Intervista ad Adriano Voltolin

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10 ottobre, 2012 - 18:24

1)A. Grazia:Nel libro di recente pubblicazione Ledomande di genitori e figli, insieme ad altri colleghi lei, descriveil lavoro di consultazione per bambini e adolescenti svolto nell'ambitodi un progetto sperimentale tra il 1989 e il 1996 in quindici scuole diSesto San Giovanni (Milano).  Viene sottolineato in diversi puntidel testo sia da Lei che da glia altri autori che "si può" fareun lavoro terapeutico di tipo psicoanalitico con bambini e adolescentinell'ambito del servizio sanitario pubblico, soprattutto per permetterea buona parte dei cittadini di accedere a tali prestazioni, in particolareper coloro tra questi che hanno redditi modesti o addirittura insufficienti.Quali sono stati gli sviluppi della vostra iniziativa?

A.Voltolin: Recentemente, in aprile dello scorso anno, si è apertoa Sesto San Giovanni l'Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica,del quale ho la direzione, che risente certamente dell'esperienza che Leicita. Significativamente per il campo dei nostri interessi, il convegnoinaugurale si intitolava Trasformazionisociali e pratica psicoanalitica. Spesso durante gli anni dell'esperienzadescritta nel libro ci siamo trovati in difficoltà nel dover inviarein terapia adolescenti e bambini provenienti da famiglie in cui la modestacapacità economica si accompagnava ad una idea della cura del tuttoritagliata sulla prassi medica. Questa si configura in effetti come unafantasia onnipotente per cui tutto si può fare, subito, da partedi un medico, senza che il paziente abbia alcuna parte attiva. L'insuccessodella cura può essere causato da imperizia, da fatalità,dai limiti della scienza medica. Il male e il suo destino sono posti inun'area del tutto separata dal paziente. L'approssimazione largamente diffusanei servizi pubblici, la sbrigatività, la larga tendenza prescrittiva,non sono che l'altra faccia della medaglia della sanitarizzazione del male,del suo isolamento dalla sfera civile. È interessante notare comela separatezza degli ambiti specialistici non rappresenti tanto una societàliberale, quanto la supremazia del mercato che rispetto a quella èun'altra cosa, anche se, naturalmente, le relazioni tra loro sono moltee complesse. L'Istituto che abbiamo aperto trova nella moderazione delletariffe (i pazienti pagano, per le sedute, una cifra di poco superiorea quella di un ticket) solo l'aspetto esteriore di un progetto piùambizioso che è quello di studiare i rapporti tra cura psicoanaliticae società in un periodo storico che è molto diverso da quellodegli anni venti e anche dal clima degli anni sessanta e settanta.

 

2)A. G.:Sempre facendo riferimento al testo Le domande di genitorie figli, ci sono alcune puntualizzazioni  sui punti di forza e didebolezza del setting psicoterapico nel servizio pubblico che vengono messein evidenza sia da lei sia da altri autori. Tra gli aspetti positivi chevengono analizzati vi sono: gratuità, accessibilità direttaal "centro di ascolto scolastico": miha colpito il fatto che in questo modo il vostro servizio presente dentroalla scuola,  vi permetteva di raggiungere sia la fascia di adolescentiche abitualmente sfuggono alla consultazione psicologica, sia coloro che invece chiedevano di incontrare il terapeuta  anche contro il pareredei genitori: qualcuno di voi (Migliavacca) in modo efficace le chiamasedute di assaggio: può confermarci se è veramente così?

A.V.:Questo in effetti è un vantaggio enorme per quanto riguarda un'attivitànel servizio pubblico: gli adolescenti potevano affluire direttamente alnostro punto di ascolto perché avevamo scelto di essere presentidentro la scuola: già nell'89, quando abbiamo iniziato l'esperienza,avevamo visto che l'affluenza nei consultori allora disponibili, era decisamentescarsa,  mentre quando abbiamo avuto la buona idea di provare a spostarcinoi, aprendo un "centro di ascolto" nelle scuole, il successo dell'iniziativaè stato progressivo. Si tenga conto comunque che non volevamo proporci come "psicologi scolastici": il nostro progetto fin dall'inizioera più articolato e complesso. Abbiamo cominciato con due scuoledieci anni fa, quest'anno siamo arrivati a ventidue: oggi le richiestesono decisamente in ascesa. 

L'ideadi aprire questo servizio venne a me e ad un funzionario amministrativodell'Unità Socio Sanitaria Locale, e il primo problema che affrontammofu quello di garantire la continuità di questa esperienza. I primicollaboratori che furono per così dire catturati e coinvolti inquesto progetto dovevano corrispondere ad una tipologia sociologica precisaproprio per garantire la continuità del servizio. Abbiamo puntatoad avere dei colleghi esperti con una formazione psicoanalitica alle spalle,con un'avviata attività professionale privata e non interessatiad entrare nel servizio pubblico: il primo fu Claudio Migliavacca e laseconda Isabella Ramaioli insieme con Fiorella Pezzoli (tutti autori dellibro). 
Il fattoche questi colleghi non avessero intenzione di entrare nell'organico delservizio pubblico, paradossalmente, per noi costituiva una garanzia perchéaltrimenti, per il meccanismo dei concorsi pubblici, avremmo rischiatodi vederci sparire da sotto il naso dei collaboratori preziosi. Questoè un argomento di grande interesse per chi volesse - ma chi? - studiarela questione dell'efficienza della pubblica amministrazione nella sanità.Perché l'amministrazione pubblica di fatto ostacola la continuitàche, nella sanità (e in particolare modo nella psicoterapia), rappresentaun fattore indispensabile della cura e che più in generale responsabilizzaun collaboratore circa i risultati che ottiene. L'arretratezza amministrativain precedenza e lo stupidario aziendalistico oggi (almeno in Lombardia)sono assolutamente solidali e pervicaci nel far sì che la mano pubblicanon funzioni.
Per quelloche riguarda la nostra attività con ragazzi che desiderano avereun colloquio con lo psicologo, senza che di necessità i genitorine siano al corrente, va sottolineato che, certamente,  la totalegratuità dei centri di ascolto nelle scuole e l'assoluta discrezioneha molto favorito l'accesso. Abbiamo avuto anche premura di collocare lapresenza dello psicologo a cavallo dell'ora di uscita dalla scuola in modotale da tutelare chi voglia avere un colloquio anche fuori dal normaleorario scolastico e dagli inevitabili controlli "di fatto" (per andaredallo psicologo in orario di scuola è necessario assentarsi dallalezione).

 

3)A.G:Questo mi sembra interessante, perchéa differenza dell'esperienza che si sta svolgendo qui a Bologna con ilProgetto Ulisse (promosso dall'azienda USL di Bologna), i medicie i terapeuti svolgono la loro attività, per precisa scelta, fuoridella scuola e con un'organizzazione che fa riferimento direttamente all'aziendasanitaria. Ciò nonostante è noto che gli insegnanti e i presidiambirebbero ad avere una figura professionale come lo psicologo dentrol'istituzione scolastica, per assorbire meglio l'impatto di situazioniad alto coinvolgimento emotivo con gli allievi o di aperto conflitto, eche spesso faticano a gestire. 
Quali difficoltà ha comportato per voi lavorare dentro l'istituzione scolastica?

A.V.:Comprendo bene le ragioni di chi sceglie di operare in uno spazio autonomorispetto all'istituzione scolastica; le difficoltà di essere presenticome psicoanalisti e non come psicologi scolastici dentro la scuola sonodiverse. Ci si trova spesso in situazioni nelle quali ci si deve difendereo sottrarre a richieste non adeguate: il rischio è infatti di diventarelo psicologo scolastico, cosa che non abbiamo mai voluto fare. Le faccioun esempio: in un colloquio ho incontrato due insegnanti che mi sono venutea dire "� il tale ragazzino che lei sta seguendo è chiaramente schizofrenico,allora dobbiamo sapere da lei se bocciarlo o promuoverlo �". Il paradossoè che in queste situazioni, se non si sta attenti, i ruoli si invertono:gli insegnanti facevano diagnosi e io dovevo decidere se bocciare o promuovere:queste commistioni non sono mai positive. È assolutamente necessarioche ognuno pratichi il suo mestiere, perché altrimenti si genereun'area di confusione. 
Se un ragazzoè in difficoltà va certamente aiutato sul piano terapeutico,ma questo non deve incidere sul piano scolastico e influenzare a prioriil giudizio che l'insegnante deve fondare su aspetti legati al processodi apprendimento. Bisogna poi assolutamente evitare di lasciarsi indurreal partecipare a consigli di classe o consigli di istituto, accondiscenderea comunicare giudizi o informazioni su quello che avviene in consultazione.C'erano presidi che chiedevano di sapere i motivi della richiesta di consultazione,in deroga a qualsiasi regola di segreto professionale, e altri che invocavanopersino il dovere di custodia dell'alunno per interferire nel nostro lavoro.Se si sta fuori della scuola, evidentemente non si hanno tutti questi problemi.Lavorare dentro l'istituzione scolastica significa anche affrontare molticontrasti fino a scatenare apertamente dei conflitti con gli insegnanti. 

 

4)A.G: Come si arriva, in un'esperienza come la vostra, a trasformareil bisogno (di un ragazzo o di un genitore) in domanda d'aiuto?

A.V.:Di questa questione si è occupata diffusamente Isabella Ramaiolinel capitolo Dalla richiesta alla domanda, coautrice del libroLedomande di genitori e figli. L'idea di portare il proprio figlio dallopsicologo provoca dei sentimenti di colpa e di fallimento nei genitori;allora la possibilità di presentare questa idea come provenientedal medico di fiducia o dagli insegnanti diminuisce il senso di colpa.Le richieste "indirette" sono allora molto più frequenti. Moltominori risultano invece quelle dove i genitori esternano la loro preoccupazionedalla quale scaturisce una più nitida richiesta di aiuto e di interventoterapeutico. In genere i pazienti che si rivolgono ad uno psicoanalistanel suo studio privato hanno un'idea abbastanza realistica di quello cheè una terapia, mentre invece nel "pubblico" ci si trova di frontead una particolare - nella sua generalità - richiesta. C'èqualcuno che porta semplicemente un disturbo, un disagio; e tra le duesituazioni vi è una differenza abissale.

 

5)A.G.: Veniamo ora agli aspetti  negativi da lei evidenziatinel "setting pubblico": mi riferiscoin particolare alla svalutazione dell'istituzione e del terapeuta da partedel paziente, oltre alle consuete interferenze istituzionali (mancanzadi privacy ecc�).
Mi hannocolpito i riferimenti clinici sulla svalutazione del terapeuta nel serviziopubblico �.

A.V.:Il lavoro nel contesto pubblico è più difficile che nel privatoe a mio parere mette a dura prova la formazione degli analisti. L'attaccosvalutativo è indotto in primo luogo dal fatto che la sanitànon gode di buona fama nel nostro paese, e si può dire che rispettoa dieci anni fa la situazione è senz'altro peggiorata. Peròal di là di questo, il fatto in generale - fornire un servizio gratuito- porta ad una svalutazione di quanto viene ricevuto perché nonviene pagato.
Se vienedato un servizio gratuito, allora si può prendere gratuitamentequalcosa e sia il terapeuta che il paziente si trovano nella situazionein cui credono di potersi dare in cambio pocoreciprocamente. Nelprivato non è infrequente che i pazienti sentano il pagamento comeuna prova del fatto che, dando loro qualcosa "di valore" all'analista -il denaro - ricevono anche qualcosa di valore. Certo questa è unafantasia persecutoria, ma lo è anche quella di non avere niente,con la differenza, ragguardevole, che in questo caso vi è un elemento"di realtà" che rinforza la fantasia persecutoria.
La questionecentrale però mi pare un'altra: la fantasia del paziente di ricevere,a  poco (il ticket) o in cambio di nulla, è spesso simmetricaall'idea del terapeuta che sta lavorando per un'istituzione che ètotalmente incapace di riconoscere un buon lavoro e apprezzare i proprioperatori. Nel lavoro da noi condotto in effetti i casi di svalutazionevi sono stati ma, innanzi tutto, non sono stati affatto numerosi ed insecondo luogo hanno potuto essere analizzati. Le due cose dimostrano comeil pensare che il compenso economico costituisca un tratto necessario dellarelazione analitica sia un grosso errore concettuale che gli psicoanalistispesso commettono. Se lo psicoanalista pensa, lui per primo, che il suolavoro è esiste in quanto è retribuito, cos'altro potràpensare il paziente se non la medesima cosa?

Inun dialogo non tanto immaginario: "Lei, caro dottore, è una puttana.Non mi vuole veramente bene: si prende cura di me solo perché lapago". "Certo che io sono una puttana, almeno quanto lei è un puttaniere.Se lei vuole essere realista e non preferisce abbandonarsi a fantasie idealizzanti,dovrà riconoscere che è il mondo ad essere fatto così"."Ma se tutto il mondo è così, lei non è una puttana,ma un onesto professionista che mi svela, a me povero nevrotico, com'èil mondo. "Ite, missa est. La sua analisi è terminata, sotto unaltro". Non le pare che sia la stessa logica invocata da Craxi? L'attoanalitico ha valore perché l'analista vi si impegna con tutta lasua capacità ed onestà intellettuale. Ciò che vieneretribuito è il tempo di lavoro, giacché si suppone che un'analista,al pari di qualsiasi altro lavoratore, debba trovare dalla sua attivitàil modo del suo sostentamento. Fuori da queste considerazioni non vi sonoche circoli viziosi: "ho fatto una buona analisi perché sono andatoda un famoso analista che pagavo profumatamente", oppure, "non ottengoun gran che dalla mia analisi, però vado nel servizio pubblico dovemi viene data gratuitamente. Se è gratuità, d'altra parte,non posso nemmeno pretendere che sia del tutto simile ad una analisi chegratuita non è".

Ingenerale, nell'opinione pubblica, l'idea di servizio pubblico corrispondedi fatto all'idea di servizio accessibile a tutti: sappiamo che in alcuniquadri patologici (ad es.: disturbi narcisistici di personalità)tale idea risulta insopportabile poiché non consente l'identificazionecon un oggetto idealizzato sulla quale si regge, come dice Rosenfeld, l'interastruttura narcisistica della personalità. In definitiva si puòaffermare che la psicoterapia nel servizio pubblico, con le sue varie carenze, rappresenta  per contro il terreno ideale su cui attecchiscono fantasieaggressive e identificazioni proiettive da parte dei pazienti, mettendoa dura prova il terapeuta. Naturalmente non mancano le eccezioni. Ancoraadesso vi sono in trattamento delle persone da anni e le cose funzionanobene nella relazione terapeutica. Questo perché è stato fattoun lavoro preliminare di analisi della domanda in modo particolarmenteaccurato. Anche al servizio pubblico, del resto, arrivano persone moltoconsapevoli, che fanno precise richieste di aiuto. Di questo si parla poco,ne parliamo poco noi stessi, ma non sarebbe una questione da trascurare. 

 

6) A.G.:Comeaffrontate queste difficoltà nel vostro servizio?

A.V.:Noi ci siamo fatti l'idea che non sia tanto necessario trovare un dispositivotecnicoper superare questa difficoltà: bisogna riferirsi a quello che Ramaiolinel libro sopra citato analizza in merito all'analisi della domanda. Lacollega rileva infatti in che modo certe modalità di invio o certerichieste, da parte soprattutto dei genitori, siano orientate principalmentealla richiesta di suggerimenti, di indicazioni su come fare con il figlio,e come ovviare al fatto che non funziona a scuola. In realtà lamodalità di richiesta di taluni genitori, passiva e incline alladelega, nasconde altri risvolti: approfondendo il colloquio ci si rendespesso conto che il genitore non riesce facilmente ad accettare di avereun ruolo nella situazione di "fallimento" del figlio.
Se questo"nodo", nel lavoro preliminare, diviene visibile da parte del genitoreallora inizia ad esserci una consapevolezza del fatto che vi è qualchecosa da chiarire. Questa è la premessa fondamentale perchépossa poi essere svolto un lavoro analitico con il genitore stesso. PerBion l'analisi consiste nel fatto che paziente e analista concordano sulfatto che vi è qualcosa che ambedue ritengono utile discutere.
Dopo la consultazionepuò emergere che non solamente il bambino ha bisogno di aiuto, mache anche uno o entrambi i genitori hanno bisogno di sostegno o di un trattamentospecifico: questo può aiutare in molti casi a chiarire meglio lanatura delle relazioni familiari, piuttosto che il consiglio o la prescrizionedell'esperto.

Aquesto punto dopo aver affrontato questa fase preliminare, anche la questionedella gratuità del trattamento perde enormemente d'importanza perchési comincia a valutare il lavoro in base a quello che la persona riescea produrre ed elaborare: questo è il requisito che permette al lavoropsicoterapico di proseguire, diventando la contropartita per il terapeuta.Un'analisi non costa solo in termini economici, ma anche come tempo, impegnomentale, ed è una esperienza difficile che cerchiamo di fare almeglio delle nostre possibilità: a questo punto la modalitàdi pagamento perde relativamente la sua importanza e si raggiungono lepremesse per fare un buon lavoro: fare una terapia diventa alla fine, unascelta personale e consapevole.

 

7.A.G.:Sul tema della gratuità del trattamentopsicoanalitico, Elvio Fachinelli faceva alcune osservazione interessantinell'articolo Il dono dell'Imperatore. Perché Freud consigliavaper i poveri una terapia alla Giuseppe II. 
In breveFreud, in vari anni (tra il 1913 e il 18) riconferma la propria difficoltàa risolvere il problema della terapia per coloro che non hanno i mezziper pagare una psicoanalisi dichiarando che per questi casi ci vorrebbeuna "terapia del tipo usato dall'imperatore Giuseppe II". Davantialle situazioni di scacco reale, quali la povertà, la sfortuna,la scelta coniugale disgraziata, a Freud non rimaneva che  invocarecome soluzione  il "dono dell'imperatore": auspicando che il lascito economico di un benefattore autorevole e potente  o diun'istituzione filantropica possa fornire a chi ne ha bisogno (e non puòpermetterselo) sia l'assistenza psicologica che l'assistenza medica.

A.V.:L'idea di portare la psicoanalisi verso le classi meno abbienti risaleagli anni '20. In questo caso Freud esprime un'idea coerente con il suotempo e con gli strumenti psicoanalitici che a quel tempo lui stesso avevamesso a punto. La domanda posta in questi termini è limitativa perchéripropone ciò che accade in medicina. È nota ad esempio latradizione dei medici socialisti milanesi che si erano adoperati perchéanche coloro che non disponevano di mezzi sufficienti potessero avere servizisanitari adeguati. Questo concetto, ammesso che si possa applicare in medicina,con la psicoanalisi certo non funziona. 

Noi,grazie a questa esperienza d'ascolto nella scuola, abbiamo avuto modo dirivolgerci a soggetti nuovi, non certo appartenenti al ceto sociale tradizionalecui si rivolge tradizionalmente lo psicoanalista: la borghesia colta. Maquesta scelta non è legata alla vocazione del benefattore che vaincontro ai bisogni dell'indigente o del debole: ha più a che farecon il cimentarsi con i problemi nuovi che sorgono in campo clinico, esattamentecome Freud e i suoi primi allievi affrontavano a loro volta problemi nuoviper la loro epoca (penso alle isteriche che allora erano considerate pazientiintrattabili, insieme ai bambini e agli psicotici). Progressivamente nellaevoluzione della psicoanalisi c'è stato un allargamento di campo.Oggi invece nell'istituzione psicoanalitica vediamo emergere una situazioneparticolare: gli analisti didatti nella maggioranza dei casi, hanno inanalisi altri candidati analisti. In questa situazione quindi non hannopiù contatto con la psicopatologia dei problemi emergenti nel sociale. 

Equesto, fra gli altri motivi, dipende anche da un fatto economico: comeci si può aspettare che una persona con uno stipendio medio, possaaffrontare quattro sedute la settimana a £130.000 l'una? Semplicementenon è proponibile sul piano della realtà economica che regolail rapporto tra medico e paziente. Ma oltre al problema del costo c'èanche quello della disponibilità di tempo: come fa una persona chelavora a fare quattro sedute la settimana?
Allora bisognachiedersi: è possibile fare un lavoro psicoterapeutico efficacecon un numero inferiore di sedute? Questa è una questione importanteed è basata non su di un fatto tecnico astratto, ma sul fatto chesi è modificato il soggetto sociale che si rivolge allo psicoanalista. 

C'èpoi anche un problema di tipo clinico. Le persone che si rivolgono ai centripubblici, ma anche agli studi privati, sono perlopiù portatori dipatologia miste. Si va dallo psicoanalista portando un sintomo, poniamol'insonnia, per il quale magari si sono tentate altre vie, ad esempio glipsicofarmaci. L'attesa rispetto al lavoro terapeutico è modellatasecondo una fantasia onnipotente che coinvolge anche la dimensione deltempo: se c'è un disturbo esisterà pure una medicina che,in modo pressoché istantaneo, elimina il disturbo. Se il male sipresenta come proveniente da un luogo imprecisato e insondabile, vi saràpure un farmaco dall'altrettanto misteriosa e insondabile capacitàche farà sparire il male. Questo in un tempo che, in quanto tempodella sofferenza, è del tutto ingiustificato e insopportabile. Starebene e stare male sono accidenti, non hanno un significato ontico. Staremale coincide con un tempo che viene "perduto" in quanto, se l'essenzadel tempo è il suo trascorrere, lo stare male non consente che questotrascorrere venga "vendicato" nella felicità spensierata. L'efficaciadella psicoterapia, come quella del farmaco, verrà valutata sullascomparsa del sintomo e sul tempo di questa scomparsa. Si tratta di unarestitutioad integrum. 
Cosa bendiversa accadeva ai tempi di Freud, che curava dei borghesi che - per motiviculturali e storici - avevano un'altra concezione del tempo, concezioneche oggi non esiste più. Il fatto che lavorare con ceti socialimeno abbienti porti a dei problemi più complessi da affrontare,se ricordiamo quello che diceva Marx, possiamo anche capirlo: al di làdi certe forme di populismo, se un soggetto appartiene al proletariatosubalterno è ovviamente più colonizzato più di altridall'ideologia delle classi dominanti.

 

8.A.G.:  Rispetto alla concezione del tempociclico (o tempo della natura) che scandiva la civiltà preindustriale, oggi la dimensione del tempo è dominata dalla tecnica, quindi diventa"progettualità". Questa progettualità nasconde tuttavia molteinsidie: spesso dobbiamo fronteggiare richieste (anche cariche di angoscia)che chiedono una risposta immediata. Vediamo che questo fenomeno si amplifica con le tecnologie della comunicazione realizzate attraverso le reti telematiche.Tutto oggi tende verso la velocità, e questo desiderio (anche spasmodico)nasce già a partire dalla civiltà della automobile, e conle prime comunicazioni a distanza come il telefono. Alcuni ritengono poiche  questo cambiamento epocale si inscriva più in generale,come indica Vattimo, nella crisi del concetto di storia nella post-modernità,che conduce alla de-storicizzazione dell'esperienza del soggetto.

A.V.: Questo dal punto di vista sociologico è verissimo, ma quelloche temo è che al di là delle verità storico-sociologicheche lei cita - pensando anche a quello che scriveva Fornari sulla tecnologiaapplicata in guerra - lo sviluppo della tecnologia consolida e alimentaquotidianamente il senso di onnipotenza. 
Avere subitoqualcosa - Internet, i cellulari, l'automobile - rappresenta in definitivauna sorta di prolungamento protesico sia del corpo che della mente checonsente potenzialmente di avere tutto a disposizione e subito. Negli spostamentiquotidiani siamo costretti sempre a tenere conto delle limitazioni fisiche,e anche mentalmente ci adeguiamo ai ritmi delle nostre protesi meccaniche: Marx nei manoscritti del '48 scriveva che un ricco che può permettersisei cavalli è un uomo veloce quanto Achille, oggi con un auto neabbiamo a disposizione 400 di cavalli. L'idea del tempo è correlatainevitabilmente a questi elementi esterni a noi: contrariamente a quelloche si crede questa distorsione della dimensione del tempo è piùradicata nelle classi popolari che nella ricca borghesia colta.

 

9)A.G.:Tornando agli adolescenti, è utile tenere presente cheoggi essi sono molto attratti dalla rete e dalle comunicazioni on line,viste come mezzo efficace per socializzare: incontrarsi, scambiarsi informazionidi ogni tipo, come analizzato da Sherry Turkle nei suoi libri. Inoltrenon è infrequente che si di rivolgano ai terapeuti che offrono consulenzeattraverso Internet.

A.V.:Qualcuno da tempo ha cominciato ad osservare che, forse per la primavolta nella storia, il progresso tecnologico non coincide più conlo sviluppo ed il progresso sociale. Probabilmente con la messa a puntodella bomba atomica è stato per la prima volta chiaro che il progressotecnologico (un contenuto) poteva addirittura distruggere la società(contenitore) dalla quale esso stesso era stato prodotto. Oggi la novitàperò consiste nel fatto, per usare gli straordinari concetti espressida Marx nei Grundisse, considerando il tempo in cui vennero formulati,che l'avere reso direttamente produttiva l' "intelligenza sociale", ilgeneral intellect, ha avuto per effetto un enorme restringimento dellabase produttiva. Come se un uomo di due metri di altezza per cento chilidi peso poggiasse su due gambette da bambino di quattro anni. Claudio Magris,commentando sul Corriere della Sera l'inaugurazione della stagione scaligeracon il Fidelio, rilevava alcune settimane fa come l'area del mondo delbenessere sia relativamente sempre più piccola rispetto a quelladella fame e del sottosviluppo la quale, non è difficile prevederlo,non sopporterà molto a lungo di essere tenuta in tale condizionesenza irrompere - le avvisaglie in termini di immigrazioni clandestine,le abbiamo sia qui in Europa che negli Stati Uniti - nel mondo delle mercie del tutto e subito. E proprio questo tutto e subito sta alla base dellepsicoterapie mediatiche, come anche delle pseudorelazioni mantenute attraversoInternet. Sempre per scimmiottare anche il modo di esprimersi di Marx,vediamo che lo sviluppo si rovescia nel suo contrario. L'analisi venivaindicata, nella sua essenzialità, dalla compianta Luciana Nissim,che è stata una dei miei supervisori, come - era il titolo di unsuo celebre articolo - due persone che parlano in una stanza. 

Lapsicoanalisi è fatta dall'incontro di due persone che si parlano,ma non per un vezzo antimodernistico, ma perché è la relazioneumana che è fatta di incontri, di parole, di sguardi, di odori,di atmosfere. La mediatizzazione di tutto questo porta alla confusionedi una realtà vera, chiamiamola non-mediatica, con una virtuale.La confusione, l'insopportabilità dello sforzo di distinguere, checontraddistingue secondo Freud, la fatica psichica, è la via dellapsicosi. Non confondeva la realtà materiale e quella virtuale ildott.Stranamore di Kubrik? Non era uno psicotico il sinologo Kien descrittoin Autodafé di Elias Canetti che fasciava la sua esistenza con isuoi adorati libri? Come capirà l'aviatore americano che sganciai missili da ventimila metri sul Kossovo cosa vuole dire veramente uccidere,senza sentire il lamento dei feriti, le urla di dolore, il puzzo di sanguee di merda che viene da una pallottola nella pancia?

 

10.A.G.:Tornando alle consultazioni del centro di ascolto scolastico,come e quando, dopo i primi incontri, le già citate sedute diassaggio, eravate in grado di delineare un progetto terapeutico?

A.V.:Siamo stati contenti delle statistiche emerse dal nostro servizio.In dieci anni abbiamo visto circa 3.000 casi e abbiamo stimato che davamoindicazioni mediamente ad un 5%  per la psicoterapia: di questi arrivavanoa chiederla circa la metà. 
Avevamo trovatouna soluzione che sul piano pratico ha funzionato bene: il centro di ascoltoscolastico funzionava a cavallo dell'ora di uscita (in modo da non creareproblemi alla didattica), quindi questo rappresentava un primo livellodi intervento; poi avevamo chiesto a tutti gli psicoanalisti impegnatiin questa attività di fornire la disponibilità per un numerodi ore superiore a quelle previste dal centro di ascolto scolastico (interventodi secondo livello), per permettere lo svolgimento della psicoterapia inaltri studi che venivano messi a disposizione sempre in strutture pubbliche.Incrociando quindi gli invii all'interno del gruppo dei terapeuti, ciascuno in questo modo poteva ricevere per psicoterapie persone inviateda altri colleghi. Quindi, se c'era un invio, la psicoterapia poteva continuareseparatamente dall'intervento a scuola, a meno che ci fossero situazionidi particolare gravità per cui non era possibile questo passaggio:quello comunque che ci premeva era garantire una continuità terapeutica. 

 

11)A.G.: Sui problemi dei genitori o della famiglia, in base alla vostraesperienza: dopo una prima consultazione emerge che non solamente il bambinoha bisogno di aiuto, ma sovente anche uno o entrambi i genitori hanno bisognodi unsostegno psicologico. Che tipo si supporto siete in grado di fornirealle domande dei genitori (o della famiglia)?

A.V.:Abbiamo seguito, dal punto di vista teorico, la teoria kleiniana sullaposizione dei genitori, considerandoli come un elemento interno al trattamentoe non come un tratto esterno di disturbo. Questo ha pertanto come conseguenzail fatto di lavorare anche con i genitori quando vengono a chiedere qualcosaper il figlio o manifestano altri problemi. Per i genitori abbiamo sempreprevisto, nel caso si dovesse fare un lavoro di sostegno e di aiuto specifico,di inviare ad un altro collega del gruppo, sempre con la solita tecnicadell'invio incrociato. In certi casi il lavoro può durare a lungo,anche per anni. 

 

12)A.G.: La cronaca dei giornali spesso riportacasi gravi di violenza nella scuola o amplifica fatti gravi come i suicidiper insuccesso scolastico. Al di là dell'enfasi con cui queste notizievengono presentate dai mass media, lei cosa può riferire in meritoalla sua esperienza diretta?

A.V.:L'enfasi cui lei fa cenno è un elemento da tenere sempre molto presente.L'ansia delle testate di fare notizia è un'altra caratteristicatra le meno positive del nostro tempo. A proposito di questo infatti, puravendo visto un numero di ragazzi e di bambini assai rilevante, non abbiamomai dovuto occuparci di casi di suicidio. 
Ciò non vuol dire che  non vi sia un problema al riguardo, ma si puòsolo ipotizzare che la questione non sia così rilevante, almenostatisticamente. Un discorso diverso, almeno in parte, bisognerebbe fareper i casi di maltrattamento, ma non mi pare però che la questionepossa essere presa per un verso, questo, che mi pare un po� semplicistico.Un insegnante che maltratta i suoi allievi non è un buon insegnantee vanno presi provvedimenti adeguati, che non è detto debbano esseresempre e solo di tipo disciplinare. Quello che mi sembra rilevante èinvece il fatto che per una serie di ragioni le nostre scuole, le medieinferiori più degli altri ordini di scuole, sopportano una speciedi onda di ritorno di molti sommovimenti sociali che incidono sul viverequotidiano degli individui e delle famiglie. Questa onda (penso al lavorofemminile, alla carenza di strutture, all'impostazione della scuola mediaancora pensata per dei bambini che hanno a casa ad attenderli della madricasalinghe ed altro ancora) ha difatti modificato nel vivo della carnela funzione dei primi due ordini di scuole. Gli, o, meglio le insegnanti- giacché il lavoro di insegnante è il più femminilizzatotra tutti, e questo non è, in assoluto, un bene - sono stati investitidi problemi di gestione di casi sociali e di vere e proprie psicopatologiein una trasformazione di fatto  del proprio lavoro e della propriafunzione. Questa trasformazione è stata assorbita con la sola scortadi un sociopsicologismo filisteo per il quale tutti e tutto sono rimettibiliin carreggiata per la sola virtù della comprensione e della colmaturadi una mitica e risibile carenza affettiva.

Leiha presente cosa può voler dire essere figlio di una famiglia incui la prevaricazione e la violenza sono pane quotidiano, e nella qualel'unico principio apprezzato e consolidato è quello della furbizia?Immagina che significhi l'essere mandato in una scuola in cui, se va bene,qualche anima candida ti dice che vuole sviluppare la tua creatività(?) rimossa (??) e se va male troverai invece qualcuno che pretende chetu impari la cavallina storna senza avere nemmeno la magra consolazionedi sapere che era la stessa cosa che, sempre senza capire il perché,hanno preteso che imparassero anche tuo padre e tuo nonno? Ma almeno loro,il padre e il nonno, avevano l'idea, non del tutto errata al tempo, checiò serviva per meritarsi un posto nella società (la promessaedipica). Ora questo non è più vero; e allora cosa c'èdi più frastornante che ritrovarsi ad essere così, in unposto così? Io sono assolutamente convinto, e nella nostra seppurepiccola esperienza lo abbiamo dimostrato, che molto si può fareda psicoanalisti, ma è anche vero che non tutto si può fare.Il degrado sociale, la perdita del significato di istituzioni e culture,non si affrontano con la psicoanalisi. Ecco credo, il vero senso del Donodell'Imperatore. Il tentare di governare la società evitando, almenoper ciò che è possibile, le derive che disseminano il terrenodi uomini e di donne umiliate nella loro concreta esistenza, non compete,se Dio vuole, agli psicologi. Chiedere alla psicologia e alla psicoanalisidi intervenire in un mondo alla Blade Runner può solleticare,e non ingiustamente, l'interesse e l'orgoglio clinico, ma, come èsuccesso per la chirurgia di guerra, più importante di trovare degliottimi medici in grado di riparare i corpi devastati, sarebbe di gran lungameglio che nessuno si permettesse mai di devastarli.
 

 

*Adriano Voltolin, psicoanalista, si è occupato di teoria psicoanaliticae del rapporto tra psicoanalisi e società. È direttore scientificodell'Istituto si Psicoterapia Psicoanalitica di Sesto San Giovanni (Milano).Ha collaborato con varie riviste scientifiche e culturali. È incorso di pubblicazione, per l'editore Franco Angeli di Milano, un suo lavorodedicato al simbolo e ai processi di simbolizzazione nella teoria e nellapratica psicoanalitica.

 

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