L’amore (per la verità) ai tempi del Coronavirus

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17 marzo, 2020 - 09:40

[L’articolo originale è stato pubblicato il 2 marzo 2020. I dati riportati sono quelli che a quella data erano disponibili]

 

Perché, di fronte ai dati forniti (da virologi, epidemiologi, giornalisti esperti in “sanità”) sulla pandemia causata dal virus CoV-2 (Nuovo Coronavirus), tutti rimaniamo sconcertati? Perché tali dati sono assolutamente contraddittori, confusi e palesemente condizionati da chi, fornendo “rassicurazioni”, tende a limitare la diffusione del panico cercando di comprimere, protezionisticamente, gli effetti della pandemia sulle economie locali. Il panico non serve, ma le notizie veritiere, competenti e non truccate, possono essere di sicuro molto utili nel consentire, a tutta la popolazione, di adottare misure precauzionali dettate da una sana paura.

Precisiamo alcuni termini, basandoci su quanto ci dice la WHO (OMS)1. La malattia (disease) causata dal coronavirus è verissimo che è stata denominata, dalla WHO,  COVID-19 (Coronavirus Disease), ma, forse, solo per "ipocrisia comunicativa", perché il visus è infatti stato denominato SARS-CoV-2 in quanto il virus (CoV-2) causa la  SARS, Severe Acute Respiratory Syndrome (Severe!). Quindi, fuori dalle "ipocrisie comunicative", la malattia causata dal CoV-2 è la SARS da CoV-2. Questa ipocrisia nella comunicazione è destinata a causare solo confusione!

Ormai da molti giorni seguiamo i dati forniti dal Johns Hopkins CSSE (Center for System Science and Engineering)2, sito che, opportunamente ripreso da Sanità Informazione3, ci tiene quotidianamente al corrente della diffusione globale del SARS-CoV-2, con numeri relativi ai casi accertati di infezione, gli ammalati, i deceduti e i guariti. Non abbiamo ragione di ritenere che tali dati siano infedeli. Pensiamo piuttosto che il Johns Hopkins CSSE riporti, pedissequamente, i dati che vengono forniti dalle agenzia di sanità dei singoli Paesi. Vediamo allora se possiamo sviluppare qualche piccolo ragionamento statistico/epidemiologico sulla pandemia da SARS-CoV-2. Consigliamo, fra l’altro, di guardare lo sviluppo, nell’arco di due/tre settimane, della diffusione globale della pandemia. Il Johns Hopkins CSSE rappresenta tale diffusione con dei cerchi rossi che hanno un diametro proporzionale al numero dei casi per singolo Paese: confrontiamo la diffusione di due settimane or sono con quella odierna e avremo una rappresentazione poco rassicurante della velocità di diffusione della pandemia.

Al momento, nel mondo, le persone affette da sindrome respiratoria acuta (polmonite) da COVID-19 risultano in tutto 89.074. Queste persone non sono quelle positive ai test per SARS-CoV-2, vale a dire che non sono quelle infettate, ma solo quelle che hanno sviluppato la malattia (sempre secondo i dati forniti dai singoli governi locali). Di questi 89.074 ammalati, finora, i morti sono 3.048 e i guariti sono 45.110: ragionando quindi sugli esiti della malattia (SARS da COVID-19) che fin qui si conoscono, le percentuali dei guariti e dei morti, a livello mondiale, sono rispettivamente del 6,3% e del 93,7%. Vale a dire che, ogni 100 persone che sviluppano la polmonite da SARS-CoV-2, più di 6 persone muoiono. Sono percentuali molto ma molto superiori a quelle di una “comune influenza”!

Confrontiamo questi dati mondiali con quelli forniti dal Governo Italiano sulla diffusione della epidemia nel nostro Paese. Al 2 marzo 2020 i casi di persone infette in Italia risultavano essere 1.649. Non sappiamo quanti, di questi infetti da SARS-CoV-2, abbiano sviluppato la malattia COVID-19 da SARS-CoV-2. Sappiamo però che, fra quelle sicuramente infette, 639 persone (il 38,7 %) sono state ricoverate in ospedale, forse perché affette da SARS. Delle persone probabilmente affette da SARS, 83 (70,5%) sono guarite e i deceduti sono 34 (29,5%)4. Il numero dei deceduti, comunque, potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso. In Italia dunque, da una prima stima approssimativa sugli esiti iniziali della malattia, possiamo dire che la mortalità, almeno fra gli infetti da SARS-CoV-2 (non possiamo dire se fra gli ammalati di COVID-19), si aggira attorno al 30%. E’ molto verosimile che la proporzione deceduti/guariti, ora come ora da stimare 29,5/70,5%, calerà notevolmente nei prossimi giorni, avvicinandosi a quella registrata a livello mondiale.

Tuttavia questa “sproporzione” è bene che ci faccia riflettere. Ci faccia in primo luogo riflettere su una possibilità, verosimile considerando la tendenza attuale nel diffondere le informazioni relative alla malattia da SARS-CoV-2: che i vari governi locali, molto più di quanto stia facendo quello italiano, abbiano fornito dati “aggiustati” sulla diffusione e sulla letalità della malattia. Ma c’è anche da tenere conto che il popolo italiano è composto attualmente di persone piuttosto anziane e quindi fragili, un po’ come in tutta Europa -l’età media italiana è di 44,5 anni- mentre in Cina e negli USA l’età media si abbassa a 36,7 e 37,6 anni, per arrivare a 15 anni circa in Niger, Uganda. Mali, Malawi e Zambia, paesi, questi ultimi, dove ancora (ma per quanto?) l’arrivo della pandemia non è stata registrata. E quando arriverà in questi Paesi africani, come da giorni ha fatto presente The Lancet5, i guai è probabile che siano molto più grossi, vista l’impreparazione di quei Paesi.

Ci sono delle evenienze globali che ci mettono drammaticamente di fronte alla nostra grande, grandissima fragilità. Atteniamoci dunque alla “regola” che sempre dovrebbe applicarsi in casi come questi, nei quali tutta l’umanità si confronta con una relativa inanità e, insieme, con la necessità di porre dei limiti: estote parati, quia…

 

 

4 Ibidem.

5 Gilbert M. et al., Preparendness and vulnerability of African countries against importations of COVID-19: a modelling study, su The Lancet, 20 February 2020.

https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)30411-6/fulltext

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