PENSIERI SPARSI
Tra psichiatria, impegno civile e suggestioni culturali
di Paolo F. Peloso

DIARIO DA LAMPEDUSA: un nuovo video nel commento: "Una zattera in mezzo al mare"

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25 gennaio, 2020 - 02:39
di Paolo F. Peloso
Salgo alle 11 di un mercoledì qualsiasi sul volo che da Palermo mi condurrà a Lampedusa. Con me in attesa all’aeroporto dieci carabinieri e i ragazzi di una squadra di calcio, i due volti di un’isola che si è trovata al centro delle vicende geopolitiche del Mediterraneo, ma nonostante questo cerca di fare una vita normale. Nel posto accanto al mio siede una donna, l’espressione cordiale, che ho l’impressione di avere già visto. Scoprirò poi essere Vincenza (Enza) Malatino, la psichiatra dell’isola che avevo visto anni fa nel documentario che è qui allegato ed evidentemente mi era rimasta impressa. Saprò poi che viaggia sul mio areo anche il Sindaco.
Lampedusa mi si dà alla vista all’improvviso dopo un’ora circa di volo, la forma allungata sul piano orizzontale, la faccia a nord quasi tutta incastonata da un’alta scogliera a picco sul mare, quella a sud che degrada dolcemente quasi ad accogliere chi è in cerca di facile approdo. Un po’ come se fosse, per chi la guarda da sud, una metafora di quel faticoso percorso in salita che sono oggi le migrazioni. Poi un viraggio improvviso, con l’ala destra quasi a toccar l’acqua, e l’aereo comincia a frenare. Ad attendermi al piccolo aeroporto Gaddo Flego – sua l’idea di raccogliere un gruppetto di studio da proporre all’ONG “Mediterranean Hope” (MH), della Federazione delle Chiese Evangeliche, per recepire quella che è parsa l’esigenza di una parte della popolazione di Lampedusa, che sia valutata l’offerta sanitaria di cui gode – insieme a Vittorio Demicheli, esperto di sistemi sanitari e Zineb Guennouna, una sociologa la cui conoscenza dell’arabo si rivelerà utile. Sono con loro Claudia Vitali, la responsabile in loco di “MH” e Davide Orcese, un giovane collega milanese in attesa di imbarco con la ONG Open Arms.
Mentre pranziamo ci sorprende la notizia dello sbarco di 9 migranti, una famiglia. E’ troppo tardi perché MH possa andare ad accoglierli all’arrivo. Il primo incontro, intanto, è con il Sindaco che ci riceve cordialmente ed espone il suo punto di vista sui problemi. Sulla facciata del palazzo, una targa ricorda che fino al 1843 Lampedusa era disabitata; fu solo quell’anno che ebbe inizio la colonizzazione.
Il giorno dopo, per caso, durante la visita al poliambulatorio l’incontro con quella che scopro appunto essere la collega Malatino, capitata casualmente accanto a me mentre volava sull’isola per i suoi due giorni settimanali di attività nell’ambulatorio. Oltre a rispondere alle nostre domande, rievoca volentieri i momenti difficili degli anni passati, quando il vecchio Centro di accoglienza chiedeva consulenza a lei come unica psichiatra dell’isola e lei offriva per la prima volta ascolto, individuale o in gruppo, a chi sbarcava; erano tutti traumatizzati, non ne avevano mai ricevuto e si trovavano spaesati in una situazione assurda. Sui barconi infatti, le viene raccontato, in genere le persone si parlano poco.  Ha una formazione rogersiana, e orientati in senso rogersiano erano i gruppi che offriva la sera, nell’unico tempo possibile tra l’attività ambulatoriale del pomeriggio e quella del mattino del giorno dopo. Ne conserva un ricordo molto intenso. Oggi la sensazione è che la questione migratoria tocchi l’isola solo tangenzialmente, l’hotspot ha uno psicologo e medici, ed è più autonomo, i migranti vi sono in numero minore e stanno poco tempo. Ma ci sono stati momenti drammatici, le primavere arabe del 2011 e le tragedie in mare, prima tra tutte quella dell’ottobre 2013, i traumi dei soccorritori, con alcuni di essi impossibilitati a riprendere il mare dopo avere pescato vivi e morti. Ci sono stati momenti in cui un numero soverchiante di naufraghi è stato tenuto per l’inettitudine del governo per molti mesi in un Centro di accoglienza pensato per poche centinaia, erano costretti a stare fuori e la vita della comunità ne è stata turbata in modo profondo. I lampedusani sono stati per lo più accoglienti, solidali, ma in quel momento l’ambivalenza tra accoglienza e sentimento d’invasione sfuggì al controllo. Per il fatto che i migranti li soverchiassero per numero, che si fossero accampati in quella che è stata soprannominata la “collina della vergogna”: parte della popolazione continuò a essere solidale, ma un parte cominciò a temere che le donne fossero molestate e i loro beni rubati e uil turismo risentisse di tutto questo disordine; la tensione raggiunse livelli molto alti, e due giovani naufraghi ne uscirono molto malconci. Quando, però, la maggior parte dei migranti fu spostata in luoghi più idonei, molti tra i lampedusani  provarono un intenso sentimento di vuoto e si chiedevano “chillu scià, nu sape unn’iu”.  Gente di mare insomma che, a parte quel momento di tensione provocato da decisioni ciniche in sede centrale, ha fatto quel poco che poteva mentre la politica, una certa politica rimaneva volutamente inerte. Enza ci ricorda due documentari, entrambi online: 2011 Lampedusa nell'anno della primavera araba di Mauro Seminara (2012) e Orizzonti mediterranei, che è possibile vedere qui in calce. 
Finiamo questo incontro denso di umanità per recarci in visita al cimitero dell’isola. Alcuni versi di Emily Dickinson all’ingresso recitano che: “Provare lutto per la morte di chi / Non abbiamo mai visto / Implica una parentela vitale  / Tra l’anima loro e la nostra / Per uno sconosciuto / Gli sconosciuti non piangono”. E’ il momento più emozionante questo, nel quale è difficile trattenere le lacrime per non sembrare eccessivamente sentimentali. La giornata mediterranea, azzurra, bellissima contrasta con questa impressione di morte povera, ingiusta, assurda, tante storie di uomini, donne e bambini divorate dall’acqua. Credo che sia necessario visitare il cimitero di Lampedusa per comprendere gli anni che stiamo vivendo, aggirarsi tra le tombe bianche a cercare quelle anonime sparse tra le altre: uomo di circa 20 anni ripescato il…., donna probabilmente subsahariana di circa 25, ripescata il… cinque uomini ripescati il…. Emblematica è la vicenda di Welela, la giovane eritrea caricata già parzialmente ustionata su un barcone nell’aprile 2015 che per tutta la traversata non ha cessato di dire: “ricordate che sono Welela” perché i suoi familiari potessero avere notizia di lei, e giunta morta e ormai irriconoscibile in Italia. Il fratello che la cercava solo così ha potuto conoscere il suo destino e poi una donna di Lampedusa le ha donato la tomba perché potesse essere sepolta, almeno, con la dignità che si dovrebbe a ogni essere umano. In un angolo del cimitero un artigiano ha sepolto sotto croci realizzate con il legno delle barche uomini e donne stranieri e senza nome scrivendo: “in questo luogo riposano musulmani e cattolici, vecchi e giovani, neri e bianchi, tutti migranti morti in mare in cerca della libertà”. Già, tutti morti in mare! E ancora ne muoiono.
Opprime la sensazione che tutto intorno questo splendido mare è morte, morte recente e ingiusta. Migliaia di morti evitabili, corpi annegati dei quali questi pochi il mare ha restituito alla terra perché mani pietose potessero dare loro sepoltura. Opprime il pensiero che solo nell’ottobre 2013 sono morti in due naufragi al largo di quest’isola bellissima più di 600 persone, che oltre 10.000 sono stimati in tutti questi 25 anni i morti per una traversata che è stata trasformata in un incubo, ma in traghetto sarebbe durata una manciata di ore in tutta sicurezza.
Non c’è nessuna argomentazione che possa giustificare questa strage, io credo. Di fronte al silenzio di queste lapidi, ogni politica migratoria che non sia prima di tutto accogliere in sicurezza dovrebbe avere il pudore di ammutolire.

Di lì ci spostiamo verso un punto dove, dall’alto, è possibile vedere l’hotspot di Lampedusa. Oggi ospita poche decine di persone che vi sono trattenute pochi giorni per essere poi smistate in Italia, ma quando era sovraffollato è stato luogo di eventi drammatici, dei quali i segni sono ancora evidenti. In un altro luogo elevato alcuni barconi trainati fin lì sono ormai ruderi; li visitiamo, immaginando i drammi dei quali quei legni malandati potrebbero essere stati testimoni. 

Poi ancora un passaggio per la “normalità” di Lampedusa, un bel Centro diurno per la salute mentale condotto da una Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica intelligente e generosa, Maria Leduisi: l’apparenza è quella di ogni cento diurno, però è luogo di ritrovo ma anche di avvio al lavoro, si coltiva un orto e il raccolto della giornata è lì sotto i nostri occhi, due degli utenti stanno per trovare lavoro in una cooperativa.

Molti dei nostri Centri, che hanno un organico decisamente più nutrito, non funzionano così bene. Poi ancora a parlare di migranti: siamo invitati alla riunione del Forum Lampedusa Solidale, il coordinamento che riunisce le diverse associazioni attive in loco, alla presenza dell’attivissimo parroco, Don Carmelo La Magra, un prete dal viso aperto e generoso e un marcato accento siciliano. Lì conosciamo alcuni dei migranti sbarcati il giorno prima, giovanissimi ragazzi che potrebbero essere i ragazzi di una qualsiasi delle nostre città. Alle pareti le frasi pronunciate da papa Francesco durante la visita a Lampedusa: “O’ scià”, che sta per “sciatu meu”, mio respiro, ed è il saluto bellissimo che la gente di mare qui da sempre si scambia per dire: mi sei caro, mi sei caro come me lo è il mio respiro.  E così si chiude questa seconda giornata.

Apriamo la terza giornata in un luogo incantevole, la spiaggia dell’Isola dei Conigli; apprenderemo in seguito che in quello stesso momento poco distante da qui è stata trainata a terra in condizioni decisamente più precarie della prima una nuova imbarcazione con 12 persone a bordo, alcune di origine ivoriana, altre siriana e tutti provenienti dalla Libia, una donna forse è incinta. Rientrati in paese, nella lunghissima via Roma che è l’arteria centrale dove inevitabilmente sempre si ritorna, incontriamo di nuovo la ragazza della famiglia tunisina, ormai ci salutiamo. Al termine della strada una terrazza domina il porto, di fronte il molo reso celebre dalla civile e necessaria forzatura cui Carola Rackete è stata costretta. Ci rechiamo a visitare  lo spazio sociale “Porto M” dove l’artista poliedrico Giacomo Sferlazzo con l’Associazione Askavusa (“A piedi scalzi”) lavora a recuperare la tradizione del Teatro dei Pupi, a esperimenti di teatro dialettale e di musica di buon livello che è anche disponibile sul web e offre ai giovani (e non solo giovani) di Lampedusa l’unico spazio creativo dove ritrovarsi e insieme divertirsi e ragionare. All’ingresso, una toccante esposizione di oggetti recuperati dalle navi dei migranti.

Di lì, costeggiando una via tra la costa e la pista aeroportuale, raggiungiamo mentre il mare ci fa dono della vista di un incantevole tramonto la “Porta di Lampedusa - Porta d’Europa”, che l’artista Mimmo Paladino ha costruito come monumento ai migranti deceduti in mare e ha collocato nel punto più meridionale dell’isola il 28 giugno 2008. Tanti ancora ne sono morti da allora, ma è giusto che sia questa l’immagine che apre questo diario. Si chiude così anche la terza giornata.
Per l’ultimo giorno incontriamo, un’altra volta, la ragazza tunisina, la invitiamo a pranzare con noi e così parliamo più a lungo. Hanno investito tutto per acquistare una barca, una barca sicura, avevano buone nozioni di navigazione perché vivono in un paese di mare, alcuni di loro conoscono le lingue. Nell’affaccendamento, il telefonare concitato, negli occhi di Nemiah c’è giovinezza, ottimismo del cuore, speranza. C’è decisamente tanta vita, è una ragazza ingamba e quando ragioniamo di politica mediterranea dimostra di avere idee ben chiare. Quando capisce poi che questi strani stranieri così gentili  con lei sono di partenza il saluto, soprattutto con Zineb con la quale ha potuto parlare la stessa lingua, è un momento d’intensa commozione. Non sappiamo che cosa attenda ora lei e i suoi, neanche loro lo sanno; e non posso che dirle, congedandoci: “bonne chance!”. Buona fortuna, davvero! Che il vento continui a esservi favorevole sulla terra, come lo è stato sul mare.
L’ultimo giorno, mentre il gruppo comincia a perdere pezzi, visitiamo il santuario della Madonna di Porto Salvo, patrona dell’isola. Gaddo mi racconta che secondo la tradizione qui i fenici costruirono una cisterna per l’acqua piovana destinata a dissetare i naufraghi. Dicono che qui abbia abitato l’eremita di Lampedusa che si comportava da cristiano quando approdavano i cristiani, e da musulmano con i musulmani. Pare che qui all’inizio del XVII secolo il marinaio ligure Andrea Anfossi, catturato e reso schiavo dai turchi mentre li combatteva una quarantina d’anni prima, sia riuscito a sottrarsi alla sorveglianza e a nascondersi. Pregò la Madonna di aiutarlo a rientrare nel suo borgo, Castellaro Ligure, e gli apparve una grande tela dipinta col ritratto di Maria che, usata come fosse una vela, lo condusse sicuro fino a casa. In segno di gratitudine eresse dopo varie peripezie un santuario a Castellaro  a quella che sarebbe stata per questo la “Madonna di Lampedusa” [i].

E mentre guardo il mare dall’alto mi chiedo come sia possibile che un luogo tanto baciato dalla natura possa essere stato reso dall’uomo il luogo di tanta sofferenza, tanta ingiustizia e tanti lutti. Che un luogo che per sua natura pare destinato a essere approdo, rifugio, protezione sia stato trasformato da questa Europa nel più duro e letale dei suoi confini.

 
Nel video il documentario “Orizzonti mediterranei. Storie di migrazione e di violenze” di Maria Grazia Lo Cicero e Pina Mandolfo.

Nell'articolo a seguire: Migranti: nell'inferno di Lesbo. Intervista con Giulia Bertberi.

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