E se non uscissi più? Fantasie di ritiro in tema di quarantena da Covid-19

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9 gennaio, 2021 - 06:58

E se non uscissi più? In fondo, potrei continuare a stare così per sempre…..”

Luca, un giovane paziente schizoide, molto intelligente, in una seduta durante il lockdown, riferisce questa frase, a metà tra la fantasia e il desiderio, tra la costatazione e la provocazione: sto bene così, in fondo, a casa non mi manca nulla, ho i miei libri….perché uscire?

Questo scritto, che non vuol essere scientificamente rigoroso ma uno spazio mentale in cui mi lascio andare ad alcune associazioni libere e riflessioni basate sulla mia recente esperienza, non riguarda però pazienti come Luca; da lui, non mi sorprende questa fantasia né questo stile di vita. Ma altri pazienti, persone ascoltate nei media, amici, io stessa posso dire di aver provato, ad un certo punto durante quei giorni in cui era proibito uscire – ed era proibito per tutti – le stesse sensazioni: e se non uscissi più? La vita, in fondo, potrebbe continuare.

In Italia, il Paese in cui vivo e lavoro, l’imposizione del lockdown è stata la prima nel mondo Occidentale, particolarmente dura e severa, durata due mesi e mezzo e, come è noto, ha dato buoni frutti, ora il Paese è tornato ad una situazione difficile. È stato abbastanza sorprendente notare come tutta la popolazione si sia rapidamente adattata a regole così straordinariamente inconsuete: non poter uscire di casa, se non per gravi motivi che andavano giustificati alla Polizia, lavorare e studiare da remoto, abbandonare incontri, convegni, riunioni, sport, cene, tutte le inveterate abitudini del vivere comune nelle nostre città. Eppure, nessuno schiamazzo, nessun incidente: le persone hanno obbedito. Si potrebbe obiettare che eravamo costretti, ed è vero; ma, come psicoanalista, mi sono chiesta se non vi sia stato qualcosa di più, qualcosa di più profondo e apparentemente inspiegabile per cui, almeno in alcuni di noi, il trauma esterno ha intercettato nuclei inconsci interni, facendone derivare una tendenza a cui darei il nome di claustrofilia.

Si è molto parlato, in tema di Covid anche nei dibattiti psicoanalitici, di alcuni aspetti in particolare: il dover affrontare un nemico invisibile e occulto ne ha fatto un tipo particolarissimo di trauma, più vicino al perturbante (traduci The Uncanny) (Freud, 1919 ) che al trauma vero e proprio; la solitudine e il distacco dai propri cari; la perdita della libertà e dei contatti umani; le conseguenze e l’impatto psichico, ancora in gran parte da studiare, del lavoro da remoto, anche del lavoro psicoanalitico a cui tutti ci siamo adattati. Ma si è parlato molto meno del fenomeno opposto alla voglia di fuga e libertà, fenomeno a cui alcuni media italiani hanno dato il nome di “sindrome della capanna”: il ritiro nel claustro come elemento di fascino e richiamo, il ritiro nel nido, nel perimetro sicuro della nostra casa e delle nostre sicurezze, legittimati dal fatto che non siamo noi a sceglierlo, apparendo indolenti e pigri, ma un Padre ce lo impone, lo Stato. Di fronte al rassicurante nome del Padre (Lacan, 1955), quello che sarebbe stato un ritiro che non ci saremmo permessi, è diventato invece legittimo. Una sorta di larvato, forse diffuso desiderio inconscio che nella normalità è espresso solo da individui solitari o personalità come Luca, ha potuto timidamente venire alla coscienza. Claustrofilia.

Il termine deriva dal latino claustrum (luogo chiuso) e filia (amore, tendenza): amore per i luoghi chiusi. Ma psicoanaliticamente, che cosa vuol dire? Dobbiamo trattarla, in analisi, o rispettarla? Esiste una storia psicoanalitica del concetto? Non è molta, in effetti, la letteratura specifica, e ne darò qui solo qualche accenno.

Se pensiamo a Freud, egli non ne ha mai parlato in termini espliciti. Tuttavia, se ipotizziamo che lo stato claustrofilico consista in qualcosa di piacevole, dove l’Io basta a sé stesso, possiamo collocare i fenomeni claustrofilici nell’area del narcisismo (Freud, 1914); tutta la libido, vale a dire, si ritira nell’Io, si stacca da investimenti esterni, e l’essere è, per così dire, autosufficiente. Quel “sto bene così” di Luca, attiene proprio alla capanna narcisistica: venute meno le possibilità (o gli obblighi?) di investimenti esterni perché è il super-io sociale, e non solo individuale, a sancirlo, l’Io può bearsi di tutta la sua libido e risparmiarsi il dispendio libidico ed energetico di investire sugli oggetti del mondo. L’altro è sempre rischioso, mutevole, capriccioso, può deluderci e abbandonarci, può farci richieste eccessive come anche appagarci, ma questo risultato non è mai certo: nello stato para-schizoide della fantasia claustrofilica, l’Io realizza forse un antico desiderio di fusione e unità con il proprio essere.

Su una strada in qualche modo analogo, si è mossa la complessa e non molto nota teorizzazione dello psicoanalista italiano Elvio Facchinelli, il cui testo principale si intitola appunto Claustrofilia (1983). Raffinato pensatore che si interrogò sul pensiero freudiano e su temi contemporanei, Facchinelli fu sempre interessato, lungo tutta la sua opera, al problema del tempo; sottotitolo del libro è infatti Saggio sull’orologio telepatico in psicoanalisi. Facchinelli prese avvio da Analisi terminabile e interminabile dove, come è noto, Freud si preoccupava dell’eccessiva lunghezza delle analisi, della tendenza a trascinarle in un tempo infinito e indefinito; la storia successiva gli diede conferma. Ma perché avviene questo? Paradossalmente, secondo Facchinelli, l’analisi è divenuta vittima del suo stesso inconscio, può diventare essa stessa una difesa al cambiamento, venendosi a creare “un’area claustrofilica” dove tra analista e paziente si instaura un rapporto di “unità duale”m che rimanda a quello tra la madre e il bambino. “Finalmente – scrive l’Autore - dopo vari mesi, mi venne improvvisamente un’idea” (1983, p.56)
L’intuizione era quella della esistenza di un’area
claustrofilica caratterizzata da una forte spinta al claustrum, ad un luogo chiuso, sul modello dell’utero materno, ma inteso anche come atto del chiudersi, del serrarsi dentro. L’idea di fondo è che la struttura temporale della analisi, così come si è istituita e codificata, possa favorire il ritorno ad un livello evolutivo in cui i rapporti sono dominati da un’unità duale con l’altro e che comprende gli ultimi mesi della vita fetale ed i primi mesi della vita neonatale (area perinatale). “Preferisco usare il termine "area claustrofilica" anziché "area perinatale" perché in analisi abbiamo sempre di fronte fantasie, sogni e comportamenti che implicano un movimento verso il claustrum ben evidenziabile, e interno all’esperienza analitica stessa” (Facchinelli, 1983, p. 95)
Se questo livello non viene riconosciuto nell’analisi, all’insaputa dell’analista e del paziente, finirà col produrre come sintomo un prolungamento indefinito dell’analisi stessa. È a partire da questa "intuizione illuminante" relativa all’esistenza di questa area nelle fasi precoci dello sviluppo che Fachinelli concentra l’attenzione su quelle fasi di
eccitazione intellettuale che suscitano una sorta di esperienza estatica. 
L’esperienza estatica – scrive l’autore nell’ultimo dei suoi saggi– non è una esperienza estrema, esclusiva, che pertiene solo all’ambito della mistica. Non è nemmeno un’esperienza patologica, ma è qualcosa di potenzialmente presente, sempre disponibile in ciascuno di noi, solo che la si voglia accogliere. Il discorso di Facchinelli ci porta apparentemente lontano dal nostro tema, ma credo non sia così: il piacere del claustrum provato durante il lockdown era dato anche da quell’
eccitamento intellettuale di cui parla l’autore, che percorre tutto uno spettro dagli stati più modesti a quelli quasi estatici.

In quelle settimane, alcuni pazienti normalmente molto distratti dalla vita e molto dipendenti da meccanismi di fuga o diniego, si sono sentiti “più in contatto con me stesso”, “mi sembra di riuscire a pensare meglio”, sono stati alcuni dei commenti. Naturalmente, non è stato per tutti così e anzi sono stati certo prevalenti i casi opposti, ma qui ci stiamo focalizzando su un fenomeno non massivo, ma di particolare interesse.

All’interno di un altro filone di pensiero, quello kleiniano, troviamo le considerazioni metapsicologiche di Meltzer in Claustrum (1992). Meltzer integra l’estensione metapsicologica con l’uso dell’identificazione proiettiva e introiettiva, facendo del claustrum un luogo della mente, un modello strutturale della mente, speculazione teorica e clinica insieme. Centro focale del pensiero di Meltzer è “la vita nel claustrum”, intesa come la vita dentro lo spazio interno materno costruita dalla fantasia inconscia infantile di intrudere onnipotentemente i genitori. In termini diversi, si tratta di un discorso non troppo dissimile da quello di Facchinelli: è nel grembo materno, nella fantasia di riunirvisi, intruderlo, che prende vita il claustrum.

Nuclei autistici inconsci sono stati riconosciuti dalla Tustin (1981) all’interno di tutto uno spettro di personalità, da quella normale a quella propriamente autistica, così come Bollas (1989) nella sua accurata differenziazione sugli usi degli oggetti, individua nell’ “oggetto alternativo” il particolare tipo di oggetto interno del paziente con tendenze schizoidi, una sorta di spazio mentale interno che crea e anima mondi alternativi.

Il principale studioso dei ritiri psichici, è stato forse Steiner, in Pyschic Retraits (1993). Con linguaggio eminentemente clinico, Steiner descrive le analisi di alcuni pazienti dai tratti schizoidi, tutti accomunati dal fatto di essersi costruiti nel tempo, a partire dall’infanzia, ritiri della mente, zone interne protette, difficilmente raggiungibili dall’oggetto, per ripararsi da angosce persecutorie o depressive. Il ritiro viene difficilmente abbandonato dal paziente, e l’analista deve muoversi con tatto e cautela; il ritiro ha le caratteristiche di essere seducente, protettivo, può causare dipendenza dal ritiro stesso, portando nei casi estremi a quelli che Betty Joseph chiamava stati di “addiction to near death” ( ). Se il paziente abbandona troppo precocemente il suo rifugio, può troversi esposto ad insopportabili angosce. Luca chiamava il suo ritiro, quando era bambino, la sua “tana”; attraverso uno sviluppo schizoide, ne ha derivato una spiccata capacità intellettiva, ed una vita affettiva bloccata, sconosciuta a lui stesso.

Lasciamo da parte la patologia, che è solo un estremo della ‘normale’ claustrofilia osservata durante e subito dopo il lockdown, per tornare alle nostre considerazioni. La letteratura e l’arte non si sarebbero sofprese da questi fenomeni; come Freud ci insegna, i poeti ci arrivano sempre prima….

Sartre considerava, al pari di Dostoevskij, la libertà come una condanna per l’essere umano, una condanna che ci costringe a scegliere. Volete fare un torto a un uomo? Si chiedeva Dostoevskij: dategli la libertà.

For fifteen centuries we have straggled with that freedom, but now it is all over, and over for good (…) and particularly in the days we are currently living through, those people are even more certain that ever they are completely free, and indeed they themselves have brought us their freedom and have laid it humble at our feet. But we were the ones who did that, and was what that you desired, that kind of freedom?” (Dostoevsky, The Brother Karamazov, 1880, p328)

Che cosa c’è di più terribile nella libertà? Perché la sfuggiamo? La responsabilità: ciò che rende persecutoria la libertà per l’essere umano, è il peso della responsabilità. A cui non si scappa, se non nella follia o in vari gradi di ritiri mentali patologici. Nei mesi del lockdown, non pochi personaggi anche noti intervistati in televisione confermavano questo assunto, soprattutto persone di cultura: finalmente liberi di non uscire! Sembra un paradosso! Cosa è accaduto, l’ordine super-egoico dato dal Padre-Stato ci ha sollevati dal peso della libertà? Dal peso del confronto con gli altri, essendo tutti obbligati alla stessa vita? Non dovevamo più scegliere, non dovevamo più invidiare le vite degli altri. Sospesi come in una bolla, un limbo apparentemente senza tempo come nel grembo materno intravisto dai nostri autori, siamo stati deresponsabilizzati. Non è stato così per tutti, sappiamo quante persone hanno vissuto nel panico o nella recrudescenza di sintomi che credevano scomparsi. Ma per alcuni, non pochi di noi, compresi noi psicoanalisti, si è profilata la cosiddetta ‘sindrome della capanna’.

Come psicoanalisti, questo tratto non ci dovrebbe sorprendere. Per fare questo lavoro, ore e ore chiusi in una stanza e su una poltrona, in ascolto liberamente fluttuante dell’inconscio del paziente oltreché del nostro, dobbiamo avere in noi, a livello diverso per ciascuno, un tratto claustrofilico, un amore del chiuso, del ritiro, della riflessione, dello sguardo all’interno più che all’esterno.

A causa della spinta verso questo tratto claustrofilico, nella mia esperienza di questi mesi ho visto alcuni pazienti, come detto, stare meglio, la chiusura in casa li aveva costretti ad un contatto con sé stessi, ad una proficua solitudine che chiamerei creativa che non si sarebbero permessi, o che avrebbero temuto o maniacalmente negato. È stata un’esperienza fruttuosa per qualcuno, non compromessa dal dover fare analisi a distanza via skype; ma tralascio di parlare dell’analisi a distanza, di cui tanto si è discusso in questo periodo, e che ci porterebbe in un altro campo ancora.

Questa mia breve e spontanea riflessione non aveva alcun intento, come detto, di essere scientifica, ma solo esperienziale. Io stessa ho subito la spinta alla claustrofilia, non è stato facile riprendere ad uscire liberamente, e non per paura del contagio; restava una certa nostalgia del claustro. Da studiosa della pulsione di morte freudiana (Valdrè. 2019), non ho potuto non chiedermi che ruolo abbia avuto, in tutto questo, quella che Freud in Beyond the Pleasure Principle (1920) chiamò death drive. Concetto dibattuto e che si è sempre prestato a molta confusione, il death drive non è il desiderio di morte: è la morte del desiderio. Non è la morte comunemente intesa, è il Nirvana, letteralmente ‘spegnimento del soffio’, concetto delle filosofie induiste e orientali. È la straordinaria, incomprensibile spinta al ritorno all’inorganico, al prima della vita, allo spegnimento delle tensioni (anche delle tensioni della libertà), è il rifiuto alla sollecitazione di Eros, che non necessariamente equivale a rifiuto della vita, ma al desiderio che anima la vita. Senza arrivare ai casi estremi, a mio parere visibili sono in certe ascesi, autismi o tossicodipendenze, ipotizzo che la bolla di sospensione dal reale e dal desiderio che il lockdown ha costituito, ha rappresentato per alcuni di noi un’aspirazione inconfessabile inconscia che si è nutrita di tutte queste variabili, e forse altre, che ho cercato di elencare, che normalmente vive contenuta tra le varie esigenze e compromessi dell’Io, e che ha potuto, protetta dalla Legge e da un tempo circoscritto, liberamente esprimersi.

Bibliografia

Bollas C. (1989): Forces of Destiny. Psychonalysis and human idiom. Free Association Books, London

Fachinelli E. (1983): Claustrofilia. Saggio sull’orologio telepatico in psicanalisi. Adelphi,
Milano

Freud S. (1915): On Narcissism: an Introduction, SE 14. Hogarth: London

Freud S. (1919): The Uncanny, SE 18. Hogarth: London

Freud S. (1920): Beyond The Pleasure Principle, SE, 18. Hogarth: London

Joseph B. (1982): Addiction to near death. The International Journal of Psychoanalysis 63: 449-456

Lacan J. (1955-56): Les psychoses. Seminaire III. Seuil, 1981

Meltzer D. (1992): The Claustrum. An investigation on Claustophobic Phenomena. The Rolland Harris Education Trust, London

Steiner J. (1993): Psychic Retreats. Pathological Organization in Psychotic, Neurotic and Borderline Patients. Routledge, London

Tustin F.(1981): Autistic States in Children. Routledge, London

Valdrè R. (2019): Psychoanalitic Reflection on the Freudian Death Drive. In Theory, the Clinic and Art. Routledge, London

NDR: L'articolo  è stato pubblicato sull’ultimo numero della Romanian Journal of Psyhcoanalysis

 

 

 

 

 

 

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