nostra ammaliante epoca. L’equilibrio sempre instabile tra la propria cifra etica personale e quella di ogni singolo paziente con la sua incommensurabile storia, compresi i suoi inevitabili inciampi etici che accompagnano le storie di sofferenza o malattia.  

Un terapeuta avveduto è colui che conosce bene le proprie convinzioni, credenze, i propri principi, le proprie determinazioni e i propri condizionamenti culturali e conosce i limiti entro i quali potrebbe utilizzarli, anche solo in forma dialettica, in un contesto clinico. Tende quindi ad essere onesto e trasparente in ogni momento in cui la sua dimensione etica entra per qualunque motivo in rotta di collisione o viceversa entra in risonanza con quella del paziente, o comunque entra per qualunque motivo nel campo terapeutico. Un terapeuta avveduto dovrebbe quindi conoscere, ben prima di cominciare, quali ostacoli clinici ponga la propria visione etica e con quali pazienti diventa impossibile da gestire (e comportarsi di conseguenza).

In tutti questi casi, l’etica personale del terapeuta diventa una dimensione da esplorare criticamente tanto quella del suo paziente e alla stessa stregua distinguendo in maniera precisa il confine esistente tra dimensione psicopatologica e dimensione etica.

“La masturbazione non è nel progetto di Dio, è contro natura”, mi disse durante una seduta di coppia, una signora 48enne membro di una comunità religiosa, parlando del marito, anche egli parte della stessa comunità, scoperto a chattare con una amante virtuale e occupato in attività masturbatorie.

“Cara signora L., io non so cosa ci sia nel progetto di Dio, non mi sento autorizzato a comprenderlo e non so come sia mai possibile farlo, noi siamo qui per capire cosa accade nella vostra vita di coppia ed io mi sento autorizzato a parlare a nome delle mie conoscenze psicologiche e umane. Per cui in nome di esse, io pur rispettando la sua visione( colpevolistica) sulla masturbazione, posso invece dire, per quel poco che io so, che la masturbazione è nel progetto della natura umana”. Da qui dipartì un fertile filone che nel tempo portò la coppia a ricomporre la frattura dovuta al tradimento virtuale/reale e la stessa signora a chiedermi un fruttuoso lavoro personale,

Ecco, questo mi sembra un buon esempio di come un conflitto etico possa generare conoscenza all’interno di un setting clinico. La mia personale visione etica in questo caso contro quella dei miei pazienti, ma in dialogo, a carte scoperte e senza alcuna supposta superiorità.

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Commenti

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Ah mio caro Luigi. Io ci sono passato.
Dici cose vere, puntuali ed attuali ( come sempre, tra l'altro).
C'è un insopportabile risacca dei sedicenti maestri della psiche che appaiono un pò ovunque.. Alcuni li ho conosciuti bene, altri solo televisivamante. Hanno passato la loro vita a fare quel che loro pareva, sperimentando, cavacando battaglie di laicità.. Scrivendo. Ora che il tempo da vivere è meno di quello campato, sentono l'acido bisogno di tramutarsi in padri severi con fare accigliato, seduti su poltrone con sguardo torvo, o emettendo il loro bollettini di fine generazione. Ecco allora la familgia che si sfascia, il padre che manca, l'eccesso da limitare, i ragazzi da sorvegliare, il no allo smaprtphone, l'elogio della castità. La scoperta di Dio quando la ruota gira bene. Le sparate contro le coppie gay, la scoperta cdella Chiesa.
Fosse solo questo il problema, basterebbe spegnere la tv e dire no alla melma moraleggiante e confessionale che molti di questi sentono il bisogno di gridare i 4 venti.
Il problema è che spesso, come bene sottolinei tu, la utilizzano al lavoro.
UN lavoro mica come tanti. Un lavoro nel quale il proprio sentire deve restare fuori.
Ho incontrato diversi terapeuti, anche chi nascondeva un banale animo conservatore e reazionario.
Non furono solo gli errori clamorosi , le approssimazioni, le mancanza a far deragliare la terapia. Gratta gratta c'era una polpa opaca, di quell'opacità confessionale che pretendeva di dire cosa era bene e cosa era male. Cosa era 'giusto', e cosa ' non giusto'. Sai, ero giovane, ero nel pieno del credo per cui il soggetto è quello che è , nelle sue multiformi manifestazioni, che non immaginavo contro cosa stavo andando a sbattere. Ci ho scritto un libro, ora quasi finito, con una fatica immane, raccogliendo e mail , tracce delle sedute rimaste incise , nelle quali puoi ascoltare cose indicibili come 'peccato', allusioni sulla condotta sessuale di altri pazienti con accenti di reprimenda. . Espliciti riferimenti a Dio. Fu un periodo folle, che portò su di me conseguenze morali, e fisiche che a tutt'oggi pago. L'analisi mutò in una sorta di vaglio 'morale' della mie azioni.
Sono rimasto in piedi. E tenere alta l'attenzione su questo aleggiare di pulsioni confessionali è il mio modo di contribuire a mettere in guardia chi sta per cadere in queste trappole.

Sai cosa penso, Maurizio, che, come in fondo scrivo nell'articolo, questo moralismo tracimante e tasversale sia un prendere il posto vacante aperto dal deficit di carisma lasciatoci da vecchie figure sociali, architravi delle società premoderne, e che sia fatto addirittura in buona fede e che rappresenti un facile scorciatoia in fondo indotta dal clima amorale che gli stessi pazienti (e noi come pazienti) inducono a compensare tramite il lavoro clinico o psicoanalitico. Voglio dire che se non ci fossero pazienti perennemente indecisi a tutto, infantilizzati e immaturi, inconsapevoli dei propri diritti, tutto questo spazio moraleggiante probabilmente non ci sarebbe. Un terapeuta moralista risponde in fondo ad una domanda sociale... Il circuito interpersonale (per dirla alla cognitivista) che si attiva tra plagiato e manipolatore poggia sempre su bisogni reali declinati in forma di dipendenza e affiliazione. Se il terapeuta mostra un disperato bisogno di astanti e affiliati, l'affiliato ha uno speculare bisogno di conferma. Sarò cinico, ma penso che ognuno abbia il terapeuta che si merita in fondo e che se è ammissibile che si possa prendere una cantonata per inesperienza e immaturità c'è tutta la vita per compensare e voltare pagina e sotterrare la fiducia malriposta.
Con ciò naturalmente non assolvo nessun collega che si ponga sullo scranno dell' "orientatore di anime", anzi, penso che questo sia il prodotto di un bug formativo grave e profondo nonché trasversale che dovrebbe indurre i formatori e noi come formatori a ripensare le stesse forme organizzative della formazione rendendole meno verticali e più democratiche. Ma questa è la mia utopia...
Fammi sapere quando esce il tuo libro...

La questione è aperta, e si apre a una doppia lettura.
Parlo da analista, e da questa posizione ho diverse volte espresso il mio pensiero a riguardo. IN un caso riguardo alla deriva confessionale che alcuni esponenti del mondo psy paiono prendere (http://www.psychiatryonline.it/node/5536, commentando qu ala piu’ clamorosa, ma non la piu’ perniciosa)

Così come vedo anch’io che una gran parte di analizzanti appare, oggi, disabbonata dal proprio inconscio, in cerca di un padrone che dia forma ai loro desideri, o addirittura glie li inculchi. (http://www.psychiatryonline.it/node/4591)

Assecondare la richiesta di paternalismo confessionale imperante, non solo è errato, ma è il contrario della posizione dell’analista il quale non deve dare ciò che il paziente vuole, in questo caso una presenza paternale e dirigista.
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Non deve perché indica che il lavoro su se stesso è fallito, nella misura in cui il controtransfert evidenza le sue pulsioni religiose che invece avrebbero dovuto essere relegate in una zona innocua.
La posizione confessionale è la deriva di chi, forse logorato, o forse inadatto a questa professione, fa un bel falò di anni ed anni di studio, passati a indagare la necessità assolta di non far mai tracimare il proprio sull’analizzante.

E’ certo una via facile, assai diffusa. Una sorta di cambio tra la posizione neutra dell ‘analista e quella clerico generalista del buon predicatore.

Lo scopo dell’analisi è sovversivo, sta proprio nel non dare al paziente quello che , sintomaticamente , cerca.

Però è piu semplice, immediato. Fa guadagnare molto piu’ denaro, e non necessita di alcuna messa al voro.

Per il libro, stanne certo! Essendosi conclusa la mia ‘analisi’ con la fuga del ‘terapeuta’ che ha abbandonato il posto quando le difficoltà arrivavano al pettine, condendo il tutto con una minaccia legale a starmene zitto e non chiedere piu’ conto della malcondotta, delle conseguenze nefaste su di me ho dovuto , come immagini, leggerlo, rileggerlo e , soprattutto, farlo leggere a terzi.
Ma è pronto. Ci ho messo anni, ma lo leggerai .

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