Intervista ad Asioli

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30 novembre, 2012 - 16:24

 

Esposito: Dott. Asioli, a proposito della discussione che si stà facendo alla Camera sulla proposta di legge di riforma dell'assistenza psichiatrica dell'On.Burani-Procaccini, molti psichiatri italiani hanno sottolineato la necessità di affrontare le questioni relative alla doppia diagnosi in psichiatria  e di favorire interventi a favore di questi pazienti, basandosi sull'evidenza che esiste al momento un vuoto legislativo e la mancanza di linee-guida in merito. Che ne pensa?

ASIOLI:  Penso che è un problema tipicamente italiano, nel senso che, a proposito di doppia diagnosi (psichiatrica e tossicologica, ma potremo parlare anche di diagnosi psichiatrica e demenza), non capisco quale possa essere il ruolo del legislatore. Questi sono problemi tipicamente tecnico-professionali e compito dei professionisti è affrontarli sul campo. E questo è un aspetto. L'altro problema è quello delle risorse dei servizi adeguate o poco adeguate. E questo è un problema tipicamente regionale. Il quadro che io ho della situazione italiana (e che faccio in modo sintetico) è: tendenzialmente alcune regioni italiane, seppure con modelli diversi, hanno standard adeguati; non credo che sia un caso che proprio in queste regioni, a proposito del problema della doppia diagnosi, si realizzano più facilmente accordi professionali e protocolli (favoriti dall'esistenza di risorse economiche regionali è chiaro); e ci siano altre regioni in cui, pur in un ambito legislativo e normativo comune, esistono dei dipartimenti di salute mentale o che 'non esistono', o che esistono soltanto 'a pezzi' e in cui, presuppongo, che queste situazioni di doppia diagnosi (cioè pazienti con diagnosi psichiatrica che si accavalla a quella tossicologica) abbiano dei maltrattamenti, cioè non vengano approcciate correttamente.

Esposito:   Sulla base delle nostre conoscenze, qual'è in Italia la migliore strategia di intervento nei pazienti con doppia diagnosi.

ASIOLI :   Penso che questo è un problema non solo italiano. Esiste certamente una evidenza che è quella di una fortissima integrazione in tutti i paesi dotati di servizi differenziati, per la psichiatria da una parte e per la tossicodipendenza dall'altra, con finanziamenti ed organizzazioni separate, esiste una evidenza, con tanto di raccomandazioni dell'OMS, che è quella di una forte integrazione. La situazione dell'Italia rientra perfettamente in questo panorama, perchè noi abbiamo servizi indipendenti e separati e meccanismo di finanziamento degli stessi separati. Mi pare che su questo non si possa fare obiezioni. La parola simbolo 'integrazione' ricorre sulla bocca di tutti. Il problema che io vedo sul piano strategico è che in sede locale, quindi nella sede di quel dipartimento o di quel Sert, si arrivi a protocolli congiunti di trattamento e di accordo di terapia. Perchè insisto su questa questione della località di questi protocolli, perchè per le differenze che esistono in Italia sulle dotazioni e sugli stili di lavoro e altro, è impensabile trovare una risposta nel quadro regionale differenziato italiano, che valga bene per tutti.

Esposito:     Ma se da un lato le leggi quadro danno solo degli indirizzi alle regioni, come la 180 nel campo psichiatrico, dall'altro è pur vero che quando esistono delle linee guida o dei protocolli strategici di trattamento efficaci, questi si devono anche imporre alle ASL.. E' possibile che si possa sempre sperare nel buon senso dei singoli dipartimenti oppure conviene dotarsi di leggi attuative e nei casi estremi impositive?

ASIOLI:     La speranza è l'ultima a morire. Lo Stato italiano  deve decidere in quale direzione và, se và in una direzione di devolution, cioè di regionalizzazione non c'è dubbio che un compito che è stato assunto dal Ministero della Sanità a livello centrale con Progetti Obiettivi e quant'altro deve avere un risvolto regionale. Non a caso in questo quadro di transizione alcune Regioni, rispetto per esempio alla psichiatria, hanno una normativa e una legislazione che in qualche modo permette di capire come debbano essere fatti i servizi in quella regione e con quale risorsa. Ancora una volta non mi pare un caso che in queste regioni tendenzialmente del Nord, con modelli politici regionali e organizzativi diversi tra loro, comunque tendono ad avere dei dipartimenti di salute mentale  che sono piuttosto confrontabili tra di loro rispetto a risorse dedicate, attività prestate, indicatori e quant'altro. Quindi lo Stato deve capire quale direzione prendere, se la direzione è quella di una forte regionalizzazione non c'è dubbio che oggi ci sono delle regioni che dovranno affrontare dei problemi che finora non sono stati affrontati.

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