PSICOANALISI ETICA
Tra clinica, arte e contemporaneità
di Annalisa Piergallini

MA GLI UMANI SERVONO DOMESTICI ELETTRICI?

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20 ottobre, 2020 - 17:29
di Annalisa Piergallini
Ma gli umani servono domestici elettrici?[1]
La vita quotidiana, già così complessa, è messa sotto ulteriore stress da questo virus e da questa emergenza, che si prolunga. Notizie contraddittorie ci assalgono. Mangiamo numeri e ansia, ansia e numeri. I nervi cedono. L’umore vola basso. L’isolamento non aiuta. Siamo confusi.
Alcuni sbandierano certezze di deliri collettivi, anche pilotati da estrema destra. Alcuni sono immobili, dentro e fuori. Gli ipocondriaci hanno praticamente interrotto ogni rapporto che non sia obbligatorio, compresa a volte la loro psicoanalisi. Altri sembrano schiacciati dal sapere ufficiale: una vita per i numeri. Ma come dice il mio caro amico e ottimo pittore Maxs Felinfer: “voglio morire da vivo, non da morto”.
Siamo qui, a ottobre 2020, fondamentalmente, ad aspettare. Cosa che di solito, fondamentalmente, adorano fare gli uomini e ormai anche le donne. Aspettiamo, dormiamo, sogniamo. Ma svegliarsi, come ci ripetono a gran voce Freud e Lacan, resta la cosa più difficile. E si esita quasi a usare la splendida parola, svegliarsi, per l’imbarazzo d’esser presi per complottisti.
Complottista, resilienza, buonismo, buonismo di sinistra, populismo, destra, sinistra, Peppone, Don Camillo, bianco, nero… Una dittatura c’è di sicuro: quella del significante. Nudo e crudo il reale fa capolinea dietro le recinsioni virtuali degli odierni campi di concentramento. Non fil di ferro ma fili elettrici, caricatori del cellulare, del portatile, del tablet. Fili, regole, limitazioni che siamo noi stessi a darci; fin da prima del Covid. Netflix, Amazon, comprare on line, la play per il bambino, il cellulare per tutti, il computer, ma abbiamo tutti anche almeno una televisione. Non vi dico con la didattica a distanza come sono andati a ruba i portatili. Puoi ordinare il tuo pasto online. Perché prima come facevamo? Per telefono… Come dice Natalino Balasso “e tutto questo per leggere il giornale online?!!”
Il lockdown di marzo scorso è caduto a pennello per far chiedere a qualcuno: a che punto siamo? Con i nostri rapporti, la nostra famiglia…, gli amici. A che punto siamo con noi stessi, con la nostra solitudine.
Cade a pennello, soprattutto, per svegliarsi finalmente. Vedere a che punto siamo con il nostro pianeta. Abbiamo capito che il problema non è esattamente salvarlo. La terra andrà avanti senza di noi, si rinnoverà tagliando molte specie. La sesta estinzione (rivista “le Scienze”) sarà provocata dagli esseri umani, che molto difficilmente saranno tra le specie che sopravviveranno. Gli scienziati scrivono con il loro tono leggero, come se la cosa non li riguardasse affatto. E da un certo punto di vista in effetti hanno ragione, non li riguarda come scienziati, ma solo come esseri umani.
Gli appartenenti alla specie umana come reagiscono a questo dato di fatto? Con la scissione, la depressione, la disperazione e con l’ansia. Ma perché non siamo andati tutti in ansia per i milioni di bambini morti di fame o di mare, per le migrazioni dovute alla miseria e alla guerra? In effetti ci siamo andati in ansia, gonfiando a dismisura il senso di colpa. Impotenti di fronte a un capitalismo acefalo. Che noi serviamo, di cui siamo servi.
Ci siamo messi oggetti dentro casa che dovremmo consumare solo al circolo del quartiere, al centro sociale, al dopolavoro. Non passare gran parte della nostra vita soli o in famiglia, alle prese con cose che ci vendono, oltretutto che ci vendono persone che non conosciamo.
“…al livello dei mezzi di produzione, in quanto sono questi, ormai, a condizionare realmente la pratica del piacere.” Così scrive Lacan nel seminario XVI[2].
“Macchina cominciò a lavorare con farina di fame.” Canta il poeta Caveirinha

"Di fronte a queste cose che cominciano ad apparire ineluttabili, è del tutto inutile lasciarsi deprimere. Bisogna, anzi, a maggior forza, reagire. Conservo la mia capacità di reazione ma anche il mio equilibrio, allorché dico: ‘Di fronte a tutto questo, io provo a far qualcosa’. L’unico rimedio, in qualsiasi situazione, anche nella più sciagurata, è provare ad agire contro." (Joyce Lussu)
 
C’è un’altra via che viene nascosta con le unghie, i denti e le insegne luminose: provare a fare qualcosa. Insieme.
Non si è insieme online e il problema c’era anche prima dell’emergenza pandemica. Sono soprattutto i giovani a mostrarcelo chiudendosi in casa. Un ragazzo mi raccontava che alla gita della maturità, a Berlino, i professori avevano indicato agli studenti un supermercato sotto all’hotel in cui potevano comprare alcolici e rimanere nelle camere. Naturalmente potevano scegliere, loro li avrebbero accompagnati, ma nessuno voleva uscire. Ma quanto devi bere per rimanere in camera la sera a 18-19 anni mentre potresti andare in giro per Berlino?
Uscire è diventato pericoloso, questa percezione era potente anche prima del lockdown: uscire è più pericoloso di una volta. In realtà, se si guardano le statistiche, gli assassini sono diminuiti sempre di più negli anni, sono sempre di meno in Italia, ma la televisione non dice questo, diffonde dati, staccati dalla storia, anche minima. Numeri col punto esclamativo vengono lanciati come pugnali, fino a rendere un docente così ubriaco di paura da invitare dei diciottenni a passare la sera a Berlino a bere chiusi in una stanza.

La massa di giovani che non vanno a scuola, non lavorano e non cercano lavoro ci dà il polso della situazione: il ritiro sociale, diventato legge in lockdown e aggravato spesso, era notevole anche prima. E non solo nei giovani. Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, il distacco viene chiamato sociale, mentre sarebbe solo fisico, ma non è nemmeno proprio così perché il corpo non è un optional.
Come psicoanalista, sono un po’ preoccupata di come ci si adatti, anche con un certo sollievo, in alcuni casi, a rinunciare alle sedute in presenza per quelle al pc. La differenza la fa il corpo e la psicoanalisi si occupa proprio di lui. La pulsione, insieme alla pulsione di morte, come sostiene anche Rossella Valdré, sono le grandi dimenticate dalla psicoanalisi contemporanea. Non sono sole, sono in compagnia della diagnosi differenziale, oscurata con la scusa che sarebbe superata; insieme alla pulsione di morte, tra l’altro da sempre poco considerata come fosse effetto della tristezza senile e post-bellica di Freud.
Attention please: non dico affatto che non si debbano fare sedute a distanza, se non si può fare altrimenti, ci si attrezza con quello che si ha, ma tra una seduta dal vivo e una online c’è la stessa differenza che c’è tra un aperitivo al bar e uno in videochiamata.
I videogiochi riempivano i giorni degli adolescenti già dagli anni ’80, ora però è diventato praticamente indispensabile agganciare i bambini alla play-station, che se ne approfitta alla grande, con prezzi assurdi per l’aggeggio, poi i giochi e perfino gli abbonamenti per giocare online. Poi, certo, quelli bravi sanno fare le cose sul filo della legalità e spendere meno di un quarto. Quelli bravi a fare l’orto mangiano meglio e quelli che sanno fare il sapone evitano di passare mezza stagione a studiare le etichette dei detergenti.
Quelli bravi sanno aggiustare, senza perderci troppo tempo, i loro elettrodomestici. Domestici elettrici. I nostri schiavi personali, uomini e donne, per la parità ognuno di noi può avere un certo numero di domestici elettrici.
In realtà siamo noi al servizio del domestico elettrico. Dobbiamo servirli, oltre ad averli dovuti pagare. Ma è dell’oggetto perduto poi alla fine che siamo schiavi e questa non è cosa nuova:

Non si sazia l'occhio di guardare
né mai l'orecchio è sazio di udire.
(Da l’Ecclesiaste[3])
 
Non è ideologia, non è religione, l’oppio dei popoli è l’omologazione. Un lento processo, che ha ricevuto negli ultimi tempi una grossa accelerazione, soprattutto dal 2008, cioè dalla diffusione di massa non dei telefonini, ma degli smartphon, come dice Bollorino in un chiaro video. Isolamento massiccio, cambiamento nei rapporti umani. L’ennesima spallata alla socialità. A tutti i livelli, per tutte le classi sociali, per quasi tutti e quel quasi è ormai ridotto all’osso. Sembra impossibile farne a meno, ci sentiremmo se non altro più isolati senza. Perché si scandalizzano che i migranti abbiano un telefonino? Perché in fondo uno dei pochi lussi concessi alla povera gente nostrana è il possesso di quel piccolo ciucciacorrente e proprio non si sopporta che ce l’abbiano anche loro, che hanno solo quello.
L’omologazione non è cosa di oggi ma è ormai evidente che, come aveva già visto Pasolini, il capitalismo è riuscito là dove il fascismo ha fallito. Beh’ non è ancora detta l’ultima parola. So bene che hanno ragione gli scienziati a dire che la nostra estinzione, procurata da noi, è assai probabile. So bene che non sarà facile costringere i selvaggi postcapitalisti contemporanei a mollare l’osso dei loro superguadagni a spese della specie o convincere i cinesi a rinunciare al manzo.
Non è ancora detta l’ultima parola però. Siamo pieni, imboccati, di visioni distopiche del futuro, ma si diffondono sulla scena anche utopie. Da ogni dove si prova a fare diversamente, consumare, comprare, produrre, lavorare eticamente. Gente che lascia il proprio lavoro per piantare e coltivare in modo da non danneggiare la terra e gli stomaci di coloro che si nutrono dei suoi frutti. Persone che provano a costruire modi più umani di fare impresa, scuola, accoglienza e anche una cura che non sia prona agli standard e alle aspettative di omologazione.
Io voglio credere che il virus sia ascoltato come un avvertimento. Vandana Shiva, insieme a molti altri, anche esperti di yoga, dicono che il virus avverta l’umanità che la sua presenza non è gradita su questa terra, non se resta molesta come è stata finora. Il pianeta tende a preservare le specie utili al sistema.
Si tratta di finirsela con una certa estetica anni ’80 che ha raggiunto oggi la sua forma più grottesca. Come dice Natalino Balasso il tuo giubettino resta sempre un giubettino di merda anche se costa 12000 euro!
Bisogna cambiare il modo di vivere e di consumare, si tratta di una rivoluzione diversa da tutte le altre, ma è anche necessario, come mi diceva Joyce Lussu, che in qualcosa somigli tuttavia alle precedenti: occorre togliere il potere a chi violenta il pianeta, la specie umana, pur di trarne un profitto esagerato.
Si tratta innanzitutto di non lasciarsi schiacciare dalla paura, ingrediente principale di ogni totalitarismo e roditore instancabile che ci toglie forze, energia e difese immunitarie, come ormai finalmente ammette anche la scienza occidentale.
Gli adulti devono smettersela di dire ai giovani di pensarci loro, è un atteggiamento che deve essere evitato, che diano il buon esempio, gli adulti; per prima cosa non lasciandosi assoggettare dalla paura, dalla rassegnazione, dalla cieca ubbidienza alle leggi di mercato.
Vuoi un figlio felice? Bene comincia ad esserlo tu. Vuoi un figlio combattivo? Comincia a lottare. Non usare come scusa la tua età o, peggio ancora, il fatto di avere dei figli. Bene, questo è un motivo in più per lottare o credi che il tuo dovere sia garantirgli solo il benessere o i beni materiali o la possibilità di laurearsi? No, non basta. Non possiamo esimerci dal dimostrare che si può raggiungere la maturità senza trasformarsi in adulti depressi, ansiosi e demotivati. Perché dovrebbero desiderare di diventare come noi se non facciamo che lamentarci? Perché dovrebbero desiderare di invecchiare se ne vedono solo la fatica e il dolore?
Mi viene in mente la mia bisnonna che a 54 anni non ne poteva più, che aveva cresciuto sette figli da sola, cacciata dalla casa e dalla terra, la fame, perché il marito… Ma questa è un’altra storia, il punto è che: no, non è facile essere genitori oggi, ma non doveva esserlo neanche allora.
Oggi, più che mai, bisogna reinventare il Nome-del-Padre senza rimpiangere le teste mozzate dei re e delle ideologie. Il padre, per Lacan, è colui che si dà una regolata sul suo godimento, meglio ancora se fa di una madre l’oggetto del suo amore. Quella stessa madre a cui dice un no, un no a godere sul bambino, tenersi su di lui, amare solo lui. A quel no bisogna che la madre dica sì, altrimenti non è operativo. Qualcosa che si fa insieme, limitandosi, l’uno con l’aiuto dell’altra.
Di Ciaccia in un video che si trova nel canale YouTube della Rivista, sull’evaporazione del padre, spiega molto chiaramente il pensiero di Lacan in proposito e fa capire come in mancanza del Nome-del-Padre, ci resta la segregazione, ma non tutte le segregazioni sono uguali. C’è una bella differenza tra un campo di concentramento e una famiglia, in cui qualcuno si assuma la responsabilità di essere adulto e la scommessa dell’amore.
Un padre e una madre regolati, che tutto sono meno che perfetti, non mettono la pulsione, il corpo, il godimento, i sentimenti, al di fuori del loro sistema, in nome di un sacrificio per il figlio che non è altro che una trappola mortale per lui.
Naturalmente non basta, occorre costruire delle comunità, non solo ricostruirle, non c’è niente da ricostruire, ma ci sono modi per mantenere unite le persone, condividere non solo file, ma anche il più possibile della vita, dei consumi. Non ci devono essere privilegiati. Il comunismo ha fallito, tuttavia può fallire meglio. La comunione d’intenti, la visione comunitaria, la comune azione. Tornare a parlare di come fare. Fare qualcosa che non sia mera sottomissione alla macchina suicida dello sfruttamento spietato del pianeta.
C’è solo un modo per uscire dal vittimismo generalizzato, trasformarsi da passivi ad attivi. Non subire ma reagire. Per chi non ce la fa c’è ancora un’occasione, per esempio con la psicoanalisi, di riprendere in mano la propria vita, per rimescolare le carte, anche quando la vita ci ha inchiodati a un godimento mortifero ripetitivo e acefalo, che ci riduce a macchine che riproducono lo stesso schema, che ci fa soffrire, ma in cui facciamo fatica a riconoscere il nostro ruolo, la nostra possibilità di fare diversamente.
Un godimento mortifero che inghiotte il mondo e lo risputa e nessuno lo vuole, ma ciascuno fa la sua parte di sacrificio. Bèh basta, sono stufa di scenari distopici, voglio un’utopia, anzi più di una, purché si riesca a farle funzionare insieme.

 

[1] Scimmiottamento del titolo del romanzo di Philip Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
[2] J. Lacan, Il seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro (1968/69), Einaudi, Torino, 2019, p. 108.
[3] Dal prologo dell’Ecclesiaste, parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
 Ma gli umani servono domestici elettrici?[1]
 
 
 
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