Intervisa a Emilio Fava

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26 novembre, 2012 - 13:24

Che ruolo ha la scelta di uno specifico trattamento psicoterapico nel determinare un esito positivo, alla luce di quanto ha detto a proposito del dibattito su una psicoterapia unica?
Bisogna partire da un dato preliminare. Tutte le informazioni che possiamo trarre dalle meta-analisi vanno interpretate. Queste cifre sono un po' come il radar di un aereo, ci permettono di individuare delle coordinate, ma il punto sullo schermo non è l'aereo vero e proprio.
Io non so se in futuro si costruirà una terapia unica, ma la tendenza sembra essere questa. In fondo i cognitivisti moderni hanno assorbito molti elementi delle teorie psicodinamiche più o meno consapevolmente. Simmetricamente, in campo psicoanalitico, molti autori che erano considerati 'eretici' come Rogers o Alexander negli ultimi tempi sono stati recuperati. Con i casi difficili, dove è in gioco la disintegrazione dell'Io, è dai tempi di Racamier e Zapparoli che l'idea di un'analisi tradizionale è stata rielaborata alla luce di un'integrazione tra tecniche diverse.
In seguito al suo intervento si è accesa una discussione sulla presunta maggior efficacia della tecnica cognitivo-comportamentale rispetto a quella psicodinamica, cosa ne pensa?
La differenza di efficacia della terapia cognitivo-comportamentale in un primo tempo era legata al fatto che solo i sostenitori di tale tecnica svolgevano degli studi in merito. Se noi però andiamo ad analizzare i fattori che influenzano l'esito della terapia vediamo che sostanzialmente sono comuni ai due tipi di approccio, cognitivo-comportamentale e psicodinamico. In particolare la collaboratività del paziente, la sua richiesta di essere attivo. Il vantaggio della terapia cognitivo-comportamentale è che utilizza dei compiti precisi in modo molto efficace e per questo è anche più semplice da valutare rispetto alla tecnica psicoanalitica.
Per quanto riguarda il percorso formativo degli operatori, nell'ottica di una progressiva integrazione tra le tecniche, ritiene auspicabile anche un'integrazione dei saperi, per esempio proponendo un insegnamento a largo spettro come base del corso di formazione?
Io credo che oggi sia possibile proporre una preparazione di base fondata sui costrutti della ricerca che costituiscono un linguaggio condivisibile. Se per esempio imparo ad usare l'IVAT, una delle scale di valutazione dell'alleanza terapeutica, sono costretto a riflettere sull'alleanza di lavoro. Così se uso uno strumento come il CCRT imparo a individuare i modelli disadattativi che si attivano nel transfert. I focus della ricerca definiscono le competenze essenziali.
Poi ci sono aspetti che sono stati ancora poco studiati, come il passaggio, nell'ambito psicoanalitico, dal sub-simbolico al simbolico e la metafora innovativa.

(A cura di Silvia Guida)

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