Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

La legge di sangue contraddice il principio della fraternità universale: è ingiusta

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9 ottobre, 2017 - 15:53
di Sarantis Thanopulos

La Corte di Cassazione ha annullato la pena all’ergastolo di un uomo che ha ucciso il figlio. Non ha ritenuto valida l’aggravante dell’uccisione di un consanguineo perché il figlio era adottivo. La sentenza ha creato malumore perché è in contrasto con il comune senso di compassione. Tuttavia la decisione della Corte rispetta la legge ed è corretta. È la legge che limita l’aggravante ai legami di sangue ad essere sbagliata.
È considerato da sempre “di sangue” il legame naturale dei genitori con i figli e anche quello di questi ultimi tra di loro. Ha il valore psicologico di un’affinità identitaria di modi di essere, la cui conferma è cercata nella somiglianza fisica e caratteriale. Il legame naturale, di cui oggi conosciamo la costituzione genetica, è il fondamento di un rapporto che si pretende definito in partenza, a sé stante. In realtà la particolarità del legame tra genitori e figli e tra fratelli e costruita, nel bene e nel male, attraverso le loro relazioni mai avulse dall’ambiente esterno alla famiglia.
La differenza del rapporto dei genitori con i figli adottivi rispetto a quello con i figli naturali, può essere significativa solo per il più complicato investimento reciproco, che ci può essere, non certo per ininfluenti motivi biologici. Il legame di sangue è una credenza legalmente riconosciuta che sostiene l’esigenza difensiva e fuorviante di separare il valore delle relazioni familiari dalla loro effettiva qualità erotico/affettiva.
L’unico legame di sangue che ha un significato relazionale, corrisponde al fatto che il mondo lo incontriamo per la prima volta attraverso il contatto stretto con il corpo materno, dopo aver alloggiato nel suo interno. Il sangue di questo corpo ci ha nutrito. In virtù di questa eccezionale comune esperienza psicocorporea, la madre ci investe in modo eccezionale appena nasciamo (e in attesa che ciò accada). Un riconoscimento speciale a cui rispondiamo in modo ugualmente speciale.
Il legame di sangue con la madre, a cui la legge ebraica associa il diritto di cittadinanza, porterebbe alla nostra annessione a un universo materno chiuso all’alterità e intrattenente un rapporto di “toccata e fuga” con il mondo, se esso non fosse animato dalla legge del desiderio, la legge delle differenze paritarie dei soggetti desideranti. La parità delle differenze richiede la presenza strutturante della relazione erotica tra i genitori che assegna una funzione di ridistribuzione parificante delle correnti di desiderio all’interno della famiglia al padre: colui che non viene dal grembo della madre e non ha con lei un legame di sangue e neppure con i figli.
La responsabilità dei genitori nei confronti dei figli che assegna loro una maggior colpa se li danneggiano, non cambia in nulla per il fatto che li hanno adottati invece  di procrearli. Si impegnano a prenderne buona cura perché sono esseri umani il cui destino è fortemente dipendente dalla loro dedizione. Questa cura, di cui possono essere chiamati a dar conto, non la porteranno a buon fine perché fa parte di una loro prerogativa naturale, che non li impegna veramente, ma perché sono capaci di amare rispettando la particolarità dell’oggetto amato. Su questo piano ogni figlio è adottato: non è  trattato dai genitori come propria estensione, ma è riconosciuto e accettato nella sua differenza e amato prendendo cura di essa.
La legge di sangue contraddice il principio della fraternità universale che ignora i legami naturali e si basa sullo scambio paritario tra le nostre differenti declinazioni della comune materia umana. Viola il fondamento della giustizia, è una legge ingiusta.  

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