Vignaioli e psichiatri: per un lessico e una metodologia organolettici dell’incontro.

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2 ottobre, 2020 - 18:41

“Un vino di qualità non è un vino buono, ma un vino vero”.

Chi è Anna? Come vive Anna? In che mondo vive Anna? 

Alla fine di un ricovero sarà difficile poter rispondere a queste domande. Infatti l’obiettivo principale della psichiatria mainstream è quello di eradicare il sintomo, riaddestrare Anna alla vita quotidiana per dimetterla nuova di zecca nel mondo del senso comune.  

Inizio a pensare allora che la psichiatria necessiti di un lessico nuovo e di una rinnovata metodologia per descrivere e approcciarsi alle esistenze dei nostri pazienti.

Il lessico che ci hanno tramandato è neutro, gelido, monocromo, monotono, senza odore, plastificato. Alla fine della lettura dei quadri clinici descritti nelle nostre cartelle ci si accorge della loro standardizzazione, uguali gli uni agli altri, in serie come bicchieri di vetro Ikea.  

Se si guarda invece ad Anna in reparto, mentre mangia o si lava i denti o cammina, mentre ci racconta delle sue vacanze estiva, ci si accorge immediatamente che quelle descrizioni non comprendono neanche minimamente e non circoscrivono affatto la sua esperienza vissuta, la sua prima persona, il suo essere nel mondo, il suo naufragare qui sulla riva dell’SPDC dove oggi io presto servizio.  

Mi sembrano allora, sempre più utili, descrizioni di quadri clinici in cui si aprano virgolette capaci come culle di accogliere le parole del paziente, avanguardistici manuali diagnostici con prototipi psicopatologici colmi di aggettivi ed avverbi che sappiano ritrarre come un pittore fiammingo gli interni delle loro vite, scale psicometriche capaci di scavare come un archeologo con le mani e con le ruspe nei loro vissuti, che aiutino ad immergersi in apnea nei fondali più oscuri dei loro progetti di mondo mancati e che teneramente insegnino a riportare a galla la loro individualità.
Per quanto riguarda invece il metodo da seguire nell’incontro clinico con la paziente, suggerisco di avvicinarsi ad Anna con l’anima e l’esattezza del vignaiolo, che conosce per nome ciascuna delle sue viti e in un dialogo intimo si prende cura di loro. Il metodo di approccio del biologo molecolare bardato e chino sulle sue pipette sotto la cappa, è risultato infatti incapace di approcciarsi in maniera olistica alla persona che ho davanti e che mi sta raccontando la sua esperienza. Come infatti, per gustare e comprendere le caratteristiche specifiche e uniche del calice di vino che si rotea lentamente per accompagnarlo al naso e poi sorseggiarlo, si ha necessità di analizzarlo attraverso i  sensi- uniche porte sul mondo- e di andare ad indagare successivamente il suo terroir di provenienza (tipo di terreno, clima prevalente, storia del vigneto e delle generazioni dei vignaioli), così ipotizzo che l’ incontro con Anna potrebbe giovare di un suo strutturarsi attraverso il triplice sguardo di un clinico che tiene conto della sinossi continua tra i vissuti di Anna e i vissuti del clinico descritti secondo i descrittori organolettici usati nel mondo del vino (vista, olfatto, gusto e tatto) e l’indagine successiva dei terroir di Anna, ossia le architetture dei mondi della vita in cui lei ha viaggiato e viaggia tutt’ora.  

Tutto ciò andrebbe ad integrare e a dare spessore e autenticità alle descrizioni quotidiane dei quadri clinici dei nostri pazienti.

Ne do un esempio di seguito: 

 Alla vista, i colori della pelle di Anna quando si arrabbia per il marito che ha organizzato nella cantina vicino alla loro abitazione un sistema misterioso per farle del male, è un rosso acceso o pallido?, oppure la fiamma nel suo sguardo che si accede al parlare dei torti subiti, dell’abbandono, dell’indifferenza dei suoi familiari è languida o ardente? Si sente al naso, l’odore di morte che piomba nella stanza durante i colloqui quando ci racconta della sua certezza che di notte il marito fa entrare altre persone in casa per ordire misfatti? Al tatto come trovare parole che riportino il gelo di quelle notti eterne che lei sente sulle guance quando si affaccia alla finestra per controllare la strada davanti casa, e la temperatura del sangue caldo che le contrae i muscoli e le riscalda la sedia su cui siede fino a scioglierla quando erompe vulcanica la sua rabbia, e il peso dell’aria magnetica che si respira in cucina da quando tutto questo complotto è iniziato? 

Al gusto, come si presenta la corposità della sua voce ormai roca e la struttura piramidale delle sue emozioni sepolte, i progetti aerei e i sogni che aveva da bambina e che ancora mastica di nascosto? Infine, si registra una marcata persistenza delle sue risorse e della sua vitalità che sussulta indomita, selvaggia di dolore senza ancora una forma e un colpevole, oppure sono pochi gli ingredienti conservati da Anna per il nostro lavoro psichiatrico psicoterapeutico?

 Rispetto ai vissuti del clinico si potrebbe non trascurare il racconto dell’effetto che fa su di me il vino-Anna una volta gustato-incontrata. Che immagini mi riporta alla memoria, che emozioni mi suscita, a che cosa assomiglia, come mi rimane attaccato alla pelle fino a sera, se mi rimane, che movimenti del tronco mi ritrovo a fare inconsapevolmente, sbadiglio, mi stropiccio le mani, mi si chiude lo stomaco, respiro con affanno, guardo l’orologio perché il tempo si è fermato, ho paura anche io?

 Rispetto all’ architettura dei mondi della vita in cui Anna ha viaggiato e viaggia tutt’ora, bisognerebbe ricordare che un vino è principalmente un racconto dei territori in cui la vite con i suoi grappoli è cresciuta lentamente nei decenni, si è nutrita con le sue radici degli elementi che ha trovato stratificati, ha risentito delle annate siccitose e di quelle umide, è stata attaccata da funghi o da batteri o soltanto da carenze elettrolitiche, ha perso le foglie, è stata espiantata. E allora quel vino non è altro che l’espressione migliore di questa storia di territori passati che rimangono continuamente presenti nella memoria della vite. Consapevoli di ciò anche noi psichiatri, come i vignaioli, avremo bisogno di zonazioni e carotaggi simbolici della vita familiare e sociale di Anna, di capire a che altezza insistono sul livello del mare e com’è l’esposizione al sole dei suoi eventi significativi, di sapere delle nuvole e delle piogge che ha affrontato durante gli studi o i periodi lavorativi, e della tramontana e dello scirocco che le hanno fatto compagnia in questi anni di viaggio che l’hanno portata infine su questa sedia davanti a me, con il suo cruciverba e la sua richiesta di verità. 

 

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