CLINICO CONTEMPORANEO
Attualità clinico teoriche, tra psicoanalisi e psichiatria
di Maurizio Montanari

Degradazione della parola 'isteria'.

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12 gennaio, 2020 - 20:30
di Maurizio Montanari

Tutto nella sua vita è stato ‘issimo’.

Famosissima, bellissima, ricchissima, potentissima. Acclamata e ricercata, ha disposto di uomini e donne col batter del ciglio. Ha le movenze dell’isterica freudiana, lenta, con passo solenne e ben calibrato. A volte lascia cadere l’orecchino, altre il fazzoletto di raso, il cui valore riesco solo ad intuire. 

‘Cosa ci fa una donna cosi’ in analisi?' mi chiede il giovane specializzando che a breve diventerà psicoterapeuta  , nel corso di  una giornata di formazione centrata sull’esposizione e discussione del caso clinico. 

In tempi di saturazione diffusa da oggetti e pillole di sapere, ove vige la vulgata che avere  è un fine, la mercificazione della propria immagine una virtù’ ,  il potere il bene sommo che distingue e divide la massa infelice da chi invece comanda, una domanda di questo tipo era lecito aspettarsela. 

Quello che il giovane specializzando non era pronto ad ascoltare è stata la risposta:

Piange. In seduta, essa piange’. 

Piange sinceramente, piange senza vergogna. Piange il tempo passato e un futuro senza figli. Il padre fu  un uomo potente  ed imponente, la sua aurea protettiva si è dispersa in tanti piccoli ‘omuncoli’ incontrati per strada. Nessuno era abbastanza forte, ricco, possente da poterle dare quel  posto  unico che solo il padre le concesse, e al quale ancora anela.
Non appena la porta si chiude, tutta la fragilità  e la disperazione cadono a terra, rimanendo sul tappeto, per permetterle  di riagghindare quel corpo delle antiche movenze e della consueta alterigia. 

Quello che io vedo, è una donna, non un isterica.

Il mondo la fuori vede invece una persona difficilmente sopportabile.
Così’ come per l’epiteto ‘perverso’, anche per 'isterica' si sprecano le degradazioni negative.  

 

Tuttavia, e qua sta il punto centrale, è che frasi quali  ‘ è solo un isterica’, ‘si comporta da isterica’, si ascoltano anche da clinici, affermati, o  giovani in formazione.

  Al netto delle risatine , al netto del roteare dei tablet, a chi può interessare un caso clinico che pare provenire direttamente dall’epoca della Vienna Freudiana?. Il loro disinteresse, la loro marcata ironia, segna il fallimento di quella funzione di margine e limite del linguaggio analitico che deve essere speso in  ambito  clinico secondo quelle che sono le sue preziose indicazioni e prerogative. Il che significa, di fatto, non contemplarne  un uso dispregiativo. 

Molti  sono i fattori che hanno contribuito a traghettare fuori dallo studio i vocaboli di pertinenza analitica, spesso col lodevole intento di sfatare la mitologia che veniva, e viene, fantasticata essere alle fondamenta di uno studio analitico, posto tra l'esoterico e l’inaccessibile. Ben venga dunque l'uso di termini quale 'fobico', 'paranoico', 'ossessivo', nel gergo comune, ben certo che una parte della città lo utilizzerà con intento denigratorio. Ma nel vocabolario di chi fa il clinico, o anela a diventarlo, questo non deve trovare posto. La direzione da seguire va dallo studio al gergo comune, non viceversa. Giovani psicologi e psicoterapeuti non possono attingere al loro bagaglio culturale quando questo si nutre di detti popolari e deformazioni peggiorative, nel quale possiamo reperire appunto la parola ‘isteria’ utilizzata per offendere o svalutare, per poi rivestirla clinicamente una volta installati nella posizione di analista o terapeuta. Non può funzionare, lo stigma resterà, nei loro detti, nei loro agiti, nell’atto stesso di accoglimento di  un soggetto isterico. 

‘Io non sono nulla, per nessun uomo’ è l’amara constatazione con la quale la paziente chiosa le sue sedute, non più’ giovanissima, consapevole di aver sacrificato l’essere madre alla ricerca dell'essere desiderata come donna al di sopra di tutto. 

Nel dibattito che ha fatto seguito all’esposizione della vignetta clinica, alcune osservazioni mi  hanno altresì colpito, andando nella medesima direzione. 

Si, ma una figlio poteva farlo. All fine, la colpa è sua!’. Una frase siffatta, pur non mancando di una certa logica, pesca quasi esclusivamente nel mare del senso comune, e rinuncia al sapere clinico. 

Esistono strutture isteriche dotate di una forza pressoché  inscalfibile , che faticano non poco a lasciare spazio ad una rettifica personale. Rettifica che  in molti casi arriva quanto è tardi, quando l’incontro con una donna con bambino, o con un abbandono, la porta a fare i conti col prezzo pagato per tener in piedi la grande messa in scena della sola ed unica donna al mondo. Sono certo che lo specializzando che ha fatto quella osservazione non si sarebbe mai espresso in tal modo parlando di un tossicomane, o di un giocatore serale.  Mai avrebbe detto ‘ bè, poteva smettere di giocare quando voleva’, oppure ‘ poteva lasciare l’eroina a tempo debito’. 

La chiave di lettura sta proprio qua. 

Smetto quando voglio’ fa parte del ricettario popolare frutto  della ipermedicalizzazione di massa, e del nuovo mantra  sociale che fa perno sul rifiuto del sapere come  elemento di  vanto capace di produrre pensieri quali ‘ volere e' potere’, ‘la forza  del cambiamento è dentro di te’, ‘ la   volontà guarisce’.

Un clinico sa bene che questa sono fandonie a poco prezzo, e la colpa di tanti, tutti inclusi, è forse quella di aver abbassato la guardia quando il lessico analitico confluiva in quello popolare  creando  quell’invaso dal quale nascono rimedi pret à porter e facili soluzioni di uscita dal malessere. 

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