La voce Le voci. Tutto ciò che non dice il corpo e lo sguardo, perfino la follia.

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13 dicembre, 2020 - 10:52
Il canto è la messa di voce.

Quello “Gregoriano”

- rammenta Riccardo Muti, il Maestro -

effonde la nostra spiritualità

dall’VIII secolo.

 

 

1. Voci da “La Borde”.

Poteva essere il 1972. Al manicomio romano “Santa Maria della Pietà” fu assunto uno psichiatra nuovo. Era Ugo Amati, lacaniano. Veniva direttamente da “La Borde” - Cour-Cheverny, Centro-Valle della Loira - residenza psichiatrica all’avanguardia inventata da Jean Oury, lacaniano anche lui. C’era stato a imparare la “psicoterapia istituzionale”. Qualcosa che pareva uscita da una costola di Jacques Lacan e dalla fervida mente di Oury, che aveva suscitato grande curiosità e di cui si faceva un gran parlare, soprattutto tra noi giovani psichiatri dei manicomi, all’epoca, in ebollizione. Non era il solo “creativo”, “ingegnoso”, uscito dalla “Scuola freudiana di Parigi” fondata da Lacan ma, quanto a fantasia inventiva, era risucchiato nel vortice di una ricca e vivace compagnia innovativa. François Tosquelles e Lucien Bonnafé, tanto per citare un paio di nomi, usavano pratiche psico-terapeutiche che in breve tempo avrebbero attirato l’interesse di Frantz Fanon, Félix Guattari e buona parte dell’avanguardia italiana.

 

Il fermento psichiatrico che si manifestava dall’altra parte della Francia, a Besançon, confine svizzero, Cantone tedesco, versante Zurigo, ce lo avrebbe raccontato Luciana De Franco (junghiana AIPA). Frequentava "La Velotte" famoso ospedale di giorno (l’hôpital de jour) fondato da Paul-Claude Racamier (altrettanto famoso psicoanalista senza divano) come “Centro di cura psicoterapeutica” (“Centre de soins psychothérapique”). Vi resterà per 4 anni consecutivi, 4 mesi all’anno. Le prestazioni dell’”Ospedale di giorno” erano cure e servizi ospedalieri che potevano essere effettuati in giornata, risparmiando sulla spesa alberghiera. Avanti anni luce rispetto al Covid odierno che in ospedale prospera. Si diceva che l’”Ospedale di giorno” fosse stata una invenzione staliniana degli anni Trenta. Solo dopo la seconda guerra mondiale, tale pratica fu applicata in Francia, in quella corrente metodologia terapeutica applicata che venne battezzata “Psichiatria Istituzionale”.

 

Tornando a Ugo Amati - aitante, corporatura atletica, di gradevole aspetto - rammento che era un “creativo” e un “narratore” formidabile; sul tipo di Gianni Rodari di cui ricorre il centenario della nascita proprio quest’anno 2020. Lo capivo benissimo, Ugo, perchè veniva dalle mie parti. Un affabulatore, affascinante e paradossale come lo erano per me tutti quelli di Bologna - la mia città - o di quelle terre. Risalendo la vecchia “Romea” (ss. 309), direzione Padova, una cinquantina di chilometri prima di passare il “Grande Fiume” a Pontelagoscuro. Fin da quando ho disposto dell’uso della ragione - immagino la battuta, per uno che ha fatto lo psichiatra per tutta vita - ho sempre venerato due miti, assoluti e inscindibili. La maschera sapiente del “dottor Balanzone” e un alto prelato, il Cardinale Prospero Lambertini (Papa Benedetto XIV), immortalato nell’omonima commedia di Alfredo Testoni, bolognese anche lui. A lungo, entrambe le figure, s’incarnarono nella persona di un attore famoso - Gino Cervi (1901-1974) - e parlarono con la sua voce.

 

Ugo Amati fu il primo a dirci di François Tosquelles, lo psichiatra catalano antifranchista, scappato dalla guerra civile spagnola (1939) e rifugiatosi a “Saint Alban”, l’Ospedale Psichiatrico francese nel cuore dell’Occitania, il dipartimento della Lozère. In antico, era stato un castello fortificato, poi trasformato in "Asile de fou" perché, appunto, semidiroccato e abbandonato. Oggi porta il suo nome (Centre hospitalier François-Tosquelles), tali e tante furono le rivoluzioni nel trattamento psico-sociale dei ricoverati. François-Tosquelles era quello che, insieme a Felix Guattarì, aveva contribuito a “umanizzare” le cure psichiatriche e la psicoanalisi. Inoltre, entrambi avevano costituito un reciproco e fecondo sodalizio con Jean Oury per applicare, riadattandolo, il suo originale pensiero di decostruzione dell’istituzione manicomiale dall’interno. Ma avevano anche assorbito molte altre sperimentazioni rivoluzionarie della psichiatria francese dell’epoca (psichiatria di settore, assistenza, e dispensari territoriali, visitazioni domiciliari, assemblee comunali) ripensandole teoricamente e praticamente. In Italia, i più attivi sulla linea della psichiatria francese furono quelli del movimento umbro di autoriforma, “I Perugini”. [01]

 

A distanza di quasi mezzo secolo, non saprei dire se Ugo Amati fosse romagnolo o emiliano come me. Forse non è neppure importante saperlo, nondimeno, Ugo Amati, aveva quel tanto o poco di corregionalità che mi consentiva di “spiegare” il senso delle sue piramidalità didattiche, anche gestuali, a Giorgio Chialamberto, Bruno Opice, Massimo Marà, Marie Bonelli e “Nino” Lo Cascio, i nuovi psichiatri assunti tra il 1968 e il 1978 al manicomio provinciale romano di Santa Maria della Pietà. Rammento le sue citazioni incredibili. Ti sparava lì a bruciapelo - in francese - «La qualité essentielle de l’Homme c’est d’être fou (…). Tout le problème c’est de savoir comment il soigne sa folie». Fu Ugo Amati a dircelo, a un cambio turno ospedaliero, in sala grande alla Direzione del manicomio, ma era di François Tosquelles: «La qualità essenziale dell’Uomo è di essere pazzo (…). Il vero problema consiste nel sapere come si cura la sua pazzia».

 

Gli venne in mente di fondare un giornale manicomiale completamente gestito dai ricoverati che intitolò “Le voci”. La sede, se non ricordo male, era il Padiglione XXXII (la “Legatoria”) di fronte al laghetto dei pesci rossi. La grande rotonda subito dopo l’ingresso monumentale del “nuovo ospedale psichiatrico” (del 1900) voluto dal senatore Alberto Cencelli e progettato dall’architetto Edgardo Negri (nipote del più importante “architetto zio” Giulio Podesti), il quale collabora anche all’ideazione del Policlinico Umberto I, del palazzetto Cencelli e disegna personalmente la cappella della Chiesetta del manicomio. All’interno, a corona della fontana, erano sistemati i Padiglioni dei servizi: “Lavanderia”, “Materasseria”, “Fardelleria” e l’”Economato”.

 

Le “voci”, nello specifico di allucinazioni uditive erano di casa in manicomio. Finché non li hanno chiusi. Giravano mescolate insieme alle consorelle, le voci comuni, normali, solo che non si sentivano. Erano mute. Detto altrimenti, per non fare confusione, le «voci comuni» erano sonore e sollecitavano la membrana timpanica dei comuni mortali le «voci non comuni», invece, ovvero le allucinazioni sonore sotto forma di parola erano comunicazioni straordinarie e del tutto private, destinate a pochi privilegiati. Ricordo l’infermiera “Nannarella” della Lavanderia, dire affettuosamente alla “malatine”, quelle “tranquille” cui le suore concedevano il privilegio di lavorare: «Ah bella! Che te dicheno oggi ‘e voci?». Ma ne rammento anche una, un po’ fumantina, che una volta la fulminò acida, coi denti e la lingua allappati, come se avessero appena mangiato un cachi acerbo «Eeeh? E perchè te lo dovrei veni’ a di’ proprio a te? ‘Ntipatica!». Già! Perchè mai dovrei dire a te qualcosa che fa parte della mio personale. A che titolo rivelarti quello che penso, per poi essere alla tua mercè. Non hai nessun rapporto con me. Questo, più o meno, il senso del risentimento di “Nannarella”, che ha tutta la mia comprensione. Ricordo un paziente di Pesaro, quando facevo il medico di guardia (i rimpiazzi volanti occasionali degli anni ’50 pour l’argent de poche) in una casa di cura privata dove si faceva la “cura del sonno”. Non lo conoscevo e lui non conosceva me. «Perchè vieni quà a misurarmi la pressione? Perchè vuoi sapere da me se ho dormito, psichiatra della madonna! Perchè dovrei dirtelo a té? C’at gness un cancher! Té devi morire con un colpo, un fulmine o sotto una macchina!». Specie nelle psicosi, niente è più sacro dell’intimità. Tutto va negoziato pazientemente. I frutti farli maturare.

 

2. La voce umana

Ho preso l’argomento da lontano, e anche partendo dal manicomio, non forse il luogo più adatto, ma, a parte il fatto che non c’è più, l’intento è quello di parlare della “voce umana”, della “parola”, del “dire-dell’essere”. Il proposito potrebbe essere temerario. Nessuna pretesa di alludere al monologo teatrale di Jean Cocteau (1930), nè alla splendida interpretazione cinematografica di Anna Magnani diretta da Roberto Rossellini (1948), e neppure alla tragedia lirica musicata da Francis Poulenc e diretta da Georges Prêtre all'Opéra-Comique di Parigi (1958). No! Niente di tutto questo, anche se sarà inevitabile dire di sentimenti, legami affettivi, abbandoni, pensieri suicidi, solitudini disperate, autismi difficili, isolamenti poetici, anacoretismi ed altri ingredienti più o meno naturali della “vita umana”. Senza dubbio un intento pericoloso, il mio, perchè proprio nel manicomio spesso «la voce», «le voci», hanno convissuto con l’allucinazione sonora che interloquisce, ordina, comanda, sussurra, seduce. Come in un passato lontano, mitologico, mediterraneo, cantato da Omero, si può immaginare abbiano parlato le Sirene a Odisseo, legato all’albero maestro. Stregandolo!

 

«Il primo a parlarne fu Omero nell’Odissea, libro 12 - dice Elisabetta Moro [02] - dove racconta l’incontro tra Ulisse e le Sirene un fotogramma originario che poi ha influenzato tutta la storia dell’Occidente (...) Il racconto mitico diventa così importante nella storia dell’Occidente che viene ripetuto mille volte ... su tutti i vasi archeologici che abbiamo nei musei, ma anche nei racconti, in moltissime narrazioni che vengono ripetute mille volte (...) Omero, stranamente non ci dice che corpo abbiano le Sirene non ci dice come sono fatte, quasi che tutti lo sapessero (...) a dircelo è Ovidio nelle Metamorfosi (...) perchè racconta che delle giovani donne, molto belle, che cantano meravigliosamente (...) sono vicine a Persefone (...) rapita da Ade e a quel punto (...) chiedono agli dei (...) le ali per poter sorvolare il mare e (...) ritrovare (...) Persefone (...) spuntano le piume (...) e Ovidio dice chiaramente che queste fanciulle rimasero con il volto di donna perchè potessero continuare a cantare». L’autrice si domanda anche se la seduzione delle Sirene provenga dal volto, dal corpo o dalla voce? Questa la risposta «... non è la coda di pesce a sedurre, non sono le ali di donna a sedurre, ma in realtà è solamente la parola perchè le Sirene sono degli esseri sapienziali, parlano, e quando parlano seducono e (...) che cosa dicono? Beh! Secondo Omero dicono questo: sanno parlare del passato, del presente e del futuro (...) hanno una conoscenza profondissima e riescono a profetizzare il futuro. Qui è il punto vero della loro seduzione. Nella storia occidentale le Sirene sono prima uccelli e poi dei pesci, ma nella storia orientale nascono come pesci».

 

Kafka è maestro nelle sorprese narrative e nei paradossi. Le sue ipotesi partono sempre dal punto di vista opposto a quello che tutti suppongono. I personaggi dei suoi racconti (anche quelli brevi) sono perennemente in crisi, tormentati da un dubbio insanabile che travolge la loro esistenza. Quasi sempre nel protagonista esplode l’angoscia di vivere, perchè incerti, su come ... si vive. Forse trasformati o inesistenti, con altre significazioni. Come che sia, inattesi, sono gli avvenimenti che accadono a chi li vive in una realtà che non è mai prevedibile (kafkiana, per l’appunto). Irrompono nella trama narrativa dell’autore (boemo e di famiglia ebraica come Freud) e contagiano il lettore in una dimensione metafisica con una serie consecutiva di “mise en abyme”, un gorgo di specchi. Il racconto delle Sirene che noi conosciamo da Omero in un certo modo, Kafka ce lo racconta diversamente ne Il silenzio delle sirene (Das Schweigen der Sirenen, 1917). Ulisse, bruciato dal desiderio di ascoltare il canto prodigioso delle maliarde - - prende le sue precauzioni. Da uomo astuto qual è, passato alla storia per via del “Cavallo di legno” abbandonato sulla spiaggia di Troia, ripone con cura la cera in un “ariballo” sufficientemente capiente per contenerne in abbondanza. Raduna sulla coperta rotoli di funi robuste per farsi legare all’albero maestro della nave.

 

A questo punto il lettore di Kafka è preso da un dubbio. Era proprio sicuro, il furbo Odisseo di farla franca con questi semplici artifizi? Le pericolose incantatrici non avrebbero saputo come sciogliere cera e lacci? Non un minuto d’imbarazzo avrebbe avuto Telemaco, a liberare il padre, figurarsi le Sirene, le irresistibili potentissime seduttrici. E invece? Ulisse arriva all’incontro, equipaggiato di tutto punto, e scopre che le sirene si tacciono, non cantano, lo beffano. Come i pifferi di montagna! Fanno gesti con la bocca dicendo parole che Ulisse non può udire. Strabuzza gli occhi e tende il collo come un sordomuto. È disorientato. Non c’è la voce, ma c’è il silenzio. Nessun arcano si compie, nulla passa, niente si trasmette, tace il canto. Si eclissa la conoscenza, sorge l’incomunicabilità. Peggio di un film di Michelangelo Antonioni! Vincono le Sirene, rivelando di avere in serbo il silenzio, un potere ben più forte della voce, del canto. Ben poca cosa anche l’esperienza di Ulisse. Come aveva saputo di queste cantatrici prodigiose e ingannevoli? Chi fu il primo ammaliato dalle Sirene che mise in giro il racconto mitologico? Kafka aiuta a pensare.

 

3. Gli acufeni, patologia del timpano, non c’entrano.

Un impegno, il mio, di scrivere sulla voce, tecnicamente non facile, seppure evidente, naturale, quasi ovvio. Quand’ero ragazzo, bastava dire «The voice», “la voce”, e subito pensavi a Frank Sinatra tanto erano popolari l’uno e l’altra. La “voce”, dunque, l’emissione sonora, il vocalizzo, segue il pensiero, il lamento, l’intonazione di prova, la reazione improvvisa, ancorché il soggetto lo voglia. In linea di massima, molti pensano che la “parola di voce“ sia un dono prezioso, dote, virtù, carisma. La «voce», una «voce», non è unicamente «rumore», quando - sotto forma di parola - esce dalla sua dimora propria, il corpo, che è quella connaturata all’«essere», alla «presenza», alla sua «gettatezza mondana». Si mescola, insieme alle voci, alle parole dei nostri simili - anch’essi parimenti «vocianti», sempre che lo vogliano - e gira, indistinta, come brusio. Come commento guidato dal coreuta, nella tragedia greca, armoniosamente intonato nel coro musicale. Acuto e svettante, negli “a solo” di soprani, tenori, bassi, baritoni, ecc. Non è soltanto «suono» con caratteristiche fono-acustiche particolari e individuali - la voce - ma «eloquio», «idioma», «lessico». È Intenzionata, comunicante, dicente, annunziante, praticamente «linguaggio». La «parola», allora, bella o brutta, acuta o grave, gelida o calda, stridula o soave che sia, è «verbum», «logos», «pathos», «ethos», «pharmakon» (quando serva). Dunque può persuadere, convincere, sedurre, ammalare, guarire ... anche ingannare. Perfino uccidere, distruggere, annientare. Possiamo dire con certezza che non si tratta di acufeni! La voce (parola) è potere!

 

Poi c’è il canto. La coloritura, la tessitura della voce. La musicalità, la tonalità, il calore, il piacere dell’ascolto della voce che canta. La “cavatina”, l’”acuto”, la “romanza”, il “duetto”, ecc. Fino a metà 800 si fece uso anche della “voci bianche” (“Farinelli”) poi, quando furono accettate nei cori le voci femminili, persero importanza. Ma se si può generalmente convenire che la dimensione musicale, anzi la musica stessa ti conduca in un altrove fuori dalla realtà, perfino oltre la riflessione metafisica, allora il canto della voce umana o un coro di voci umane, come dice Riccardo Muti, «effonde la nostra spiritualità». Se si ha un minimo di confidenza con l’opera lirica le mie allusioni sono bastevoli. Chi ha avuto la fortuna di ascoltare la Callas o Pavarotti o una diffusione molto popolare come il concerto dei “Tre tenori” può capire quello che la voce umana reca al corpo, alla mente, all’anima. È sempre stato così, fin dall’età feudale in Provenza, in Sicilia, in Svizzera, a Melfi. Dai girovaghi ai cantastorie, ai menestrelli (menestrals) ai giullari (joglar), trovatori (trobador) ai poeti provenzali, agli inventori di “tropi" [03], per intrattenere i signori e i cortigiani del castello con musiche, suoni, canti, giocolerie, ecc. “Tropi” moderni nostrani, sono i componimenti contemporanei di cantautori come Fabrizio De André, Pino Daniele, Francesco Guccini, Franco Battiato, Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Paolo Conte, Gino Paoli.

 

... Il canto delle sirene (1987 vinile) è il titolo di una bellissima poesia nusicata dal cantautore Francesco De Gregori.

... Mio padre era un marinaio, girava le città,

mio figlio non le conosce, ma le conoscerà.

Non sarà il canto delle sirene che ci addormenterà,

l'abbiamo sentito bene, l'abbiamo sentito già,

ma sarà il coro delle nostre donne, da una spiaggia di sassi.

Sarà la voce delle nostre donne, a guidare i nostri passi,

i nostri passi nel vento, e il vento ci prende per vela.

Sarà di ferro la sabbia, sarà di fuoco la terra.

Ascoltaci o Signore, perdonaci la vita intera.

Mio padre era un marinaio, conosceva le città,

partito il mese di febbraio di mille anni fa,

mio figlio non lo ricorda, ma lo ricorderà,

mio padre era un marinaio, mio figlio lo sarà.

 

4. La buca del suggeritore ... Chi parla da li? A chi?

La voce insidiosa, ambigua, che da fuori, ti assalta, inattesa, prepotente, improvvisa, e rompe l’equilibrio della ragione, è l’esperienza più incredibile che possa capitare. Un’afflizione inusitata della mente. Nel tempo lontano in cui ho lavorato nei manicomi, si diceva un luogo comune - e non senza qualche ragione - che «il malato mentale è sempre l’ultimo a venirlo a sapere». Ebbene, Gerolamo Rizzo, il protagonista infermo di mente, la cui storia manicomiale è riportata nel libro di Francesco Bollorino e Gilberto Di Petta [04], lo sospetta immediatamente. È il primo che lo viene a sapere – fra i rarissimi casi al mondo – lo pensa e se lo dice da solo. Si sgomenta e, vincendo il terrore che lo sta paralizzando, cerca di fermare in qualche modo questa lacerante esperienza. La scrive su un quaderno! Racconta, “L’io suo che si sta dividendo”, come dirà anni dopo Ronald Laing. Lo scarabocchia febbrile. Lo incide, a caratteri di fuoco, nel suo diario segreto, celato nel pagliariccio. La narrazione dell’esperienza, la proprietà di linguaggio, la terminologia sono appena più coloriti di quelli che usano gli psichiatri nella loro psicopatologia clinica. Sembra di cogliere lo spasimo angoscioso di non fare in tempo a scrivere tutto, prima che il pensiero si sgretoli, travolto dalla marea montante della psicosi ... forse il timore ambiguo della solitudine dalle voci? Il raccapriccio dell’estinzione del soffio psicotico, del pensiero cupo, dello slancio suicida, dello spegnimento totale del pensiero? Il silenzio delle Sirene? Pagine riempite a fatica, però, ordinate, corrette, malgrado il vociare contorto proveniente dalla “buca”. Forse alla stregua di quello che furono les poètes maudits? Chi può dirlo?

 

Di suo pugno scrive nel diario «... verso le undici, mi svegliarono dei colpi dati alla porta della mia camera che era chiusa e delle voci che mi chiamavano e mi dicevano che aprissi alla Ninetta che voleva entrare nella mia camera Siccome sentivo voci di uomini che mi chiamavano per nome, non mi potevo spiegare cosa volesse da me questa signorina, accompagnata da due o più uomini, per questo feci il sordo facendo mostra di dormire. Quelle persone stettero un’ora dietro alla mia porta a chiamarmi, picchiando con i piedi perché io aprissi, poi se ne andarono minacciando». [05] Nessuno ha mai veramente ascoltato Gerolamo Rizzo! Paul Verlaine, la sua stagione, i suoi compagni, i loro versi di poeti maledetti, costituirono un vertice irraggiungibile del pensiero romantico. Gerolamo Rizzo avrebbe potuto essere anche romantico, ma prima di tutto fu assassino criminale, pericoloso e poi anche matto. Tutti gli stereotipi della «infermità mentale totale» secondo i canoni della psichiatria legale. I poeti maledetti caratterizzarono una concezione della poesia che marchiò in modo singolare la seconda metà del XIX secolo. Se Francesco Bollorino non avesse rintracciato anche la cartella del suo assassino, compagno di reclusione e di follia di Gerolamo, non avremmo mai sospettato, neppure lontanamente, che avrebbe potuto compiersi questa sorta di “legge del contrappasso”. In un teatro (tragico) senza quinte, senza ribalta, senza sipario, buca, poltrone, spettatori...

 

Il delirio non è tutto. Ci sono anche le paure, le fobie, il timor panico ... Il suono terribile della “Siringa” in fuga. L’inaudibile voce della ninfa naiade, trasformata in canna di palude da Gea, la terra, per sottrarla alla concupiscenza di Pan cui le si era negata. Quell’urlo mitologico, suscita sgomento, terrore, “panico”, appunto. Nei pastori, tra i boscaioli, fra i contadini, che attendono alle loro incombenze, quando quell’emissione di voce straziante, lacera improvvisa, il silenzio dei meriggi estivi, assolati, della “controra”. Non solo quella della paura, anche la voce del dolore, sgomenta, turba, disorienta fino a divenire inaudibile. La voce della sofferenza patita, quella imposta dalla sopraffazione della persona, dalla violenza inferta violando il corpo, negando la libertà, il diritto. A Giordano Bruno, dopo atroci, lunghissime torture tra Venezia e Roma, nelle “segrete” del Tribunale dell’Inquisizione, fu inchiodata la lingua perchè diceva - non importa con quale tono di voce ma soprattutto pensava - «parole eretiche» che rifiutava ostinatamente di abiurare, prima di essere arso vivo a Roma in piazza Campo dei Fiori (1600).

 

5. Voci particolari.

Ma torniamo alla voce normale, non patologica, per come è, come si può raccontare. Una lunga storia della beltà di voce, ascoltata, sentita, raccontata, tramandata. Cleopatra fu una regina storicamente importante sulla strada di Roma, ai tempi di Giulio Cesare. Stando agli storici (Plutarco, Svetonio, Sallustio), il potente e attempato condottiero romano, se ne innamorò profondamente e fu corrisposto con un figlio (“Cesarione”, lo sventurato figlio della coppia). Donna istruita, colta, curiosa, astuta, raffinata, carismatica, completa e autonoma, Cleopatra viene tramandata, di rara intelligenza, capacità di governo e abilità diplomatica. Probabilmente sono esagerazioni come si trattasse di un mito, ma fu una realtà, fuori dal comune che segnò marcatamente la storia del suo tempo. Molti la dipingono cinica, fredda, astuta calcolatrice, incapace di amare. Si dice anche fosse dotata di bellezza leggendaria, con un naso importante, ma che serbasse nella voce un fascino fuori del comune. Su questa il giudizio è unanime. Gli storici riferiscono che seduceva, convinceva, confortava, comandava, ingiungeva. Se ne innamorarono anche i cesaricidi. Ottaviano in particolare, tanto che si scontrò con Augusto, avendone la peggio. Non fu soltanto la voce della regina egizia, certamente, ma non si può nemmeno pensare che sia stata messa li ad colorandum, era parte di un unicum.

 

Voci popolari, di strada, di piazza e di chiesa, esistite da sempre, sono state quelle stentoree dei banditori reali, dei predicatori medioevali, dei venditori di mercato e degli “strilloni” di giornali da quando la rivoluzione industriale inventò il "linotipo" [06] e le rotative. Ricordo da bambino il viaggio estivo, annuale, in Sicilia col “Postale” Napoli-Palermo, per andare a trovare i nonni paterni, le zie, gli zii, i cugini. Il treno proveniente da Bologna si arrestava verso sera alla stazione di Mergellina. C’erano gli amici di famiglia, i signori Fauci, che ci facevano fare un breve spuntino a base di sfogliatelle e babà. L’imbarco avveniva al “Molo Beverello”. Il risveglio nel Golfo di Palermo, tra il Monte Pellegrino sulla destra e Monreale sullo sfondo, di fronte. Potrebbe sembrare una sogno, ma non lo è. Cessò il 10 giugno 1940, con la guerra. Scrivo questo, perchè il ricordo è vivacissimo, popolato di voci musicali di venditori di strada, gli “abbagnai”, come li chiama Giuseppe Pitré. Non parlo delle voci colorite della “Vucciria”, il mercato storico di Palermo, dove mi portavano a mangiare le panelle, gli sfincioni, la meuza, la caponatina, le fritturine dai vastiddari (gli antenati dei paninari milanesi anni ottanta), e altre prelibatezze da “Commissario Montalbano”. No! Mi tornano in mente le grida melodiche multitonali dei venditori di pesce e di frutta che mi svegliavano la mattina nel salotto della grande casa dei nonni, in Via Gioacchino di Marzo. Costoro, in una processione profana della gola, “abbaniavano” [07] il loro arrivo e le loro mercanzie. Era il sottofondo musicale alle ombre dei passanti che vedevo riflettersi avanti e indietro sulle pareti bianche che facevano contrasto a quadri scuri di antenati ma non stonavano con una sponda vivace di carretto siciliano e una grande Hydria di terracotta, molto colorata, di Caltagirone. Ora che ci ri-penso, a queste voci lontane, mi sembrano effondere da una biblioteca polverosa dove sono giacciono alla rinfusa libri di Proust, Verga, Pirandello, Goethe e anche Camilleri.

 

Per venire più vicino a noi - specie in tempi di Covid-19 - mi fa piacere citare Franco Locatelli, medico rinomato, accademico di alti incarichi, presidente del Consiglio Superiore di Sanità. Ha una voce soave, leggermente scandita, ondeggiante. Sembra giungere dalla "bergamasca". Anzi proprio da “Sotto il Monte”, come quella di Papa Giovanni 23. Non solo ti rasserena ma tutti sentono il bisogno di andare a casa a «dare una carezza ai vostri bambini». Sembra di sentire odor d’incenso e frusciar di turiboli. Un’altra voce che ascoltiamo spesso per aver certezze è quella del supercommissario straordinario per il vaccino anti-Covid-19, Domenico Arcuri: risonanze anforiche, tonalità scure e nasali, sei preso! Capisci che l’annuncio è grave e non ti puoi distrarre. Una voce carismatica, perfetta per infondere sicurezza e gestire il panico, è divenuta quella di Gennaro Arma [08], comandante della nave da crociera “Diamond Princess”, quarantenata per coronavirus in rada a Yokohama, in Giappone con 3.700 persone a bordo per circa un mese. Questo «capitano coraggioso», the brave captain, l’anti-Schettino, l’ultimo a scendere dopo che l’ultimo passeggero e l’ultimo membro dell’equipaggio erano stati messi in salvo è stato premiato con l'onorificenza di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana.

 

6. La sostituzione della voce. Microstoria dell’arte del doppiaggio

Per rendere comprensibile un prodotto audiovisivo (film, cartone animato, serie televisiva, spot pubblicitario, ecc.) in un paese nel quale deve essere diffuso, si ricorre al “doppiaggio”. Si tratta di una operazione tecnico-artistica molto complessa con la quale viene sostituita la colonna sonora originarle, tanto il parlato che il musicato, registrate su apposite piste, compresa una terza dei rumori ed altre ancora, ove necessarie. Vi sono dunque molte figure e operatori altamente specializzati che ruotano intorno al doppiaggio di un film, tutti ugualmente indispensabili. Il fulcro di tutta l’operazione parte, gira e si basa sulla traduzione del testo (opera del “traduttore”) e l’adattamento del dialogo (opera del “dialoghista”). Confluiranno poi in quell’assemblamento complessivo e totale chiamato “mixage” (l’operatore tecnico preposto a tale funzione, è quasi un direttore d’orchestra). Ogni “colonna”, ogni “pista” da sostituire, sono ugualmente importanti, ma è ovvio che quella delle voci degli attori in sala (dove c’è l’”assistente”) richiede una particolare perizia di recitazione, di interpretazione, di sincronizzazione della parola e di aderenza al personaggio (una miniprova teatrale, tanto che dietro al vetro, nella cabina della sala di doppiaggio, c’è il regista ovvero il “direttore” che affianca il fonico). Sono stati famosi, a Roma, gli Stabilimenti di sonorizzazione, a partire dal più antico la “Fonoroma” allestito nel 1931 nel Palazzo Corrodi (1904)un intero isolato tra lungotevere Arnaldo da Brescia, Via Luisa di Savoia, Via Maria Adelaide e Via Maria Cristina, nel rione Campo Marzio. Il “Cinefonico” di Cinecittà, la “Italacustica” in Via XX Settembre, ecc.

 

In buona sostanza, se si proietta un “corto”, il metodo più diretto per renderlo comprensibile è la sottotitolazione del “visivo” nella lingua che si ritiene più opportuna. Se si vuole risparmiare allo spettatore la fatica di leggere, c’è l’oversound, ossia l’abbinamento al “visivo” di una pista “sonora” dove si è provveduto a registrare il “parlato”, ossia un testo avvincente (come nei documentari) letto da una bella voce narrante. Una volta si potevano ascoltare quelle bellissime di Riccardo Cucciolla, Renato Cominetti e Corrado Gaipa. Senza far torto ad altri “narratori”, parevano fatte apposta per raccontare viaggi, mari, monti, foreste, etnie, costumi, animali. Se invece lo spettatore lo si fosse voluto viziare oltre misura si ricorreva al “doppiaggio della voce”, come è stato fatto mirabilmente in Italia a partire dagli anni trenta/quaranta fino all’inizio del secondo millennio. Oggi non è più così per vari motivi, soprattutto i costi. Basta il sottotitolato o il semplice PC, come dirò meglio. Ma un tempo, neanche tanto remoto, come ho accennato, per circa un’ottantina d’anni, c’è stato il magico mondo del doppiaggio, il lavoro con la voce. Ci sono stati interi stabilimenti, apposite sale di doppiaggio, cooperative di doppiatori che si contendevano il copioso e ricchissimo materiale della cinque grandi major holliwoodiane (Universal, Paramount, Warner Bros, Walt Disney, Columbia).

 

Il doppiaggio è il procedimento tecnico e artistico mediante il quale nei materiali audiovisivi viene riprodotta la “colonna sonora originale” con un’altra “tradotta nel linguaggio del Paese” in cui s’intende diffonderla. Cinema, televisione, animazione e pubblicità sono i settori dove maggiormente si esercita questa manipolazione vocale. Ovviamente il “recitato” e il “cantato” sono la parte più difficile del “doppiato”. In pratica, la voce originale di un attore che interpreta un personaggio, viene sostituita con quella di un attore-doppiatore che recita in un’altra lingua. Più la voce aderisce al personaggio e la recitazione è talentuosa, più lo spettatore è portato a cadere nell’inganno. In passato ci furono riconoscimenti clamorosi, sia pure per pubblicità, come quella volta che per la prima italiana dell’Amleto inglese (1948) al Cinema "Metropolitan" di Roma, fu fatto venire appositamente da Londra Sir Laurence Oliver per farlo incontrare con Gino Cervi che gli prestava la voce. Quella del doppiaggio della voce è stata una grande stagione per molti attori teatrali italiani che abbandonarono il palcoscenico per rinchiudersi nelle sale di sincronizzazione dalla mattina alla sera: ben tre turni al giorno. Alcune voci furono letteralmente inventate ad hoc, altrimenti i film girati in inglese non avrebbero avuto distribuzione in Italia. Nessuno avrebbe ascoltato Jerry Lewis se Carlo (Carletto) Romano non gli avesse cucito addosso quel linguaggio piagnucoloso ed esilarante che ne decretò il successo, anche la voce di Fernandel in “Don Peppone” era la sua. L’attore americano Walter Brennan, probabilmente non dice nulla a chicchessia, ma se ricordo che il vecchietto del West salace di lingua e svelto con la pistola - figura chiave di tutti i western - aveva la voce gracchiante di Lauro Gazzolo, tutti capiscono di che si parla. Un altro esempio è Danny Kay, attore, anche cinematografico, particolare. Prevalentemente comico. Tecnica caricaturale, mimica sorprendente, irrazionale, imprevedibile. La battuta umoristica si alternava a toni piagnucoloso-sentimentali. Pur privo di una maschera sua propria, riuscì a creare un personaggio eccentrico e unico per il suo acrobatismo vocale, il "nonsense" di molte filastrocche, tic esasperati, e capacità imitative di animali, strumenti, rumori. Bene, per distribuire in Italia i suoi film, la RKO Pictures, dovette ricorrere alla voce incredibile di Stefano Sibaldi, un vero e proprio vestito su misura (“italian style”) altrimenti nessuno spettatore italiano lo avrebbe apprezzato. Più o meno la stessa invenzione magica fece Renato Cominetti con la voce di “Ferribotte” il personaggio interpretato da Tiberio Murgia (attore sardo) nel film I soliti ignoti (1958) diretto da Mario Monicelli.

 

Al cinema, succedeva però un fenomeno molto strano che gli spettatori più attenti e di fine orecchio non sapevano se definire come “furto”, “trapianto forzato” o “kolchozizzazione della voce”. Infatti, poteva capitare che attrici e attori stranieri parlassero con la stessa voce. I film stranieri erano tantissimi e i doppiatori italiani molto bravi erano pochi. Tutti riuniti e suddivisi in apposite Cooperative di professionisti della sincronizzazione cinematografica - in pratica compagnie teatrali non itineranti - per trattare direttamente con la committenza, ossia i rappresentanti italiani delle Majors holliwoodiane. Dunque poteva benissimo verificarsi che la voce suadente, passionale e sofisticata di Lydia Simoneschi (1908-1981) fosse la medesima in bocca a Marlene Dietrich, Claudette Colbert, Joan Crawford, Myrna Loy, Barbara Stanwyck, Bette Davis, Joan Bennett, Paulette Goddard, Ginger Rogers, Vivien Leigh, Lilli Palmer, Ingrid Bergman, Olivia de Havilland, Dorothy McGuire, Jane Wyman, Susan Hayward, Maureen O'Hara, Gene Tierney, Michèle Morgan, Deborah Kerr, Jane Russell, Deanna Durbin, Linda Darnell, Anne Baxter, Lauren Bacall, Gail Russell, Jean Peters, Rita Hayworth. Un fenomeno irripetibile. Per cinque lustri (1940-1965) è stata la regina incontrastata del doppiaggio italiano. Chi le diede del filo da torcere fu Miranda Bonansea (1926-2019) voce italiana di un centinaio di dive holliwoodiane come Shirley Temple, June Allyson, Marilyn Monroe, Joan Plowright, Wanda Hendrix, Judy Garland, Shelley Winters, Ann Rutheford, Leslie Caron, Debra Paget, Jane Morris, Glynis Johns, Suzanne Shepherd, Cyd Charisse, Mona Freeman, Jean Simmons, Eva Marie Saint, Viveca Lindfors, Zizi Jeanmaire, Grace Kelly, Piper Laurie, Vera Miles, Donna Reed, Joan Rice, Peggy Ryan, Tina Sàinz, Rebecca Schull, Mindy Seeger, Yvonne Shima, Betta St.John, Kathy Staff, Susan Stephen, June Storey, Joan Tetzel, Gene Tierney, Lana Turner, Joanne Woodward, Danielle Darrieux

 

Fra le più attive doppiatrici del periodo aureo ne vogliamo citare due per la bellezza delle loro voci. Quella di Maria Pia Di Meo (1939), figlia d’arte (Giotto Tempestini e Anna Di Meo), doppiatrice fra le altre di Meryl Streep, Barbra Streisand, Audrey Hepburn, Julie Andrews, Joanne Woodward, Julie Christie, Ursula Andress, Sandra Dee, Shirley MacLaine, Susan Sarandon, Sally Field, Jane Fonda, Faye Dunaway, Vanessa Redgrave, Mia Farrow, Betty Buckley, Romy Schneider, Catherine Deneuve, Cher, Tippi Hedren, Paula Prentiss, Natalie Wood, Jane Seymour. E quella di Rita Savagnone (1939) voce di Liza Minnelli, Vanessa Redgrave, Whoopi Goldberg, Shirley MacLaine, Elizabeth Taylor, Eva Marie Saint, Debbie Reynolds, Romy Schneider, Kathy Bates, Kim Novak, Glenda Jackson, Raquel Welch e Greta Garbo.

 

In campo maschile il fenomeno era identico. Allo spettatore attento non sfuggiva che la voce imperiosa, maschia, pastosa, baritonale e scura di Emilio Cigoli (1909-1990) era la medesima per Gary Cooper, Clark Gable, Marlon Brando, John Wayne, Gregory Peck, Burt Lancaster, William Holden, Humphrey Bogart, Jean Gabin, Louis Jouvet, Randolph Scott, Joel McCrea. Invece quella romantica, vellutata e melodiosa di Giulio Panicali (1899-1997) inconfondibile, tipica dell’“attor giovane”, era appannaggio di Kirk Douglas, Robert Taylor, Tyrone Power, Robert Mitchum, Bing Crosby, Montgomery Clift, Ronald Reagan, Ray Milland, Fred MacMurray, Glenn Ford, Joel McCrea e Henry Fonda e così via, per un tempo felice di cinema “d’antan”.

 

7. Quando occorre che “la voce” sia divina.

Il primo Don Camillo cinematografico è un film del 1952 diretto da Julien Duvivier. La vicenda -ambientata nella “Bassa Padana” dell’immediato secondo dopoguerra - narra in maniera tragicomica la contrapposizione tra il capopopolo comunista “Don Peppone (Gino Cervi con la sua voce) e il parroco democristiano (Fernandel con la voce di Carlo Romano). La pellicola di grande successo, con seguiti, è liberamente ispirata alle comiche lotte tra rossi e bianchi, narrate in una serie di esilaranti racconti (1946-47) inventati da Giovanni Guareschi, riuniti in volume e pubblicati da Rizzoli nel 1948. Il perno, diciamo pure “sovrannaturale”, intorno al quale ruotano tutti i personaggi, è un Cristo parlante col Parroco di Brescello (il paese delle comiche dispettose). Regista, sceneggiatori produttori e quant’altri avevano a cuore le sorti dell’impresa, si resero conto di quanto fosse strategica la figura del Cristo di legno parlante. Gran parte del successo sarebbe dipeso da questa scelta. Per dotare di una voce sufficientemente carismatica il crocifisso, fu deciso di affidarne il doppiaggio italiano a Ruggero Ruggeri, uno dei più prestigiosi attori teatrali italiani dell'epoca, e il Cristo con sua bocca parlò. Ancora oggi chi volesse prendersi la briga di riascoltarlo, sentirebbe piovere dall’alto dei cieli questa voce portata, armoniosa, leggera, colma di divine intonazioni umane. Ruggero Ruggeri (Laurea h.c. in Lettere per meriti professionali) concesse il bis in Il ritorno di Don Camillo (Duvivier, 1954). Parlò invece per bocca di Renzo Ricci, altra voce divina e mostro sacro di recitazione, in Don Camillo e l'onorevole Peppone (Carmine Gallone, 1955) terzo ed ultimo della serie. Come postilla potrei aggiungere, relativamente al primo Don Camillo, che se non ricordo male il tecnico del suono doveva essere Amleto Apolloni, della Rai, ma potrebbe essere stato anche Otello Colangeli, con studio di sincronizzazione a Roma, in Via Latina, entrambi conosciuti personalmente.

 

Un film corale, arguto del 1961 fu girato da Vittorio De Sica su un’idea di Cesare Zavattini. Si intitolava “Il giudizio universale” ed era prodotto da Dino De Laurentis. Nel cast c’erano molti attori famosi nei ruoli più disparati e le situazioni più abiette come il tizio che vende bambini italiani in America (Alberto Sordi) o più classiche come il marito che scopre la moglie con l’amante, l’avvocato azzeccagarbugli verboso e vanitoso, la ricerca del vestito da indossare al gran ballo del Duca o il contrasto eterno dei ricchi che si annoiano e del popolo minuto che s’ingegna per campare, ha fame e appena può fa gli sberleffi al vanitoso e sciocco della buona società. L’idea originale è quella di far annunciare fin dal mattino - in una normale giornata napoletana da una voce stentorea che pare giungere dall’alto dei cieli come fosse del Padreterno - che "Alle 18 comincia il Giudizio Universale". La tonante voce soprannaturale che scende dal cielo per dare l’annuncio escatologico cristiano, è di Nicola Rossi-Lemeni, celebre basso italiano di madre russa, scelta dal regista per conferire all’annuncio echi universali e solenni, chiliastici.

 

8. La robottizzazione della voce.

La stagione leggendaria della sincronizzazione delle voci in sala con lo scorrere del film intero negli anni Trenta o con lo spezzettamento in “anelli” di pellicola tagliata, ormai è sparita da un pezzo. Se n’è andata con tutti i protagonisti, grandi, piccoli, minuscoli. Perfino il “rumorista” Sig. Antonio Caciottolo coi suoi gusci di noci di cocco per riprodurre il rumore degli zoccoli dei cavalli nei “western”. Difficile dire cosa sia successo nel mondo del doppiaggio negli ultimi vent'anni. Certamente i costi sono divenuti insostenibili, ma lo stragismo come arma politica internazionale, la smisurata sperequazione della ricchezza mondiale, l’aumento rapido del termometro della terra e la fuga generale dalle aree depredate e invivibili del pianeta, forse hanno fatto passare la voglia di andare al cinema. Altri sapranno fare analisi precise, noi ci limitiamo ad osservare che l’era delle belle “voci nell’ombra”, delle “voci cambiate”, del “furto delle voci”, si è inabissata a metà gennaio del 1989. Era nato il “Pro Tools”, un marchingegno elettronico peggio del «Macrocacofono» di Gerolamo Rizzo [09] la “Macchina Influenzante”, la diavoleria - scoperta, ma non ancora divulgata - apparecchiata ai suoi danni. Un po’ dai “Gibelli”, un po’ da Guglielmo Marconi, un po’ dalle onde Hertz e molti altri nemici occulti, coalizzati contro di lui. Quando ancora il delirare non era sistematizzato. Il mondo del doppiaggio non è arrivato a tanto, ma nel campo dell’audio digitale è spesso difficile destreggiarsi tra i tanti termini che popolano certe zone complicate della rete. Uno di questi è certamente la voce “Plugin”. Cerco di spiegare quello che ho capito io. Genericamente, un “plugin” è un “software” che aggiunge delle funzionalità più o meno specifiche a un “software” già esistente. Nel nostro caso specifico, un “plugin” audio è un “software” che aggiunge delle funzionalità più o meno specifiche a una “DAW”.

 

In realtà non solo a software “DAW”, ma anche a tutti quei “software” che possono ospitare al loro interno i cosiddetti “plugin” (come ad esempio i “software” destinati alle “performance live” di “tastieristi” oppure a quelli destinati al “video editing”). Non vi dico le risate che si fa mio nipote Matteo Mellina, di 11 anni, quando mi chiede di rispondere con parole mie quello che ho capito! Cercherò dunque di dare una pallida idea, molto rudimentale. Si usano macchine modernissime il “P 5” e il “P 7”, per esempio, che sono le più aggiornate. La sonorizzazione naturalmente in “Dolby Surround” [10], prevede incisioni separate, chiamate “tracce”. L’attore ha davanti alla bocca il leggio, il copione e il microfono che è avulso, il quale codifica delle tracce, che sono le voci registrate degli attori. Ecco! Questo è il teatro dove si esibisce il doppiatore contemporaneo. Il piccolo schermo del PC, dove traccia i suoi segnali misteriosi il diabolico “Pro Tools”. Praticamente la riproduzione dell’audio digitale. Oggi si arriva al paradosso di inviare all’attore-doppiatore, che può anche non venire più in sala a “fare il turno” come una volta. Col direttore, il fonico l’assistente che sviluppava i piani di lavorazione, la cooperativa che organizzava il lavoro e diramava le convocazioni. Niente di tutto questo. Tutto può essere scavalcato. Gli si manda per “e-mail” il testo da recitare e il microfono con cui registrare la traccia della battuta. Una volta eseguita (anche in un paio di versioni perchè chi la "mixa" possa scegliere) viene rinviata sempre via “e-mail” al committente. L’attore-doppiatore può essere raggiunto dovunque egli si trovi! Anche supponendo che l’8 dicembre 2020, fosse andato all'University Hospital di Coventry, vicino Birmingham, in viaggio premio a vedere se il primo uomo inglese nel mondo a ricevere il farmaco anticoronavirus, quel tal Mr. William Shakespeare, l’81enne cittadino di Warwickshire, fosse un lontano discendente del "Bardo dell'Avon".

 

... E quando le si farà a puntini,

al brivido della ringhiera,

la pelle lungo le braccia,

allora con la sua diaccia

spalla se n'andrà lontana:

la voce le si farà di cera

nel buio che la assottiglia ...

Giorgio Caproni. L’ascensore di Castelletto

 

9. La voce della poesia.

Di certo la poesia è lo strumento più potente e accettabile per suonare e ascoltare il canto oscuro della follia. Noi lo sappiamo da Eugenio Borgna che la follia è la sorella sfortunata della poesia. Ci ha già informato, attraverso una intervista data a Francesco Bollorino [11], lo abbiamo ricordato noi e lo ha scritto lui stesso [12]. Per concludere questa lunga cavalcata, nel tempo, nei miti, nei riti, nelle cose delle donne e degli uomini, con l’idea di tessere una piccola e provvisoria storia della voce umana, nulla mi sembra più opportuno e piacevole che richiamare una “voce narrante” superlativa e immortale. Quella di Giacomo Leopardi in persona, ovvero la sua medesima che diviene antropologia di voce narrante nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Ciascuno di noi, anche i sordi, hanno un mondo popolato di voci perchè nascono nella mente. Sono la sonorizzazione del pensiero. Il più bello in assoluto, per me, va cercato fra i mondi vocali uditi da Giacomo Leopardi, il quale ascolta la sua voce interiore, le sue voci sublimi. Le sue ispirazioni, le sue cantiche, le sue ricordanze ... Ascoltatore formidabile di voci altrui, fin da quando «D'in su i veroni del paterno ostello / Porgea gli orecchi al suon della tua voce, / Ed alla man veloce / Che percorrea la faticosa tela ... », sentiva tutto di Silvia, anche i palpiti più riposti. «Lingua mortal non dice / Quel ch'io sentiva in seno. / Che pensieri soavi, / Che speranze, che cori ...». E ancora, dopo la tempesta, quando ascoltava - un dopo l’altro - tutti i segnali della vita che si riaffacciano al mondo: animali, uomini, «E l'erbaiuol rinnova / Di sentiero in sentiero / Il grido giornaliero», rumori, «Tintinnio di sonagli», astri che sorridono ... Ma, mirabile è il suo ascolto della voce “di un pastore errante per l’Asia”. Un kirghiso, nomade, illetterato, anzi preletterato, ma non insensibile alle grandi domande sul senso della vita. Egli non dorme, non veglia, ma pensa, riflette, domanda. Una “voce di dentro”, non inquieta non rassegnata, interroga la luna nel silenzio della notte, ma sa già che non avrà risposta.

 

Dell’esistenza di questa popolazione turcica di lingua iranica, pura, migrante, incontaminata dalla civiltà, ma non selvatica - i “Ghirghisi”- Leopardi ha letto sul «Journal des Savants» un articolo del barone russo di Meyendorff. Un antropologo culturale che era andato a studiare nella antichissima regione di Bukhara dove si tessono i preziosi tappeti. La Persia. Luogo sconfinato, vagheggiato e sottomesso da un Macedone incredibile, condottiero e governatore di satrapie lontane e ribelli, dall’Egeo all’Oceano indiano. Questa storia grande, gloriosa, veloce, 33 anni in tutto, traborda lieve ma insistente nei pensieri del pastore che si domanda «Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? ove tende Questo vagar mio breve, Il tuo corso immortaleLa voce incorporea della metafisica sembra accostare per opposti, la natura tumultuosa dell’uomo, eternamente delusa, e quella apparentemente fredda dell’astro lunare. La storia dell’uomo, anzi la storia della filosofia che l’uomo costruisce interrogando se stesso e gli astri, non dice ma neppure nega. La storiografia, invece - vichianamente intesa - non delude finché si compie, si vive, si sperimenta, si pensa, si ripete, si scrive. Diviene fonte. Cosa che il gregge non può intendere: «se tu parlar sapessi», mentre la luna non si sa.

 

Un mio caro amico d’un tempo trascorso, Tullio Seppilli, diceva che quando l’occidente è in crisi si volge ad oriente da dove sorge il sole. Leopardi lo fa di notte con discrezione al chiarore lunare, ma profondamente col pessimismo della ragione e il fascino del canto melanconico di una poetica vibrante di passione. Il pastore saggio, sapiente, disilluso, mi fa venire in mente i “presocratici” che interrogavano la natura per sapere quale fosse il principio di tutto. Quale degli elementi venisse prima, tra acqua, aria fuoco terra, come pensavano i "milesi" a partire da Talete. Il nostro pastore è già oltre, però, non è interessato all'"archè". Sa già che la luna, muta, pallida, ancorché luminosa, non gli dirà nulla che lui già non veda. di una realtà infinita, indeterminata, eterna, indistruttibile e in continuo movimento. Conosce perfettamente, la vera voce del pastore ghirghiso - in tutta la sua ambiguità e nella sua ingenua disillusione sperante - la lezione di Socrate che invita e dare un’occhiata “dentro” l’uomo, “non fuori”. Nel suo canto asiatico il vate recanatese sta già un pezzo avanti su questa strada di speranze incredule nella ricerca pel pensiero umano. Quì, nel palazzo del padre, il Conte Monaldo, Giacomo già mette in versi la fredda e angosciante biologia macromolecolare de “Il caso e la necessità” (1970). Anticipa di 140 anni Jacques Monod, il quale continuava a dibattersi nei grandi quesiti antropologici introdotti sulla terra dalla comparsa di quel bipede enigmatico e incerto, che rivelava ai paleoantropologi di aver dato principio allo sviluppo del cervello partendo “dai piedi”. L’ominazione è un’affascinante storia infinita. Australopithecus, Habilis, Erectus, Sapiens? Chi fuor li maggior tui? Domanda Farinata a Dante. La grande domanda è sapere come quando ma soprattutto perchè gli antenati degli scimpanzè e quelli dell'uomo decisero di separarsi. E come i secondi abbiano educato la voce e inventato la parola. La soluzione non può che essere differita all’infinito, giacché “panta rei”...

 

Note

01. Senz’altro, fra i protagonisti della più importante rivoluzione italiana (la “180”). Coordinati da Carlo “Carletto” Manuali, Tullio Seppilli, Ferruccio Giacanelli, con Carlo Brutti, Francesco Scotti, Andreina Cerletti, Sabrina Flamini, Chiara Polcri, e molti altri, attuarono «La filosofia delle piccole cose che si potevano fare», come la neuropsichiatria infantile, l’assemblea, il gruppo, la parola, l’ascolto, il dialogo ...

02. La lunga citazione è tratta dal una lezione televisiva di Elisabetta Moro. Esistono le Sirene? Tenuta per la Tv3 del 11/11/20 in una puntata di “Maestri”, la fortunata serie televisiva di Edoardo Camurri. Elisabetta Moro insegna antropologia all’Università Orsola Benincasa di Napoli.

03. figura retorica per trasferimento di significato, genere di componimento metaforico.

04. Gilberto Di Petta, Francesco Bollorino. La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario «clinico» di una follia vissuta. Alpes, Roma, 2020.

05. Ibid p. 4 e infra.

06. La linea di caratteri di piombo che la macchina è in grado di comporre automaticamente (1881).

07. La voce lessicale proviene dall’antico banditore del Principe il quale informava i sudditi delle ultime disposizioni emanate tramite la voce stentorea dell’apposito “lettore a cavallo” preceduto dal rullo di tamburi, meno fragorosamente di quanto accade oggi coi “DPCM” del premier Conte.

08. Nativo di Meta di Sorrento, 45 anni, il mondo lo conosce come «il capitano coraggioso». Il diario di quei giorni è divenuto un libro: Gennaro Arma. «La lezione più importante» (Mondadori, 2020).

09. Gilberto Di Petta, Francesco Bollorino. La doppia morte, cit., p. 45.

10. Il “surround” (dall’inglese "to surround", che possiamo tradurre in italiano come "circondare") è l'informazione sonora che in una tecnica di riproduzione/registrazione del suono (ad esempio la quadrifonia) costituisce il fronte sonoro alle spalle dell'ascoltatore. Il surround, in abbinamento al fronte sonoro anteriore, ha lo scopo di collocare l'ascoltatore al centro della scena sonora, offrendo quindi la possibilità di un maggior realismo sonoro, in quanto normalmente in natura il suono raggiunge l'ascoltatore da ogni direzione. Il diffusore acustico “Dolby Surround”, è uno degli strumenti “software” più usati per l'elaborazione e la produzione digitale di musica e post-produzione di audio legato al video, a livello professionale. Inizialmente progettato per l'utilizzo su MacOS, nel tempo è diventato un prodotto "multipiattaforma".

11. Pol.It. Francesco Bollorino intervista Eugenio Borgna, maggio 2018.

12. Pol.It. Sergio Mellina. Adolescenza. Quando l’essere umano cambia condizione: a proposito di metabletica. 16 luglio, 2018. Eugenio Borgna. Nei luoghi perduti della follia, Feltrinelli, 2008.

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