PENSIERI SPARSI
Tra psichiatria, impegno civile e suggestioni culturali
di Paolo F. Peloso

NELLE VOCI DI TUTTI, LA NOSTRA REALTA’; vertici di osservazione sui servizi nel libro di Antonello D’Elia

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13 giugno, 2020 - 16:27
di Paolo F. Peloso
Autore: Antonello D’Elia
Titolo: La realtà non è per tutti. Voci dalla legge Basaglia quarant’anni dopo
Editore: Villaggio Maori
Anno: 2019
Pagine: 194
Prezzo: 15 euro
 
 
Qualche anno fa, leggendo il libro di due colleghi liguri, Parlare di follia. Esperienze di vita quotidiana nella pratica psichiatrica, (di Giacinto Buscaglia e Franca Pezzoni, Genova, De Ferrari, 2004), mi aveva colpito come nel dialogo tra due psichiatri attivi da anni nei CSM le cose quotidiane  del nostro lavoro potessero diventare narrazione; e come infondo il fatto di leggere lì, in un libro, le cose che facciamo, le emozioni che proviamo, aiuti a riflettere.
È la stessa sensazione che mi ha dato il libro di Antonello D’Elia - psichiatra per molti anni impegnato nei vari luoghi della salute mentale e attuale presidente di Psichiatria Democratica -  La realtà non è per tutti. Voci dalla legge Basaglia quarant’anni dopo (Catania, Villaggio Maori, 2019) nel quale però le voci narranti non sono due, ma – direi – tutte. Quasi tutte le voci plurali che hanno a che fare, ciascuna con un proprio angolo d’osservazione e un proprio vissuto, con una salute mentale che dà la sensazione di avere ormai, quarant’anni dopo la legge Basaglia, davvero per scenario il territorio, i luoghi della sanità ma anche le case, le strade.
Sono 23 le testimonianze, tutte anonime e certo l’anonimato contribuisce a dare a queste pagine uno dei pregi maggiori: l’onestà, cioè una mancanza – almeno questa è la sensazione – di reticenza. A partire dallo psichiatra che ha iniziato a lavorare nel manicomio che si spegneva, e ora lascia per la pensione servizi che non gli piacciono più. E quasi in parallelo alla sua storia quella di una paziente che ha conosciuto il manicomio più duro e poi ne è uscita, ha ritrovato faticosamente una vita fatta di casa, lavoro, cure, affettività, relazioni; desideri realizzati e desideri che purtroppo non ha potuto realizzare. Poi un altro  paziente, che racconta dal suo punto di osservazione in modo molto umano la sua esperienza del ricovero e della contenzione. La psichiatra che con grande lucidità racconta il lavoro all’Università, nel territorio e all’SPDC; e alla fine sceglie di andare lì, dove almeno «tutto è più ordinato». C’è il TeRP che si chiede se non manchi, in quel che oggi si fa nei servizi, la passione: il “romanticismo”. Cioè un sentimento di proprietà e responsabilità nelle cose che si fanno, direi. Se non sarebbe giusto mettere in comune i suoi dubbi sulla contenzione o sulle lungodegenze residenziali, sulla frequenza e la durata degli interventi in rapporto ai bisogni delle persone, sul rischio del suicidio che a volte ci sorprende davvero insidioso, anche quando una persona sta bene (ma forse è proprio allora che avverte il peso di non poter stare ancora meglio come vorrebbe, chissà…). E poi c’è l’infermiere, sua una delle testimonianze complessivamente più interessanti, e sua una delle pagine  più toccanti del libro: la descrizione del pestaggio punitivo di un paziente in contenzione da parte di due colleghi in SPDC. Sono cose che forse sì, ha ragione, oggi sono meno frequenti perché è cambiata la cultura degli infermieri, e anche quella dei medici meno disposti a voltarsi per non vedere; ma che non dobbiamo dimenticare mai che la differenza abissale tra il potere del paziente e quello del personale nei luoghi nostri rende sempre possibili. Sono episodi rari, spero, ma occorre lavorare perché diventino zero.



E poi c’è molto intensa la storia del paziente immigrato: il dolore dell’Africa, della Libia, del mare, la delusione di un approdo, dolore su dolore; e solo alla fine la fortuna di qualche viso benevolo che prende a cuore la sua storia e le imprime la svolta. Queste sue poche pagine sono la storia del nostro tempo, insomma. C’è Ignazio, la persona qualunque, con i “matti” dei  quali certo ha paura, ma “suo” padre però che non sopporta di vedere legato, e così la questione della contenzione ritorna. C’è il vigile che si occupa dei TSO: ed è rarissimo che ci sia un posto per lui nelle nostre riflessioni. E invece avrebbe bisogno, come ne abbiamo noi (più di noi lui che del nostro lavoro partecipa solo alla parte più brutta) di attenzione, non tanto per sapere cosa dice o non dice la legge o di cosa “tecnicamente” debba fare per convincere senza toccare, o per toccare senza far male (certo, anche quello), ma per esprimere le sue emozioni, i vissuti che anche lui si porta a casa la sera. È  inevitabilmente anche lui un pezzo del discorso, quello al quale tocca in sorte una delle parti peggiori: spesso, mettere una toppa agli errori e ai ritardi degli altri. Ed è anche lui, sotto l’uniforme, persona; ho trovato una straordinaria caratura umana nella sua testimonianza. E poi c’è il giudice che espone i suoi dubbi sulle nostre questioni di fondo: posizione di garanzia, amministrazione di sostegno, chiusura dell’OPG.
Poi si passa alle famiglie: padri, madri, fratelli, incontri con i servizi più e meno fortunati; in ciascuno di loro ritroviamo storie già viste, ma ciascuna, anche, diversa e nuova. Fa bene a noi operatori vederci con gli occhi di chi sta dal lato opposto, ascoltare le storie nelle quali in ogni famiglia si strutturano le sue dinamiche, e poi l’irrompere della malattia: timori, fantasmi, difficoltà, delusioni, speranze. Ci sono gli operatori del Centro diurno, sempre a rischio di trasformarsi nel luogo «dove vivacchia qualche dirigente e alcuni infermieri che si sono sottratti alla prima linea e trascorrono il tempo con i pazienti a giocare a rubamazzetto». O di essere invece il luogo nel quale, senza la fretta e la solitudine che si vive talvolta al CSM o l’abbraccio soffocante dei luoghi dell’assistenza h 24, è possibile offrire il tempo necessario e il contesto affettivo per fare insieme i conti con la malattia, l’esclusione, la solitudine. C’è anche spazio per il barista di fronte al Centro diurno, e questo mi ha sorpreso e mi è piaciuto davvero; è una bellissima testimonianza, piena di umanità. Significa, tra l’altro, che “territorio” non è solo una logora espressione formale; ricordo di essere entrato, una volta, dal droghiere che sta di fronte al nostro di Centro diurno e senza che me l’aspettassi mi ha chiesto: “ma lei lavora nel centro qui di fronte? Sa, li vedo questi ragazzi quando vengono presto e aspettano fuori dal portone, e quando piove li faccio entrare e offro loro qualcosa”. Allora mi sono reso conto che li conosceva, i più mattinieri, uno per uno; era anche lui dei “nostri” insomma, e se la Legge 180 funziona il merito va anche al barista di Roma, al droghiere di Genova, a chissà quante altre brave persone che, senza pretendere di cambiare il mondo, invece nella loro semplicità lo stanno davvero un po’ cambiando.
E ancora, parlano la donna afflitta dall’anoressia e la madre del ragazzo autistico; sono gli ultimi arrivati da noi, che ci trovano a volte poco attrezzati ad accoglierli. Poi ancora lo psicoanalista, il regista, il giornalista, il Direttore generale, il responsabile di una cooperativa, che ha scelto un modo di fare lo psicologo un po’ diverso da quello che gli ha insegnato l’Università, e per aiutare il paziente a stare a galla nel mare del mercato ci si è buttato lui pure in quel mare, rinunciando al posto fisso e facendosi impresa con quelli che hanno più difficoltà a partecipare all’impresa.
E poi c’è la caposala che mostra la fatica di chi ogni giorno si impegna a trovare la difficile equazione tra il necessario e il possibile, e dà voce con più chiarezza a un sentimento comune a tutti noi: che il lavoro di salute mentale a volte è affascinante e a volte molto doloroso; ma è sempre complesso e se si scende sotto una certa proporzione tra risorse e bisogni, diventa impossibile. Poi, certo, anche buona organizzazione, onestà  e buona volontà sono necessarie, e non sempre ci sono; ma da sole non bastano. Mi hanno fatto pensare, le sue parole, al viso reso stanco in certe giornate dalla fatica, da qualche delusione o dal timore di non aver fatto le cose al meglio come  sempre vorrebbero (e di solito è) delle due caposala con le quali lavoro anch’io, e così mi è parso di immaginare anche il viso di questa caposala romana mentre racconta una situazione che mi è parsa più difficile ancora.
Il libro interpella quasi tutti, insomma; e dico "quasi" solo perché dei servizi come li conosco aggiungerei forse l’assistente sociale e la “segretaria”, figure intorno alle quali possono ruotare le dinamiche del gruppo. O, forse, l’OSS che è quello che in ospedale -  di tutti - al paziente sta fisicamente vicino. Ma ci sono comunque in tanti e anche molti altri ai quali, in una rappresentazione del proprio servizio, molti di noi potrebbe non pensare. L’autore, generosamente, riserva a sé poche pagine, e una qualità che davvero gli invidio è la sintesi. Racconta della sua formazione psichiatrica che attraversa il manicomio e vi incontra persone, della “fiducia” (nelle proprie pratiche, nel paziente, nella relazione) come elemento fondamentale della svolta basagliana. Parla della contenzione che certo è stata, è, rimane il più evidente dei nostri problemi, quello dalla soluzione del quale parte tutto il resto. Trae un bilancio in chiaroscuro di questi 40 anni senza manicomio; e si preoccupa di quanto “vecchio” continua a prosperare sottotraccia nel “nuovo”; del difficile controllo della deriva residenziale; della moria di operatori che in alcuni servizi non sono sostituiti, o in altri lo sono con insopportabile lentezza; del mutamento culturale e politico, che fa sì – ha pienamente ragione – che obiettivi come equità e inclusione siano andati sbiadendo in un sistema sanitario la cui parola d’ordine è un’efficienza numerica, alla quale non sempre ne corrisponde una di sostanza (con una quantità – dice – che tiene sempre meno conto della qualità).
Questo libro mi è piaciuto molto, soprattutto per la coralità che esprime e per l’essenzialità. Pone, con garbo, questioni fondamentali, e non c’è una parola di troppo. Ma dopo pochi mesi potrebbe sembrare già vecchio; oggi facciamo i salti mortali per garantire un minimo di assistenza a chi ne ha bisogno e la preoccupazione principale (a volte forse anche un po' esagerata, chissà?) è per tutti, chi più chi meno, quella di non contagiare e non essere contagiati nell’incontro. Qualche mese fa non avremmo immaginato che tante difficoltà potessero improvvisamente aggiungersi a quelle che già avevamo. E chissà quando potremo ritornare a occuparci finalmente delle questioni “normali” che il libro affronta, e che prima ci sarebbero parse già abbastanza. Intanto, però, credo che possiamo cominciare comunque a leggerlo, perché all’uscita da quest’incubo i problemi di cui parla non li troveremo senz’altro risolti; sarebbe già bello se non si fossero ancora più ingarbugliati, e potessimo ripartire dal punto nel quale il libro ci lascia.

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