DIBATTITO - Versione stenografica degli interventi del pubblico

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3 dicembre, 2012 - 19:44

 

MODERATORE

A questo punto direi di aprire il dibattito con il pubblico presente.

 

 

INTERVENTO DAL PUBBLICO

 

Adesso, con il centro-sinistra, le cose vanno abbastanza bene. Se al governo va il centro di Berlusconi dovrà andrà a finire la politica dei centri diurni e tutti gli impegni assunti?

 

MODERATORE

Penso proprio che non ci saranno ritorni indietro.

 

INTERVENTO DAL PUBBLICO

Io rappresento il volontariato ed anche io, in rappresentanza dell'utenza, ho fatto parte della Commissione Regionale per il superamento dell'ex manicomio. Mi ha fatto piacere che sia il dott. Canosa, sia il Presidente Bubbico, non abbiamo enfatizzato la chiusura del manicomio perché, in effetti, solo 273 utenti del Don Uva, a fronte di 501 utenti che è stato il dato di partenza dei lavori delle Commissione, delle delibere della regione e di tutto il resto sono fuori. Io ricordo tempi molto brutti e bui e quindi mi posso unire al coro dei risultati ottenuti pensando a quella che era la situazione da cui partivamo. Però bisogna sempre pensare che è stata fatta soltanto una parte del cammino e che bisogna proseguire sempre per risultati migliori.

Io ho colto, dalla prolusione di Rocco Canosa e da quella di Beneduce un aspetto molto provocatorio nei confronti degli operatori del sistema e nei confronti degli schemi che condizionano l'agire degli operatori.

Devo dire che per fortuna in Basilicata abbiamo avuto un'amministrazione che ha preso in mano la situazione, ma che comunque non bisogna abbassare la guardia nei confronti del problema in generale e della struttura del Don Uva che continua a funzionare, anche se c'è una parziale riconversione. Dico che vi è una parziale riconversione perché se le due RSA sono al secondo piano della struttura centrale del Don Uva, quando facemmo la nostra ricognizione ci fu presentata quell'altra struttura in costruzione. Quindi significa che il dott. Beneduce e il dott. Canosa hanno colto nel segno perché si tratta di una questione di cultura e di atteggiamento.

 

INTERVENTO DAL PUBBLICO

Io sono un responsabile di unità operativa del centro di salute mentale di Altamura. Io vengo da un progetto di educazione alla salute nella scuola e andrò a fare un corso per mediatori linguistici e culturali per extracomunitari. Molto spesso entriamo in forte crisi rispetto a questi nuovi fronti. Quindi chiedo se è opportuna una integrazione di formazione? A Nadia Marangi chiedo se conosce la realtà pugliese e la situazione stagnante di cui parla. Io parlo con colleghi che lavorano in altre realtà e ci ritengono un laboratorio per quanto riguarda certi tipi di attività. Per cui la situazione stagnante di cui parla la sig.ra Marangi non corrisponde alla realtà, fermo restando cose non certo positive. A mio modo di vedere sono quelle le eccezioni e non le realtà scoppiettanti ed estremamente interessanti.

All'Assessore volevo chiedere se la nuova legge sulle politiche di assistenza sociale sarà una vera rivoluzione. Io ho il timore che i dipartimenti di salute mentale possano saltare su queste leggi. E' chiaro che è un rischio gravissimo l'atteggiamento di chiudersi a riccio ed avere l'esclusività della gestione della salute mentale, però è anche un rischio lo smembramento e la disintegrazione del dipartimento salute mentale trasformato in mille rivoli comunali, provinciali, regionali e sanitari che possono portare ad un abbassamento della qualità dell'assistenza offerta.

 

 

Nadia MARANGI

 

Io non credo di conoscere tutto della realtà pugliese, ma conosco quello che ho visto. Io sono soggetta a crisi depressive e non penso che la realtà pugliese sia molto avanti; qualcuno mi dovrà prima o poi spiegare come si fa a mandare avanti un centro di salute mentale con un medico, con pochissimi infermieri che non possono assicurare l'assistenza domiciliare. I progetti esistenti in Puglia sono tanti e belli, però a mio avviso quello che manca è la capacità di guardare contemporaneamente al futuro e al presente. Siamo rimasti troppo ancorati al passato, alla problematica del superamento del manicomio, siano in ritardo di 20 anni nella chiusura dei manicomi. Ci sono progetti di informazione per le scuole, ma nel frattempo ci sono servizi territoriali che non hanno neanche i mezzi di trasporto per permettere agli utenti che non hanno la possibilità di spostarsi di frequentare i centri diurni.

Allora mi dovete spiegare a che cosa serve costruire i centri diurni se poi le persone non possono accedervi.

 

Roberto BENEDUCE

Sicuramente il fronte tematico che ho evocato è un fronte sul quale gli strumenti sono davvero carenti. Quindi c'è bisogno di formazione, ma c'è bisogno di una formazione critica. Non si tratta di apporre l'etichetta culturale o un pacchetto di informazioni aggiuntive ad un repertorio di strumenti, o di categorie, o di pratiche della psichiatria che non si lascerebbero mettere in discussione.

Il problema è che quando si comincia a riflettere criticamente ci si rende conto che i nostri apparati concettuali e le nostre tecniche o vengono messe in discussione sul serio, oppure non serve aggiungere altri ingredienti alla zuppa della psichiatria.

Quindi psichiatria culturale e etnopsichiatria, formazione degli insegnanti sui problemi dei minori, degli adolescenti immigrati, significa, se lo si vuole fare bene, disarticolare equilibri e pratiche. Per questo io prima parlavo di una conflittualità che nasce quando il discorso viene portato sino alle sue estreme conseguenze.

Mi permetto di intervenire nel dialogo fra Nadia Marangi ed il collega che è intervenuto perché mi pare interessante misurare la differenza del punto di osservazione. Dobbiamo tollerare le contraddizioni e riconoscere che, per quanto alcuni discorsi ci danno elementi di ottimismo e di successo e quindi di forza per andare avanti, altri luoghi ed altre esperienze ci dicono il contrario. Bisogna riconoscere questa differenza e farsene carico, e problematizzarla.

Abbiamo visto quante promesse e quante speranze la giornata nazionale del Cancro ci ha comunicato e quanto il tribunale dei diritti del malato ha riportato alla nostra attenzione il giorno dopo, mostrando i tempi di attesa e l'impotenza a modificare in concreto la ricerca di cura e di diagnosi precoce. Questi sono i due poli di una contraddizione che possiamo ritrovare in tutti gli ambiti della nostra pratica. Assumere questa contraddizione, non vedere che le due realtà evocate sono mutuamente esclusive ma coesistono, è il punto di partenza per attivare una discussione autocritica ma anche capace di produrre cambiamenti.

 

 

Vincenzo DE MARCO

 

Prendo la parola solo per dire che il rischio effettivamente esiste. Esso discende, oltre che da contraddizioni della nostra normativa e della nostra cultura organizzativa sui servizi pubblici, anche dalla complessità del problema, di fronte alla quale non possiamo che prenderne atto e cercare di intervenire nel miglior modo possibile.

Se questa problematica fosse affrontabile con strutture specializzate ben individuabili, che però sappiamo cosa hanno prodotto nel corso dei decenni precedenti, e sapendo anche che nel nostro panorama politico e culturale ci sono delle tendenze regressive, c'è qualcuno che continua a dire che la problematica dei pazienti psichiatrici non è stata risolta con la deospedalizzazione, che mancano le strutture, le strutture non funzionano, non sono coordinate, gli interventi non producono risultati apprezzabili, quindi bisognerà pensare a ricostruire qualche struttura specializzata di ricovero. Quindi conosciamo la complessità della problematica e le sue difficoltà, aggravate anche da questa normativa in divenire, però sta a noi governarla con intelligenza, creando delle norme di legge a livello regionale che siano adeguate al problema da trattare, e lavorando nel campo della concreta organizzazione dei servizi e della cultura degli operatori, perché è l'aspetto culturale che ci può consentire di superare queste difficoltà che sono insite nella realtà. Io non vedo altri approcci possibili se non prendere atto della limitatezza delle nostre azioni e del fatto che residui di problematicità comunque permarranno.

 

 

 

 

Ernesto MUGGIA

UNASAM

 

L'UNASAM è l'Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale a cui aderiscono oltre 100 associazioni presenti in tutte le regioni d'Italia.

Vorrei ricordare che le associazioni dei familiari sono associazioni nate per agire non per se stesse, ma per riaffermare i diritti dei sofferenti ed anche i diritti dei familiari ad avere una vita come gli altri. Quindi diritti di cittadinanza per i sofferenti di disagio psichico e diritti di cittadinanza per i familiari.

Il giorno che non fosse più necessario lottare per i diritti di cittadinanza dei sofferenti di disagio psichico, le associazioni dei familiari si scioglierebbero da sole. Noi siamo un'associazione di familiari un po' particolare.

Questa mattina abbiamo sentito le introduzioni del Ministero e di due valorosi specialisti sul lavoro di rete. E' ovvio che noi ci associamo al 100% alle cose dette, ma ci sorge spontanea una domanda. Quali reti per i familiari e quale ruolo per le famiglie?

Fino ad ora abbiamo visto solo reti verticali per i familiari, per cui stiamo cercando di costruire reti orizzontali. Però dobbiamo fare ancora un grosso lavoro perché nella opinione pubblica e nella cultura degli operatori passano messaggi molto trasversali e sbagliati come quello della psicoeducazione (il modello di Fallun) di importazione neozelandese che trionfa in Italia. Io non ho nulla contro questi modelli, ma il problema è l'uso che ne viene fatto perché se è un uso verticale, se si insegna alle famiglie a convivere con il congiunto in difficoltà e a tenerselo in casa, è una pesante operazione di scarico dei doveri dello Stato sulla famiglia, che non è in grado di reggere in questa situazione di abbandono in cui si trova. Certamente, se le famiglie fossero supportate con ogni genere di risorse, di mezzi, di aiuti, ecc., allora anche la famiglia presterebbe il suo lavoro ben contenta di essere psicoeducata. Quindi abbiamo un grosso problema nella elaborazione mentale dei modelli a cui ci riferiamo nel discorso delle reti.

La seconda parte del mio intervento intende spiegare come usare i messaggi positivi, concreti e belli che scaturiscono da questa, che è l'ultima conferenza preparatorie alla Conferenza Nazionale, per passare dalle parole ai fatti.

Sono passati 22 anni, che per i familiari sono stati anni di attesa, perché quelli che avevano i propri congiunti nelle istituzioni manicomiali hanno dovuto fare una strada complicata per adattarsi all'idea di averli fuori e superare la paura di vederseli scaricare in casa. Ma questi sono una piccola percentuale dei familiari dei sofferenti di salute mentale, in quanto i sofferenti di questi disturbi sono l'1% della popolazione, per cui si parla di circa 600 mila persone sofferenti di disturbo mentale grave. Allora è chiaro che questa opinione pubblica che crede, o fa finta di credere, che la chiusura dei manicomi abbia risolto il problema della salute mentale in Italia, va prima informata e poi bastonata, perché non si può andare avanti sulla strada del pregiudizio e con proposte di legge repressive che vogliono rivedere la "180". L'opinione pubblica italiana è ancora manicomialista ed una parte politica sta facendole il solletico con la scusa della sicurezza dei cittadini. Infatti abbiamo letto articoli ripugnanti scritti da articolisti che non sono degni di portare il nome di giornalisti.

La Conferenza Nazionale per la salute mentale non è una parata, non è un congresso scientifico, non è un'esposizione di buone intenzioni. Essa è stata ottenuta dai familiari non per sentirsi dire, dopo 22 anni, le cose che andrebbero fatte o per sentirsi proporre un nuovo progetto obiettivo quando quello che abbiamo ci va benissimo, purché sia realizzato. Essa deve prevedere una serie di impegni: chi fa che cosa in questo Paese, quando lo fa e con che risorse lo può fare. Io temo che tutto questo non lo vedremo nella Conferenza Nazionale del 10 gennaio a Roma. Infatti cominciamo a vedere un Ministro che non risponde alle richieste di appuntamento, che non mette nè una parola nè 1 miliardo per la salute mentale nella finanziaria in corso di dibattito. In questa finanziaria ci sono 40.000 miliardi di cui 20 sono previsti per l'andrologia oncologia e questo va benissimo; se però quei 20 miliardi fossero 15 e ce ne fossero 5 destinati alla salute mentale, sarebbe meglio.

Voi sapete che abbiamo dei farmaci di nuova generazione che purtroppo hanno il pregio di portare molti denari alle case farmaceutiche, che hanno investito dei soldi nella ricerca, ma hanno un prezzo 30 volte superiore a quello dei farmaci precedenti. Però hanno il vantaggio di essere leggermente più efficaci sui sintomi positivi, discretamente più efficaci sui sintomi negativi, e diminuiscono drasticamente le conseguenze secondarie dell'uso prolungato. Questi farmaci sono di seconda fascia, prima, cioè, bisogna provare accuratamente i vecchi farmaci e, se proprio non funzionano, si può passare al nuovo farmaco. Un mio amico canadese mi ha detto che mentre i medici canadesi non erano riusciti a cambiare la legge, ci sono riuscite le associazioni dei familiari. In Canada succede che il Serenase invece che essere di prima prescrizione è diventato di ultima prescrizione per cui, se non funziona nessuno dei nuovi farmaci, allora si può provare il Serenase.

I piccoli provvedimenti che questo Ministro della Sanità potrebbe prendere a costi limitati, qualcosa senza nemmeno inserirlo nella finanziaria e qualcosa mettendolo nella finanziare prevedendo corsi di formazione per medici di medicina generale perché facciano da interfaccia con la salute mentale e consentano diagnosi precoci, prese in carico precoci, e tutto il resto.

Concludo il mio intervento dicendo che non vorremmo aspettare altri 20 anni ed altre Conferenze della Salute mentale per passare dalle parole ai fatti. Abbiamo bisogno che il Parlamento, il Governo, il Ministro della Sanità in accordo con gli altri Ministri, le Regioni, ecc., prendano provvedimenti e li applichino perché come familiari siamo nelle condizioni di non sopportare più provvedimenti non applicati.

 

INTERVENTO DAL PUBBLICO

 

Sono il dott. Centrelli ed ho avuto un'esperienza di un anno e mezzo presso il CSM n. 5 di Bari. Io in pratica coprivo le urgenze di tutta Bari e devo dire che ce l'ho fatta in quanto, in sei mesi, ho fatto solo un TSO e c'è stato solo un tentativo di suicidio. Devo dire che lavoravo da solo con due infermiere che si davano il cambio.

L'Università di Bari vuole studiare come si è realizzata questa situazione anomala ed io rispondo che ho semplicemente lavorato 60 ore la settimana soprattutto sul terreno preventivo, raggiungendo tali risultati. Nel mio lavoro sono stato aiutato dai pazienti più pericolosi di Bari, che si sono sentiti mobilitati e valorizzati in un processo di trasformazione. In alcune situazioni dei pazienti sono stati fermati dagli stessi pazienti più pericolosi, gente che per fermarli necessitavano dell'intervento di 20 poliziotti. Io mi sento di orgoglioso di aver realizzato una situazione del genere ottenuta utilizzando il pensiero positivo e invertendo le situazioni negative.

 

 

 

Roberto PEZZANO

Associazione "Insieme per..." - Scardia (CT)-

 

Noi siamo un'associazione di familiari, utenti e volontari e abbiamo fatto la scelta di metterci insieme senza fare discriminanti fra familiari, utenti o volontari. Riteniamo che tutti siano una risorsa su cui si può giocare.

La nostra associazione è nata nel 1994 ed attualmente ha raggiunto circa 60 soci tra insegnanti, operai, impiegati, ragazze del dipartimento e familiari. Questo significa aver avuto la possibilità di utilizzare spazi che il Dipartimento non ha. Infatti, visto che come associazione siamo iscritti all'albo regionale, abbiamo un contributo del Comune. Questo significa avere la possibilità di utilizzare degli spazi che il Comune ci ha dato, permettendoci di condividere spazi con altre associazioni (Croce Rossa, Anfas, ecc.), il che significa vedersi, riconoscersi e costruire insieme.

In un altro paese vicino abbiamo fatto un'altra associazione che ha scelto di non iscriversi all'albo regionale. Però ha avuto la genialità di occupare lo spazio di una ludoteca. Inoltre in un altra realtà abbiamo occupato un centro per anziani. Dico questo per farvi capire che i territori o le comunità hanno tanti di quegli spazi vuoti che, se utilizzati in maniera diversa, diventerebbero una risorsa per i familiari, per i ragazzi e per i volontari.

Lavorare con le famiglie significa lavorare in maniera diversa in quanto il familiare è un soggetto attivo che ha contrattualità. Nel progetto obiettivo di salute mentale ci sono almeno 9 articoli che parlano di familiari, sia in senso associativo che in senso di rapporto nella costruzione del progetto terapeutico con il Dipartimento.

Io penso che come associazione il poter ridiscutere e il rimetterci in gioco significa fare entrare in questa rete tutti i soggetti sociali presenti nel territorio e nella comunità. Infatti la nostra associazione partecipa a tutte le attività fatte dai Comuni riconoscendoci e riconoscendo questa realtà.

Il nostro tentativo è quello di rendere una comunità competente ma non escludente.

 

 

 

Ernesto VENTURINI

Direttore del DSM di Imola (BO)

 

Due anni fa è comparso uno studio inglese, pubblicizzato sul Financial Times in cui venivano prese in esame tre realtà dell'Emilia Romagna: Imola, Sassuolo e Faenza. Erano tre realtà con la stessa popolazione, con lo stesso indice economico e con caratteristiche sociali simili.

Questo studio ha dimostrato che fra queste tre realtà vi è una differenza nella vita media tale per cui a Imola la vita media è di circa 3 anni in più delle altre due città. L'interpretazione fatta dagli studiosi è che Imola ha la caratteristica di essere una realtà in cui c'è un forte sviluppo della cooperazione. Il lavoro è prodotto dalla cooperazione, tanto è vero che in una città di circa 100 mila abitanti la cooperazione produce 3 mila miliardi l'anno e i soci della cooperazione sono circa 45 mila su 110 mila.

Lo studio inglese indica nel lavoro cooperativo un indicatore di salute. Cioè, se le persone lavorano ed hanno la capacità di intervenire in maniera decisionale sul lavoro che svolgono, questo è salute. In realtà, c'è qualche dubbio rispetto alla realtà di questo lavoro in quanto a Sassuolo e a Faenza ci sono delle industrie di ceramiche che hanno un indicatore pesante dal punto di vista dell'intossicazione anche se sul versante dell'infarto questo indicatore sembra valido.

Quindi, in realtà, la salute di una comunità è legata a molti fattori, tra cui quello di avere una capacità di produzione e di essere dei soggetti attivi nella produzione.

Interpreto questo mio intervento come una esigenza di porre in positivo alcune realtà anche se la rete sociale molto densa può costituire dei problemi, e non sempre è positiva. Nel superamento dell'ospedale psichiatrico abbiamo operato sempre e costantemente verso la rete sociale. Quando abbiamo determinato le 24 realtà che sono andate in 13 differenti comuni, ci siamo sempre chiesti quale fosse la mappa di quel territorio, quali le sue risorse, quali le reti informali presenti, ma anche quali fossero i suoi bisogni, che cosa mancasse e che cosa avremmo potuto dare. Quello che ci ha sempre sostenuto è l'idea di una reciprocità; cioè il problema di determinare un rovesciamento della immagine della malattia mentale è legato al fatto di andare a proporre qualcosa e non soltanto a chiedere. Queste tematiche sulla capacità di leggere un territorio e di porsi in termini di stimolo è qualcosa che ci ha sempre contraddistinto.

Naturalmente, per noi il privato sociale è il punto di naturale di riferimento, per cui ci sono delle residenze gestite dalle associazioni di familiari, ma quelle che vanno meglio sono quelle che sono gestite direttamente dagli ospiti che, insieme ai volontari, hanno costituito delle associazioni. In questo caso, i soldi che dà l'USL vanno direttamente nelle mani degli utenti della casa, i quali diventano coloro che scelgono le cooperative sociali e le pagano.

Allora, questa cosa un po' demagogica del potere economico, in termini di efficacia della riabilitazione, dimostra di essere un elemento importantissimo. Quindi, il potere di scegliere, di intervenire, di avere la chiave, e la decisione di avere spazi aperti o chiusi, nasce dal fatto che tutto debba essere deciso e debba trovare nelle persone che vivono nella casa coloro che hanno la parola decisiva.

Lo sforzo fatto in questo lavoro è stato quello di avere attenzione nella casa, ma di averla anche fuori. C'è stato un progetto di impatto sociale, chiamato Sherazade, attuato nell'ambito dei progetti della Comunità Europea, che andava proprio a cercare di intravedere come cambiava la opinione sulla malattia mentale e come si annodavano le reti in questo tipo di situazione.

Ad esempio, in circa 15 realtà, abbiamo avuto dei problemi con i Sindaci, che in alcuni casi hanno creato una querelle rispetto alla opportunità di aprire quelle residenze, e ci sono stati petizioni di cittadini contro l'apertura delle case. Noi abbiamo sempre ritenuto questo come una risorsa, in quanto ci offriva una possibilità di incontrare delle persone cogliendo in senso positivo anche quello che sembra una situazione negativa.

Quindi a volte nella comunità c'è una matassa che richiede uno srotolamento, e in questo caso, quando si lavora nelle comunità, bisogna ragionare con i piedi andando nei mercati, nei bar o nelle scuole, ad ascoltare. Ad esempio, per vedere come viene vissuta la realtà della città, d'accordo con alcuni soggetti, abbiamo istituito delle candid camera che accompagnavano la giornata delle persone dentro la città. In questo modo abbiamo capito come vi siano degli spazi e dei percorsi che, a volte, sono vissuti in maniera diversa a seconda dei soggetti che lo percorrono.

Il problema è anche offrire delle occasioni per cui, se abbiamo una squadra di calcio che fa un campionato, questo comporta il fatto che si trovano delle persone disponibili a dare il loro contributo e noi entriamo in contatto con varie situazioni. Cioè esistono le possibilità di collegamenti e il nostro compito è stato quello di creare delle occasioni possibili dove incontrare le persone.

Uno dei nostri obiettivi è quello di dare competenza e formazione anche ai Sindaci e agli amministratori; cioè ritenere che uno sforzo debba essere verso gli operatori, ma anche verso gli amministratori che hanno una responsabilità importante nell'ambito della salute mentale.

Alla Consulta faccio due raccomandazioni sul tema delle reti sociali e della prevenzione. Credo che andrebbe proposto che il tema della prevenzione, ad esempio, fosse vincolato all'interno del bilancio del dipartimento di Salute Mentale in una maniera trasparente e precisa. Cioè un centro di gestione per cui il 5% del finanziamento destinato al Dipartimento di Salute Mentale vada in attività di prevenzione come quelle che riguardano l'adolescenza, gli immigrati, il carico familiare, ecc.

Inoltre, ritengo, che in termini di accreditamento di un Dipartimento di Salute Mentale non ci sia soltanto il fatto che abbia determinate strutture, ma io porrei come vincolante che un Dipartimento di Salute Mentale non abbia la certificazione se non si è posto in un rapporto integrato con le associazioni di auto-aiuto di utenti o di familiari. Quindi un Dipartimento di Salute Mentale che non ha questo sforzo di integrazione non ha la possibilità di poter essere dichiarato, e quindi di avere il finanziamento.

Capisco che questo può essere prescrittivo e quindi limitante, però credo che sia anche sostanziale il fatto che ci siano comunque delle situazioni da rispettare, altrimenti veniamo travolti dall'emergenza.

Quando penso alle reti sociali penso al libro "Le vie dei canti". Per gli aborigeni australiani, la terra è segnata da un intrecciarsi di vie di canti (le piste di sogno); un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi. Sono le impronte degli antenati e le vie della legge che loro percorrono. L'Australia, per gli aborigeni, è percorsa da queste vie dei canti e loro, cantando, hanno il possesso sulla loro terra e si ricollegano con i loro antenati. Credo che l'idea che ci siano queste reti che bisogna rendere visibili o avere lo sguardo per poterle vedere, dovrebbero accompagnarsi. Dice Bruce .... "l'itinerario degli scambi è la via del canto perché sono i canti non gli oggetti il principale strumento di cambio; il baratto degli oggetti è la conseguenza secondaria del baratto dei canti".

 

 

 

Dott.ssa COLICELLI

Dirigente dell'Ufficio Politiche e Solidarietà Sociale della Regione Basilicata

 

Ho ascoltato con molta attenzione tutti gli interventi e mi fa molto piacere sapere che sul nostro territorio esiste già un lavoro di rete che, io penso, debba essere comunque potenziato. I soggetti che sono in rete evidentemente sono pochi e sono quelli che da sempre si sono occupati e che si occupano del problema della salute mentale.

In questa rete c'è un grande assente: l'Ente Locale che ha delle competenze molto importanti soprattutto nel campo della prevenzione del disagio e del reinserimento sociale e lavorativo.

La Regione ha adottato il primo piano socio-assistenziale 2000-2002 che, in attuazione della legge n. 25 sul riordino dei servizi socio-assistenziali, ha regolamentato tutte le modalità operative e l'assetto istituzionale, restituendo ai Comuni le competenze in materia.

La salute mentale è una delle aree ad elevata integrazione socio-sanitaria. Per quanto riguarda queste aree, il nostro piano socio-assistenziale ha previsto che i Comuni, in forma associata nell'ambito di zone definite dallo stesso piano, debbano pervenire alla gestione anche di questa area di intervento. Essendo questa un'area ad elevata integrazione socio-sanitaria, è chiaro che non si può assolutamente lavorare da soli ed è necessario che i Comuni entrino a far parte della rete che, evidentemente, già è stata costruita. Gli strumenti che la normativa prevede per questo inserimento sono gli accordi di programma.

Quindi è importante che gli interventi riguardanti la salute mentale vengano programmati ed organizzati attraverso lo strumento tecnico giuridico dato dagli accordi di programma che vedrà seduti intorno ad un tavolo di concertazione tutti i soggetti interessati (Aziende Sanitarie, gli Enti Locali, il privato sociale e le associazioni di famiglie).

Il Piano prevede, fra l'altro, la costituzione di unità operative di zona che sono un modo innovativo di lavorare e di intervenire. Si tratta di un gruppo di lavoro multidisciplinare, composto da operatori del servizio sanitario e operatori del servizio sociale, coordinati dal responsabile del Dipartimento di Salute Mentale e dal responsabile dei servizi sociali comunali. Questo gruppo dovrà elaborare un piano di azione che prevederà interventi riguardanti la prevenzione, la cura ed il reinserimento sociale dei soggetti interessati.

L'Ufficio Regione crede che l'apporto dei Comuni sia fondamentale questi enti sono i più vicini alla comunità e possono contribuire a raccogliere non solo i bisogni, ma anche le risorse date dalle famiglie e dalle associazioni.

 

 

 

Ilario VOLPI

Coop. "Il grande carro" —Roma-

 

Se rispetto al tema di questa giornata, mi domando se sia il caso di essere ottimista o pessimista, rispondo dicendo che bisogna piangere, ridere e cercare di capire. In questo cercare di capire, secondo me, ci sono alcune osservazioni, più o meno obiettive, che non si traducono sufficientemente e non entrano nel dibattito che gli operatori della salute mentale, e la società civile in genere, stanno affrontando.

La prima osservazione di carattere generale è che i modelli dipartimentali di terapia di salute mentale possono essere considerati dei precursori dei modelli di lavoro di rete. Cioè, nel corso di questi 20 anni, nel campo della salute mentale, i Dipartimenti di Salute Mentale sono stati il luogo in cui tutta un'altra serie di soggetti, dalle cooperative al volontariato, all'associazionismo, alla comunità locale più in generale, si sono dimostrati più efficaci e meglio funzionanti. Però è successo che, da un certo punto in poi, la cosiddetta aziendalizzazione dei sistemi sanitari ha provocato tutta una serie di sconquassi. Su questo si può essere più o meno d'accordo, però ci sono alcuni dati di fatto piuttosto obiettivi. Per esempio, quando si dilatano a dismisura le dimensioni territoriali o la comunità locale di cui un Dipartimento di Salute Mentale deve occuparsi, tutta una serie di presupposti, compreso quello di curare il disagio laddove è nato, diventa più complicato perché, inevitabilmente, si ipotizza che la sofferenza mentale possa essere trasportata in elicottero verso il centro specializzato più vicino.

Sempre più spesso si incontrano operatori che da una parte sono confusi e, dall'altra, disegnano dei circuiti paralleli. Il rischio di creare dei circuiti paralleli di assistenza per cui, comunque, non c'è più un pensiero complessivo e globale ma c'è l'iperspecializzazione crea una tendenziale frammentazione.

A questo punto mi piace fare una citazione: "le specializzazioni delle vostre professioni vi consentiranno di fare una cosa sola fatta male senza che nessun altro se ne accorda". Credo che questa sia una bellissima definizione delle specializzazioni.

Quando si parla genericamente di terzo settore o di privato sociale, si fa una grandissima confusione e tutta la tematica dell'impresa sociale, che vuole essere un'altra cosa, non entra nel dibattito. Quando noi parliamo di comunità responsabile e di lavoro rete, alla fine non riesco a non pensare ai modelli di impresa sociale che alcuni di noi, nei nostri contesti, hanno cercato di praticare in questi anni. Eppure questo fa fatica ad entrare nel discorso perché si ha paura di tutta una serie di inquinamenti e di confusioni terminologiche che sul tema dell'impresa sociale ci sono state.

Le condizioni fondamentali per fare in modo che la questione delle cooperative di inserimento lavorativo non diventi la moltiplicazione dell'ingiustizia sono tre. La prima condizione è che non si possono accettare situazioni di iperselezione. Uno dei grandi insegnamenti delle prime cooperative sociali e dei primi modelli di impresa sociale era quello che bisognava partire dalla situazione di massima gravità. Quindi se non si riesce a fare fino in fondo questo attraverso le imprese sociali, sarà sempre più facile che ci siano delle situazioni di eterna premessa (attività preformativa, prelavorativa, ecc.) e quindi mai la capacità di cimentarsi realmente con il lavoro vero e i qualità. La qualità del lavoro è un altro aspetto molto importante e non secondario in quanto a noi interessano processi produttivi, modalità organizzative ed occasioni di lavoro diverse che cambiano il mondo dell'assistenza ma anche quello del mercato. Questo ci interessa veramente e non creare posti di lavoro di qualunque tipo esso sia. La legge n. 168 che sostituisce la legge sul collocamento obbligatorio, rischia di essere un'altra grande fregatura. Per esempio, l'art. 12 relega le cooperative sociali in un ruolo di preparatori di bravi lavoratori che poi vengono restituiti alle aziende che devono assolvere all'obbligo istituzionale di assumere disabili per una certa percentuale.

La seconda condizione si fonda su un discorso di risorse in quanto non ci dispiace affatto potere avere delle agevolazioni e protezioni del mercato. A tale proposito a Roma una ASL ha deliberato una riserva di affidamento di appalto alle cooperative sociali nella misura del 10% del complesso della fornitura di beni e servizi. Credo che, nell'ambito delle cose che si possono fare, questo sia un esempio da seguire. Non ci dispiace che anche il mercato pubblico contribuisca al trasferimento di risorse verso le imprese sociali e le cooperative sociali integrate perché le cooperative di tipo B assolvono almeno a quattro funzioni: formazione, accompagnamento al lavoro, inserimento lavorativo e produzione. Siccome le grandi aziende e il mercato ordinario sono oggetto di infiniti fondi pubblici, non capisco perché le cooperative sociali di tipo B debbano essere tanto schizzinose nei confronti di questo discorso.

Un altro dato di cui bisogna tenere conto fino in fondo è il fatto che, nel 1999, nella provincia di Roma, le persone inserite al lavoro con busta paga tramite l'ufficio di collocamento sono state 30 nell'impresa ordinaria e 250 quelli inseriti in cooperative sociali di gruppo. Tra l'altro, dai dati statistici, risulta che le cooperative di tipo B hanno una percentuale di "svantaggiati" superiore a quella che legge richiederebbe per cui agevolazioni e trasferimento di risorse possono essere rivendicate per cambiare il mercato.

L'ultima cosa fondamentale è declinare fino in fondo le implicazioni di carattere formativo che questi ragionamenti introducono sull'impresa sociale, sulla riabilitazione, sul lavoro della gravità. Eppure anche su questo, proprio per il fatto che ci sono alcuni incartamenti o alcune tendenze delle discipline più forti ad appropriarsi di quelle più deboli, non si riesce a farlo fino in fondo. In Italia ci sono al massimo 4 autori che scrivono libri sul fatto che l'impresa sociale rompe le sicurezze delle discipline tradizionali (psichiatria, psicologia, sociologia, ecc.) obbligando a ragionare in maniera diversa. Anche su questo bisogna andare fino in fondo in termini di riconoscimento delle professionalità e rivendicare questo significa una trasformazione negli assetti organizzativi dei servizi.

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