sguardo dal ponte

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20 gennaio, 2013 - 20:01

di Enrico Pedriali

Se si considera, con sguardo prospettico, il contesto in cui si è mossa la psichiatria italiana nell'ultimo decennio, si possono cogliere, accanto a peculiarità legate alla sua storia, dal dopoguerra fino ad oggi, i riflessi di più vasti movimenti culturali, sociali, politici ed economici che stanno investendo tutto il mondo occidentale. Anche nel nostro paese si avverte l'influenza di un pensiero neopositivista che coinvolge tutti gli ambiti del vivere civile, mettendo in discussione precedenti equilibri e avviando un processo di cambiamento sociale la cui portata ed il cui esito sono ancora difficili da prevedere. Oltre a ciò, e in maniera concomitante, si sono verificate, un po' dovunque, notevoli turbolenze economiche che, a loro volta, hanno prodotto effetti di carattere politico e sociale.
Il prevalere di questo modello culturale, ha dato anche nuovo impulso a quei settori della scienza maggiormente sollecitati a fornire risposte alle nuove esigenze (ed urgenze) venutesi a creare, a scapito di correnti di pensiero e orientamenti culturali che pure hanno avuto un peso ed una funzione decisamente importante fino a poco tempo fa.
Questi effetti si son resi particolarmente evidenti in quei territori di confine ove discipline come la Psichiatria ricercano da tempo una difficile legittimazione fra scienze esatte e scienze umane.
Nello scenario psichiatrico attuale, i numerosi fermenti innovativi introdotti dai progressi delle neuroscienze, dalle indagini epidemiologiche e dalle metodiche riabilitative, sembrano avviare a precoce obsolescenza tutto ciò che attiene al campo relazionale, con il bagaglio di esperienze e conoscenze derivate dalla Psicoanalisi, dalla psicologia clinica , dalla sociologia e, in generale da quelle discipline che pongono al centro dell'attenzione l'interazione fra soggetti: la coppia terapeutica, il gruppo, il nucleo familiare, l'istituzione e la fitta rete di relazioni in cui si collocano. Ciò va assumendo i connotati di un'onda che, nel suo avanzare, rischia di sommergere quel che, in epoca ancora recente, sembrava fruibile e suscettibile di fecondi sviluppi.
L'emergere di nuove ipotesi di conoscenza e degli strumenti da esse derivati si configura, non già come termine di confronto per una possibile integrazione, ma come generatore di uno scontro antinomico fra paradigmi contrapposti che tendono ad imporsi attraverso la reciproca svalutazione.
E' questa una caratteristica ricorrente della psichiatria che, nel corso della sua storia, ha generato a più riprese una serie di miti in fiero antagonismo tra loro: l'organicismo, lo psicoanalismo, il sociologismo e oggi, probabilmente, una sorta di scientismo tecnologico. E certamente il mito possiede la forza trainante del desiderio, della speranza e dell'utopia ma, anche per questo, contiene in sé il rischio del suo crollo, nel momento in cui si distacca dalla realtà stessa che ha contribuito a generarlo.
E' sul piano della realtà infatti che ci si confronta quotidianamente con problematiche complesse , bisogni e contraddizioni, successi e insuccessi, concordanze e conflitti, certezze e insicurezze, particolarmente in un campo, come quello psichiatrico, ove il confronto avviene con una realtà tutt'affatto particolare, che impone continuamente la necessità di identificazioni, riconoscimenti e mediazioni fra bisogni contrastanti, continuamente in bilico fra ideale e reale, utopia e concretezza, mito e realtà.

La cultura della Comunità Terapeutica, nata nel drammatico contesto della seconda guerra mondiale in Inghilterra, fu anch'essa il prodotto di un'epoca e delle sue pressanti esigenze. La prevalenza dei bisogni della collettività tuttavia, trovarono modo di coniugarsi con la tradizionale cultura democratica e col pragmatismo anglosassone oltre che coi fermenti che si andavano sviluppando nel movimento psicoanalitico di quel paese, contribuendo ad una nuova visione dei disturbi mentali. A poco a poco, si costituirono un modello teorico, una metodologia ed una concezione organizzativa del sistema psichiatrico che si proposero come alternativa all'ideologia e alla prassi vigenti anticipando, fra l'altro, parte dei contenuti che successivamente il movimento antipsichiatrico fece propri. Con esso il movimento delle Comunità Terapeutiche sviluppò una parte del suo percorso, senza tuttavia mai identificarvisi. 
In poco più di cinquant'anni, le Comunità sono andate incontro ad una progressiva evoluzione (o involuzione?) influenzata da molteplici fattori che ne hanno in parte ridimensionato gli aspetti mitologici (di cui pure si erano fregiate), in parte ne hanno modificato la fisionomia, ma più sovente le hanno relegate in un ruolo marginale e ininfluente, tanto da rendere ardua, oggi, l'individuazione di esperienze veramente originali in quella nebulosa di strutture intermedie in cui esse si collocano. Sono decisamente lontani gli entusiasmi che accompagnarono il sorgere delle prime esperienze inglesi, statunitensi e francesi ed ebbero una certa eco in Italia come in altri paesi.
Dovremmo allora concludere che il discorso sulle Comunità Terapeutiche, di fronte all'incedere di nuove acquisizioni e nuovi miti, si risolve oggi in una pura disquisizione accademica e la sua pratica in uno sterile esercizio di intrattenimento? Eppure sono molte le strutture che ancor oggi si rifanno, in qualche modo, al modello comunitario e restano frequenti i riferimenti a quella cultura; soprattutto rimane consistente la domanda da parte di un'utenza che, al di là del frastuono dei dibattiti e delle diatribe fra addetti ai lavori, continua a chiedere uno spazio fisico, affettivo e mentale, ove trovare diritto di cittadinanza e la possibilità di svolgere un tratto del suo percorso esistenziale. Da questo punto di vista, la Comunità Terapeutica ha rappresentato un campo relazionale, un luogo ineguagliabile di osservazione, di comprensione, condivisione e mediazione fra realtà altrimenti inconciliabili ed estranee l'una all'altra, fra il mondo interno del paziente e il mondo esterno che lo circonda: è legittimo chiedersi se questo patrimonio non possa ancora porsi come una delle scelte possibili, in relazione e non in contrapposizione con altre, aperta all'integrazione di metodiche terapeutiche, riabilitative e socio-assistenziali.
Qui a mio avviso si apre ampio spazio per un dibattito sulla metodologia, le finalità e la qualità delle cosiddette strutture intermedie e sui modelli teorici (o ideologici) su cui dovrebbero fondarsi.
E' pur vero che nel nostro paese si è dovuto pagare un certo ritardo culturale in tema di analisi istituzionale e di organizzazione dei servizi e, più ancora, nella produzione di modelli teorici originali di interpretazione del disagio psichico e di lettura dei bisogni di chi ne è portatore. I fermenti più innovativi, negli anni 60-70, si sono mossi (e spesso scontrati) più sul terreno ideologico che su quello metodologico e ancor meno su quello pragmatico. Tutto ciò anche per la resistenza opposta alla prospettiva di cambiamento da parte di un sistema psichiatrico arcaico che trovava la sua espressione nella cultura manicomiale. A questo ritardo si è cercato di porre rimedio con risposte di ordine quantitativo, più che qualitativo, fra difficoltà di varia natura, prima fra tutte , oggi, quella economica e con la ricorrente tentazione di riattivare antiche dispute ideologiche. 
Un semplice sguardo al panorama dei servizi psichiatrici odierni, permette di cogliere una moltitudine di strutture la cui denominazione non è di grande aiuto nell'individuare con precisione la loro diversificazione funzionale: centri diurni, day-hospital, centri residenziali di terapia, comunità protette, case alloggio, appartamenti protetti, cooperative private sociali, laboratori protetti, imprese sociali, comunità terapeutiche e via elencando. Sovente le stesse strutture si fregiano di qualche particolare intestazione: si va dalla citazione del personaggio illustre, all'espressione idiomatica, al motto di spirito, allo slogan lapidario, al nome più o meno roboante, per passare in rassegna buona parte della flora e della fauna terrestre. Al di là delle dichiarazioni d'intenti che si possono intuire dietro queste etichette, si nasconde talvolta una profonda divaricazione fra la psichiatria “reale” e le enunciazioni di principio e questo spiega, in buona misura, l'esigenza di punti di riferimento, la ricerca di modelli teorici e metodologici, il bisogno di confrontarsi con altre esperienze che vengono in massima parte espressi dagli operatori di base, impegnati quotidianamente nella relazione, spesso difficile, coi pazienti.
Anche da questo punto di vista, la Comunità può rappresentare un utile modello metodologico di apprendimento, per la sua dimensione gruppale, la continua interazione fra le parti, la possibilità di confronto, la libertà di espressione e la cogestione dei vari aspetti della realtà interna ed esterna (ivi compresa l'ansia, l'aggressività, l'angoscia, etc, etc.)
Credo che rilanciare il dibattito su questi temi sia quanto mai necessario per restituire al problema del disagio psichico la complessità che gli appartiene e per non ridurlo soltanto al calcolo di costi-benefici, all'allocazione delle risorse e ad una pedissequa lettura di dati epidemiologici.
Si tratta in sostanza di stabilire un ponte fra passato, presente e futuro per cogliere gli elementi positivi che la psichiatria è riuscita ad esprimere in diversi momenti della sua storia.
Se viceversa si mantiene un'ottica ristretta esclusivamente al momento presente, sotto la spinta delle pressioni che lo caratterizzano, rinunciando a conservare una visione d'insieme, non resterà che attendere.....il mito prossimo venturo.

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