Giù al Nord

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2 ottobre, 2012 - 17:21

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Il protagonista del film Philippe Abrahms (Kad Merad) è impiegato presso un Ufficio Postale in Provenza ma vorrebbe trasferirsi, su richiesta della moglie, in una località della Costa Azzurra. La moglie di Abrahms, Julie (Zoe Felix), donna dal carattere ossessivo e pessimista, rende la vita difficile a suo marito al fine di ottenere il tanto desiderato trasferimento. Philippe è così ossessionato da lei che, ad un certo punto, decide di fingersi handicappato al fine di ottenerlo ma viene scoperto nel suo proposito ed inviato, invece, per punizione a Bergues, una piccola cittadina del Nord della Francia.

Egli vi si reca senza la famiglia; infatti la moglie non accetta di trasferirsi in una provincia, in cui, oltre al clima inclemente, si parla un idioma incomprensibile, il "ch’ti" che più di una lingua o un dialetto è un modo particolare di pronunciare il francese. Rimasto solo Philippe, con sua grande sorpresa, scopre una terra cordiale, allegra, solidale, accogliente. Inoltre fa amicizia con Antoine (Danny Boon) che è il fattore ed il campanaro del paese. Philippe si trova così bene in questa sua nuova condizione che, rientrato a casa durante i week ends, inizia a mentire alla moglie dicendole di vivere in un inferno nella sua nuova condizione a Bergues. Da questo momento in poi, la storia va avanti con alcune scene molto allegre che si fondano sulla ricca costruzione di bugie raccontate da Philippe.

Il film ha ricevuto una grande successo in Francia con circa 18 milioni e mezzo di spettatori nei soli due mesi iniziali di uscita (febbraio 2008). Le ragioni del suo successo sono basate soprattutto sull’uso della lingua "ch’ti" che ha reso possibili alcune gag esilaranti non facilmente evidenziate, ovviamente, nella traduzione italiana; inoltre sulla buona prova di un attore ormai completo come Danny Boon e su una sceneggiatura dai perfetti tempi comici.


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Per capire meglio la comicità sottile del film Giù al Nord è necessario sapere che il Nord francese corrisponde, in senso culturale al Sud italiano ed è, come questo, considerato un po’ arretrato, provinciale, gretto. Ma, come quest’ultimo, spesso è capace di fornire calore, allegria, amicizia.

Il film visto con il parametro della interpretazione psicologica può far riflettere su come, spesso, il carattere delle persone può permettere di superare le barriere culturali ed aprire canali comunicativi che anche le differenze linguistiche non possono ostacolare.


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A tal proposito, Marco Aime in un libro edito da Einaudi qualche anno fa (Eccessi di culture) ha fatto notare che spesso a scontrarsi non sono le culture ma più propriamente le persone e che rivendicare un’identità locale, nazionale o di altro tipo, costituisce il primo germe di nuove forme di pregiudizio e di discriminazione. Un esempio citato da Aime è proprio il mito delle origini celtiche di alcune popolazioni, laddove i celti, sotto il profilo storico, non presentavano alcuna organizzazione politica unitaria, né alcuna condivisione di aspetti culturali o religiosi.

Allo stesso modo, anche la identità italiana è fortemente messa in dubbia da secoli di dominazioni e divisioni (in alcune regioni addirittura fino a tredici o quattordici dominazioni) con conseguente contaminazione genetica della popolazione. Lo stesso impero Romano, più volte citato durante il periodo fascista, fu notevolmente composito con flussi di persone che provenivano dalle più svariate parti del mondo.


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Quindi a tutt’oggi parlare ancora di identità culturali o di etnie ci sembra quanto meno un discorso superato e virtuale, spesso copertura di altre motivazioni e problematiche ben più personali, quali interessi economici o di altro tipo.

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