COVID-19: I miei eroi al tempo del Coronavirus

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25 marzo, 2020 - 05:47
Siamo immersi in uno stato di “sospensione di mondo” (cit. G. Di Petta), in cui tutti, nessuno escluso, siamo chiamati a sapere che “l’unica arma che rimane è quella del coraggio di resistere” (cit. A. Masullo). Alla fine della storia “si finirà vittime della forza dirompente dell’oblio. La memoria è continuamente divorata da quello che accade qui e ora.” (cit. E. Borgna).
Innegabile che questa “guerra” si stia combattendo nella carne dei cosiddetti “positivi”, ed al momento l’unica cura che sta veramente funzionando è la loro stessa carne, attraverso quella che chiamiamo risposta immunitaria, anche se non sappiamo ancora se ciò conferirà l’immunità una volta colpiti dal virus e guariti. Noi altri umani stiamo contribuendo da supporto, intubando laddove il sistema polmonare non regge, introducendo antivirali usati in altre patologie virali, testando farmaci che intervengono per frenare le reazioni come quella avviata dal prof. Ascierto, somministrando antibiotici per frenare le sovrainfezioni, ma soprattutto stando nei pressi, anche se provando ad essere ben coperti, di questi pazienti, nell’attesa di un possibile vaccino. Emerge tuonante la carenza delle strutture di ricezione dei casi “sintomatici”: chi se lo aspettava che un virus potesse essere così virale nella cosiddetta era della globalizzazione?! Una domanda dai colori affermativi a cui non ritengo opportuno provare a dare una risposta; ci aveva dato molto da pensare già il più noto Bauman che aveva posto l’accento sull’aspetto “liquido” della società.
Oggi a tavola con le mie bimbe, parlando della situazione del virus, mi è venuto spontaneo da dirle: se fosse stato qualcosa di visibile papà avrebbe imbracciato il fucile ed avrebbe fatto fuoco. Poi mi sono messo a pensare su quello che avevo detto, e di come in fondo questo “intruso”, che non ha volto, faccia affiorare in noi, o almeno in me in questo dato momento, il me profondo che è pronto a fare fuoco pur di sopravvivere. Chissà se lo devo attribuire alla sfera biologica, o a quella psicologica, o a quella sociale, ma poi mi dico: perché non la smetti di suddividerle in aree distinte e separate? Forse questa domanda emerge perché non riesco ancora a vedere le cose così come in realtà sono, troppo sommerso dall’iperinformazione, che non facilita affatto la messa tra parentesi intenzionale, quella che in fenomenologia viene detta epoché. Insomma, non possiamo essere o quello o quell’altro ma essenzialmente siamo carne, una visione molto acuta a cui era giunto il maestro Calvi sulla quale stava continuando a lavorare anche quando le condizioni di salute erano cagionevoli, fino a quando poi non è sopraggiunta la morte lasciando il discorso aperto.
Mentre i “positivi” sintomatici sono al fronte, quelli asintomatici nemmeno si accorgono della guerra che in loro divampa. Nelle retrovie, tutti gli altri, sospesi nell’attesa che si possa compiere anche in loro la battaglia o nei loro cari, ci si ritrova in un clima da ultimo giorno a Pompei. Le istituzioni giorno dopo giorno emettono decreti, limitano gli spostamenti, le aggregazioni, provano a frenare la possibilità di contagio. Chi lavora nei settori ancora aperti perché ritenuti essenziali, carichi di paura continuano ad affaccendarsi, volendo in fondo restare a casa ed attendere che passi la tempesta. Ovviamente gli operatori sanitari si ritrovano ad affrontare l’ordinario e lo straordinario, spesso con i limitati strumenti che la scienza e la tecnica mette a disposizione per fronteggiare, con il proprio supporto, il nemico invisibile che intrude nella carne dei “positivi” oltre alle altre situazioni cliniche che solitamente si presentano, perché in fondo, e non bisogna dimenticarsene nemmeno in questi momenti eccezionali, non si muore solo per il CoViD-19.
Questo clima da ultimo giorno a Pompei induce inevitabilmente un sacrificio a chi non è impiegato nei settori strategici, questi sono i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri giovani, i nostri anziani e chi soffre di patologie, quello di restare a casa, quello di ridursi lo spazio vitale; questo alla lunga produrrà un altro fronte di battaglia, a cui non dobbiamo ritrovarci impreparati. Questa volta non ci si ritroverà a combattere contro un intruso invisibile ma contro qualcosa di più familiare, di endogeno, che emergerà dal solco scavato dall’angoscia prodotta da questa sospensione inevitabilmente indotta.
Se si coglie qual è il territorio di battaglia “in sé” del CoViD-19 e quale si determinerà “da sé” si comprenderà quali saranno gli eroi che spereremo di elogiare ancora in vita.
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