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Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

La battaglia di Hachsaw Ridge – Le motivazioni sono ideologiche o psichiche?

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10 febbraio, 2017 - 20:18
di Matteo Balestrieri

È uscito in questi giorni nelle sale italiane La battaglia di Hacksaw Ridge, il film candidato all’Oscar diretto da Mel Gibson. La pellicola racconta la storia vera di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore.

Doss, interpretato da Andrew Garfield, è un ragazzo della periferia statunitense figlio di un veterano della I guerra mondiale diventato alcolista per i traumi subiti in battaglia. Doss cresce sognando di fare il medico e seguendo gli insegnamenti della Chiesa cristiana degli avventisti del settimo giorno.
Nel corso della II guerra mondiale si arruola nell’esercito, restando però convinto di non poter toccare alcuna arma. Il suo obiettivo, da obiettore di coscienza, è quello di soccorre i suoi commilitoni feriti in battaglia. Come lui afferma, “in un mondo impegnato a farsi a pezzi da solo, non mi sembra una cattiva idea quella di rimetterlo insieme pezzo dopo pezzo”. Le sue convinzioni gli procurano l'antipatia dei compagni e dei superiori, per cui viene tacciato di vigliaccheria e salvato a stento dalla corte marziale.

La battaglia di Okinawa, e in particolare quella di Hacksaw Ridge (“La scarpata a seghetto”) sarà il suo riscatto. Questa battaglia (resa scenograficamente in modo splendido) si svolge sull’altipiano in cima alla scarpata, dove sono presenti migliaia di giapponesi nascosti in chilometri di gallerie sotterranee, pronti a sortire all’aperto in furiosi attacchi frontali. Le battaglie si succedono con ferocia, falcidiando i suoi compagni. Doss è accanto ai suoi compagni disarmato, resiste e nel corso di una ritirata disastrosa è l’unico a non tornare indietro.
Dall’alto della scarpata saprà calare giù in salvo decine (si calcola più di 75) soldati atrocemente feriti, che verranno accolti nelle retrovie, presso l'ospedale da campo. Il suo mantra è “ti prego mio Signore aiutami a salvarne ancora uno”. Per questo motivo riceverà, primo obiettore di coscienza, la medaglia d’onore al valore militare.

Il film è cruento, letteralmente viscerale e realistico, in pieno stile di Mel Gibson, il quale ritorna al successo dopo anni di gloria, quando diresse Braveheart (1995) e La passione di Cristo (2004), e anni di buio personale, segnato da violenza e alcolismo. E’ un film fortemente ideologico, intriso dell’epopea del combattente americano e allo stesso tempo delle convinzioni etico-religiose della chiesa avventista, anch’essa di forte matrice americana. Mel Gibson è da prendere così, nel bene e nel male, in ogni caso non sottacendo la sua capacità di coinvolgere emotivamente.

Mi sono chiesto però, è proprio vero che l’origine delle originali convinzioni di Doss siano di matrice ideologica? Come si può in effetti pensare di andare a combattere rifiutandosi al contempo di farlo? E ho pensato che Mel Gibson stesso ci dà la soluzione.
Doss infatti ha un passato di violenze familiari. Ha quasi ucciso involontariamente il fratello in uno scontro giovanile, ha un padre brutale che picchia i figli e la madre, e lui stesso si è trovato ad imbracciare un fucile contro il padre per cercare di difenderla. Ed è in questo incastro edipico, la quasi uccisione del padre, che va cercato il credo di Doss per la non violenza. Questa non deriva da un’educazione (che non ha ricevuto) ma ha la valenza di una formazione reattiva, esemplificata dalla fobia delle armi, che non può toccare (per non provare evidentemente l’impulso all’uso) e dall'andata in guerra allo scopo di riattaccare i pezzi che la violenza ha distrutto. Ed è da qui che scaturisce la grandiosità emotiva del film e la sua epicità: non già la presenza di un’ideologia o di una fede, ma l’attivazione di sentimenti profondi che mettono a nudo e riscattano le fragilità personali.

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