Malèna, o dell’invidia. Commento al film di Giuseppe Tornatore

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11 luglio, 2017 - 18:00

1940. Nell’immaginaria Castelcutò (Sicilia) il tredicenne Renato cova una passione ossessiva per la bellissima Malèna (Maddalena) Scorodìa di cui, con il marito lontano sotto le armi, tutto il paese sparla.

Malèna è bellissima, desideratissima, chiacchieratissima. Le storie di Renato —voce narrante del film— che si trasforma da ragazzo in adulto e di Malèna che da moglie si trasforma in vedova, e successivamente in prostituta, per tornare poi a occupare di nuovo il ruolo di moglie, corrono parallele alla storia della seconda guerra mondiale, dalla dichiarazione di guerra il 10 giugno 1940 allo sbarco americano del 1943.

Malèna, è una donna sola. Prima perché suo marito è al fronte, poi perché il marito è caduto (si crede che lo sia, mentre alla fine tornerà dalla prigionia). Sia da sposa che da vedova di guerra, attrae su di sé —specularmente alle inconfessate voglie maschili— l’ostilità, l’invidia, l’odio e la disapprovazione soprattutto femminile. Sola perché non ha aiuti per difendersi dall’onda gigantesca di odio invidioso che finirà col travolgerla dopo che anche il padre e il possibile prossimo fidanzato l’avranno abbandonata.

A nulla valgono i suoi tentativi di difendere la propria rispettabilità, e, dopo essere stata abbandonata e tradita, cade, si arrende al nuovo ruolo di prostituta, diventato per lei un destino inevitabile. Il contenuto di ciò che era stato un’offesa da cui aveva saputo proteggersi con onore, diventa, a seguito del tradimento del padre e del "fidanzato", il suo programma di vita. Da quel momento l’odio aspetterà solo di entrare in azione e nell’occasione dello sbarco americano Malèna verrà linciata pubblicamente. Così con la liberazione dell’isola inizia anche la liberazione dell’odio e laddove sembra che la guerra stia per finire troviamo invece l’inizio della vera guerra, la guerra civile, quella dell’odio che esplode contro la donna.

L’apparente redenzione finale dovuta al ritorno del marito e al suo rientro nei ranghi di moglie e di comare, è invece l’ennesima caduta di Malèna che pur di recuperare, non più la sua rispettabilità, ma la Rispettabiltà sancita da altri, accetta di rientrare nel gruppo delle donne che la odia, rinunciando al giudizio.

Questo film, altamente drammatico, permette alcune osservazioni. Innanzitutto è ben rappresentata l’invidia nella sua vera natura: non si tratta di desiderare qualcosa che qualcun altro ha, e infatti nessuna donna accenna al voler essere come Malèna, ma si tratta di un contro-desiderio: non vogliono che lei abbia quello che loro non possono avere. Tutte le maldicenze, gli sguardi incattiviti, tutti i pettegolezzi hanno la finalità di rovinarla, ovvero che non abbia ciò che pensano di non poter avere: il desiderio dell’uomo. Scopo dell’invidia è che diventi indesiderabile come loro stesse lo sono.

L’invidia altro non è che odio per il soggetto che sta bene e, appena può, passa all’azione per farlo star male, fino al punto di esplodere in tutta la sua furia distruttiva, rappresentata dalle terribili sequenze del linciaggio. Non è però solo l’odio per Malèna, per quella singola donna, ma è l’odio per la donna, rappresentante il soggetto che sa (competenza) ricevere beneficio.

A questa distruzione che il film propone come tragicamente riuscita e che nessuno può contrastare, collaborano anche gli uomini. Di lei sparlano e la disprezzano come le donne, (i pensieri di uomini e donne sono rappresentati nel film come speculari). Anche se dicono che è bella, non la sanno apprezzare, non la sanno desiderare. In realtà neppure la vedono, neppure la conoscono. La Malèna reale è solo il catalizzatore di fantasie morbose di cui diviene una sorta di personaggio virtuale. Ed è proprio secondo le sembianze di questo personaggio morbosamente fantasticato che gli uomini vogliono la trasformazione della Malèna reale. Per questo, quando lei capitolerà diventando prostituta cesserà di essere determinabile il confine tra realtà e fantasia morbosa: finalmente Malèna è un oggetto del loro mondo fantastico perfettamente aderente al copione.

Ridotta al ruolo di prostituta, Malèna è degradata da soggetto desiderante a oggetto di godimento di presunte voglie sessuali. Da che rimane sola, senza aiuti, Malena non riesce più a difendersi efficacemente come invece aveva saputo fare fino alla sua citazione in tribunale. I suoi ultimi tentativi di difesa cercano di far leva sul ruolo —prostituta prima, moglie poi— nel disperato tentativo di utilizzare a suo favore, l’arma dei suoi nemici, ma a questo punto si tratterà di una difesa impossibile.

La scena del taglio dei capelli, e ancor più quella del suo rientro nei ranghi della Rispettabilità nelle ultime sequenze al mercato, rappresentano bene la resa all’invidia che la circonda: rinuncia e si allea con gli invidiosi, nel punto in cui loro —uomini e donne— la volevano.

Malèna è un soggetto tragico: l’innocente insidiato dall’invidia che la fa preda nella sua trappola mortale. C’è un punto però nel quale Malèna è soggettivamente imputabile: non aver saputo giudicare il proprio desiderio, il suo esser donna, l’invidia e l’odio altrui. Nell’epilogo, quando risponde al saluto delle sue carnefici, è evidente la scelta di rinunciare alla donna per rifugiarsi nel ruolo della moglie rispettabile, e della comare di paese, con tutta la tristezza melanconica che il finale del film lascia ben intuire.

 

*Tratto dal libro di Luigi Campagner "L’avventira di essere donna. Appunti di cinema e psicoanalisi" APPENDICE 2, pp.64-67, edizioni Odon

 

 

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