PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

La drapetomania, malattia degli schiavi negri

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1 dicembre, 2018 - 10:15
di Luigi Benevelli

Samuel Cartwright (1793-1863), medico chirurgo e psicologo statunitense pubblicò nel 1851 alcune sue riflessioni sul tema Diseases and peculiarities of the negro race[1], andando a descrivere una patologia mentale, tipica dei neri, quelli  in condizione di schiavitù in particolare: la drapetomania.
Con il termine drapetomania ( dal greco δραπέτης= fuggitivo, disertore) Cartwright  designava sia la patologia mentale che portava lo schiavo a fuggire  sia l’atto stesso del fuggire (ben noto a padroni e sorveglianti) degli schiavi neri.
Scrive Cartwright:
Il termine è sconosciuto alle nostre autorità mediche, anche se il suo sintomo diagnostico, la fuga per evitare di svolgere il proprio dovere, è ben noto ai nostri piantatori e sorveglianti. […] Nel  notare una malattia che non è stata finora classificata nella lunga lista  di malattie cui l’uomo è soggetto, era necessario avere un nuovo termine per esprimerla. La causa nella maggior parte dei casi che induce il negro  a scappare dal suo dovere, è tanto una malattia della mente quanto una qualsiasi altra specie di alienazione mentale, e, come regola generale, molto più curabile. Con il vantaggio che, con una corretta consulenza medica, rigorosamente seguita, questa pratica molesta che molti negri hanno di scappare può essere quasi del tutto impedita con successo anche quando gli schiavi si trovano ai confini di uno Stato libero, a pochi passi dagli abolizionisti. […]
Se l’uomo bianco tenta di opporsi alla volontà del Signore, cercando di fare del negro qualcosa di diverso da quell’ essere “genuflesso e sottomesso” che l’Onnipotente indica dovrebbe essere, cercando di elevarlo al proprio livello o mettendosi allo stesso suo livello;  o se abusa del potere conferitogli da Dio trattandolo crudelmente, punendolo nei momenti di rabbia, non proteggendolo dagli abusi sfrenati dei suoi compagni e di altri, negandogli il necessario per vivere, il negro fuggirà. Ma se il negro mantiene la posizione  indicata dalle Scritture, ossia la sottomissione; e se il padrone e il sorvegliante lo ascoltano, sono gentili con lui, ma senza condiscendenza,  e allo stesso tempo soddisfano i suoi bisogni fisici, lo proteggono dagli abusi, il negro rimarrà ammaliato e non scapperà.
Secondo la mia esperienza, bisogna pretendere dal negro soggezione e riverenza, altrimenti diventerà scortese e ingovernabile, e scapperà via. […] Due gruppi di persone tendono a perdere i loro negri: quelli che concedono loro troppa famigliarità, trattandoli da uguali, e quelli che li trattano con crudeltà, negando loro il necessario per vivere, non proteggendoli dalle violenze degli altri o spaventandoli, dando in escandescenze nel punirli anche per piccoli sbagli. I negri prima di fuggire, a meno che non siano spaventati o in preda al panico, si fanno scontrosi e mai contenti. La causa di questo stato d’animo dovrebbe essere ricercata e rimossa , altrimenti o cominciano a pensare alla fuga o cadono nell’inedia tipica del negro.
Nel caso in cui l’insoddisfazione e la rabbia del negro non avessero motivo, e fossero pertanto sintomo di una possibile fuga imminente, Cartwright si dichiarava esplicitamente favorevole, quale “misura preventiva, a “una dose  di violente di frustate”. Questo si chiamava “cacciare il diavolo a frustate”.
Come rimedio alla drapetomania, i medici potevano prescrivere l’amputazione dei due alluci in modo da rendere impossibile la corsa.
Insomma, i negri potevano essere governati assai facilmente, più di qualsiasi altro essere al mondo, se trattati bene, nutriti e vestiti, lasciando loro la possibilità di tenere un piccolo fuoco acceso tutta la notte, ciascuno nella propria famiglia, nella propria casa, impediti di girare la notte a far visita ai vicini o di ricevere visite, o bere liquori, non sovraccaricati di lavori, specie se troppo esposti alle intemperie. Quando tutto questo fosse fatto, se qualcuno di loro alzava la testa  per mettersi al livello del padrone o del sorvegliante, l’umanità e il loro stesso bene richiedevano che fossero puniti finché non si ritrovassero in quello stato di sottomissione ereditato dai loro antenati che ricevettero il destino di esseri genuflessi e sottomessi.  Dovevano essere tenuti in quello stato e trattati come dei bambini.
 
Commenta Roberto Beneduce:
Samuel A. Cartwright propose […] il termine drapetomania per definire un comportamento che ogni persona dotata di buon senso si rifiuterebbe di considerare  come il “segno” di disordine mentale: il tentativo degli schiavi di fuggire dalle piantagioni e dalle orrende condizioni di quella misera vita diventava infatti ai suoi occhi equivalente a un disturbo, a un’affezione possibile di diagnosi (non erano quei tentativi di fuga segnati dalla dannazione della “ripetizione” come ogni altro sintomo ?) [2]. Il desiderio di libertà veniva così  artificiosamente  trasformato in una malattia mentale possibile di diagnosi.

P.S.   Nessuno di noi può farcela da solo.
         Per questo dobbiamo agire insieme per dare vita a un nuovo mondo.
        Che ci sia giustizia per tutti
        Che ci sia pace per tutti
       Che ci siano pane, lavoro, acqua e sale per tutti"

Nelson Mandela (dal discorso del suo insediamento nel maggio 1994)

I miei più vivi auguri di buone feste e di un buon inizio del nuovo anno 2019.



[1] «New Orleans Medical and Surgical Journal», maggio 1851, pp. 691-715.
[2] R. Beneduce, “Drapetomania” in Breve dizionario di etnopsichiatria, Carocci editore, Roma, 2008, p.56; Etnopsichiatria, Carocci editore, Roma, 4° edizione, 2011, p. 41.

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