RISPOSTA ALLA RECENSIONE DI MARIO GALZIGNA

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10 gennaio, 2013 - 18:59

[ Pubblichiamo alcuni brevi spunti di riflessione del prof. Arnaldo Ballerini, concepiti come avvio di un dialogo con Mario Galzigna e con alcuni temi della sua recensione: ci auguriamo che l’avvio di questo dialogo possa stimolare — in POL.it o nelle liste di discussione collegate alla rivista — altri interventi ed altre prese di posizione ]

 

di Arnaldo Ballerini

 

 

Prendiamo, ancora una volta, le mosse da Minkowski: "Noi proviamo, di tanto in tanto,il bisogno di isolarci dall'ambiente e di restare da solo a solo con noi stessi...E' in noi stessi che noi cerchiamo di attingere le forze vive della nostra attività e del nostro lavoro. Ma... cerchiamo perciò stesso di scartare accuratamente ogni influenza esterna? No, certo. Al contrario, noi lasciamo agire su di noi l'ambiente, noi vorremmo anche accoglierlo tutto intero; solamente noi fondiamo gli elementi che ci vengono così dal di fuori nel crogiolo della nostra vita intima per farne il materiale della nostra attività personale. E' così che, isolandoci, noi restiamo in contatto con l'ambiente...E' appena necessario aggiungere che sentirsi in questo modo d'accordo con la vita è tutt'altra cosa che condividere l'opinione della maggioranza dei propri contemporanei o adottare delle opinioni correnti". (E.Minkowski, Au-delà du rationalisme morbide, 1997, p. 24, traduzione mia).

L' A. nota che in quel rapporto sempre fluido e mutevole fra, da un lato, isolarsi per salvaguardare la nostra originalità e, dall’altro, recettività all'ambiente, non esistono precetti di salute mentale, se non forse proprio nella fluidità senza irrigidimenti di questo rapporto, il cui "elemento regolatore" è del tutto non razionalizzabile , e E.Minkowski in armonia con le sue tesi di fondo, lo indica come "sentiment d'harmonie avec la vie".

Se, parafrasando Pascal, "la vita ha sue ragioni che la ragione non saprebbe formulare", è da questa sintonia pre-razionale, pre-verbale con il mondo della vita che deriva il senso dei limiti e della misura: in fondo l'evidenza ovvia dell’intersoggettività del mondo.

Ripeto che l'autismo, come ogni fenomeno nucleare nelle psicosi, è niente più e niente meno che una condizione di possibilità immanente ad ogni vita umana, ad ogni esistenza, ma che nella normalità è in rapporto dialettico con le altre possibilità di essere: la declinazione patologica sta appunto nel suo prevalere in modo egemonico e coatto, che sigla il passaggio dal "poter essere" al "dover essere".

In riferimento a queste tesi si può pensare che le descrizioni cliniche, fenomeniche (non fenomenologiche), che sono state fatte della condizione autistica nei suoi diversi aspetti comportamentali, relazionali, affettivi, riguardino anche le possibilità della "persona " di reagire e prendere per così dire posizione nei confronti di disturbi generatori più basilari.

Nella schizofrenia la condizione descrivibile come stile autistico di vita può nascere dal confronto della persona con una patologica crisi di sicurezza ontologica, di fiducia di base, nell’ovvietà e realtà del mondo intersoggettivo e del suo radicarsi in esso; può nascere dal confrontarsi con una sorta di "vuoto", quindi, tuttavia coglibile e più volte esplorato nella schizoidia e nella schizofrenia come "perdita del contatto vitale con la realtà" [E. Minkowski (1927,1951)], come "inconsistenza dell’esperienza naturale" [L.Binswanger (1957)], come "perdita dell'evidenza naturale" o crisi globale del common sense[W.Blankenburg (1971)]: tesi, queste, che largamente si sovrammettono.

Quella gigantesca vivisezione della coscienza che è la fenomenologia husserliana, applicata alla psicopatologia giunge con l’eidos autismo ad essere vicina al piano del biologico? Ovviamente non lo so, ma anche così permarrebbe la possibilità della persona di confrontarsi (coping) con il disturbo o fragilità di nucleo declinandola in modi individuali.

Certo è che se per eidos dell’autismo si intende, come faccio io, la fragilità nel costituire l’Altro (e non dei gusci comportamentali come i cosiddetti Sintomi Negativi della Schizofrenia), allora ti ricordo la famosa asserzione di E.Husserl (1936,1970): "Ciò significa che all’interno del flusso vitale dell’intenzionalità nel quale consiste la vita di un ego-soggetto, ogni altro ego è già da prima intenzionalmente implicato sulla strada dell’empatia e dell’orizzonte empatico".

E’ perché questa capacità empatica (nel senso della E.Stein) sembra in evanescenza nell’autismo che le cosiddette schizofrenie paucisintomatiche (con pochi o punti fenomeni "produttivi") ci possono dire di più sul modo di essere schizofrenico.

Sono consapevole che, come ama ripetere Callieri citando Roscellino, "nihil est praeter individuum", e che l’individuo malato è comprensibile e non alieno proprio attraverso la illuminazione dei suoi contenuti, che ci parlano di lui e della sua storia e del suoi modi di essere, etc. (del resto proprio nella condizione schizofrenico-delirante — ma è da mantenere la dizione schizofrenia ? — certi temi di sapore ontologico rimandano, nota Kraus, alla "difficoltà della coscienza costituente").

Tuttavia Minkowski diceva che, nonostante tutto quello che il romanzo ci può insegnare (e il fluire dei contenuti, dei temi delle esperienze interne e delle loro forme, è il romanzo), "la vita è cosa troppo seria per poter tutta esser ricondotta al romanzo".

Il problema può in fondo essere quello, già posto da Binswanger, della relazione fra "storia della vita interiore" e "funzioni di vita": ma, come del resto in Binswanger, la relazione non può essere vista come una sorta da aporia, ma come un rimando circolare.

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