CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

LE ANIME DEL POMERIGGIO

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11 luglio, 2016 - 07:09
di Gilberto Di Petta
 

A Saverio e agli altri senza patria

Ho incontrato, nelle città del mondo, i clochard. Occhi umidi e tristi, barbe di anni. Nelle stazioni coi fagotti. Di giorno, di notte. Corpi esanimi avvolti dai cartoni. Senza più chiedermi perché. Ho sentito suonare chitarre, alle salite dei metrò, che mi hanno tolto le domande dalla testa, il puzzo di piscio dal naso, la stanchezza del viaggio di dosso.
Ma è di altri senza patria che voglio raccontare.
Ad esempio di Saverio, del Parco Verde. 
Saverio 20 centesimi è morto. La sua scomparsa sgrana la scia di morti che mi lascio dietro le spalle. Erano, in fondo, gli ultimi veri flaneur. Quelli che vagavano gratis, perché le loro vite non valevano nulla. E a curarli ho donato, con i miei operatori, anche parte della mia, di vita. Quella che se ne è andata con loro. Per la quale adesso scrivo. Martiri della guerra chimica. Non li incontrerò più. Già mi mancano. In fondo hanno dato senso alla mia esistenza, loro, che di senso non ne avevano.  Sono morti, l’uno dopo l’altro, nell’indifferenza dei Servizi. Della gente. Del mondo globalizzato che sussulta per la Brexit e per i kamikaze dell’ISIS. Nel Sud apatico dell’Italia berlusconiana e poi renziana.
Com’era strano imbattersi in questi camminatori solitari, macinatori di chilometri nella desolazione delle banlieu. Viandanti invisibili ai più. Che ognuno incontrava e non vedeva. Che io, invece, continuo a vedere anche da morti. Negli angoli che gli erano tipici. Come se avessero battezzato queste strade senza nome (a-nomine), spalmandoci la loro liquida presenza. Rimanere qui, dove loro sono morti, in questo sterminato hinterland, è il mio mal d’Africa. Questa è la mia Africa. La nostalgia delle loro anime vaganti, nei pomeriggi interminabili del Sud. E nei pomeriggi della mia memoria che non trova pace. Padroni di spazi abbandonati, di recinti industriali dismessi. Di tempi eterni e morti. Di vicoli ciechi. Di silenziosi filari di automobili. Di cassonetti stracolmi di immondizia. Di assi mediani e di cavalcavia.
Saverio-20-centesimi era del Parco Verde, il Parco dello spaccio e dei pedofili, dei bambini che volano dal cielo. Si chiamava così perché vagava chiedendo a tutti 20 centesimi. Solo 20 centesimi, non 50 o un euro, come fanno gli accattoni esosi e antipatici. E riusciva ad averli quasi sempre. Era magro, allampanato, scuro, sembrava l’ombra della sera. Aveva un’espressione innocente e farfugliava una lingua incomprensibile. Un idioma. Era analfabeta. Gli era stata scoperta una miocardiopatia dilatativa. Mi chiedevo sempre come facesse a vivere. Non mangiava. Non beveva acqua. Funzionava solo a droga. La peggiore. Quello che trovava. Tirava, inalava, succhiava. Per il colore mulatto della pelle aveva sicuramente il DNA di un Marine sbarcato a Salerno nell’Operazione Avalanche del ‘43. La mamma era mulatta come lui. A volte lo seguiva a distanza. Perché non gli teneva il passo. Quando c’era il Giano lo abbiamo tenuto in vita. A lui come agli altri. A Marchesani, a Zarzilletto, che si faceva ordinare un crodino prima di parlare con la psicologa, che si sniffava la benzina, che faceva quattro giorni di dialisi e tre di cloruro di etile,a tamponi, nel naso, per svenire dalla vita che lo aveva eternato bambino. Che di sera sfrecciava con la sua moto mignon tra i vicoli di Arzano. Ricalcando il mito di Agostino o’ pazz.    
 
Mi ricordo del matto di Casoria. Che camminava sempre solo. Disordinato, e assorto. Gesticolava. Sentivo i  dire, da bambino, che i matti giravano “a vuoto”. “Perché i matti girano a vuoto?”. “Forse cercano il senno”, pensavo. E ignoravo il tempo che avrei passato con  loro a cercare, nelle case a soqquadro, la perduta ragione. Nei manicomi, la vita. Nelle notti di guardia, il filo di perduti amori. Nei racconti, gli incontri mancati. Nelle orecchie: le voci. I volti, di familiari mai più rivisti. Le attese: di improbabili ritorni. Ho capito, più tardi, che i matti non cercano il senno: seguono, ognuno, il proprio delirio. La ragnatela allucinatoria. Incrocio incrocio, muro muro, porta porta. Le scalinate e i vicoli. La piazze. L’inferno, in fondo, sono sempre gli altri.
E’ morto anche lui poco fa. Aveva la ma età. Eravamo cresciuti insieme. Come le vite parallele. Entrambi dentro e fuori i CSM e gli SPDC. Era un “nuovo cronico”. Uno di quelli che non aveva mai conosciuto il manicomio. Eppure aveva tante discinesie alle mani. Sembrava un polipo quando camminava.
Nel Sud la vita comincia alle cinque della sera. Quando l’ombra appena si allunga. Ma le anime erratiche del pomeriggio sono in giro almeno da mezzogiorno. Non mangiano. Non dormono. Spicciolo spicciolo, goccia goccia, passo passo. Irrequietezza. Ricerca, dannazione, tormento, indifferenza.
Corrao: che ci facevi tu per i quartieri della Cittadella? Guardavi a terra. Camminavi, come chi sa dove andare. E non andavi da nessuna parte. Ma perchè cazzo andavi così di fretta. Tiravi la sigaretta e guardavi a terra. Uomo senza ombra. Nel giubbino d’inverno, e d’estate. Ti superavo, e neanche ti accorgevi di me. Che esistevo. Che ti avevo atteso, al gruppo, e che non eri venuto. Che tua madre e tuo padre piangevano, ormai, per chi è senza padre e senza madre. Venivano loro, mentre tu contavi i chilometri a vuoto.
Checco: di bianco vestito, come Valentino, azzimato e manierato, perverso e violento, tenero e perduto: che facevi il pomeriggio, a quel bar, spalle al muro e faccia alla strada. Eri appena uscito e già ti stavi rifacendo. Alla grande. Chi aspettavi? Ti illudevi di essere un angelo. Un giorno, passando, non ti vidi più in quel punto. Ti immaginerò in un prato. Di sangue sul vestito bianco.
Lelia, ineffabile Lelia. Entravi e uscivi dalle macchine di sconosciuti. Camminavi, borsetta a tracolla e tacchi aspillo, per chilometri sulla statale sannitica, sotto le torcolari di cemento. Come una geisha allo sbando. Senza più il suo signore, offerta al mondo intero. Volasti da un palazzo in costruzione. La coca non ti diede le ali. Dopo il coma, come una falena dal bozzolo, sei tornata a fare la tua vita. Non ho saputo più quando sei morta.
Arcio e Osca, sul vostro “Ciao” sgangherato, di amore e coltellate. Donde venivate e dove andavate? Ve lo siete tenuto questo figlio che aspettavate? Che gli avete raccontato? O ve lo siete venduto?
Andrea, abusivo al vico degli Zingari. Che oggi ci sei e domani no. Di qui e di lì. Te ne sei fatti di Rolex in giro per il mondo. “Dottò me ne sto uscendo.” “Uscendo il cazzo. Andrea. Uscendo, da che?”
Nessuno ne è mai uscito da se stesso. 
Vitruvio, che ogni giorno ti aspettavano al porto, per partire, i marinai di tuo padre: quando ti sei imbarcato?
Vania, che dovevi partorire e andavi a farti: quand’è che hai smesso?
Nando, che amavi la moglie di un altro, che non volevi andare più in farmacia, che sapevi che è sempre meglio fare una domanda che dare una risposta. Che tutte le cose che hai perso non ti hanno avvertito prima di andarsene.
Il vostro tempo: è fermo. Il vostro mondo: è altro. La vostra vita: era questa. Non ce ne sarà mai più un’altra. Io, psichiatra che è rimasto a vedere la frontiera, prima che sparisse, sono stato testimone di questo spreco. Delle vostre vite andate a puttane, senza lasciare traccia, come fiumi che corrono al mare del nulla. Nei quali nessuno si bagna, neanche una volta. Partiture, di cui invano e disperatamente ho cercato di ascoltare la musica.
Dentro di voi. Mi sono illuso di poterci entrare. Ma sono solo scivolato sulla vostra pelle di marmo. Viscidi, come serpenti, che mutano le squame. Avrei voluto fermarvi, avrei voluto mettermi con il mio corpo davanti al vostro. Prendervi il mento con la mano e dirvi: mi vedi? Mi guardi? Ci sei? Esisti? Sei di carne e di ossa? Dove vai?
 
L’estate adesso è entrata. Con quel “sole mio” che Presley e McCartney cantavano Now or Never, con Il vento cocente di scirocco e le gomme che alzano la polvere. Negli specchietti retrovisori i vostri ricordi diventano piccolini. Lontani. Fino a sparire. Animulae vagulae del pomeriggio. I piccioni da strada tirano con la moto. I cani randagi abbaiano.  Gli scugnizzi della banlieu mi salutano.  
Le mattine di maltempo c’era pure un gabbiano, alto, che incrociava sopra il paesaggio di fabbriche. Il mare, in fondo, era poco oltre le pont su le riviere Kwai.  
Ripenso ancora a te, Vitruvio, incollato alla grata del porto, che guardavi ogni giorno la tua nave mollare gli ormeggi. Con tuo padre, sul ponte, che guardava finchè il molo si vedeva. Troppo tardi. “Domani, mi imbarco domani. Un altro giorno. Oggi, l’ultima dose. Domani. Un altro giorno ancora.”Il giorno migliore, Vitruvio, come diceva Kavafis, è sempre quello che ancora deve venire.
Anime del pomeriggio. Perché amavate allo stesso modo i vecchi cortili catalani e i raccordi dell’asse mediano? Le rotonde e i vicoli? I portoni e le cancellate sventrate dei parchi? Le borgate e il corso? Le fabbriche dismesse e i sagrati delle chiese.  Ma dove andavate? E quando vi fermavate? Se vi fermavate?
Sono venuto a cercarti spesso, la sera, tra gli squatter di piazza del Gesù, vecchio Luca. Se avessi avuto allora la buprenorfina forse saresti qua, vivo. A gennaio uscì. A febbraio me ne sono andato io. A marzo non c’eri già più tu. Mi resta il bar, del nostro ultimo caffè. Il piazzale, dove allora fermavo la moto, a segnare il  punto in cui, poggiati allo steccato, ci siamo raccontati l’avvenire e detti addio. E il gruppo, che ho chiamato “Paradiso”. Ti ho cercato anche al Nord, tra i punk-a-bestia stravaccati per le strade, in mezzo a cani famelici. Cerchiati di rabbia e di amenza. Ho chiesto di te a uno con la cresta gialla e gli anelli nel naso, coricato trai cartoni, lattine e bottiglie: “Conosci Luca?” “Chi cazzo è?” “E già, chi cazzo eri? E tu, chi cazzo sei?” “ Ma te chi cazzo sei sclerato vaffanculo!”
 
Zanobbi, vecchio Zanobbi dal riso fatuo e infernale. Che vedevi gli uomini trasformati in elefanti, e ridevi. Che ti sei tirato l’acqua delle fogne. Che ti trovavo sempre nei giardinetti della stazione, a qualunque ora tornassi. E mi aiutavi a portare le valige. Quando ti barricasti in casa e ti masturbavi davanti alla dottoressina che voleva farti il TSO. Con i carabinieri fuori dalla porta con le pistole sfoderate. Loro con le pistole e tu con il cazzo fuori a fronteggiarli. Che sei evaso da tutti gli SPDC. Quante sere con tuo padre abbiamo aspettato il tuo ritorno a casa. Vecchio Zanobbi, che un giorno uscisti di casa e dicesti, come ogni giorno: “Oggi vado ad uccidermi”. Quel giorno invece era il tuo giorno. E scavalcasti il muro della ferrovia, dietro le case abusive del tuo quartiere Stella, e mettesti la testa sul binario, preciso, al passaggio dell’Intercity. La tua testa, che rotolò sulle traversine come un pallone. E tuo padre, che ti aveva sempre accusato di avere una testa di cazzo, si ritrovò con la tua cazzo di testa tra le mani. L’ho visto piangere, quando venne al Centro Giano. E’ stata l’unica volta, quella, che io e tuo padre siao riusciti ad abbracciarci. Addio Zanobbi. Ti ho fatto una targa, al Giano, dove ti ho dedicato un aforisma di Giordano Bruno : triste nell’allegria, allegro nella tristezza.
E tu, Mosca, che tra un arresto e l’altro, allucinato, finivi ad Eboli, dove pensavi che la direttrice del carcere fosse tua madre, che per te non è mai morta.
 
Anime del pomeriggio. Che con la vostra malinconia, come Charlot, camminavate per le strade di un mondo che non vi apparteneva; che cercavate qualcuno a cui raccontare, essendo creduti, la storia della vostra vita improbabile. Che avete vissuto senza relazioni, sarebbero state carboni ardenti. Senza lasciare una traccia, sarebbe stata un’orma sull’acqua. Senza un progetto di vita, sarebbe stata una beffarda fata morgana. Vi ho sentito morire, lentamente, uno ogni giorno, terminali. Abitatori di cimiteri inesistenti. E vi cerco, ogni giorno, in ogni angolo, perché nessuno di voi per me è dimenticabile. Anche se non c’è mai stato. E’ stato bello avervi incrociati. Sogni di ombre. Dita, di toccate e di fughe. Grazie, di essere comunque vissuti, a vostro modo poeticamente, in questo mondo tecnologico e perfetto, opulento e globale, dove nessuno di noi, in fondo, si sente mai veramente a casa; vi prego, non smettete mai di passare, almeno di passare, tra i cieli della mia memoria, come rondini che non trovate grondaie.         

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Commenti

Anime del pomeriggio: credo che le tue parole eleganti e radicalmente umane ne abbiano richiamato alla mente e al cuore tante a ciascuno di noi, incontrate sul lavoro o nella vita, incontrate nei servizi, nei pronto soccorso, negli ospedali, nelle case e nelle strade. Anime poetiche e fragili corpi, proprio come li hai descritti tu. Eredi degli ubriachi di Guccini e frequentatori dei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, di De André. Abitatori del margine e del rischio, a volte per necessità, a volte per scelta; a volte, sarebbe difficile dire quanto per l’una e quanto per l’altra. Abitatori di un'altra città che sorge nello stesso luogo della nostra, ma è un’altra, molto meno sicura. O forse, abitatori in modo diverso della nostra stessa città. E noi, gli operatori dei servizi, siamo forse quella fragile parte della città sporta a tessere verso di loro esili ponti, modeste, precarie e sempre piuttosto ambivalenti, ipocrite e un po’ restie offerte di aiuto. Non credo che Claudio abbia mai visto nella sua vita i luoghi di cui parli, ma nel leggere delle tue anime del pomeriggio ho avvertito una fortissima sintonia e mi è parso che anche lui avrebbe potuto trovare posto tra loro; o comunque, le tue storie di anime del pomeriggio mi hanno fatto tornare in mente pochi versi, forse un po’ sgangherati non so, che gli ho dedicato il giorno dopo la sua morte e mi è venuta voglia, vinta qualche ritrosia, di rendertene partecipe.

Canzone per Claudio (25 settembre 1983).

E il giovane poeta / facendo il musicista / ha impiccato con la seta / i versi suoi d'artista. // Il giovane accattone / poeta d'insuccesso, / la morte è un'iniezione / il monumento, un cesso. // Amico mio, ricorda, / ricordo amico mio / quando con la mano, /dolce, mi facevi addio // quando chiedevi / solidarietà, / facendoti elemosina, / facendoti disprezzo, // per questa tua città / dove ogni cosa ha un prezzo; / e ora non sei più, / l’amore è crocifisso, // mentre io mi risveglio / in questo mondo scisso... / di fronte alla stazione, / io salutavo lei, // lì dove poche ore dopo / finivi i giorni tuoi… / i tuoi giorni finiti / da solo dentro un cesso // accattone ignorato, / poeta d’insuccesso, / dolce amico mio / che con la mano, dolce, // ancora mi fai: addio.

Caro Paolo, i tuoi versi sono pregnanti e bellissimi. Colgono la vita di Claudio che è la vita di tutti i senza storia. Le loro vite si somigliano in maniera impressionante. Esse sono disumane in quanto astoriche, in quanto uguali, ridotte alle necessità vitali e caratterizzate dal camminare senza senso. Il nostro contributo vorrebbe storicizzarle, rendendole diverse. L'introduzione del tempo in queste vite senza tempo si rivela difficile, drammatica, a volte impossibile. Sono umanissime, pur contenendo questo radicale disumano dell'assenza del tempo, poichè ricordano a noi umani il fondo astorico su cui poggiano le nostre esistenze : il nulla, la precarietà, la morte. Questo ci sconvolge. E tuttavia senza l'intuizione di quel fondo astorico che è il comune denominatore tra noi e loro, non abbiamo alcuna possibilità di incontrarci. I tuoi versi, nella loro scarna essenzialità, restituiscono alla vita di Claudio una pulsazione storica, la legano alla tua vita, gli danno la possibilità di nidificare dentro di te. Per me è importante sentire, che il mio sentire non è isolato. Dobbiamo lavorare per reintrodurre dentro la nostra clinica e dentro al nostra prassi questa sensibilità senza la quale ciò che facciamo è pura routine burocratica, pari a qualunque ufficio comunale o di polizia. Ti abbraccio, ma soprattutto, ti ringrazio.
Gilberto

Il "mal d' Africa" e lo stile lirico e intenso mi hanno richiamato in mente per associazione, in una rete di rimandi mnemonici, l' amato psichiatra-scrittore Antonio Lobo Antunes di "In culo al mondo" : anche lí, in una Angola terrificante e struggente, la guerra, il dolore, la miseria, la morte di tanti uomin,i "gettati" per caso "in culo al mondo", diventano magicamente poesia e ricordo marchiato a fuoco nella carne grazie allo sguardo e alla scrittura trasfigurante dell' autore. In entrambi i casi, nutrimento per l' anima.

Cara Alessandra, ti ringrazio per la tue capacità di cogliere la diversità di un linguaggio, che, al di là dei suoi riflessi poetici ed estetici, vuole sforzarsi di trasfigurare, di costituire, di dare forma a grumi densi di esistenze che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di essere rappresentati, nel letto di Procuste della nostra nosografia clinica. Decenni di DSM hanno tolto la parola a noi psichiatri. Ricostruire un linguaggio che abbia una presa non è facile. Di certo non è un'operazione nostalgica. Dovremmo rileggerci le descrizioni di Esquirol, per ritrovare le parole per dirlo. Ovvero di quella psichiatria che attingeva alla grande casistica letteraria, prima che la sua contaminazione con la semeiotica clinica radesse a zero le sue capacità espressive. Ci si vede a Figline!


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