“The Black Page” Un dramma familiare alla luce della psicanalisi

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16 maggio, 2017 - 19:42
“The Blake Page” è il titolo di un pezzo musicale di Frank Zappa[1], chiamato così perché lo spartito, per le variazioni e la rapidità del ritmo, è così ricco di note, punti, pause, battute, che quasi nascondono le righe del pentagramma e la pagina musicale appare quasi nera, proprio come i fogli o i tovagliolini  al bar, sui quali convulsamente, ora per ora, minuto per minuto, riportavo notizie su fatti e relative riflessioni su un Reale[2] che ha aleggiato, per quasi un mese, ineffabile e inquietamente sulla mia famiglia, gettandola  nell’angoscia più profonda.
Appunti che, dato il tambureggiare degli eventi e dei pensieri nella mia mente, venivano riportati così disordinatamente,  da rendere faticosa la loro intelligibilità, allorché  passavo alla stesura definitiva.
Appunti che prendevo non perché potessero incidere sulla realtà e sui destini, ma per un meccanismo difensivo: come se potessi in tal modo governare la realtà immota e paralizzante della situazione di mio nipote appena nato, definita da protocollo: “Patologica e a rischio”; appunti che prendevo, anche  per scaricare l’ansia di una interminabile attesa, nei quali pensieri ed emozioni tendevano a travolgermi.
Ed è questo affastellarsi convulso di pensieri, questo continuo e rapido alternarsi di speranze, ansia, angoscia, sconforto, questo contrappunto di congetture, ipotesi, prospettive, memorie, è ciò che vorrei esprimere compiutamente, già dal titolo.
Questo, nel timore che la descrizione letteraria possa non rendere, nella giusta misura, la drammaticità dei fatti, iniziati ai primi giorni di un autunno, che sembrava preludere a un inverno raggelante, eterno  e senza redenzione.
 
Questo virtuale artificio grafico, possibile solo nelle intenzioni, rimanda a una considerazione di Tomas Maldonado[3], che, citando ad avallo letterario, Nietz­sche[4], parla di una correlazione tra scrittura e pensiero e cioè di come il tipo di strumento per scrivere incida sul modo di pensare,  di come  la tecnologia usata nella scrittura influisca, in qualche modo, sullo stile del pensiero che si va formando durante la scrittura stessa.
Il che si può ribaltare, sul come[5], la lettura eliciti emozioni  e pensieri in base al tipo di carattere, al suo colore, alla impaginatura del testo: The Black Page, quindi come  un invito a leggere l’articolo, come se fossero appunti presi freneticamente e caoticamente, per narrare un dramma familiare.
Dopo essere partito col titolo in inglese, per l’associazione col pezzo musicale di Frank Zappa passo per comodità e funzionalità alla sua versione italiana.
 
La Pagina Nera[6]: come codice.
Il titolo vuole stabilire un codice tra me e il lettore.
A tale proposito riporto una storiella da Slavoj Zizek, che ci racconta di come,  cromaticamente, si possa stabilire un codice, tramite il quale si possa dire la verità, mentendo: utilizzando, oltre al codice,  anche un po’ d’arguzia.
Una vecchia barzelletta in voga nell'ex Repubblica Demo­cratica Tedesca racconta di un operaio tedesco che trova lavoro in Siberia. Consapevole del fatto che tutta la sua po­sta verrà letta dalla censura, dice ai suoi amici: «Stabiliamo un codice: se la lettera che ricevete è scritta in normale inchiostro blu, significa che è veritiera; se invece è scritta in inchiostro rosso quella lettera dice il falso». Dopo un mese, gli amici ricevono la prima lettera, scritta in inchiostro blu: «Qui è tutto meraviglioso: i negozi sono pieni di merci, il cibo è abbondante, gli appartamenti sono grandi e ben ri­scaldati, nei cinematografi si proiettano film occidentali, ci sono ovunque belle ragazze disponibili per un'avventura. L'unica cosa che non si trova è l'inchiostro rosso». S. Z.
 
Se in tale storiella il rosso è la menzogna e il blu la verità, il nero del mio articolo vuole significare il racconto di una storia privata, intima, di un dramma familiare che io voglio riportare in modo “intemerato”, senza cioè il timore professionale, di perdere una mia ipotetica “Autorità”.[7] narrando, da analista, di me e del mio mondo affettivo. 
 
Su ciò vorrei fare un inciso per dire come oggi, certe cautele e certe difese dell’analista, rischino di diventare disfunzionali alla luce della permeabilità, se non della trasparenza delle nostre vite, data la pervasività e l’intrusività delle attuali tecnologie comunicative: ergo,  nell’impossibilità di celarsi, converrebbe disvelarsi, quel tanto che sia utile per non trovarsi in imbarazzante contraddizione rispetto a come vorremmo apparire. 
Difese, molto probabilmente anacronistiche e disfunzionali anche alla luce delle nuove rappresentazioni simboliche del ruolo dell’analista.
Ma al di là di questo aspetto pragmatico, che suggerirebbe di prendere atto delle nuove realtà e di un agire congruo alle stesse, ritengo che sul piano della credibilità e dell’autorevolezza dell’analista, potrebbe essere addirittura più funzionale parlare di certi accadimenti di Sé, proprio perché, rivelando aspetti emblematici personali, si potrebbe essere più credibili, in quanto si proporrebbero tesi suffragate  su esperienze vissute di persona[8].
Vale a dire che le cicatrici dell’analista, come anche l’ordinarietà della sua vita, potrebbero rappresentarne non solo la vulnerabilità, la fragilità, le crepe,  ma anche la testimonianza di come tutti siamo partecipi di uno stesso destino, per cui, al di là dei fallimenti[9], delle cadute, di ciò che si è stati in certi momenti critici della nostra vita, della banalità, a volte, della stessa, deve interessare, non chi si era o si è, ma ciò che si può diventare, nella logica di un  destino che quasi sempre ci lascia ampi margini per modellarlo o, al peggio, la forza di accettarlo o, addirittura, la capacità di assumersene la responsabilità.[10]
L’esito che ne potrebbe sortire, sarebbe per l’analista, quello di passare, per il potenziale analizzante, da “Soggetto supposto Sapere” a “Soggetto supposto Sapere e Comprendere”.
 
Non nascondo che in questo narrarsi in prima persona e sugli aspetti più intimi e vulnerabili di Sé, possano giocare anche forme reattive e/o ambigue di narcisismo, anche se capisco che dichiarare ciò potrebbe riportare tautologicamente alle proprie crepe e di nuovo a un  mascherato narcisismo: da ciò se ne può uscire solo se consideriamo il narcisismo “la motivazione inconscia e principe di ogni atto umano” e che ciò che interessa è proprio l’atto stesso, che può essere  perverso o nobile, passando per tutte le connotazioni che differenziano e legano in un continuum, queste due polarità.
 
La Pagina Nera: Come patto.
Il titolo anche nel senso di “Voler mettere nero su bianco”: locuzione metaforica con la quale siamo soliti affermare, promettere, dichiarare con forza l’impegno, la promessa, il patto, l’alleanza, il suggello, la scommessa.
Celiando, per avallare il suddetto concetto, mi rifaccio all’Art.67 del Regolamento notarile  che “suggerisce per gli  atti notarili o, tutt’al più, per gli originali dei decreti, e per  altri atti e certificazioni pubbliche, ai sensi del D.P.R. 28 dicembre 2000 n.445, l’utilizzo del colore nero per l’inchiostro”.
A tale proposito ricordo le non dissimulabili e imbarazzanti deglutizioni e pallori della mia segretaria, quando, io da preside, dovendo firmare decreti, mandati o altra documentazione, ignoravo  distrattamente la biro nera che ella, assieme alla documentazione, mi offriva per la firma, servendomi con finta distrazione, della  mia penna  blu.
Non era dispetto il mio, non era frutto di una mia  “perversa” volontà di mandarla in crisi: era solo uno dei tanti modi che utilizzavo con tutti gli operatori scolastici e in primis con i miei docenti, per comunicare che la scuola è altro dall’adempimento formale, e che ogni “colore” è buono per “fare scuola”, purchè serva a fare emergere e rafforzare le tendenze epistemofiliche dei discenti, tendenze ontologicamente date e il cui sostanziarsi in pensiero e opere, è  rimesso alla responsabilità dell’Altro: Altro come ambiente, Altro come cultura, Altro come società, Altro come famiglia, Altro come docenti: Altro, in sostanza come l’insieme dei fattori che, sull’assunto della connotazione neotenica del soggetto umano, ne determinano quel destino del quale, il bambino, da soggetto innocente, una volta adulto, sarà chiamato ad assumersi le responsabilità.   
 
La Pagina Nera: In Analogia
Il titolo scaturisce infine da un nesso logico, con un  mio precedente articolo titolato  “La Pagina Bianca”[11].
Il richiamo cromatico,  rifacendosi all’assioma di  Paul Watzlawick  “Non si può non comunicare”, stava a significare come anche “una pagina bianca dica qualcosa”; inoltre, rifacendomi al  paradigma lacaniano per cui “noi siamo immersi nel linguaggio”, cioè nel simbolo, assumevo la “Pagina Bianca” come una pagina nella quale ognuno può leggervi ciò che desidera: d’altra parte il bianco, colore acromatico, contiene tutti i colori, e quindi, per estensione, ogni interpretazione, ogni senso.
Il nero, al contrario, essendo “assenza di colori”, vuole intendere, soprattutto in quei passaggi nei quali parlo delle mie emozioni e dei miei pensieri, solo quello che scrivo: e in ciò il lettore sarà agevolato dal fatto che, essendo la pagina, nera,  non potrà leggere “tra le righe”.
 
Una necessaria riflessione
Capisco ora che ho divagato troppo, ma, che proprio per tale motivo, paradossalmente, tutto proceda con senso: nel senso della psicanalisi; infatti, parlando di essa e tramite essa, mi accorgo che non c’era miglior modo di dimostrare come l’inconscio, oggetto del suo studio, vada per proprio conto, seguendo una logica svincolata da quella razionale, logica e immediatamente sensata.
Ho scritto, in fondo, seguendo l’invito che l’analista rivolge all’analizzante: “parlare  trasgredendo i nessi logico – semantici, la linearità tra antecedente e conseguente, la relazione tra premessa e conclusione, senza il controllo dell’Io cosciente”.
 
Inoltre, come spesso in seduta l’analizzante,
  • parla tanto o poco, di niente  e di tutto,
  • sfiora  solo accidentalmente, se ciò accade, ciò di cui sarebbe utile parlare e cioè della verità dell’inconscio,
anch’io ho scritto tanto senza ancora parlare di ciò che il lettore si aspetta, e cioè dei fatti.
Il lettore ha ovviamente il diritto e la ragione di eccepire che essendo questa una stesura  definitiva e non una bozza, avrei avuto tutto il tempo di riconsiderare e riscrivere tutto, parlando dei fatti.
Ma prego chi legge di intendere questa prima parte, come un mio voler rappresentare,  attraverso l’artificio narrativo del “Flusso di Coscienza”, il funzionamento dell’inconscio: anzi,  ritengo addirittura, che sarei ancora più efficace se chiudessi qui l’articolo e rimandassi il tutto ad un prossimo appuntamento, come quando in seduta,  scaduto il tempo a disposizione, si rimanda il prosieguo ad una futura e  non scontata[12] seduta: ma temo che su questa mia intenzione l’editore non sarebbe d’accordo e quindi andrò avanti, finalmente, con la narrazione  dei fatti.
 
PRELUDIO
La Partenza e il Parto
Il 29 settembre, di mattina, sono sul treno che mi porterà a destinazione nella mia città natale, per  sbrigare alcune pratiche, ma anche per riassaporare il “ sapor d’ acqua natia”.
Tra uno sguardo al paesaggio e fugaci e discontinue letture di poche  righe alla volta di un libro, a causa di una gradevole e intermittente sonnolenza, mi godo finalmente la tranquillità di un viaggio senza lo stress della guida, con la testa sgombra da specifici pensieri, se non quello compiaciuto che tra tre settimane diventerò, per la quarta volta, nonno.
Alcuni squilli del telefono e mia moglie mi comunica che mia figlia, la cui gravidanza è  a rischio, dovrà partorire prima del previsto, in quanto l’ecografia appena fatta, ha inopinatamente rilevato  una carenza di  liquido amniotico, che impone una anticipazione del parto.    
 
La Sostenibile Pesantezza del Divenire 
La notizia non mi allarma più di tanto, essendo stata questa, fin dall’inizio della gestazione, una evenienza tra quelle possibili, anche se l’urgenza percepita nella telefonata mi fa capire che questo anticipo potrebbe  impedirmi di essere presente per il giorno della nascita, data la mia vacanza programmata su tre giorni.
In effetti, di sera, mia moglie mi aggiorna sul fatto che mia figlia partorirà l’indomani, tramite parto naturale e previa induzione al travaglio con iniezione di ossitocina.
Pazienza, conoscerò mio nipote due o tre giorni dopo la nascita.
 
La notte, sdraiato sul letto, rifletto sul mio riflettere che la notizia di stare per diventare nonno, per la quarta volta, sia pervenuta  in un contesto molto singolare e cioè: nella mia casa natale e nella stessa stanza dove nacqui,  70 anni fa.  
In questo luogo, che è l’essenza di tutti i miei luoghi simbolici, ogni cosa che mi circonda contribuisce a farmi percepire la certezza del senso della mia vita, anche se non so quale: guardando sul comodino alla mia sinistra, le foto di mia madre e mio padre, e su quello alla destra, quella dei miei nonni paterni, ripercorro i legami transgenerazionali della mia famiglia, dei quali mi sento frutto e seme, memoria e prospettiva e avverto in me, parafrasando Kundera, “La Sostenibile Pesantezza del Divenire”: da figlio sempre consapevole di essere stato amato a padre, forse sufficientemente buono, a nonno senz’altro attento e sempre disponibile, che attraverso  l’amore e  le cure per i nipoti, vuole, cerca  e spera di eliminare quel “forse” dalla valutazione di sufficienza.    
 
Un altro Altro tra Immaginario e Simbolico
Quindi un naturale disordinato accavallarsi di pensieri e stati psichici, nella umana mescolanza e alternanza dei registri dell’Immaginario e del Simbolico.
  • L’attesa di un altro nipote con le mie riflessioni sul fatto che mio nipote nascerà, nella stanza dove io nacqui, il mio  rimirare le foto sul comodino di mio padre e di mia madre.
  • Il fantasticare su come sarà mio nipote, a chi somiglierà; di chi prenderà i tratti fisici e psicologici; su come sarà educato dai suoi genitori; su cosa rimarrà di ciò una volta adolescente, una volta adulto.
  • Il pensiero di Altri che furono e che sono e che io, in un mio immaginario, vedo partecipi entusiasti di questa vita, che trae origine anche da loro.
  • Il mio mettere in relazione gli Altri del passato, con i nuovi Altri, rappresentandoli insieme in una foto di famiglia immaginaria, che arricchisce ognuno di loro, di nuovi e inediti sensi.  
 
Il Nuovo Altro
Il giorno dopo conosco mio nipote fotografato un attimo dopo il parto, nell’immagine pervenutami telefonicamente: vedo un volto deformato per il trauma della nascita, ma comunque splendido per ciò che rappresenta.
Un nuovo Altro, che era già tale dalla notizia del suo concepimento: un Altro amato perdutamente durante la gestazione, ove il “perdutamente” esprime il timore di una sua possibile perdita, essendo, quella di mia figlia, una  gravidanza a rischio.
 
Il Report burocratico della Nascita
30 settembre 2016, ore 09: Parto indotto per insufficienza di liquido amniotico
Età gestazionale: 37 settimane
Parto: naturale
Peso alla nascita: 2650 g
Indice Apgar[13] A 1 minuto dalla nascita = 9 
Indice Agpar a 5 minuti dalla nascita = 10
Condizioni alla nascita: buone condizioni generali.
 
La Nominazione: tra Simbolico e Immaginario
Immediatamente dopo la nascita, mia moglie, dopo la foto, mi ritelefona per dirmi che è stato confermato il nome Pietro[14]. È un esserino informe per il travaglio del parto, ma che mia moglie garantisce “bello”, un po’ per entusiasmo e per amore, molto per meccanismi proiettivi e identificativi.
Un nuovo Altro dunque si concretizza per me, in un nuovo volto e un nuovo nome da amare: un Altro cui sto già dando un posto preciso attorno al tavolo quando la già numerosa famiglia si riunirà, ancor più numerosa,  nelle domeniche e nelle ricorrenze; un nuovo Altro da spingere al sorriso nel momento delle foto.
Un Altro di cui mi prenderò cura, assieme a mia moglie, quando i genitori ce lo affideranno, come è stato, è e spero sarà ancora per tanto, per gli  altri nipoti, durante quei periodi delle vacanze estive nei quali essi lavorano o nella quotidianità dei giorni feriali, nelle ore che intercorrono tra  la chiusura di nidi, asili, scuole e il  loro ritorno dal lavoro.
Un Altro per cui rispolverare vecchie ninne nanne e proporne di nuove; un Altro sul quale, nonostante certe consapevolezze professionali, proietterò lo stampo, seppur flessibile e malleabile dei miei desideri; un Altro di cui so che dovrò rispettare al massimo la sua ignota e inintellegibile singolarità; un Altro che so benissimo essere soprattutto l’Altro dei propri genitori; l’Altro dal quale sarò pronto a defilarmi, quando, presenti i genitori, coglierò la pletoricità e la interferenze della mia presenza.
L’Altro, per cui come nonno sarà più facile permanere come l’Altro, senza pagare lo scotto della “a minuscola” come capita ai genitori, nella fase adolescenziale dei propri figli.
 
L’Altro* dell’Altro[15]
Pietro è l’Altro* dell’Altra e, guardandolo  negli occhi, cercherò di rivedere nei suoi quelli di mia figlia, nei quali, forse, mi sono soffermato non sufficientemente a lungo.
Pietro sarà l’Altro, attraverso la cui cura, potrò ricordare e testimoniare a mia figlia, l’amore che ho avuto per lei, ma che a volte, forse, sarà rimasto inespresso o troppo implicito, sperando di farmi perdonare  le cose che non le ho dato o che ella non ha percepito.
L’Altro che da nipote, mi offre un'ulteriore occasione[16]  di portare il mio statuto di padre alla soglia del “sufficientemente buono”, ben sapendo, però, che il recupero delle mie carenze paterne dovrà e potrà sempre  passare soprattutto per la via diretta della relazione con i figli, ogni volta che tendessero  a riemergere conflitti non completamente risolti o dovessi percepire l’imbarazzo e l’ansia di vecchie scorie.
Ma per quanto percepisco dal mio rapporto con i figli, rilevo che quelle scorie che sono sfuggite alla sublimazione, alla comprensione, al reciproco perdonarsi, quando riemergono nelle nostre discussioni,  sono, come consistenza ponderale, dell’ordine dei nanogrammi e come durata fisica e psichica, dell’ordine dei nanosecondi.  
 
In verità mi sento di sostenere che, l’essere un genitore non migliore della winnicottiana sufficienza, sia un fattore indispensabile per favorire nei figli, soprattutto nella fase adolescenziale, il loro fisiologico rifiuto delle figure genitoriali, perché questi possano più facilmente diventare destinatari delle loro identificazioni proiettive.
Sarà poi compito del genitore stesso svolgere quel lavoro di trasformazione dei cattivi proietti, in oggetti buoni, da riproporre ai figli, perché possano reintroiettare quanto gettato via e ricostituire   la propria integrità psichica.
  • È proprio la “sola sufficienza” che rende il genitore “funzionale” al processo di Soggettivazione del figlio.
  • È questa imperfezione che, permetterà al figlio adulto di accettare, retroattivamente il genitore per quello che è e per quello che è stato.
  • È questa imperfezione che permette al figlio di assumersi la responsabilità dei propri fallimenti.
  • È questa imperfezione che toglie al figlio l’intollerabile peso di un Padre Ideale, senza crepe e quindi inattaccabile e perciò distruttivo.
 
IL REALE[17]: Tra nascita e Resurrezione                                                                             
 Intanto, lontano da me, mia figlia, 4 ore dopo il parto e cioè all’ora nella quale le era stato detto che avrebbe potuto rivedere il bambino, dalla sua cameretta si dirige alla “vetrina”  della  nursery:  ma Pietro non c’è.
Mia figlia, tra ansia e sconcerto, chiede notizie: le rispondono che Pietro è in patologia neonatale.
Pietro è rimasto vittima di un grave distress respiratorio per pneumotorace sinistro.
“A 15 minuti dalla nascita è comparso un gemito espiratorio costante per “distress respiratorio grave” per pneumotorace sinistro”.
 
Il Reale irrompe così nelle nostre vite, in maniera stordente, annichilendo le nostre facoltà riflessive, portandoci a domande alle quali non sappiamo rispondere, gettandoci in uno sconforto che i visi perplessi dei medici non smorzano, che le informazioni che andiamo a scorrere compulsivamente da internet non consolano.
Il Reale[18], dai tanti volti, in questo caso si presenta non come evento, ma come  ipotesi  dell’evento, che potrebbe concretizzarsi,  spazzando tutti i nostri sogni,  le nostre  illusioni, le nostre speranze, il senso delle nostre vite, condannandoci per sempre, a momenti di insostenibile nostalgia.
 
La Partita con il Reale
  • Risolto lo pneumotorace sinistro: condizioni stabili, cioè con prognosi riservata. 
  • 06 ottobre: pneumotorace destro.
  • Dallo 06 al 23 ottobre “Situazione stabile”, cioè sempre patologica e a rischio[19].
 
Scacco al Re(ale)[20]
  • 24 ottobre: fuori pericolo
  • 25 ottobre: osservazione dell’andamento
  • 26/10 2016 Pietro è dimesso.
Condizioni cliniche alla dimissione: “il paziente è in ventilazione libera in aria ambiente con parametri cardio-respiratori nella norma". Si alimenta assumendo la quantità prescritta e la crescita ponderale è regolare. "La motilità spontanea, i riflessi e il tono muscolare sono al momento compatibili con l'età gestazionale”.
 
Il Dramma alla luce della Psicanalisi
Il Reale ha aleggiato ineffabile sulla mia famiglia, per quasi un mese, lasciando, seppur in uno sfondo angosciante, spazi per la speranza.
Un Reale che, benché minaccioso e inquietante, si cercava di contenere e controbattere con   Scienza e Provvidenza.  
  • Mia figlia, affranta, parlando con la dottoressa che aveva in cura mio nipote, le verbalizzò di rimettersi alla Fede, sentendosi rispondere molto caramente, che anche la medicina e la scienza avrebbero potuto fare molto, seppur non potendo garantire troppo.
  • Uno dei primi giorni del dramma, mentre ero su Facebook,  entrando nel sito di un mio carissimo amico, vidi alcune foto che egli aveva postato  dalla Palestina: scrivendogli di mio nipote, ricevetti questa risposta: “il Signore è grande, ti sono vicino e sarai sicuramente presente nelle mie preghiere e già da domani mattina presenterò il caso di tuo nipote a Gesù Bambino nella grotta della Natività”.
Anche altre care persone hanno pregato per mio nipote ed era strano per me constatare come io riponessi più fiducia nelle loro preghiere che non nelle mie:
  • il fatto è che io so, credo, che per loro Dio è “l’Altro dell’Altro”, quello della trascendenza teologica,
  • mentre per me Dio, coincide più spesso con il “grande Altro”: con un qualcosa che tu  percepisci come scontato,  giusto, e che tu  “devi pregare, semplicemente perché si deve pregare”.
 
Il grande Altro
 
Il Coro, che cos'è? Vi si dirà: Siete voi. Oppure: Non siete voi. La questione non è questa. Si tratta dei mezzi, e proprio dei mezzi emozionali: Dirò: il Coro è la gente che si commuove. Lacan – L’etica della psicanalisi –
 
Riporto questo passo di Lacan, da cui S. Zizek nel suo “Leggere Lacan”, spiega il concetto  del “grande Altro”. Ecco, io, per pregare l’Altro assoluto o l’Altro dell’Altro, che è Dio, ho fatto ricorso al “Coro”, al coro degli amici e delle persone più care, quelle dalle quali mi aspettavo e aspetterò sempre una solidarietà sincera, quelle che sapevo che, soffrendo per me e con me, mi avrebbero aiutato a sperare. Per me il grande Altro, quello che si configura come una referenza, quello che poteva aiutarmi a trovare un senso, una speranza, era questo gruppo di persone, alle quali ho fatto ricorso e con il quale ho diviso il peso di un’angoscia difficilmente sostenibile da solo.
Il grande Altro
  • era chi io delegavo ad avere fiducia per me nei momenti di scoramento,
  • era chi pregasse meglio di come so fare io,
  • era chi non avesse dubbi sul lieto fine della storia:
ecco, il grande Altro era il Coro formato da queste persone, che dopo 26 giorni, sciolta la prognosi, hanno gioito con me, come me.
Il grande Altro è quindi quello che provvede a noi, e spesso può essere anche solo virtuale, immaginario e creato e sostenuto dal nostro agire per lui.
 
Il Desiderio è sempre desiderio di altro
 
  • Il mio primo Desiderio, all’inizio, era quello che Pietro potesse vivere almeno un giorno tra le braccia materne, per capire quanto fosse stato e fosse amato, perché poi, questo era il mio pensiero, un istante o cento anni, sono comunque nulla di fronte all’eternità che ci ha preceduto e che ci seguirà.
  • Poi questo desiderio si era trasformato in quello della mera sopravvivenza, senza ulteriori pretese, mettendo cioè in conto anche una eventuale patologia, per una non escludibile sofferenza cerebrale.  
  • Nel tempo il Desiderio diventava la speranza di potere evitare i potenziali effetti della patologia: e cioè una cecità per retinopatia o un  deficit mentale.
  • Ora che la storia è approdata al lieto fine e Pietro è tornato al  pieno recupero delle sue funzioni vitali,  il Desiderio è  quello di una vita lunga e serena.
 
La Legge
Ora che Scienza e Provvidenza hanno fatto abbastanza, sta a noi, genitori, nonni, coniugare il Desiderio con la Legge; quindi, soddisfatto il primo, siamo ben consapevoli di dovere agire secondo quella legge naturale che impone all’adulto[21] di amare, accudire e rispettare l’inerme e indifeso oggetto delle nostre proiezioni e accompagnarlo nel suo determinarsi come Soggetto, in una società dove, per la società opulenta è sempre più facile sopravvivere fisicamente, dati i grandi passi in avanti della tecnologia medica, chirurgica e farmacologica, ma dove è anche più facile smarrire il senso della propria vita. 
 
Riflessioni su “Il Fuori Pericolo”
Il fuori pericolo è come il lieto fine delle  fiabe, dei romanzi, dei film: è  il momento in cui tutto sembra acquisire finalmente un senso, ripagandoci delle nostre angosce e premiando le nostre speranze. Ma c’è un aspetto che noi raramente consideriamo ed è la implicita  e illusoria garanzia dell’eternarsi  del  destino  proposto dall’ultima scena, dall’ultima pagina.   
È il permanere nel registro dell’Immaginario, attraverso la ipostatizzazione del presente dove il  futuro sembra garantito.
Siamo così nel pieno registro dell’Immaginario, registro determinato sia dalla naturale  omeostasi psichica, sia dal  Desiderio inconscio che si eterni lo status quo dell’ultima scena,  dell’ultima pagina, del lieto fine.
È così naturale e scontato questo meccanismo psichico, che quando in coda a film basati su storie reali, leggiamo come i personaggi nei quali ci siamo identificati abbiano avuto, in seguito, destini drammatici  o tragici, magari appena a ridosso del lieto fine, ci coglie  un sentimento  di amarezza, che tende a contaminare,  retroattivamente,  il piacere per il finale e il senso di tutta la storia[22].
Anche questo è un aspetto del Reale, seppur temperato: non è capitato nulla a noi, ma ai nostri sogni, alla nostra illusione, al nostro irrinunciabile tentativo di rimozione del Reale stesso, che invece ritorna, così, distrattamente, con lo scorrere dei titoli di un film.
 “Il lieto fine” è invece un altro aspetto del grande Altro, quello che ci viene assicurato in gran parte dei film, perché il patto tra il produttore e lo spettatore è tacito: se alla fine i personaggi sono felici, lo siamo un po’ di più anche noi o, perlomeno, saremo meno tristi; più gente va al cinema, più soldi fa il produttore.
 
Un altro “grande Altro” è il pubblico al cinema, ove un film, si gusta meglio che a casa: il grande Altro è in definitiva chi partecipa ai nostri sentimenti e li rafforza, è la referenza che rafforza, legittima e avalla le nostre rappresentazioni simboliche.
 
Non nominare invano
Durante la fase di criticità, la mamma andava ad allattarlo tre volte al giorno e quando tornava, nei discorsi tra no e cioè mia figlia, mia moglie e mio genero, nel chiedere e nel riportare notizie, nessuno indicava il bambino con il suo nome: lo si chiamava  “piccolo” “stella” “stellina”: “Povero piccolo” “Come sta la stellina?” oppure solo “Come sta?” o un più distaccato “Come va?”
Se infatti l’amore non è mai per il nome comune, ma può esserlo solo per il nome proprio[23], dire “Pietro” era impossibile per noi, per un meccanismo di rimozione, di diniego, più probabilmente per un tentativo di sospensione dell’amore per lui, che una potenziale perdita avrebbe tradotto in  catastrofe.
Era come se temessimo che il Reale ci potesse ascoltare, e dal nome risalire a lui.
Il nome Pietro è sgorgato dalla nostra bocca, solo al suo rientro a casa, anche se, soprattutto nel rapportarci con lui, non rinunciamo a quegli appellativi che, da significanti difensivi, ora lo sono della gioia.
 
Un flashback  tra Immaginario e  Simbolico
  • La sera del primo ottobre, dopo avere rinviato a un’altra occasione l’invito a cena di alcuni miei amici messi al corrente del mio dramma, andai a passeggiare, con la pena nel cuore, sul lungomare della mia città natia:  guardando in cielo, a sud, la vista della sottile falce della luna nascente, argentea, perché quasi sulla verticale, mi dette un sentimento misto di conforto e speranza, in quanto per me, da sempre, la luna crescente  è  stata significante e metafora  delle origini, dell’inizio, del cominciamento, della speranza. L’incanto della luna nascente sta, per me, nella consapevolezza che la sera, per tante sere, potrò contemplarla la luna; mentre tale sentimento volgerà in malinconia, al declinare della gobba a levante, preludio del novilunio.
Ma ora, in quella fase nascente, trovavo nella luna confortanti auspici per il destino di  mio nipote e il segnale di una speranza.
E riecheggiando nella mia memoria i versi: “Ma tu mortal non sei, E forse del mio dir poco ti cale”, mi trovai a chiederle, alla luna, non il  senso della vita e tantomeno l’immortalità per mio nipote, ma un solo ciclo di vita, con tutte le sue fasi: infanzia, latenza, adolescenza, maturità, anzianità, vecchiaia.
 
  • 02 ottobre, la mattina: mia moglie mi comunica le condizioni di Pietro: “situazione stabile”, cioè sempre critica e con prognosi riservata; non reattivo alle cure, ma tenuto in vita da presidi medici e cioè intubato per la respirazione artificiale, bucato da cateteri per il drenaggio, con sondino naso gastrico per l’alimentazione.
Seppure angosciato da tali notizie, rispetto il mio programma per la giornata e così mi reco al cimitero per  salutare i miei genitori e altre persone care.
Il dolore non inibisce del tutto il piacevole sentimento che ho, ogni volta che ripercorro le strade della mia infanzia, e la splendida giornata, climaticamente estiva, addolcisce la mia tristezza e tiene viva la speranza.
Arrivato al cimitero, comperati alcuni mazzi di fiori, mi reco presso la tomba di un’amica e poi, mi dirigo verso quella dei miei genitori:
 
leggo i nomi a mo’ di saluto e poggio le mani sulla  pietra di marmo,  confortevolmente  calda, e questo calore sembra sciogliere la mia mestizia.
Parlo con i miei e li esorto a prendersi cura dell’Altro* dell’Altro dell’Altro[24]; me ne torna  una totale  fiducia e la certezza che avrebbero  provveduto e interceduto per il figlio della figlia del loro figlio.  
Mentre la calda pietra recava questo dolce lenimento al mio dolore, nella mia mente riemergeva il  senso foscoliano dei Sepolcri, e cioè la consolazione che ne viene ai vivi e ponendo i fiori sulla tomba, il verso “E serbi il fiore un sasso”, si trasformava nella mia preghiera:  “E serbi il fiore il Sasso” , cioè, “E serbi il fiore Pietro”: Pietro: la pietra che per la mia famiglia è diventata fondamento di ogni senso, soprattutto perché essa è la pietra senza la quale, ormai, tutto, per noi, perderebbe senso, anche ciò che prima ne aveva.
 
Il Nucleo Pietroso dell’Inconscio
È una scontata parafrasi del “Nucleo roccioso dell’inconscio[25], intendendo con tale dicitura,  quella parte dell’inconscio non attinente al rimosso[26], ma che è inconscio semplicemente perché è sempre stato tale.
In effetti, tutti gli accadimenti somato - psichici della vita preverbale del bambino rimangono al di fuori del pensiero e della coscienza e costituiscono un nucleo difficilmente scalfibile e decodificabile, anche se si  riattivano continuamente, in modalità cifrata, nel sogno, spesso nel gioco e, per chi va in analisi,  nel tranfert.
Parlando di Pietro e della sua drammatica esperienza, mi pongo le seguenti domande:
  • Quale suscettibilità e quale vulnerabilità caratterizzeranno la sua psiche, rispetto a future e preponderanti esperienze associabili a quelle già avute?
  • In che modo avranno provveduto le cure materne, nella fase prenatale,[27] a determinare quella resilienza psichica necessaria a contrastare con successo il traumi della nascita e quelli immediatamente successivi?
  • Le sue fisiologiche ferite narcisistiche, le sue frustrazioni, i suoi smacchi, potrebbero tradursi in sintomi somatici che attacchino l’apparato respiratorio, come presumibile organo bersaglio, sotto forma di asma o altro?
  • Se Bion parla della difficoltà e della necessità, per l’infante, di cercare e trovare, attraverso la reverie materna, una coerenza interna delle sparse e caotiche impressioni sensoriali, affinché esse si armonizzino in modo che venga esperito un “senso di verità”, potrebbe esistere un livello di dolore comunque eccedente le possibilità di tale reverie e inscriversi nella memoria emotiva come memoria traumatica?
  • O prevarrà il ricordo delle cure compassionevoli e confortevoli di chi si è preso cura di lui? 
  • O riemergerà, come potrebbe essere più probabile, un misto di vissuti sgradevoli e gradevoli, con l’auspicabile risultanza di uno stato psichico di fiducia, in cui il dolore si accompagni alla certezza del lenimento, del conforto, delle carezze?  
  • Sarà cioè tale ricordo, dolcemente accettabile come quello di un antico e mai dimenticato pianto della propria infanzia, del quale si rimane innamorati, perché terso dalle carezze materne, dai suoi baci, e illuminato dalla dolcezza del suo sorriso?
 
Senso della Vita e Senso di Colpa
La mamma ha recuperato pienamente Pietro al bisogno e al desiderio di lei, e Pietro ora cerca la sua pelle e il suo odore, per recuperare e rafforzare quel rapporto simbiotico, nessuno sa quanto smarrito e quanto disperatamente cercato, ma certamente  ritrovato dopo una dolorosa e potenzialmente distruttiva separazione.
 
Ma questo lieto fine si accompagna alla mestizia con la quale, mia figlia in lacrime, nei giorni del dramma, mi raccontava di madri  piangenti uscire mestamente dalla rianimazione,  perché i loro piccoli non ce l’avevano fatta.
Qui mi sorge la domanda: “Basta che io abbia trovato un senso nella mia vita, per affermare che la vita stessa abbia un senso?"
Da tale domanda retorica potrebbero alimentarsi i miei sensi di colpa per una sorte benevola: sensi di colpa che però posso sublimare con una maggiore accettazione e maggiore coraggio, ogni volta che trimestralmente mi confronto con alcuni parametri ematici e annualmente con i referti di risonanze magnetiche.
Sì, certo,  so che questo non è il Reale, ma una realtà con la quale ho la fortuna di convivere da svariati anni, anche se col tarlo  del dubbio, anche se la zona nella quale viaggia il mio corpo è una zona grigia: una zona grigia del corpo che non vela i vivaci colori della psiche, ma che mi serve come suggestione per il prossimo articolo.
 
“La Pagina Grigia” sarà, dopo “la Pagina Bianca” e “La Pagina Nera”, il titolo del prossimo articolo, del quale anticipo il tema:  
  • Il legame tra il Senso di Colpa e la Pulsione di Morte, nel quale ritengo che il primo sia spesso il catalizzatore del secondo.
Questo concetto trae spunto dalla riflessione freudiana che sostiene come, paradossalmente, a volte il rapporto deterministico tra il Reato e il Senso di Colpa si capovolga, facendo del Senso di Colpa la causa, seppur inconscia, di un atto criminale: l’utile, per il Soggetto, è quello di alleggerire, con la pena conseguente al reato, l’intollerabile peso del Senso di Colpa per la fantasia edipica.  
 
Analogamente, se un soggetto matura un Senso di Colpa, perché si ritiene ingiustamente privilegiato per una sopravvivenza che ad altre persone non è stata concessa, tale senso di colpa potrebbe opererare in lui in modo disfunzionale, ai fini di alleggerirlo dal peso del presunto privilegio:
  • la disfunzionalità sta nel fatto di indurre, inconsciamente, il soggetto stesso, a comportamenti autolesionistici e  autodistruttivi, già di per sé alimentati dalla pulsione di morte.
La psicanalisi, ovviamente, non può permettere che l’articolo si chiuda con la riga appena sopra, ma sta lì per farci scoprire e perseguire il nostro Desiderio più profondo, che è quello di amare ed essere amati e di vivere la vita, non come una domanda che vuole una risposta, ma come un’esperienza che va comunque vissuta[28].
 
 

[1] Una associazione, che non sembri blasfema, è quella che mi fa accostare, per genialità, originalità, eclettismo e ponderosità dell’opera, la figura di Frank Zappa in campo musicale, a quella di Lacan in psicanalisi, cosa che, personalmente,  mi porta a trovare ancora più suggestivo il titolo.
[2] Il Reale è ciò da cui non si può fuggire. In questo senso per Lacan il Reale è associato ad un trauma che introduce nella nostra vita una discontinuità che spezza il sonno routinario della normalità della realtà.
L' apparizione di un nodulo che minaccia una malattia mortale, la perdita di un lavoro che mette a repentaglio la mia vita e quella della mia famiglia. .. M. Recalcati.
 
[3]In altre parole, lo strumento, a seconda del suo grado di maneg­gevolezza, adattabilità e precisione avrebbe condizionato forte­mente tanto il risultato finale della scrittura, cioè l'aspetto for­male dei segni tracciati sul supporto, quanto le modalità intel­lettive e logiche implicate nel processo. Il che in pratica signifi­ca ipotizzare una sottile (ma non per questo meno concreta) correlazione tra il tipo di strumento e il modo di pensare; tra la natura dello strumento e quello che, con le dovute cautele, si po­trebbe chiamare lo stile di pensiero”. Tomas Maldonado: Memoria e Conoscenza – ed. Feltrinelli
 
[4] Nietz­sche al suo amico Kòselitz scrive: "Lo strumento che usiamo per scrivere collabora con i nostri pensieri".  : Tomas Maldonado: Memoria e Conoscenza – ed. Feltrinelli
 
[5] La Pubblicità gioca ampiamente sulla grafica
[6] La locuzione italiana del testo diventa funzionale, ora,  per ulteriore valenze e come significante di ulteriori significati.
[7] Al momento dello sbarco  in America a “Portare la peste”, Freud si rifiutò di rivelare a Jung un sogno che disse di avere fatto, dicendo di non voler perdere la propria Autorità su di lui.
[8] Ricordo che a un convegno organizzato dalla mia Scuola di Formazione Psicanalitica, nei primi anni ’80, Cesare Musatti raccontò di una sua vacanza in un paese di montagna, che lui dovette interrompere. perché aveva incontrato  un suo cliente, anche egli in vacanza. Ritengo che oggi queste riserve siano superate.
Massimo Recalcati, ad esempio, non cela i suoi fallimenti, ma ne fa un coraggioso utilizzo psico/pedagogico, proponendoli come fondamento, come condizione necessaria, per divenire migliori di quanto non si potrebbe essere senza di essi  e una conseguente  etica riflessione sugli  stessi.
[9] L’Elogio del Fallimento” M. Recalcati
[10] J.P. Sartre
[12] L’analizzante è libero di tornare o no in seduta, così come il lettore è libero di  proseguire o fermarsi su questa nota.
[13] L'indice di Apgar (o Agpar) si basa su cinque parametri di base a ognuno dei quali si assegna un "voto" da zero a due. Il valore massimo dell'indice è quindi 10, quindi  c’erano tutte le condizioni per rallegrarsi.
[14] Tale nominazione, scelta anche per  ricordare una persona cara, ha una valenza Simbolica, ma essendo anche il frutto di una proiezione, e cioè l’auspicio che gli somigli per virtù, sta anche nel registro dell’immaginario.  
[15] Utilizzerò questa locuzione, non nel senso ortodosso, non intendendo  cioè indicare con “L’Altro dell’Altro”, ciò che si pone come trascendenza verticale, teologica, e cioè Dio: l’Altro come l’assoluto dell’alterità rispetto a noi umani, nella sua immortalità e nel suo essere “Ens causa sui.
Non intenderò “L’Altro dell’Altro” nemmeno come attribuzione delNome del Padre”, come cioè, riportando Recalcati “quel significante che, diversamente da tutti gli altri significanti, appartiene al luogo dell’Altro in quanto significante, ma ne costituisce allo stesso tempo la Legge e il fondamento”.
Utilizzerò la locuzione “l’Altro* dell’Altro” in una accezione, forse banale, ma funzionale: la utilizzerò  nella sua accezione transitiva e quindi,  nella mia relazione,  parlando di mio nipote, essendo egli l’Altro di mia figlia ed essendo questa  il mio Altro, ne deriva, come sillogismo, che mio nipote sia definibile come “l’Altro* dell’Altro”, ove  l’asterisco è una mia  necessaria  precauzione per  evitare ambiguità.
[16] Ho già fatto questa esperienza con il primo figlio di mia figlia.
[17] Lacan, nel Seminario dell’8 luglio 1953  presenta per la prima volta la tematica della triade: Immaginario, Simbolico e Reale, i tre registri  sui quali l’Autore ritiene che siano  fondati il  nostro assetto psichico e il suo accadere. “Il Reale è ciò da cui non si può fuggire. In questo senso per Lacan il Reale è associato ad un trauma che introduce nella nostra vita una discontinuità che spezza il sonno routinario della normalità della realtà”. M. Recalcati.
Ronchi aggiunge che ” Il Reale inizia quando il punto di vista soggettivo, il senso, finiscono, tramontano”.
Ma è altresì ovvio che il Reale può anche non attendere che il Senso si faccia da parte, ma essere esso stesso, ciò che, al suo apparire, congela e distrugge  il Senso.
 
[18] Il Reale come il registro psichico della irrazionalità e della razionalità:
  • il Reale come l’essenza della logica, nella scontata  conclusione di una vita; Il Reale come l’essenza del non senso, nella conclusione di una giovane vita.
  • il Reale come l’essenza della imparzialità, testimoniata  dalla razionalità della statistica.
  • Il Reale come destino indifferente alla persona, che fa di essa un razionale dato statistico.
  • Il Reale come l’irrazionale e l’inaccettabile, l’aspetto della vita psichica inaggirabile e refrattario al Senso, come quando colloca una giovane vita, nella parte tragicamente trascurabile delle probabilità: quella misurabile in poche unità percentuali.
 
[19] La terapia:
  • Intubazione e somministrazione di ossigeno. - Drenaggio toracico bilaterale nello spazio pleurico. - Nutrizione parenterale. - Nutrizione per gavage. - Somministrazione endo tracheale. - Ventilazione meccanica
 
[20] Parlare di Scacco al Reale, è ovviamente  un artificio retorico,  una suggestione letteraria, un illusorio  tentativo di esorcizzare la ineluttabilità del Reale stesso. Dovrei dire “Stallo”, dopo il quale continuare a  giocare, cercando di vincere tutte le partite, perché la prima perdita sarà totale,  in quanto il vero Reale non concede  rivincite.
 
[21] Bion suggerisce come sia scontato non poter incidere su avvenimenti quali la nascita e la morte, ma come si possa e debba operare  nel tempo compreso tra questi  due eventi  indipendenti dalla nostra volontà.
[22] Il giorno di Natale, Pietro è stato ricoverato in patologia pediatrica, per una bronchiolite:  ma questa è un’altra storia!
[23] M. Recalcati: Desiderio, Godimento e Soggettivazione: pag.349.
[24] Nella valenza transitiva, che convenzionalmente ho dato alla locuzione “l’Altro* dell’Altro”,  per scorrimento logico, mio nipote e l’Altro (figlio) dell’Altro (mia figlia) dell’Altro (me).
[25]Sigmund Freud già in “Ricordi di copertura” del 1899, passando attraverso “Note sul notes magico”, ”Ricordare, ripetere, rielaborare” e numerosi altri lavori fino a “Costruzione in analisi” del 1937, valorizza l’importanza di ricordi d’infanzia molto precoci e di cui non si ha memoria, definendoli esperienze e impressioni tali da lasciare tracce indelebili nella personalità dell’individuo.
[26] Mauro Mancia
[27] «Tra la vita intrauterina e I'infanzia vera e propria (primissima) vi è molta più continuity di quel che non ci lascia credere la impressio­nante cesura dell'atto di nascita».  Freud: “Inibizione, sintomo e angoscia”.
Ci sarebbe quindi, anche da retrodatare la paradigmatica “valutazione” winnicottiana,  e parlare della necessità, per uno sviluppo equilibrato del futuro soggetto, della “gestante sufficientemente buona”.
 
[28] Søren Kierkegaard
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