Sesamo chiuditi. Ali Baba e i ladroni coloniali. Solo 40?

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15 dicembre, 2018 - 13:21
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità.

Giovanni Pascoli - Oh Valentino
 
 
Bisogna lasciarsi andare a Idee e pensieri = Einfälle und Gedanken, anche i più insignificanti, banali, ridicoli, assurdi senza scartarne alcuno, né contrastarli o tentare di ordinarli in alcun modo. L’unica possibilità di fare una corretta associazione è quella di scattare in piedi afferrare una penna, un pezzo di carta e tracciarvi appunti, segni stenografici, tratti di lapis, parole, simboli...
Come facciamo per i sogni al risveglio, ovviamente per chi li vuole rievocare, studiare e interpretare. Anche per le libere associazioni (Freie Vereinigung) scatta una gara contro i tempi mnemonici, perché codesto materiale mentale, soprattutto se sono in gioco le emozioni, lascia impronte sui generis. Le immagini eidetiche, i loro lampi, ciò che esse trascinano (o inducono), sono come l’acqua che ti sfugge tra le mani mentre tenti di stringerla. Libera associazione.. 
 
Ho guardato la data sul giornale e ho visto che era il 12 ottobre: una data storica importante, ho concluso.  Il 12 ottobre 2018 era partita la carovana dall’Honduras. Esattamente si era incamminata da San Pedro Sula, spontaneamente, senza un disegno preordinato. Volevano andare in “America”. Avevano, probabilmente sentito parlare dai loro antenati dell’American dream. Quella moltitudine affamata di giovani poveri bambine, bambini, madri, padri, a piedi, con nulla in mano, nemmeno affardellati. La gente li riconosceva immediatamente. Erano Americani del Centro, ma avevano un tratto che si vedeva e si odorava a mille miglia di distanza: la povertà.
Il 12 ottobre, un venerdì. Ero uscito di casa per andare a visitare una mostra che si annunciava interessante. L’esposizione era intitolata “Il sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre, 1946-1961“ e si teneva a Palazzo Braschi, tra Piazza Navona e Corso Vittorio Emanuele, al “Museo di Roma”. Si parlava per immagini, della ripresa e della ricostruzione dell’Italia sopravvissuta alla seconda guerra mondiale e a una guerra civile, troppo spesso sottovalutata. 
Il titolo dell’esposizione curata da Enrico Menduni e Gabriele D’Autilia, s’ispira felicemente ad un film picaresco e guascone di quegli anni felici. Chi non ricorda la pellicola di Dino Risi con un Vittorio Gassman mattatore e un timido Jean-Louis Trintignant, in giro per un’Italia che s’affacciava al benessere, dopo un’immane tragedia.
C’era da fare per tutti, c’era entusiasmo, si ricostruiva, eravamo pieni di bambini, di frigoriferi, lavatrici e Seicento. Però si emigrava ancora, purtroppo! Marcinelle (8 agosto 1956), squarcia i notiziari con la potenza emotiva quasi di un ritorno alla guerra. Il carbone, il grisou, le tragedie dovute sempre al risparmio sulla sicurezza. Ma l’Italia correva come un maratoneta, sia pure a sovranità limitata, per le note ragioni.
Personalmente, ero alle prese con la laurea in medicina all’università di Roma e questi 160 scatti della mostra, mi sono tornati tutti, uno per uno, in bella vista. Questa iconografia, che raccontava 15 anni di storia recente, di ripresa, di ritorno a “prima della guerra”, di un paese dissestato e stremato, mi piaceva perché me ne sentivo in qualche modo partecipe.
Per una serie di circostanze, anche belliche, ero immigrato a Roma da Bologna e mi ero inserito, non senza qualche difficoltà per via delle «esse» e delle »zeta» troppo sibilanti. Si trattava di foto scattate da professionisti dell’immagine, ma anche da anonimi fotografi d’agenzia. Si può dire un ritratto collettivo dei pregi e dei difetti degli Italiani, dei loro sogni, speranze, del loro impegno,  capacità, professionalità. Dipingevano un’Italia di ieri e, indirettamente, c’inducono a valutare il decalage con quella odierna, ma tutto sommato, anche un invito a ripensare il valore del lavoro, del pensiero, della cultura, condividere un progetto di convivenza, di salute di buoni pensieri [01].
Le immagini delle Olimpiadi di Roma del Sessanta e il completamento della rete televisiva in pari data. “Italia ’61”, l’Esposizione Internazionale del Lavoro a Torino e la celebrazione del primo centenario dell’unità nazionale. Le foto relative all’ultimazione dell’Autosole del 1964 chiudono infine (anche se qui stendiamo un velo per carità di patria), il racconto per immagini con molti ricordi emozioni e nostalgia. Un confronto fra com’eravamo e come siamo non ha in fondo molto vantaggio, perché la storia cammina, la temporalità procede e i fatti si riposizionano senza insegnare mai nulla. Gli allievi della “Storia maestra di vita” sono sempre distratti. Infatti, imparano poco.
 
Tutto bellissimo, di quel passato recente, riconosciuto, rievocato e identificato perfettamente, punto per punto, anno per anno. A tenermelo vivo ci pensano mia moglie, la biondina romana di genitori genovesi di cui parlerò nelle note, cinque figli e sette nipoti.
Eppure, a me – nato nel primo terzo del secolo scorso, il Novecento – c’è qualcosa nella marcia degli honduregni che non possono andare in “America”, perché Trump non vuole, che mi suona contraddittorio, anzi proprio stonato e forse anche ingiurioso per il mondo intero. Peraltro, ogni giorno, il presidente degli “Americani”, non fa altro che strillare in televisione, dove si affaccia col suo ridicolo toupet biondo e i suoi pennarelli neri giganti per firmare qualcosa di spettacolare, che quelli che stanno salendo sono tutti spacciatori, criminali, infetti, sporchi, brutti e cattivi. Io, nel mio piccolo, dico: è un’enormità! E mi ripeto: com’è possibile per gli Americani eleggere un presidente così capriccioso?
 
Dunque, eravamo riamasti al 12 ottobre. La “storia” che dice?
Il 12 ottobre del XV secolo – per l’esattezza il 1492 di 526 anni or sono – Cristoforo Colombo il celebre navigatore genovese [02] sotto insegne spagnole, era sbarcato in America, facendo una delle più rivoluzionarie scoperte di rotte commerciali per l’epoca. Di solito, gli Europei, quando s’erano trovati in difficoltà, avevano sempre guardato a Levante. Colombo, no e questa è la sua geniale intuizione. Inseguendo il tramonto del sole, dal Vecchio era giunto al Nuovo Mondo. Aveva messo piede sull’isola che i nativi chiamavano “Guanami”, il bucaniere inglese, John/George Watling se l’era intestata a proprio nome, prendendo posizione con grande anticipo, per depredare i galeoni spagnoli, carichi di refurtiva destinata ai cattolicissimi re di Spagna Isabella di Castiglia e Ferdinando II d'Aragona. L’isola oggi si chiama San Salvador (Bahamas), dista dalla Florida circa 320 miglia nautiche, dall’Honduras 772 e dall’Europa (nel senso di Palos de la Frontera) circa 3.500.
Su codeste vicende d’avventure, credo di essere abbastanza competente essendo cresciuto a pane e Emilio Salgari (1862-1911), intorno ai 10 anni, perché quella era l’età giusta. Poi, a un di presso, venne il turno di Jules Gabriel Verne (1828-1905). Il fantasioso scrittore di Nantes, la Venezia dell'ovest, capoluogo del dipartimento della Loira Atlantica e della Bretagna storica, dove si pescano le migliori sardine delle coste occidentali della Francia, della Spagna e del Portogallo. Tutti coloro che hanno la pazienza e la bontà di seguirci, sanno però che va fatta eccezione, in fatto di alici, per la sublime colatura di quelle di Cetara. E poi così via, con le letture (ma anche le alici e la pesca) fino a giungere, intorno ai 20 anni, a Luigi Pirandello (1887-1936), a Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881) e Anton Pavlovič Čechov (1860-1904) per studiare clinica psichiatrica, psicopatologia  e narrativa anamnestica.
 
Non ero invece per nulla documentato sulla depredazione sistematica dell’oro del Nuovo Mondo, dei diamanti e dell’avorio dell’Africa da parte degli imperi coloniali europei. Non m’ero informato del furto organizzato attraverso tutti i possibili traffici delle varie “Compagnie delle Indie”, orientali e occidentali, iniziato nel XVII secolo. Le prime furono inglesi ma gli Olandesi si allinearono un paio d’anni dopo. È abbastanza chiaro che dalle cosiddette “scoperte geografiche” in poi, cui seguirono imprese di colonizzazioni, conversioni, evangelizzazioni, civilizzazioni, mercantizzazioni, ecc., l’Europa dette la stura ad una meticolosa e progressiva spoliazione di tutte le risorse delle altre parti del pianeta.  Operazioni assolutamente asimmetriche in quanto i soggetti che le subirono, non poterono fare storicamente altrimenti.
Qualcuno di noi, Sigmund Freud (1856-1939), per esempio, ebbe modo di accorgersi e segnalare un certo disagio prodotto dalla civiltà o sorto nella civiltà (Stefano Mistura) [03]. Il maestro viennese – non certo la retroguardia del pensiero psicologico d’inizio secolo scorso, anche se palesemente in difficoltà con l’universo muliebre, senza neppure celarlo, peraltro, nient’affatto facile ad onor del vero – elaborò quest’opera in tre date successive d’ingravescenti tensioni sociali, di favore dei movimenti nazionalisti, veri prolegomeni di regimi totalitari. Il 1929, la grande crisi economica e la depressione mondiale, il 1930, la fragilità politica e la debolezza amministrativa della Repubblica europea di Weimar. La disoccupazione e la fame, portarono al potere Hitler.
L’aggressività intraspecifica degli esseri umani, esercitata nella sua pratica più formale, più appariscente e universalmente riconosciuta come “guerra”, ha origini antichissime nate con l’uomo stesso. Quasi sempre si è trattato di conflitti per opposti interessi: possesso di beni, cibo, progenie, potere e così via. [04]
Quanto possono tenere, le regole di civile convivenza per una vita comunitaria? Quanto può reggere la pace civica (lasciamo perdere la civiltà), “quando c’è palesemente chi non mangia sempre e tutti giorni? Quanto grande può essere la fame? Quanto vasto il possesso di beni, la potenza? Quanto elevata e impunita, la ferocia?
D’accordo, questa è la storia, l’evoluzione “naturale delle cose”, ma se oggigiorno 1 su 8 persone nel mondo muore di fame, vale a dire il 10,9% della popolazione non ha cibo, ovvero 821 milioni d’individui del pianeta terra sono “denutriti” [05]. Ci sarà pure stato un inizio, si potrà cercare di individuare qualche causa, nel frattempo escogitare qualche rimedio, immaginare di porre un argine, far qualcosa?
 
Continuiamo a leggere la storia moderna. Gli Spagnoli erano andati in America, con Colombo? Allora la corona inglese avrebbe dovuto conquistare, dominare ed avere il monopolio di tutte le rotte dell’Oceano Indiano [06], la faccia orientale del pianeta. Il commercio per le Indie era lucroso e perciò andava anche organizzato militarmente. Con un gioco diplomatico raffinatissimo, la regina Elisabetta I d'Inghilterra accordò una "carta" di patente reale che le avrebbe conferito per quattro lustri il dominio assoluto dei traffici commerciali, da e per l'Oceano Indiano. Lo scacchiere degli affari marittimi, era molto interessante all’epoca. Non si poteva senz’altro escludere di parlamentare, almeno con due grandi potenze mediterranee: Genova e Venezia.
 
A me hanno raccontato una storiella divertente, che riporto, senza pretese ma dettagliatamente e ironicamente, così come me l’hanno riferita, e come sanno fare solo i Genovesi fra il serio e il faceto, in tutta "serietà” davanti a un bicchiere di Sciacchetrà, il vino degli angeli matti delle Cinque Terre.
Per le questioni internazionali riguardanti la navigazione ci si poteva senz’altro rivolgere all’Ammiragliato. Gli Inglesi lo avevano sempre avuto, dai tempi della conquista romana di Claudio (43 d.C.). Nell’ambiente del First Lord of the Admiralty, fecero sapere che coi Veneziani non c’erano problemi. Li conoscevano bene. Erano “siòri”, nel senso che amavano spendere e impressionare i loro interlocutori. In laguna poi, mettevano l’oro zecchino sui tetti  delle case, per il semplice piacere di vederli scintillare. Figurarsi! Per mandare un ambasciatore a Roma, dal Papa, gli avevano addirittura preso dimora a “Palazzo Venezia”. I “Serenissimi” erano già ben introdotti in Oriente e conosciuti sulla “via della seta”. Poiché erano ghiottissimi di baccalà, si poteva usar loro la carineria, al primo incontro, di offrire un presene di merluzzo nordico o merluzzo bianco, il vero baccalà. Si poteva rimediare in Nord-Atlantico, nell’area marittima compresa tra Islanda, Danimarca e Norvegia.
Coi Genovesi le cose erano più complicate. Parlavano poco, prima di tutto, ma concludevano molto con chiarezza. Avevano fama di gente risoluta [07] e ingegnosa. Erano i veri inventori del “gioco del lotto”, checché se ne dicesse in giro. Inoltre erano parsimoniosi e, confrontati con gli Scozzesi, li avrebbero battuti tranquillamente 2 a 0. Il Grande Lord dell’Ammiragliato fece presente che c’erano dei Santi in comune (San Giorgio) e delle insegne (la croce rossa in campo bianco). Originariamente, in epoca bizantina, era il vessillo della Repubblica di Genova. Venne poi utilizzata come bandiera dai Crociati Genovesi e in seguito adottata dall'Inghilterra. Il Lord Primo Ammiraglio, si ricordò che erano stati insieme alla Prima Crociata e rammentava, con dovizia di particolari, che alla battaglia di Antiochia (1098), in un momento di difficoltà, gl’Inglesi ebbero un aiuto determinante dai Crociati Genovesi. Costoro, non solo li soccorsero con le armi, ma propiziarono anche la comparsa della straordinaria visione di un enorme stendardo di San Giorgio che cavalcando a fianco di entrambe li protesse facendo loro da scudo [08].
Circa un secolo dopo la campagna d’Antiochia, fu mandato a chiedere ai genovesi, se fosse possibile fare qualcosa per rendere la navigazione più tranquilla ai legni di sua Maestà nel Mediterraneo e nel Mar Nero, infestato dai pirati. Poiché quelli della “Lanterna” non solo parlavano poco ma erano anche superbi, gli ambasciatori di Sua Maestà, ebbero qualche esitazione a sputare il rospo e, timidamente proposero:
«… Se noi facessimo in modo che… poniamo il caso… i pirati… vedessero sventolare sulle nostre navi… lo stendardo… di San Giorgio…» -
«Il nostro insomma».
«Beh! Si… magari pag…»
«Quello certamente! Quanto offrite?»
«Il giusto! (Nor more nor less come dice Cordelia l’eroina shakespeariana)Ma piuttosto, poi, come farete, senza bandiera, con tutti questi pirati in giro
«Non fatevene carico. Noi siamo Genovesi. I pirati lo sanno, si vede subito».
Per questo privilegio, si dice che il monarca inglese corrispondesse al Doge un tributo annuale. S’ignora quando ebbe termine, ma pare fosse “un segreto di pulcinella” di tutte le marinerie medioevali, dalla metà del XIV secolo: l’Ammiragliato, o chi per esso, provvedeva a liquidare una prebenda all’"eccelso" Doge, figura centrale del potere costituito nell'antica Repubblica Marinara di Genova. Si potrebbe dire una specie di contributo per “indennità di sicurezza” o qualcosa di simile [09].
 
Sono sempre stato un lettore accanito. Da bambino mi alzavo di notte e accendevo un piccolo lume in sala da pranzo. Architettavo segretamente una evasione nel mondo fantastico dei libri, immaginando di essere Il Barone di Münchhausen. Ebbi anche un infortunio per cui ricevetti una piccola punizione. Non m’ero accorto che la lampadina incandescente aveva ustionato la pelle della poltrona sulla quale m’ero appoggiato imprimendovi un bel bollo nero. Impossibile non essere scoperti e non avere la proibizione di praticare letture notturne. Infatti mi attrezzai diversamente. Mi torna in mente proprio adesso l’infortunio perché era il periodo della lettura delle favole esotiche del mondo arabo e persiano. Le mille e una notte [010] mi avevano assolutamente rapito e potevo veramente bruciare casa, dove abitavo coi miei genitori e due fratelli, uno maggiore e uno minore, a Bologna, in Via Ernesto Masi, fuori Porta Mazzini, Parrocchia degli Alemanni.
Ecco, il sacco operato continuativamente dagli Europei su tutto il resto del mondo, mi viene ora alla mente sollecitato, per associazione, da quelle letture lontane e in particolare, la novella che racconta l’avventura del legnaiolo poverissimo Ali Baba che s’imbatte nei «40 ladroni» [011]. Ciò che sulle prime sorprende, è la difficoltà di riconoscere, d’acchito, il mestiere e l’attività di codesti cavalieri misteriosi che trafficano ai piedi di una roccia che sovrasta un grande e fitto albero, entro il quale il legnaiolo si nasconde impaurito, trattenendo il fiato. Ci vogliono almeno un paio di pagine introduttive perché si capisca che si tratta di predatori e anche spietati. Una breve e sintetica rilettura chiarirà le cose umane, meno virtuose, così come in fondo sono sempre andate, ma  il registro fabulistico aprirà le finestre della mente
«Ali Baba stava un giorno nella foresta … aveva tagliato legname sufficiente per fare il carico dei suoi asini, quando vide sollevarsi una nuvola di polvere che avanzava  diritta verso il luogo in cui stava … una schiera di gente a cavallo … veniva avanti velocemente. Quantunque non si parlasse di ladri nel paese … Ali Baba ebbe il pensiero che quelli potessero esserlo, e senza pensare a ciò che sarebbe accaduto dei suoi asini, pensò a salvare la sua persona».
La prova provata giunge ad Ali Baba quando, circospetto, riesce ad entrare nella caverna, dopo aver pronunciato le due parole magiche udite da quello che sembrava essere il capo dei ladroni: apriti sesamo.
«S’aspettava un luogo tenebroso e oscuro, fu sorpreso di vederne … uno ottimamente rischiarato, vasto e spazioso, scavato dalla mano dell’uomo, con una volta molto alta, che riceveva la luce dall’alto». 
Ancor più stupito quando «Vide grandi provviste di cibo, balle di ricche mercanzie, stoffe di seta e di broccato, tappeti di gran valore, e specialmente oro ed argento a mucchi, o in sacchi o in grandi borse di cuoio le une sulle altre».
Una pronta riflessione di persona povera, ma non stupida, lo portò a pensare che con tutte quelle cose dentro « fossero non anni, ma secoli che quella grotta serviva d’asilo ai ladri, di padre in figlio».
La narrazione fila via spedita e avvincente. «Alì Baba non esitò … entrò nella grotta … la porta si chiuse … non s’inquietò  … conosceva il segreto per farla riaprire». È immaginabile cosa affascini di più. «Trascurando l’argento si buttò sulle monete d’oro, particolarmente su quelle che stavano nei sacchi, ne prese tanti quanto poteva portare, e porne sui suoi tre ciuchi. Radunò i suoi tre asini … li caricò coi sacchi, e per nasconderli, vi mise sopra la legna … si presentò davanti alla porta, e … pronunciate le solite parole … la porta si aprì e si chiuse, come aveva fatto anche senza ordini ogni volta che era entrato, mentre rimaneva aperta ogni volta che ne usciva».
Si può ben vedere come sia avvincente e tenga col fiato sospeso, questa tipologia di narrazione ipotipotica – come diremo meglio in seguito – dove la descrizione dettagliata degli oggetti, i passaggi degli stati d’animo collegata alla successione degli eventi, per quanto il testo originale sia stato da noi abbondantemente cultrato, resti sempre molto efficace.
«Alì Baba prese il cammino della città, ed arrivando a casa, fece entrare gli asini in un piccolo cortile, chiudendo la porta con gran cura. Gettò a terra la legna che copriva i sacchi … li prese e li portò in casa … disponendoli davanti alla moglie … seduta su un sofà». Ella « toccò i sacchi, e non appena si fu accorta ch’erano pieni di danaro, pensò che il marito li avesse rubati; … “Alì Baba, sareste tanto sciagurato da...” “Via moglie mia” … “non sono ladro, a meno che lo sia anche chi prende ai ladri”. “Non avrete più questa cattiva opinione di me, quando vi avrò raccontata la mia buona fortuna».
Il legnaiolo pensava di essere più convincente mostrando la mercanzia. «Vuotò i sacchi e formò un grosso mucchio d’oro, che incantò la moglie; le fece … il racconto della sua avventura dal principio alla fine, e, terminando, le raccomandò sopra ogni altra cosa di custodire il segreto». Ali Baba non aveva astuzie ed era ingenuo, ma aveva afferrato al volo che su questa faccenda il silenzio doveva essere assoluto. La moglie «… ripresasi dallo spavento, si rallegrò molto col marito della buona fortuna che era toccata loro, voleva contare, moneta per moneta, tutto l’oro che aveva davanti. “Moglie mia”, le disse Ali Baba, “questa non è un’idea saggia. Cosa vorreste fare, quando avrete terminato di contare? … vado a scavare una fossa per seppellirvelo … non abbiamo tempo da perdere”». In effetti, le cose stavano precipitando se si fosse saputo intorno.
«“É bene”, rispose la moglie, “saperne, almeno approssimativamente, la quantità. Vado a cercare una piccola misura da qualche vicino, … misurerò mentre scaverete la fossa”. Ali Baba riprese: “Moglie mia ciò che volete fare non serve a nulla e non lo farete, se darete retta al mio consigliofate quel che volete, ma ricordate di mantenere il segreto”. Per soddisfare il suo capriccio, la moglie di Alì Baba uscì e andò alla casa di Cassim, suo cognato, non molto lontano … non era in casa e, in mancanza di lui, si rivolse alla moglie, cui chiese di prestarle una misura per pochi minuti».
 
Inevitabilmente la notizia si sparge ma non è questo che interessa. La fiaba continua il suo corso verso la sua conclusione che non  è ne breve, né prevedibile. Qui a noi serve sottolineare la spontaneità, l’ingenuità, e perché no, la freschezza, di due povere persone, di modeste origini, che giungono fino a noi vivacemente, dalle cronache dei “Sassanidi” [012]. Queste voci, questi pensieri e questi sentimenti, ci risultano chiarissimi. A me sono familiari, mi giungono dall’infanzia. Fanno parte della mia psicologia infantile. Ma  chiunque, improvvisamente colpito dalla fortuna può farne di simili. Proprio il contrario di quelli che hanno accumulato fortune taglieggiando l’universo. I razziatori silenziosi e feroci della fiaba franco-persiana, icona perenne di malvagità.
 
Dante e Virgilio che incontrano Sordello nel Purgatorio – «non ci dicëa alcuna cosa, /ma lasciavane gir, solo sguardando/ a guisa di leon quando si posa» – sono un limpido esempio di ipotiposi. Figura retorica, dal greco “abbozzare sotto”, per conferire più risorse comunicative apprezzabili per chi legge da chi descrive ciò che racconta. Ebbene, il succedersi degli eventi in questa favola, i personaggi, il modo di introdurli nella scena, o di nasconderli, come se a turno si celassero nella buca del suggeritore, per spiare gli altri interpreti senz’esser visti, o per mutar d’abito, possono essere ritenuti altrettanto similarmente ipotipotici, come esempio che ben si presta a funzionare da grande metafora di tutti i colonialismi che ci hanno condotti alla situazione odierna.
Scrivevo nel 1997, citando padre Ernesto Balducci (1922-1992) «Firenze, si sa, è la città dei Guelfi e dei Ghibellini, dei Bianchi e dei Neri, è Comune dalle antiche animosità faziose, sanguigne, feroci. Vulcano mai sopito, pronto a riesplodere periodicamente con boati improvvisi quanto imprevedibili, anche per cose futili come una partita di calcio, la vendita di un giocatore di pallone. Ebbene, di fronte alla fazione di coloro che avrebbero auspicato la trasformazione dei “vu’ cumprà” in “vu’ spazzà”, di cui ci raccontarono le cronache di quell’agosto troppo caldo (1989), si levò la voce più progressista degli intellettuali e della Chiesa fiorentina. Padre Ernesto Balducci, scrisse che “quelli che arrivano da lontano non portano soltanto la loro fame e la loro disperazione, portano la loro memoria e la loro intelligenza, che noi dovremmo saper interrogare con rispetto e fiducia”. Più esplicitamente chiarì che – a suo modo di vedere – si trattava di un “Terzo Mondo entrato in casa nostra a chiedere la refurtiva. Il bottegaio e l’industriale devono sapere che in ogni aumento del loro profitto c’è una quota parte che è, oggettivamente, un latrocinio commesso nei confronti di quei paesi dove la vita è sempre più impossibile”. Parole indubbiamente dure, giudizi taglienti, ma che tuttavia restano come monito, anche alla luce di tutto quello che in Italia è successo negli anni successivi contro gli immigrati» [013].Il padre Balducci menò grande scandalo, per allora, in quanto, senza peli sulla lingua, ebbe a parlare esplicitamente di soggetti che, a giusto diritto, venivano a riprendersi la «refurtiva». [014]
 
Sono passati quasi 30 anni e, oggi, questa barbarie, in Italia, ha preso il nome di “Decreto Sicurezza”, che rappresenta la quint’essenza della paura [015]. È passato mezzo secolo e abbiamo smesso di sorpassare. Abbiamo smesso di correre di marciare e perfino di camminare. Siamo fermi. Anzi, da 40 stiamo andando pervicacemente a dritta, col delitto Moro e a mancina con l’intuizione Basaglia. È vero che destra e sinistra sono categorie politiche del secolo scorso. Desuete. Ma noi, malgrado la scomparsa di tutto, della socialità, della solidarietà e il triste pullular di fantasmi che c’inseguono,  come dice il poeta «I rei fantasmi che da’ fondi neri / De i cuor vostri battuti dal pensier / Guizzan come da i vostri cimiteri / Putride fiamme innanzi al passegger» [016], dobbiamo vivere e soccorrere i naufragi, anche gli ultimi, se possibile. Noi, pensavo e mi azzarderei a dire, sembriamo essere purtroppo divenuti muti e impotenti spettatori, inchiodati lì ad assistere (per ignavia?) ad un tragico tiro alla fune dove, in Europa, sembrano prevalere inquietanti braccia destrorse e menti ottuse. Il che, tutto sommato, è forse anche peggio che andare indietro.
 
Eravamo rimasti alle “Compagnie delle Indie”, in questa sinossi breve di scempi e furti coloniali, per arrivare alla distruzione del mondo, alla fame dell’uomo e alla sua cattiva salute odierna, partendo dalla marcia degli Honduregni. Saltiamo, non per inferiorità di crimini, né per vastità di fenomeni, né per ferocia di atti, ma solo per brevità di spazio, altre tappe di sofferenza umana. Nondimeno le vogliamo enumerare a volo d’uccello.
 
Lo schiavismo. Il traffico di carne umana. La “Tratta atlantica degli schiavi africani”, riferita al commercio di donne e uomini di origine africana attraverso l'Oceano Atlantico fra il XVI e il XIX secolo [017].  Per inciso rammentiamo che il primo paese a proibire la tratta degli schiavi fu la Serenissima Repubblica di Venezia nel 960, con la “promissione” del XXII Doge Pietro IV Candiano. Seguirono poi il Portogallo (1750), l’Inghilterra (1792, 1807, 1808), gli Stati Uniti (1865), la Francia (1794,1815). Alla fine del XIX secolo, in tutta l'Africa coloniale fu imposta l'abolizione della schiavitù, tranne in Etiopia, che la proibì solo nel 1932. L’articolo 4 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”, del 1948, vieta la schiavitù in ogni sua forma.
 
Le guerre boere o anglo-boere nel Sudafrica, a cavallo fra il XIX e il XX secolo, videro contrapposte due repubbliche indipendenti (quella del Transvaal e lo Stato Libero d'Orange) di coloni di origine olandese contro le mire espansionistiche dei Britannici. Furono veri e propri conflitti militari tra europei che si combattevano tra loro, con metodi europei in casa altrui, ovverosia mentre erano ospiti del Sudafrica. Guerre che ne cambiarono per sempre l’assetto politico. Sullo sfondo c’era il controllo  dell’oro del Rand [018]. L’ottennero i Britannici, incuranti dell’opinione pubblica mondiale. Vi prese parte anche Winston Leonard Spencer Churchill (1874-1965), proprio lui. Si dice che ebbe salva le vita da un volontario italiano, di Cuneo, che combatteva per i Boeri [019] La prima guerra boera si svolse dal 1880 al 1881 e la seconda dal 1899 al 1901. Un capo della resistenza boera contro gli Inglesi, Paul Kruger (1825-1904), il “Garibaldi boero”, conosciuto anche per la sua celebre pipa rocciata, lo "Zio Paul" per gli afrikaans, fu Presidente della Repubblica del Transvaal. Aveva visto giusto,  nel ritenere che l’oro del Transwaal, si fosse rivelato una sciagura. Si sarebbe dovuto aspettare la fine dell'Apartheid e l’avvento di Nelson Mandela (1918-2013) per aggiustare le cose. C’era l’oro di mezzo, anche qui. Ali Baba lo aveva scoperto prima dell’anno mille. Già nel IX secolo, c’erano in giro i soliti “ladroni” a farne incetta. [020]
 
La “Crisi del Congo”. I tristemente famosi mercenari che insanguinarono il cosiddetto “Congo Belga”, anni Sessanta. I motivi erano sempre gli stessi, come i precedenti. Lo sfruttamento delle risorse altrui. Chi tesseva le fila e pagava, qui e questa volta, era l’"Union Minière du Haut Katanga", interessata a sfruttare le ingenti risorse minerarie congolesi: rame, cobalto, stagno, uranio e zinco. Sotto il profilo politico ci fu il clamoroso delitto politico del Primo ministro della Repubblica Democratica del Congo Patrice Émery Lumumba (1925-1961). Altri protagonisti lontani di quelle torbide vicende furono Joseph Kasa-Vubu (1917-1969), primo présidente della Répubblica del Congo-Léopoldville. Joseph-Désiré Mobutu (1930-1997), spietato dittatore della Repubblica Democratica del Congo. Moïse Tshombé (1919-1969) primo ministro della Repubblica Democratica del Congo. Fui coinvolto indirettamente, in quanto ebbi modo di solidarizzare con una ragazza di buona famiglia, carina e progressista, che era stata “portata a vedere da Gozzano”. Il sospetto di devianza? Era stata fermata davanti all’ambasciata perchè colta in flagrante a tirare le uova marce a Tshombé.
 
Tornando ai Centroamericani, perché gli Honduregni non potevano andare da Trump? C’era andato tutto il mondo, da Colombo in poi, perché gli Honduregni no? La loro marcia veniva percepita e riamplificata come una seria minaccia. Non era, invece, più minacciosamente ridicolo il presidente degli USA che aveva più volte annunciato d’inviare l’esercito contro questa marea di derelitti del centroamerica? Tra l’altro, un esercito dotato di bomba atomica e l’unico ad averla impiegata sul campo di battaglia. Un esercito, che con altri 4 si, era meritoriamente intestato la vittoria contro il nazifascismo, seppure con l’ombra indelebile di Hiroshima (6 agosto 1945) e tre giorni dopo di Nagasaki.
L’America, una sorta di terra promessa per l’umanità intera, era vagheggiata in molte parti del mondo. Mi ricordo una canzoncina di quand’ero bambino.
 
Mamma mia dammi cento lire
ché in America voglio andar
Cento lire io te le do
ma in America no, no, no”.
 
A Valstagna (VI), nel Canal di Brenta, lungo l’alta via del tabacco, dov’erano nati tutti i miei parenti per parte materna, quando non c’era lavoro emigravano in Francia. Erano boscaioli, mandriani e coltivatori di tabacco. Mia madre, del 1901, era l’ultima di 10 figli. La prima si chiamava Maria, per noi, la zia “Marietta” (1875). Aveva sposato lo zio “Eugenio”, detto “Genio”, che per un certo periodo di tempo era emigrato in Canada a Vancouver, a lavorare in una segheria. Stavo molto volentieri con lui mentre mungeva la vacche e preparava la “puijna” [021]. Mi raccontava «del viaggio per mare, lungo e difficile, ma bisognava star calmi perché lì non potevi far altro». Del lavoro che «lo sapevi già perché i boschi sono uguali dappertutto» e della lingua «che non serve perché la legna si taglia si trasporta, si sega per fare le assi o si brucia». Il suo vocabolario era ridotto, ma si esprimeva benissimo. Aveva un’infinità di toni affettivi quando parlava con le bestie. Il meglio di se, però, lo dava quando mi nominava la cima delle montagne e mi spiegava i segnali meteorologici dal colore delle nuvole. Mi raccontava le quattro battaglie sul massiccio del Grappa, dopo “sciagura” di Caporetto, iniziata alle ore 2 del 24 ottobre 1917. Le prime due il novembre e il dicembre 1917, le altre due, il giugno e l’ottobre 1918. Mi spiegava che quel lungo tratto che correva dal fronte degli Altipiani alla linea del Piave, era come una cerniera inchiodata per non far passare nessuno. «Varda su – mi diceva dal punto dove eravamo, poco lontano dalle grotte di Oliero – varda la cima del Castiglier, ti va su per la calà del sasso, 4444 gradini da far all’indrio, per Foza, per Gallio,Asiago, i Sette comuni, Col de Stiago … pensa che per questa via, dalle proprietà dei Siori Ezzelini, tutto il legname pregiato veniva portato da Asiago a Valstagna e poi noi lo bodolevamo pel Brenta, fino in laguna e lo vendevamo ai Veneziani.
 
Nel 1927 Don Vincenzo Bove e la moglie “avevano fatto fortuna all’America” ed erano rientrati in patria. Si erano fabbricati una casa a Sapri (SA). Una villetta a due piani. Loro abitavano al piano terra col giardinetto. Avevano affittato il primo piano a mio padre, ispettore delle F.S. che da poco era stato destinato alla tratta Battipaglia-Paola. Mia madre, giovane madre di mio fratello maggiore, era felicissima, perché ritrovava “chillo paese”, dopo Caporetto. Amava immensamente il mare, quel mare in paricolare e, con mio padre, abile rematore, faceva lunghe escursioni in barca, giusto nel Golfo di Sapri. La moglie di Don Vincenzo sventolava una bandiera, quando a mezzogiorno erano pronti i vermicelli e loro rientravano per il pranzo. Queste cose me le raccontava mia madre e mi diceva anche che i “Bove”, forse per abitudini “americane”, imparate durante l’emigrazione, «mangiavano una volta al giorno, ma un capretto intero, a mezzodì»
 
Nel 1934 ho conosciuto la signora Laura Monzali la padrona di casa di Via Leandro Alberti, a Bologna, dove abitava col marito. Possedeva un villino, a due piani con giardino fiorito e 2 terrazzi. Tipico, per l’epoca, delle zone eleganti immediatamente fuori porta. Era stata “levatrice” di professione ed aveva esercitato negli USA, dove aveva guadagnato un bel gruzzolo ed aveva fatto in tempo a rientrare in patria prima della “Crisi de 1929”. Possedeva e guidava un’automobile blù scuro, con disinvoltura. Io, ro nato da un paio d’anni, avevo una tata tedesca e ricordo questa narrazione, dove ricorrono le vicende di migrazione italiana (le nostre), come se avessi di fronte una fotografia. Sarebbe da preoccuparsi se ricordassi i volti dei coniugi Monzali, ma quello che mi torna era il prestigio dei “padroni di casa”, la modernità di una signora emancipata che guidava la macchina e forse fumava. Evidentemente, allora, c’era la possibilità di emigrare per lavoro in tutto il mondo, dovunque ci fossero possibilità, massime in America.
 
Diamo uno sguardo alla narrativa e leggiamo quel che scrive Robert Louis Stevenson, il quale aveva avuto il coraggio di andare in America, da migrante, per sperimentarne direttamente la vita e poterla raccontare [022]. Il celebre autore de L’isola del tesoro e de Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde, il 7 agosto del 1879 salpava dal porto di Glasgow a bordo del Devonia, un bastimento a vapore pieno d’emigranti, alla volta di New York, da dove avrebbe poi proseguito in un treno, sempre carico di emigranti, fino a San Francisco, sulla costa del Pacifico, per incontrare una donna americana conosciuta tre anni prima in Francia.
Si pagò il viaggio in seconda, che era poco più di una terza classe: la differenza di prezzo tra le due, entrambe allogate nei sottoponti della nave, era infatti di due ghinee, vale a dire 6 contro 4, ma c’era il modesto vantaggio di poter disporre di un tavolino e delle stoviglie per i pasti. Stevenson si era risolto a ciò in parte per ristrettezze economiche (partiva in contrasto coi genitori), ma molto per il desiderio di “vedere il peggio della vita degli emigranti” vivendo mescolato a loro. Le testimonianze documentarie di questo viaggio da emigrante “amateur” sono condensate in due libriccini di appunti, pubblicati postumi, con il titolo The amateur emigrant (la traversata per mare) e Across the plain (il viaggio in treno attraverso l’America da costa a costa). Lo scrittore si accorge subito di quanta falsa letteratura e retorico trionfalismo, coprano la cruda realtà dell’emigrazione, che è dapprima speranza, poi sconfitta; e lo impara a sue spese. Per tutto il viaggio vive a contatto con gli emigranti dell’epoca e ne condivide le sofferenze in quella fortuita circostanza che Giovanna Mochi, la curatrice, così definisce nell’introduzione: “Gli emigranti certo non scrivevano e gli scrittori non viaggiavano in terza classe” (G. Mochi, Introduzione, p. XI.). Sulla nave di questi emigranti, dove il tema del denaro tiene banco come una divinità ineffabile, fermentano idee rivoluzionarie, ma verranno presto stemperate dalla durezza del viaggio e dalla rigida accoglienza nel nuovo paese; quanto dire che nessuna speranza è possibile. Il dato che resta più impresso di questa esperienza è quel grido raggelante a coloro che vanno di coloro che tornano, appiccicati ai finestrini, accalcati sul belvedere degli opposti treni. “Tornate indietro! Non c’è nessun El Dorado, da nessuna parte”. Il viaggio per ferrovia è ancora più umiliante e faticoso. Attraverso le desolate pianure “vuote” si avverte il brivido del nulla verso cui corre l’emigrazione. A confermarlo sono drammaticamente i treni che tornano indietro dove, “i passeggeri correvano sul belvedere e ci gridavano attraverso i finestrini, in una sorta di coro dolente, ‘tornate indietro’ “.
Parole amare concludono le riflessioni di Stevenson sulla migrazione, specialmente quando ripensa ai suoi compagni del Devonia: “Avevano fatto 3000 miglia, ma non era abbastanza. I tempi duri li avevano salutati alla foce del Clyde e avevano dato loro il benvenuto a Sandy Hook. Dove sarebbero andati? Pennsylvania, Maine, Iowa, Kansas? Ma questi non erano posti per immigrare, bensì per emigrare. Non c’era uno solo di questi Stati nel quale non ci fosse un uomo che aveva girato i tacchi per abbandonare quell’ingrato paese ... Avreste pensato che la fame spuntasse da oriente come il sole e che l’occidente fosse fatto di oro commestibile ... L’affamata Europa e l’affamata Cina, riversandosi, in cerca di biada, fuori dai loro recinti, si erano trovate qui faccia a faccia... oriente e occidente, allo stesso modo, avevano fallito; tutto il globo era stato messo alla prova e condannato; non c’era nessun El Dorado, da nessuna parte”.
 
La luna e i falò è stato l'ultimo romanzo di Cesare Pavese, scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950 [023]. Il personaggio di Anguilla, una complessa figura di emigrante, intrisa di ansie intellettuali e di tratti avventurosi, presenta numerosi elementi autobiografici. Egli possiede ininterrottamente un fortissimo desiderio di tornare fisicamente alla propria terra: Santo Stefano Belbo delle Langhe (CN). La descrizione e il racconto, per molti aspetti, pare risentire l’influenza di altri indimenticabili protagonisti dei romanzi americani di Dos Passos, Melville, Steinbeck, dei quali Pavese stesso era stato il traduttore. Il richiamo della Langa, della terra, dell’Heimat, lo rincorre sempre e si riaffaccia acutamente quando se n’avverte la mancanza. “Quella vita e quella gente a cui ero avvezzo da dieci anni, tornava a farmi paura e irritarmi. Andavo in giro in camioncino sulle strade statali, arrivai fino al deserto, fino a Yuma, fino ai boschi di piante grasse. M’aveva preso la smania di vedere qualcos’altro che non fossero la valle di San Joaquin o le solite facce. Sapevo già che finita la guerra avrei passato il mare per forza, e la vita che facevo era brutta e provvisoria” [024].
Anguilla, dice della California: “Ci trovai dei piemontesi e mi seccai: non valeva la pena aver traversato tanto mondo, per vedere della gente come me, che per giunta mi guardava di traverso” [025].
Come non pensare qui al vissuto da stato d’assedio di Dante, insidiato dalla “compagnia malvagia e scempia” dei suoi concittadini fuoriusciti “che tutta ingrata, tutta matta ed empia / si farà contr’a te”. Ad Anguilla nessuno dice “ch’a te fia bello / averti fatta parte per te stesso”; cionondimeno, prende le sue distanze: “Piantai le campagne e feci il lattaio a Oakland. La sera, traverso il mare della baia, si vedevano i lampioni di San Francisco. Ci andai, feci un mese di fame e, quando uscii di prigione, ero al punto che invidiavo i cinesi. Adesso mi chiedevo se valeva la pena di traversare il mondo per vedere chiunque”.
In un passaggio di drammatica suggestività del libro, Anguilla si rende conto che nella sua vita d’emigrante non c’è remunerazione o soddisfazione che possano fargli dimenticare le sue Langhe: “Capii nel buio, in quell’odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che come Nora e gli avventori mi facevano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena di esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo?” [027]. Un senso di paura e di non appartenenza lo attanagliava: “Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne” [028].
Nessuna incertezza, però, lo coglie sulla propria etnia e sulla convinzione di mantenerla. Il dialogo si svolge con Rosanne, la giovane donna bionda e slanciata che per qualche mese era stata la ragazza di Anguilla: “Mi chiese subito perché non mi facevo americano. Perché non lo sono, brontolai – ‘because I’m a wope lei rideva e mi disse ch’erano i dollari e il cervello che facevano l’americano. ‘Which of them do you lack?’ Qual è dei due che ti manca? [029] . Sicuramente ad Anguilla mancava ben altro, e in ogni caso sarebbe rimasto “wop” [030]. Rosanne è un personaggio della migrazione interna americana che ha conosciuto una vita d’inferno, “una maestra ch’era venuta da chi sa dove, da uno Stato del grano, con una lettera per un giornale del cinema, e non volle mai raccontarmi che vita avesse fatto sulla costa. Diceva soltanto ch’era stata dura – ‘a hell of a time’ “[031]. Più avanti confesserà, anche lei presa dalla nostalgia di casa: “Ho perduto. l’ve lost my battle” [032].
 
Avevo pensato di dedicare un pensiero natalizio e d’inizio anno ai migranti di tutto il mondo. Proprio adesso che la loro nostalgia si fa più acuta e i “paesi ospiti” diventano più feroci, concionando di “soggiorni in alberghi a cinque stelle”. Invece talvolta li uccidono come cani nelle campagne, nelle serre nelle stalle, dove lavorano senza salario. Blaterano di “aiuti a casa loro” mentre declinano un egoismo paranoicale urlando “nessuno straniero entri in casa nostra!”. Quelli veri, però. Non quelli che non sono né migranti, né stranieri, ma semplicemente criminali comuni cresciuti in casa nostra da qualche generazione. Quelli finti, che la nostra intelligence non capisce, mentre le polizie europee, non sorvegliano. Pur conoscendoli benissimo, girano a vuoto perché tengono gelosamente segreti i dati di cui dispongono. Ognun per sé e terroristi per tutti. Migranti veri. Quelli che traversano il Sahara, poi il canale di Sicilia e riescono fortunosamente a sopravvivere alla duplice prova infernale e approdano da noi, non sono “tutti terroristi, criminali, assassini”, come vorrebbero farci credere. Non è pensabile abbiano forza bastevole e voglia residua per radicalizzarsi all’improvviso e all’insaputa di chi dovrebbe “custodirli” perché stipendiati per svolgere anche e soprattutto prevenzione. Gl’immigrati attuali, quelli veri, che non abbiamo respinto o lasciato affogare, che ci ostiniamo a non voler vedere perché “migranti degli altri”, non hanno nulla, niente, solo insulti, se non peggio. Passa il messaggio ottuso che “vengono a portarci via il lavoro”. Quello ancora più stupido, che “li manteniamo comodamente a nostre spese in attesa di rimpatrio”. Ma tutti abbiamo conosciuto le tormentate e poco limpide vicissitudini del fu “CARA” di Mineo e fu base di Sigonella, tanto per dire. In un impressionante e truculento fuorigiri della cattiveria, quelle poche voci compassionevoli che dicono “guardiamoli”, “parliamoci”, “ascoltiamoli” si sentono abbaiare dietro “Prénditeli a casa tua, buonista!“ …..
 
I nostri vecchi migranti storici avevano, in qualche modo, un rientro per le festività importanti. La poesia, come sempre, come ci rammenta Eugenio Borgna, sa descrivere efficacemente i termini della loro sofferenza. Ignazio Buttitta (1899-1997) un poeta siciliano di Bagheria, autodidatta, sanguigno e irruente, la interpreta da par suo, in questa “L’emigranti ripartinu” [033]
 
Otto jorna di festa                       Otto giorni di festa
e ora si nni vannu                       e ora se ne vanno
ca non è chiù Natali                    perché non è più Natale
e mancu Capudannu.                  e nemmeno è Capodanno.
 
Ritornanu nta nivi                         Ritornano nella neve
unni c’è negghia e e scuru,           dove c’è nebbia e scuro,
e c’è un patruni straniu                 e c’è un padrone straniero
e c’è u travagghiu duru.                e il lavoro è duro.
 
Unni sunno chiamati                     Dove sono chiamati
pi ncìuria, terroni,                         per offesa terroni,
e l’òmini da Sicilia                        e dicono che noi Siciliani
non semu genti boni.                     non siamo gente buona.
 
E partinu cu suli                           E partono con il sole
nto trenu senza suli                       su un treno senza sole
cu cori chi ci doli                          col cuore che gli fa male
e un gruppu nni li guli                   e un groppo nella gola.
 
Nto trenu senza suli                      sul treno senza sole
cu cori chi ci chianci:                   col cuore che gli piange:
“Addio bedda Sicilia                    “Addio bella Sicilia,
oh terra mia d’aranci!                 Oh terra mia d’arance!
 
Oh terra mia d’aranci,                 Oh terra mia d’arance,
d’aranci e di canzuni:                   d’arance e di canzoni;
u latti mi lu dasti                           il latte me l’hai dato
ma pani un mi nni duni”.              ma il pane me l’hai tolto.
 
Partinu a la vintura;                     Partono alla ventura;
i treni sunno chini;                        i treni sono pieni;
i manu chi salutanu                       le mani che salutano
fora di finistrini.                            fuori dai finestrini.
 
Salutano l’amici,                           Salutano gli amici
i matri e i picciriddi;                     le madri e i bambini;
e i stazioni o scuru                        le stazioni sono al buio
e u celu senza stiddi.                     e il cielo è senza stelle.
 
Pari ci fussi a guerra                    Come ci fosse la guerra
e iddi su i sudati                           e loro sono i soldati
ca vannu a fari a guerra              che vanno a fare la guerra
chi zaini affardillati.                    con gli zaini affardellati.
 
Surdati disarmati                         Soldati disarmati
e senza distintivi                           e senza distintivi
ca partinu e non sannu                 che partono e non lo sanno
si tornanu fra i vivi.                      se tornano tra i vivi.
 
Pi armi hannu i vrazza                 Per armi hanno le braccia,
e hanno i caddi e manu;               hanno i calli alle mani
e patria non hannu                       la patria non hanno
e né travagghiu e pani.                 che dia lavoro e pane.
 
I vrazza e i caddi hannu               Hanno le braccia e i calli
e i carini forti                               hanno le schiene forti
pi fari i casi a l’àutri,                   per fare le case agli altri,
palazzi e aeroporti.                      palazzi e aeroporti.
 
Pi costruiri scoli                           Per costruire scuole
fabbrichi e arsenali                      fabbriche e arsenali
autostrati, ponti                            autostrade, ponti
grattaceli e spitali.                       grattacieli e ospedali.
 
Pi l’àutri, i terroni,                       Per gli altri, i terroni,
a carni siciliana,                           la carne siciliana
nto furnu du travagghiu                nel forno del lavoro
sdivaca sangu e scana.                  versa sangue e impasta.
 
E cu l’occhi di figghi                     E con gli occhi di figli
vidinu di luntanu                            vedono da lontano
a Sicilia mpiccata                           la Sicilia impiccata
e si mùzzicanu i manu.                   E si mordono le mani.
 
 
Voglio citare, per concludere, un massima popolare del mio zio “Genio” imparata durante la migrazione a Vancouver.
 
Gioba entrà
Settimana passà
ma par chi no ga da magna
ancora tre dì
el ga da passar.
 
Sia un sigillo beneaugurate di queste tristi festività per tutti coloro che si ritrovano decentrati rispetto al punto dove hanno visto la luce. I Genovesi, migranti per antonomasia, sanno benissimo come si pensa e ancor meglio che si dice dôve ò mæ madonâ [034], in ogni parte dell’universo.
 
 
 
Note e bibliografia essenziale al testo Sesamo chiuditi
[01]. Si suggerisce la consultazione del Catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale e da Istituto Luce Cinecittà, curato da Enrico Menduni e Gabriele D’Autilia. Può tornare utile alla consultazione delle immagini, con un commento storico-critico di questo particolare periodo degli italiani: “La Ricostruzione” dopo la seconda guerra mondiale, che a noi reca onore e vanto riconosciuti. Dopo Palazzo Braschi, Il sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre, 1946-1961 la mostra romana ha già prenotato una nuova data a Parma. Sarà allestita dall’8 marzo al 5 maggio 2019 nel Palazzo del Governatore.
[02]. Sono così certo dell’affermazione perché ho sempre visto la “Casa di Cristoforo Colombo” al piano di Sant'Andrea a Genova. E li sta fissa, da quando mi innamorai di una biondina romana di origini genovesi per parte di padre e di madre che tra loro parlavano in dialetto, mentre con le due figlie comunicavano in un italiano perfetto con un po’ di cantilena. A mia suocera quando venivano a chiederle consigli in casa le domandavano: «Ma suo marito canta?». So perfettamente che ci sono anche correnti di pensiero che vogliono altri luoghi di nascita per Colombo e differenti da Genova: Cogoleto, Terrarossa (fraz. di Mocònesi), Chiusanico (IM), Cuccaro (AL), Savona, Albisola, Bettola (PC). Fuori dell’Italia i paesi che vorrebbero intestarsi i natali di Colombo: Spagna, Portogallo, Africa, Polonia...
[03]. Si consiglia la nuova edizione di Einaudi del 2010, Il disagio nella cultura, molto ben tradotta da Enrico Ganni e curata da Stefano Mistura. Una puntuale recensione di Vittorio Cartoni (Editoriale Libertà – Piacenza 17 aprile 2010) sottolinea che «Una novità di questa edizione sta anche nel titolo, più fedele del consueto all’originale: non più Il disagio della civiltà ma Il disagio nella civiltà, perché in effetti non del disagio della civiltà in sé si tratta ma del disagio di chi nella civiltà vive». Noi raccomandiamo particolarmente l’introduzione del curatore dove la correzione della traduzione del titolo apre una prospettiva radicalmente diversa dalle precedenti. Il sapere che la traduzione di un articolo: de-la in ne-la, può cambiare il senso di un libro e delle tesi che vi sono esposte può invertire un processo conoscitivo in maniera radicale. Essa permette di valutare come la contestualizzazione storica degli eventi postbellici della prima guerra mondiale ripensati sotto la lente psicoanalitica che Freud fa cimentandosi in un lavoro socio-politico diano un senso nuovo (suicida?) all’immane catastrofe che l’uomo si va preparando. Riportiamo ancora dalla recensione di Vittorio Cartoni «Quando Freud pubblica questo saggio, in due parti tra il 1929 e il 1930 e nella sistemazione definitiva nel 1931, chiaramente avverte i tremori tutt’altro che sotterranei di un’epoca che dopo i disastri della prima guerra mondiale sta correndo verso la seconda… Non per la prima volta, ma … con un’urgenza maggiore che in passato, Freud sente il bisogno di applicare gli strumenti della sua dottrina non più al singolo individuo ma all’intero contesto sociale». Il recensore suggerisce di leggere, dopo aver letto il testo, «la lunga, minuziosa introduzione che analizza le varie parti di cui è composto, ponendole in relazione con le tappe di sviluppo del pensiero freudiano», di Stefano Mistura, noi siamo di parere opposto.
[04]. In entrambi i generi, non infrequentemente, esplodeva qualcosa di molto primitivo, istintuale, riferibile probabilmente a strutture diencefaliche e rinencefaliche, filogeneticamente più antiche del cervello (sistema libico, corteccia entorinale, fornice, ippocampo), che li spingeva ad avventarsi come animali feroci, affrontandosi in branchi. Questo possono suggerirci le evidenze neurofisiobiopsiclogiche, ma la filosofia, l’etica, la morale possono dirci qualcosa di più?
[05]. Dati FAO (Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura), in collaborazione con World Food Programme (Programma alimentare mondiale), UNICEF (Fondo per l’infanzia), OMS (Organizzazione mondiale della sanità) e IFAD (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo).
[06]. Tra il Seicento e l’Ottocento vennero costituite le cosiddette “Compagnie delle Indie” (Orientali e Occidentali): in Inghilterra (1600), in Olanda (1602), in Francia (1664), in Danimarca (1670), in Svezia (1731). Il nome indicava Imprese commerciali di diversi Paesi che ottenevano dai rispettivi governi il monopolio del commercio da e per una determinata area geografica. Tali “Compagnie delle Indie”, assunsero una grande importanza commerciale e anche politica, perché contribuirono all’espansione coloniale delle maggiori potenze marittime. Fecero infatti da avanguardie nella conquista di nuovi territori.
[07].Un adagio recita così sun zeneize risu reu parlu pocu e parlu ceu. = son genovese, rido raramente ma parlo con franchezza.
[08]. Per la verità, le vicende belliche di Antiochia contro i Turchi furono più d’una, tra assedi battaglie e scaramucce: 1097-1098-1099, anno della conquista di Gerusalemme (dove i Crociati Genovesi furono nuovamente protagonisti). Furono anche molto confuse e con vari interpreti cristiani (Roberto il Guiscardo, Boemondo I d'Altavilla, Ruggero Borsa, padre figlio e fratellastro) a contendersi la primazia sui Crociati e il bottino dei vinti.
[09]. Detto altrimenti e brevemente, la croce genovese di San Giorgio sarebbe la stessa del Regno Unito, con la confluenza delle altre due croci, quella azzurra decussata di Sant’Andrea di Scozia e quella rossa orizzontale di San Patrizio d’Irlanda, per costituire la Union Jack o Union Flag.
[010]. Ci fu un tempo, negli anni Quaranta, che delle Mille e una notte, affascinante libro di antichissime favole persiane e indiane si trovava facilmente una edizione di Einaudi. Dopo la traduzione in francese di Antoine Galland, del ‘700 e quella italiana dell'arabista Francesco Gabrieli del 1946  (credo che io lessi proprio quella), ve ne furono tante altre che penso sia difficilissimo ricostruire gli autori, tanto che Jorge Luis Borges (Storia dell’eternità), nel 1936, quando lavorava in una biblioteca della periferia di Buenos Aires, tentò di inventariarne le traduzioni occidentali. Io per le citazioni presenti ho consultato un florilegio della Newton Compton Editori, Roma, Terza edizione gennaio 2018, basata sulla Traduzione di Armando Dominicis.
[011]. Le mille e una notte, cit. si veda la nota 8, Storia di Alì Baba e dei quaranta ladroni sterminati da una schiava p. 812.
[012]. Si allude all’ultimo impero persiano preislamico, governato dalla dinastia sasanide (dal 224 al 651), antichi re di Persia, che avevano esteso il loro impero nelle Indie e, ben oltre il Gange, fino alla Cina. E la stessa favolistica aveva imperato anche nel dominio mammelucco dell’Egitto.
[013]. Cfr. Mellina Sergio. Medici e Sciamani fratelli separati. Lombardo Editore, Roma, 1997, p. 139.
[014]. Ernesto Balducci. Il diritto alla sopravvivenza. Quotidiano “Paese Sera”, 13 agosto 1989.
[015]. DECRETO-LEGGE 4 ottobre 2018, n. 113  Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'Interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. (18G00140) (GU Serie Generale n. 231 del 04-10-2018). Firmato dal Presidente della Repubblica, il provvedimento è entrato in vigore il 05/10/2018.
[016]. Giosuè Carducci. Davanti san Guido - Rime nuove (1906) - Libro V.
[017]. In maggioranza partivano dalla zona ad ovest del delta del Niger, l’antico regno di Edo, oggi scomparso, che fa parte della repubblica federale di Nigeria, con capitale Benin City. Da non confondere con l’odierna Repubblica del Benin, Stato dell'Africa occidentale, precedentemente conosciuto con il nome di Dahomey, insieme al Senegal. Praticamente un tratto di 120 chilometri di costa africana centroccidentale confinante a ovest col Togo, a est con la Nigeria e a nord con Burkina Faso e Niger. Si veda anche, Olivier Pétré-Grenouilleau. Les traites negrières. Essai d' histoire globale", Gallimard, 2006.
[018]. Il ricchissimo giacimento della regione aurifera del Witwatersrand, più semplicemente il “Rand”, del Transvaal centrale, si trova su un altipiano della displuviale tra l'Atlantico e l'Oceano Indiano, ossia fra il Vaal e il Limpopo.  Si estende complessivamente per 62 miglia su 2-3 miglia di larghezza e, al 1919, racchiudeva un tonnellaggio di minerale utile stimabile in 1.160.000.000 di tonnellate, da cui ricavare oro per un valore di 1200 milioni di sterline. Stiamo superando il secolo e, fatti due conti, possiamo dire con certezza che la scoperta dell’oro del Rand avvenne intorno all’1884-85, la guerre anglo-boere furono combattute dal 1880 al 1881 la prima, dal 1899 al 1902 la seconda, detta anche “Grande Guerra Boera” in un lasso di tempo di 22 anni. Veri e propri conflitti militari. Il generale irlandese Horatio Kitchener (1850-1916), ricorse a metodi spietati, anche contro civili, per vincere la resistenza boera. Rastrellamenti,  deportazione, distruzioni di territorio, istituzione di campi di concentramento, affamazioni per assedio e bombardamenti di città con obici. Furono commesse atrocità di ogni genere. Si trattava di Europei che si combattevano accanitamente in terra africana. Un campionario di quanto si sarebbe visto 3 lustri dopo, nella “Grande Guerra” in Europa.
[019]. Tal colonnello Giuseppe Camillo Pietro Ricchiardi (1865-1940).
[020]. Il prezioso metallo giallo aveva attirato la cupidigia di Europei che volevano estrarlo (i Britannici) contro il volere di altri europei che, in Sudafrica, c’erano arrivati prima (gli Afrikaners). Di buono oggi, possiamo ricordare che il celebre Parco nazionale “Kruger”, il principale parco faunistico sudafricano prende il suo nome da questo popolare “Oom Paul”. Come al solito e come in tutte le guerre, sempre, queste anglo-boere, non coinvolsero soltanto militari e diplomatici ma anche popolazioni civili. cosa assolutamente ignominiosa.
[021] Puijna. In dialetto veneto la parola si pronuncia allungando la vocale “i” in salita, con una smorfia del naso, per indicare una sorta di ricottina scivolosa, ossia cotta due volte, ma brillante e ai limiti del dessert povero di scarso valore nutritivo ma apprezzato dai bambini. È un sottoprodotto del formaggio della tradizione del secolo scorso che oggi è difficile rinvenire in commercio. Si ottiene facendo bollire il siero del latte per far coagulare le proteine residue, albumina e globulina. Dello stesso livello nutritivo della “polenta e sugoli”, le croste grattate vie dal fondo della “calliera” – rosso ramato dentro e nero fuligginoso fuori – e immerse nel latte. Anche questo un piatto mattutino di cui andavo ghiotto, a Valstagna, quand’ero bambino.
[022]. Stevenson R.L. Emigrante per diletto, a cura di Giovanna Mochi. Einaudi, Torino,1983, p. 4. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento si suggerisce di leggere il capitolo 13 “Rappresentazione letteraria della migrazione povera”, di Chiara Mellina del testo collettaneo di Sergio Mellina. Medici e Sciamani. Cit, pp. 239-240. A quelle pagine le presenti considerazioni s’ispirano in particolare, rielaborate e aggiornate.
[023]. Cesare Pavese. La luna e i falò. (XV ristampa). Oscar Mondadori Narrativa, Milano, 1985, p. 141. Anche il tema qui svolto, è rielaborato dal capitolo “La narrativa migratoria” (pp. 249-257) di Chiara Mellina del libro collettaneo Medici e Sciamani, op. cit. a cui si rinvia chi fosse interessato al tema in oggetto.
[024]. Cesare Pavese. La luna e i falò, Op, cit, nota 023, p. 58.
[025]. Ibidem, op. cit. nota 023, p. 14.
[026]. Ibidem, op. cit, nota 023, p. 17.
[027]. Ibidem, op. cit, nota 023, p. 18.
[028]. Ibidem, op. cit, nota 023, p. 18.
[029]. Ibidem, op. cit, nota 023, p. 116
[030]“Wop” era uno dei tanti neologismi della glottologia sommersa per indicare gli immigrati negli USA, specie italiani.
[031]. Ibidem, op. cit, nota 023 p. 114
[032]. Ibidem, op. cit, nota 023 p. 117
[033]. Ignazio Buttitta. Il poeta in piazza. (V ed.). Feltrinelli, Milano, 1981, pp. 75-78.
[034]. Un verso della struggente e celeberrima canzone dei migranti genovesi “Ma se ghe penso“ di Mario Cappello, recita così e alôa mi penso ancun de ritornâ / a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ (e allora penso ancora di tornare a posare le ossa dove ho la mia nonna).

 
 
 
 
 
 
 

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