IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Dall'individuale al collettivo

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21 giugno, 2017 - 10:04
di Antonello Sciacchitano
Le maître de demain, c’est dès aujourd’hui qu’il commande.
Jacques Lacan

 
In questo post procedo dall’individuale al collettivo in senso inverso rispetto al precedente: “Dal collettivo all’individuale” (http://www.psychiatryonline.it/node/6810), dove ho tentato di indicare una strada per passare dalla proprietà dell’insieme a quella dei suoi elementi (processo di individuazione secondo Jung); ora mi baso su autorevoli suggestioni per risalire dagli elementi all’insieme, dai soci alla società.

In epoca moderna i primi passi in questa direzione li mosse Spinoza. Nel XVI capitolo del Trattato teologico-politico, pubblicato anonimo ad Amsterdam nel 1670, Spinoza scrisse:
 
“La società può costituirsi senza che si venga a creare conflitto con il diritto naturale, e ogni patto può essere rispettato con piena lealtà soddisfacendo dunque a questa condizione: che ciascuno alieni a favore della società tutta la potenza di cui dispone [per difendersi dagli altri]. La società verrà così investita del sovrano diritto di natura su ogni cosa, cioè essa sola tratterrà nelle proprie mani l’autorità suprema alla quale ciascuno si troverà nella condizione di dover ubbidire, sia di sua spontanea volontà, sia per timore della pena capitale.
Un così inteso diritto esercitato dalla società è detto “democrazia”: regime politico definibile appunto come unione di tutti i cittadini, la quale possiede ed esercita collegialmente un diritto sovrano su tutto ciò che è in suo potere. Ne risulta che questa potestà non può essere condizionata da nessuna legge e che tutti le debbono sottostare in ogni campo; sottomissione del resto che, espressamente o tacitamente, dovette essere pattuita quando tutti trasferirono nella società l’intera potenza di cui disponevano per difendersi, e quindi ogni loro diritto.” (B. Spinoza, Trattato teologico-politico (1677), trad. S. Rizzo e F. Fergnani, UTET, Torino 1972).
 
Per quanto riguarda il tema che mi interessa – i collettivi di pensiero psicoanalitico – Spinoza esclude la possibilità di fondare la convivenza democratica su autorità magistrali, per esempio su quella del principe alla Hobbes. I collettivi fondati da maestri, basati su dottrine magistrali inconfutabili e imposte dall’alto, sono costituzionalmente antidemocratici; sono “orde primitive”, sulla falsariga dell’Urhorde proposta da Freud in Totem e Tabù (1912) e riproposta in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921). Le “orde didattiche” si basano sulla violenza arbitraria del maestro contro la libertà di pensiero dei singoli allievi (v. il capitolo XX del suddetto Trattato, il cui titolo cita le Storie di Tacito). Nei collettivi psicoanalitici l’operazione di magistero si vende all’insegna della “formazione psicoterapeutica”, garantita dalla collettività in nome della salvaguardia dei pazienti, ma dietro l’ipocrisia terapeutica si cela la pura violenza intellettuale. Nello stesso XVI capitolo Spinoza cita Seneca per il quale “nessuno poté mantenere a lungo un dominio fondato sulla violenza arbitraria”. È un dato.
Senza polemizzare, mi chiedo come vadano le cose se il collettivo di pensiero si orienta in senso scientifico, come auspico per la psicoanalisi, per esempio parlando di metaanalisi. È ancora possibile la democrazia in regime scientifico? Sulla questione ritengo pertinenti e illuminanti le considerazioni che di recente Telmo Pievani ha esposto in La democrazia della scienza sul numero 586 di Le scienze (giugno 2017, p. 14), prendendo posizione contro le pervasive e perniciose idiozie anti-vax. L’assunto del filosofo delle scienze biologiche è che “tra il metodo scientifico e quello democratico ci siano analogie ma anche differenze”. Allora, “perché la scienza non dovrebbe essere democratica?” Cito:
 
“Scienza e democrazia sono sistemi imperfetti e vulnerabili, entrambi controintuitivi rispetto a molte pulsioni umane, evolutivamente radicate, che ci porterebbero a scegliere scorciatoie assai più facili. Quindi hanno bisogno entrambe di continua vigilanza, di un’educazione precoce e di una buona comunicazione per essere capite e condivise.”
“La scienza è una delle invenzioni più gloriose dell’umanità e ha in comune con la democrazia (o con ciò che la democrazia dovrebbe essere) molti elementi: confronto libero tra pari, revisione critica dei propri convincimenti, argomentazione razionale e non dogmatica, valore del dissenso, condivisione di un linguaggio comune, rifiuto di autorità assolute, etica della trasparenza, importanza della reputazione”. […]
“Ora mettiamo sulla bilancia ciò che scienza e democrazia non hanno in comune. I risultati scientifici non si decidono né a maggioranza né con referendum, bensì attraverso esperimenti e indagini, controlli incrociati, revisioni tra pari, statistiche. Il consenso scientifico consolidato su un dato tema […] non può avere lo stesso peso dell’opinione di un singolo scienziato […]. Lo stato dell’arte non può essere aggirato o negato: certo, può sempre essere criticato e sfidato, ma con nuovi dati e con l’onere della prova.” […]
“Potremmo concludere che in realtà la scienza è molto democratica nelle regole che si è data per sottoporre a continuo vaglio critico i propri risultati e per accumulare sempre nuove conoscenze. Quel che non è affatto democratico è invece il consenso acquisito su un determinato insieme di evidenze empiriche, alcune delle quali, per quanto in linea di principio sempre rivedibili e affinabili, sono ormai assodate oltre ogni ragionevole dubbio.”
 
Come dovrebbe essere evidente a tutti (ma forse lo è solo per pochi), i collettivi di psicoanalisi, fondati da autorità che si sono autoimposte alla propria cerchia di adepti, distano anni luce dai collettivi democratici e ancor di più da quelli scientifici. Non hanno revisione collettiva né costruzione di teorie condivise né collegio di pari, ma solo insegnamento ex cathedra, oggi anche con i moderni mezzi di comunicazione di massa. Sarebbe in psicoanalisi possibile l’evoluzione della vita collettiva verso forme di maggiore democrazia e/o maggiore scientificità?

Possibile in teoria, improbabile in pratica. Quel che essenzialmente manca ai collettivi psicoanalitici è il fattore aggregante del legame sociale elementare, su cui si basa ogni economia sana: la fiducia nel lavoro dell’altro – mon semblable, mon frère; il contributo dell’altro vale quanto il mio o di qualunque altro, perché si ispira a certi paradigmi comuni. Gli antichi greci la chiamavano pistis e non ha nulla a che vedere con la credenza religiosa nella dottrina imposta dal maestro. È un fatto di costume prima che un riferimento teorico. È “il noi pensiamo” che precede “l’io penso”. Detto alla Heidegger, “il noi pensiamo” è l’essere dell’esserci dell’“io penso” individuale; “noi pensiamo” è la schiarita o la radura collettiva nel bosco della natura, da cui germoglia il pensiero individuale. (Cartesio arriva a Heidegger via Nietzsche – a un prossimo improbabile post).

In regime fiduciario non c’è il maestro unico; io considero maestro chiunque in sintonia con me elabora una teoria condivisa e può correggermi come io correggo lui. Questo è il grado zero della cooperazione. In regime autoritario, invece, non esiste cooperazione tra singoli, neppure minimale. Lì ognuno è una monade che rimugina solipsisticamente il sapere elargito dall’alto dall’unico maestro e acriticamente inghiottito. (“Acriticamente” perché di fronte al maestro non c’è un “altro” che competa con lui e apra prospettive differenti dalle sue). Le diverse varianti epistemiche che man mano si producono in funzione delle piccole differenze personali non sono mai messe a confronto e discusse collettivamente; infatti nella massa identificata all’uno non esistono interazioni tra singoli. Quando finalmente i singoli si confrontano, di solito si scontrano; allora avviene la scissione della scuola in sottoscuole, capeggiate da sottomaestri, ognuno dei quali ritiene sé stesso ortodosso e gli altri eretici.
Sto fantasticando? No, sto teorizzando in base a esperienze comuni, senza pretese di insegnare niente a nessuno, perché sto dalla parte della democrazia e della scienza. La mia, però, non è un’astratta fantasia teorica. Segnalo subito il riferimento concreto che in pratica fa la differenza. Tutto si gioca intorno alla parola “modello”. Questa parola ha significati antitetici a seconda del contesto o autoritario o scientifico in cui si inserisce. A differenza dell’italiana, la lingua tedesca distingue bene i due sensi con due parole diverse.

In contesto autoritario, tipicamente nella scuola, “modello” significa “prendere a modello”, cioè “riprodurre l’ideale offerto dal maestro come riferimento esemplare”. È das Muster o das Vorbild dei tedeschi. In questo senso “modello” implica “copia conforme” all’ideale, preso a esempio. Realizzare il modello è sempre opera di conformismo e ortodossia. Chi non si adegua passa per eterodosso, prima, ed eretico, poi. Tipicamente la massa freudiana, si regge identificandosi al Führer; in essa ciascun individuo pone l’oggetto esterno al posto dell’Ideale dell’Io e si massifica intorno a lui. Niente interazioni reciproche tra i singoli componenti, perché tutti guardano in alto all’ideale, preso a modello, e trascurano l’interazione orizzontale con il vicino della porta accanto. L’astratto “appartenere” prevale sul concreto “appartenere insieme”; il primo è caratteristico del giudaismo, che postula l’elezione del popolo da parte di Dio, il secondo del cristianesimo, che si fonda sulla carità universale, in cui si incarna l’amore immotivato e spontaneo di Dio, l’agape. (Le conseguenze di questa differenza civile determinano la prima grave scissione psicanalitica tra freudismo “rabbinico” e junghismo “protestante”). Tanto più forte è l’identificazione all’Uno, tanto più deboli sono le differenze tra i singoli uni. La prima differenza destinata ad appiattirsi sotto il maglio dell’identificazione è quella sessuale. Controprova? Nel freudismo non esistono due edipi: un edipo maschile e uno femminile, essendo entrambi i sessi modellati in modo unificato sul Führer, l’unico portatore del fallo. In questa logica Lacan asserirà l’inesistenza del rapporto sessuale “che possa essere scritto”. Negli assai ristretti limiti in cui i dati empirici possono confermare le teorie, i kamikaze terroristi confermano.

Tutt’altro è il significato di “modello” in ambito scientifico. Il modello di una realtà naturale è uno schema teorico che descrive e spiega una classe di fenomeni. In tedesco si dice das Modell. Esso non ha nulla di ideale, come scrisse nel 1936 Husserl in Crisi delle scienze europee, quando le scienze europee non erano affatto in crisi ma al massimo del loro fulgore. Il modello è una semplificazione generalizzante dei fenomeni fisici; per esempio, il modello galileiano del moto “locale” (l’aggettivo molto moderno è di Galilei) prevede una sfera dura che rotola senza attriti lungo un piano inclinato. Tanto basta perché l’analisi matematica porti alla correlazione parabolica tra spazio e tempo.

Non è eccezionale che un modello scientifico valga per più realtà fisiche, anche eterogenee; per esempio, la stessa legge descrive campi elettrici e gravitazionali. La parola cartesiana originale per modello scientifico è niente meno che favola. Mundus est fabula, diceva Cartesio a proposito delle proprie storielle meccanicistiche di vortici e di flussi di particelle attraverso pori più o meno larghi. “La favola del mio Mondo mi piace troppo per rinunciare a completarla” (Lettera a Mersenne del 25 novembre 1630). Nella fabula la realtà romanzesca raddoppia la scientifica. Il Don Chisciotte di Cervantes è coevo del Sidereus Nuncius di Galilei. Raccontano favole in cielo e in terra.
In questo senso i modelli ottici di Lacan sui rapporti tra Io ideale e Ideale dell’Io sono interessanti favole, che raccontano in modo diverso da Freud come funziona l’apparato psichico freudiano. (Cfr. J. Lacan, Remarque sur le rapport de Daniel Lagache: “Psychanalyse et structure de la personnalité (1960), in Id., Écrits, Seuil, Paris 1966, p. 647). Tuttavia le favole lacaniane hanno solo una parvenza di meccanicismo, presa a prestito dalla fisica. La loro pesante connotazione metaforica è funzionale alla trasmissione della dottrina agli allievi più che all’approfondimento della ricerca psicoanalitica. (Funzionerà allo stesso modo didascalico il ricorso alla topologia e alla teoria dei nodi, storielle inventate dal maestro a fini didattici e non di ricerca).

Oggi, fatta eccezione per il modello dell’arcobaleno, le favole cartesiane sono decadute grazie al lavoro di analisi e di critica della comunità scientifica – un lavoro inimmaginabile in regime autoritario, dove i modelli si eternizzano per via dogmatica e diventano miti: l’edipo, la castrazione, gli archetipi, i significanti, ecc. Tuttavia è rimasto in piedi l’astratto modello cartesiano di modello scientifico: un costrutto epistemico riguardante particelle materiali tra cui valgono certe simmetrie o interazioni (preferibilmente per contatto tra corpi “estesi”). Si chiama meccanicismo e data dai tempi di Democrito e Leucippo (V sec. a.C.), autori messi al rogo da Platone, perché privi di rifermenti ideali. Per esempio, oggi i fisici usano come modelli sistemi di equazioni differenziali che stabiliscono delle simmetrie elementari, valide localmente (teorie di gauge); poi ne valutano empiricamente e collettivamente gli esiti in termini di onde elettromagnetiche o gravitazionali, che occupano globalmente lo spazio. (Il rapporto tra locale e globale è a sua volta un modello topologico molto generale e semplificato dell’interazione tra individuale e collettivo).

Per noi psicoanalisti, invece, ancora oggi i modelli significano copie conformi ai dettami e ai tic mentali di qualche maestro che in gioventù ci ha sedotto e che in età matura ricalchiamo (v. http://www.psychiatryonline.it/node/6784 Ricalcare il maestro?). Insomma, noi psicoanalisti scimmiottiamo. La scienza, però, non è alla portata delle scimmie, perché più dell’imitazione richiede l’impegnativa cooperazione di tutti sia per disfare teorie antiche sia per farne di nuove. (Tra parentesi, gli psicologi sperimentali mi riferiscono che le scimmie adulte sono meno brave a imitare di un bambino di tre anni).

Il punto paradossale, che merita ulteriori analisi, è che il regime imitativo favorisce il conflitto tra imitatori, perché ciascuno ritiene di imitare il maestro meglio degli altri e considera l’altro imitatore un competitore, quando non addirittura un persecutore. Nella clinica psicoanalitica il fenomeno si registra regolarmente come “paranoia post-analitica”, termine proposto da Lacan nel seminario sull’Io del 25 maggio 1955. Allora l’analizzante si sente perseguitato dall’analista, che pretende guarirlo, e reagisce tessendo un delirio più megalomane che persecutorio, infarcito di teoremi psicanalitici di dubbia pertinenza. Lacan non previde il caso inverso, non meno frequente, della paranoia dell’analista nei confronti del proprio analizzante, data la simmetria tra transfert e controtransfert. Le scissioni in miriadi di scuole psicoanalitiche poggiano sul narcisismo delle piccole differenze, orientato alla e dalla paranoia. La loro anima collettiva, che trasmigra in svariati “ismi” da un collettivo all’altro, consegue all’identificazione all’enorme narcisismo del maestro originario.

Concludo con un granellino di sale. Anche nelle associazioni psicoanalitiche il passaggio dall’individuale al collettivo è largamente indeterminato. Secondo Rawls la genesi del collettivo, di cui parla Spinoza nel suo Trattato teologico-politico, si realizza dietro un “velo di ignoranza”. Tuttavia l’equa cooperazione, cui mira il filosofo politico, non può non far ricorso a una buona dose di ideologia per affrontare le incertezze di percorso e gli imprevisti del reale. Ogni ismo ha la propria ideologia; a destra si privilegia la legalità, a sinistra la giustizia e l’equità. Non è il caso di assumere un piglio paranoico, prenderli di petto e combattere gli ismi; i fondamentalismi sono inevitabili “malattie infantili” (in età avanzata) dal colorito paranoico; finché non armano eserciti o non ordiscono attacchi terroristici, non sono malattie preoccupanti; producono solo sterilità, a giudicare dalle produzioni degli epigoni. Freudismi, junghismi, lacanismi, bionismi che attraversano il mondo psi, lasciamoli correre. Quando saranno arrivati al capolinea, sarà forse possibile avviare un confronto che li superi e superi le piccole verità di scuola da cui sono partiti, certo necessarie per partire. Alla fine tutti noi ripetiamo la vicenda che Freud tratteggia in modo commovente in La psicologia del ginnasiale (1914); facciamo una patetica confusione tra le figure degli insegnanti e le scienze da loro insegnate: identificati come siamo alle loro persone, perdiamo la loro scienza.

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