Recensione a "PENSARE IL ROVESCIO. PSICOANALISI IN MOVIMENTO"

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16 gennaio, 2019 - 11:25
Autore: A CURA DI ALESSANDRO SICILIANO E FEDERICO CHICCHI
Editore: GALAAD EDIZIONI, GIULIANOVA
Anno: 2018
Pagine: 259
Costo: €13.60
«Che cosa ti fa andare avanti, Oscar?»
«La stessa cosa che mi ha fatto iniziare: la bellezza dell’azione.»
«La bellezza? Si dice che è nell’occhio, nell’occhio di chi guarda.»
«E se non c’è più nessuno a guardare?»[1]
 
 
Pensare il rovescio è il nome di un collettivo che da diversi anni si muove attraverso numerose attività ed incontri, ed in particolare attraverso un seminario permanente. Per certi versi Pensare il rovescio è il nome di una “macchina-desiderante” che è riuscita in questi anni a creare un “sistema immunitario”, un sistema concettuale animato, capace da un lato di sventare il “rischio dell’assorbimento nell’Uno unificante, nella Causa, nella Scuola, nell’Analista”, dall'altro di fare incontrare la psicoanalisi con quel che la disturba e con quel che disturba, ossia le diverse ontologie dell'attualità.
Alcuni pezzi delle attività del collettivo sono stati raccolti in un prezioso volume, da poco pubblicato nella collana Matemi per Galaad Edizioni, Pensare il rovescio. Psicoanalisi in movimento (2018, p. 259)
Il testo si apre con una dichiarazione del proprio movimento, cioè quello di una psicoanalisi come pratica e teoria vivente e al contempo capace di confrontarsi con il nome del maestro.
In effetti laddove c’è nome proprio c’è pericolo d’ipostatizzazione, di pietrificazione e sclerotizzazione del sapere, c’è il rischio di ripetizioni vuote. Allo stesso tempo il nome prorpio può farsi portatore di un’enunciazione sovversiva e di un’invenzione, può contrastare la logica di mercato, la messa in valore dell’ultimo numero, dell’ultima scoperta, dell’ultima uscita, che dura il tempo di essere sostituita dall’ultima arrivata, che non è mai ultima, in una metonimia che fa i suoi click, che si sofferma solo sui picchi di valore monetario, che non si sporca le mani con la faccenda della verità. Si tratta allora di giocare ad uno “sport estremo, di muoversi cioè sul bordo della faglia,  rivolgersi al maitre a penser per pluralizzarlo. Come Lacan ha fatto con i Nomi del Padre, potremmo dire. Di che cosa sono essi il nome? Una domanda che formula anche Alain Badiou e che eleva a titolo della sua riflessione politica: Sarkozy: di che cosa è il nome?[2].  Per Jacques Lacan sono nomi di una funzione, una funzione di discorso. Una funzione che è quella di un dire d’eccezione che pone un sembiante nel posto dell’agente di discorso (padrone, sintomo, sapere, analista), quella di Un-dire (sostantivo) situato in posizione di ex-sistenza, reale dell’Uno-tutto-solo. Vale a dire che nella corsa alla verità dei detti, quella verità che si può solo “semi-dire”, la struttura di linguaggio non scrive che dell’Uno-solo. L’analisi non ha infatti altro prodotto che il c’èdell’Uno, la cui scrittura, la cui insistenza dimostra il reale proprio dell’inconscio – non c’è rapporto sessuale -  e la cui reiterazione vale come dimostrazione del Due impossibile.
Ed è allora da un pas de deux[3], con l’uso di Deleuze e Guattari, che il testo muove il proprio pensiero, seguendo quelle linee di fuga dell’anti-Edipo che portano il desiderio verso il reale, che  interrogano lo statuto del soggetto, sulla complessa struttura del parlessere e sulla produzione, attraverso il discorso analitico, di una dimensione di affermazione, incarnazione, abitazione, frequentazione del reale. Un movimento che accoglie l'osservazione fatta da Lacan a Roma durante il suo intervento raccolto nello scritto La Terza[4], in cui afferma che il futuro della psicoanalisi dipende dal Reale e non dal suo rovescio. Impossibile a dirsi, a scriversi, da generalizzare e  universalizzare, di questo Reale si possono cogliere pezzi significabili girandovi intorno ed effetti dimostrabili ai confini del discorso.
In Pensare il rovescio questo reale si declina, in particolare nel contributo di Alex Pagliardini, come  colpo, taglio, urto del significante, come insistenza dell'Uno sulla materia del vivente. Pagliardini  accompagna il lettore in una trama alternata, dentro e fuori le maglie del discorso, volta a situare il posto dell’eccezione e del Reale. Da un lato, in quel discorso che non sarebbe del sembiante che è la psicoanalisi e il suo punto di conclusione; dall’altro, nella struttura clinica della schizofrenia, la cui cosiddetta follia risiede nel “fuori discorso”, nel non poter ricorrere all’ausilio dei discorsi stabiliti. Pagliardini propone del movimento un’accezione etica in senso lacaniano, cioè come “modo di risposta al reale”, movimento che fa la struttura, che la realizza secondo una “scelta insondabile dell’essere”. Come nel contributo di Franco Lolli, si è nel terreno dell’ingresso del significante sulla materia vivente, della genesi del soggetto, o meglio dell’avvento della soggettività che è avvento del Reale.
Se l’interrogazione su questo registro lacaniano fa da sfondo alla raccolta, tra i diversi scritti e le specifiche questioni che essi affrontano, compare un trait d’union, il quale consiste nel tracciare una certa forma di soggettività, più o meno distante da quel litorale tra inconscio freudiano e lacaniano: il soggetto bifido e l’essere fallito di cui si occupa Francesco Filippini, il vivente marchiato, soggetto designato e pietrificato di Franco Lolli, il soggetto in fuga di Angelo Villa, il soggetto risposta al reale di Alex Pagliardini.
E ancora. Un soggetto esito di un cielo stellato. Soggetto nella pura immanenza, post umano, sono i nomi con cui il parlessere, la sostanza godente, è tradotta da Federico Chicchi, il quale, seguendo i rivoli dello Scritto di Lacan Lituraterra, ritrova l’incontro scabroso nel reale de lalangue, per giungere infine a domandarsi: come, il reale e il soggetto così definito, entrano nei discorsi?  E infine i corpi sinthomatici di Felice Cimatti che realizzano il “divenire animale” di Deleuze e Guattari, divenire con il quale convergere il tema del reale lacaniano, divenire che da un lato disegna un mondo greve, cioè un mondo senza linguaggio, preti e poliziotti, senza denaro, e dall’altro apre ad uno scenario “poco comunitario”, che spinge a domandarsi: “che politica è, allora, quella che non presuppone più soggetti?”.
Anche Alessandro Siciliano, curatore del testo, si interroga su “che tipo di comunità è possibile immaginare a partire da individui separati, disalienati, che praticano destituzione soggettiva?”, centrando ulteriormente il quesito sulla “fisionomia della scuola” di psicoanalisi. Il singolo ha di certo la responsabilità di fare “scricchiolare”, problematizzare la logica dell’identificazione verticale e l’istituzionalizzazione del desiderio - termini di un’analisi che sta nel solco delle osservazioni di Elvio Fachinelli – ma sono forse i cartel la risposta alla questione del legame sociale tra analisti?
In filosofia si parla di comunità inoperosa, impossibile, senza comunità, nella ricerca di una forma sociale che non si fondi sul binomio inclusione-esclusione. Binomio traducibile, in termini lacaniani, con la logica fallica, quella per la quale gli insiemi si garantiscono della presenza di un elemento esterno, su un almeno uno che fonda la ragione e l’universale, come il discorso del padrone che riposa sul consenso all’Uno che fa eccezione. Ma quale alternativa? Separarsi dalla logica dell'eccezione comporta il rischio di scivolare verso la tutt’uomomania dell’universale. L'alternativa è la logica del non-tutto da non confondersi con l'universalismo democratico – ricordiamo che per Lacan l’Altra realtà sessuale non è il tutto-non-fallico (senza eccezione) ma è la logica del non-tutto. 
In ogni caso il campo che la comunità analitica costituisce non è quello politico - sebbene condivida con la democrazia il principio del rispetto dell’uno ad uno - ma il suo rovescio: per il campo psicoanalitico si tratta infatti della politica del godimento nei suoi differenti annodamenti. Quel godimento dal carattere entropico che costituisce una specie di economia politica e che segrega, separa, fa differenza assoluta. Eppure giungere a quel nocciolo di “sostanza godente”, quel “corpo che si gode”, a quel godimento che ex-siste, non significa diventare l’unico superstite, quanto la stoffa del destino che fa l’inconscio, da riconoscere con coraggio nel corso di un’analisi per approdare ad un’etica della gioia. 
Se è vero che Lacan non ha mai promosso un ideale comunitario, ma al contrario ha insistito sul legame uno per uno, ha nondimeno fondato la Scuola, rinunciando alla sua solitudine. Un luogo di rifugio contro il disagio della civiltà, un collettivo di sparsi disassortiti, come definisce chi ne fa parte. Scuola il cui atto di fondazione contiene una proposta dalla portata politica, che può forse fornire uno spunto per rispondere alla questione: «l’incontro della parte più valida di un’esperienza personale con coloro che le intimeranno di dichiararsi, considerandola un bene comune»[5].
Che sia questo qualcosa che si è incontrato e appreso da sé, un sapere trasmissibile, da condividere, che valga anche per altri e che possa fornire un orientamento tale da poter stare insieme separati, tale da poter sfuggire alla maledizione di Babele?


[1] Citazione tratta dal film-evento“Holy Motors” di cui il fotogramma in copertina.
[2] A. Badiou, Sarkozy: di che cosa è il nome?, Cronopio, Napoli, 2008.
[3] In francese c’è omofonia tra “passo a due” e “non c’è due”.
[4] J. Lacan, La Terza, in La psicoanalisi n° 12, Astrolabio, Ubaldini, Roma 1992.
[5] J. Lacan, Atto di fondazione, in Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p.239.
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