LA VERGOGNA: PERCORSI PSICOPATOLOGICI

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10 ottobre, 2012 - 13:24

1. Vergogna e follia

Quale posto occupa la vergogna in psicopatologia? Non si può rispondere a questa domanda senza tenere conto di due dati fondamentali.

1) Il primo è rappresentato dal fatto che in psicopatologia il variegato campo delle emozioni è stato tradizionalmente bipartito tra depressione ed elazione maniacale. Non appena si varcano i confini geografici della nostra cultura si è mesi di fronte alla natura convenzionale dei nostri schemi. Gli studi di etnopsichiatria hanno infatti mostrato come

"non appena si lascia l'occidente, la depressione melancolica non è più contrassegnata dalla colpa, né in Africa dove il malessere fisico e i sentimenti di persecuzione dominano (il male non è un male interiorizzato: manca l'idea di una responsabilità individuale che possa essere all'origine della sofferenza attuale del depresso: modifica DSM), né in Asia dove è prevalente la vergogna" (Tatossian, 1990)

Ed ancora, come scrive Evelyne Pewzner (1996), è stato possibile constatare come in Thailandia, ad esempio, il depresso esprima essenzialmente sentimenti d vergogna, mentre l'idea di una colpevolezza personale non appare mai.

Anche la psicoanalisi, da sempre attenta ai movimenti emotivi, ha trascurato a lungo la vergogna, a partire dall’ l'atto di nascita del setting psicoanalitico che viene costruito anche in funzione anti-vergogna: come scriveva Freud " non sopporto di essere fissato ogni giorno per più di otto ore".

Inoltre in psicoanalisi ogni affetto è stato costretto sotto il grande ed iperinclusivo ombrello dell'ansia. In questa chiave la vergogna è stata vista come quella forma di ansia che deriva dalla difficoltà a resistere ad una spinta esibizionistica. Inoltre Freud è caduto vittima di una vera e propria "ossessione per la colpa" (Goldberg,1985) a seguito della quale la vergogna è stata per molto tempo tenuta ai margini della riflessione psicoanalitica o prevalentemente ridotta al rango di formazione reattiva.

 

2) Il secondo dato è costituito dal fatto che la vergogna è stata perlopiù considerata come una emozione conseguente ad un grave disturbo mentale. In maniera riduttiva la vergogna è stata troppo spesso identificata con il sentimento di chi si rende conto di essere stato malato o folle. Il più importante libro scritto in questi ultimi anni sulla psicosi maniaco-depressiva (Goodwin,Jamison,1990) dedica alla vergogna soltanto un paragrafo nel quale si legge che le persone affette da malattia maniaco-depressiva provano spesso una vergogna e una umiliazione molto intense, ma sempre conseguenti al disturbo o alle condotte causate dal disturbo stesso. Ci si vergogna di essere stati folli, di avere delirato, di essersi comportati in maniera strana od eccessiva, di avere perso il controllo, di essere stati violenti, degli eccessi sessuali, di avere causato un disastro economico, di essere stati ricoverati in manicomio, e così via. Il paradigma di riferimento è rappresentato dalla vicenda di Aiace descritta nella tragedia di Sofocle. Ma Aiace non è soltanto colui che si uccide per la vergogna di essere caduto in preda alla follia. La follia di Aiace è preceduta da un evento che infligge una ferita profonda al suo narcisismo. Il fatto di non essere stato giudicato degno delle armi di Achille (assegnate invece ad Odisseo) spalanca sotto gli occhi dell'eroe il baratro che separa il suo Sé dal Sé ideale. E’ in quella occasione che si fa strada un sentimento di vergogna che fa da motore all’intera tragedia. In che misura allora la vergogna è un'esperienza del dopo-follia o non costituisce invece un punto nodale del percorso che conduce verso follia?

 

2. Le parole della vergogna

Dare un nome a qualcosa risponde all'esigenza di impedire la dispersione dei fenomeni osservati, legandoli provvisoriamente tra loro (Bion, 1963). Le parole costituiscono anche strumenti indispensabili per padroneggiare le esperienze, rendendo possibile allo stesso tempo dare un nome a cosa accade ed agire sulle esperienze stesse. Mettere in parole una esperienza è già un modo per trasformarla. Nel caso della vergogna, che cosa tiene insieme questa parola? Quali significati si collocano sotto il suo ombrello semantico? Verso quali aree della esperienza si estende la vergogna? La consultazione di un dizionario dei sinonimi può aiutare ad indagare i principali ambiti verso i quali si dilata la nozione di vergogna. Il bisogno di nascondersi, la qualità relazionale della vergogna (nel versante privato-protettivo o invece espositivo-accusatorio) e la sua qualità somatica e sessuale fanno da organizzatori dei principali gruppi di significati. Schematicamente si possono elencare:

a. L'area del turbamento, ritegno.

In questa estensione di significato la vergogna rimanda al trauma, ad un sommovimento interiore da celare, che non deve dare segno di sé all'esterno.

 

b. L'area della soggezione, timore, imbarazzo, pudore, modestia, riserbo, timidezza, verecondia.

In questa seconda estensione già traspare la qualità relazionale della vergogna ma nel suo versante protettivo o ego-poietico. La vergogna-pudore svolge infatti una importante funzione evolutiva, proteggendo la separatezza e la individualità del singolo. In questa accezione la vergogna è anche una emozione fondante la intersoggettività per cui - come ha scritto Kinston (1983) - "il prezzo della individuazione è la vergogna". Del resto Straus (1933) aveva distinto un aspetto esistentivo-proteggente (proprio della vergogna-pudore) da una vergogna-onta. Mentre la vergogna-pudore difende il Sé da una intrusione nella propria intimità, nella vergogna-onta il centro di gravità è spostato verso il mondo esterno ed acquista importanza il giudizio degli altri. Il Sé si tramuta in un dato di fatto, oggetto di una malevola osservazione e del giudizio altrui.

 

c. L'area dell'onta, disdoro, disonore, ignominia, macchia, vituperio, infamia.

Questa estensione mostra l'altra faccia del significato relazionale della vergogna. Un versante nient'affatto protettivo ma al contrario ostensivo, smascherante, accusatorio ed in nuce già paranoiacale (Ballerini, Rossi Monti,1990).

 

d. L'area del rossore

Una estensione del termine che fa riferimento al ruolo preminente del corpo nella vergogna, dove la superficie cutanea diventa il terreno sul quale dilaga il rossore, segno esteriore e visibile della vergogna;

 

e. L'area degli organi genitali, pudende (al plurale: le vergogne).

Un'altra estensione di carattere corporeo che riguarda però una parte del proprio corpo intima e da nascondere: "il chiaro Odisseo, dalla fitta selva spezzò con la mano robusta un ramo di foglie, affinché coprisse la vergogne di uomo intorno al corpo" (Odissea, VI libro).

 

3. Canali linguistici e paradosso della vergogna

Nonostante la ricchezza di termini e di sinonimi, nella nostra cultura non è facile reperire un canale espressivo linguistico per la vergogna. Ciò è in parte dovuto alla potente influenza che le caratteristiche del linguaggio esercitano sul modo nel quale mettiamo in forma i nostri affetti, ed il nostro linguaggio appare, per le sue caratteristiche convenzionali, più capace di dare voce alla colpa che non alla vergogna, un vissuto più magmatico, ineffabile e mal tematizzabile. Aldilà del linguaggio, altri elementi giocano un ruolo fondamentale nel rendere non agevole l'utilizzazione del canale linguistico per l'espressione della vergogna. Questa difficoltà si realizza in una duplice direzione: se da un lato è difficile mettere in parole la vergogna, dall'altro risulta difficile anche riconoscere ed ascoltare la vergogna.

Del resto la vergogna si trova al centro di un vero e proprio paradosso. Si tratta infatti di un sentimento che concerne la sfera della massima privatezza ed intimità di un individuo ma che allo stesso tempo ha una fondamentale componente relazionale-sociale (Semi,1990). In questo senso la vergogna si colloca all'acme di un cortocircuito che mette in contatto diretto una esperienza intrapsichica con una esperienza interpersonale, il polo narcisistico con il polo oggettuale di questo sentimento (Munari, La Scala,1995).

La difficoltà a trovare un canale linguistico espressivo per la vergogna può essere ricondotta ad almeno quattro fattori:

(i) al carattere aleatorio della vergogna.

La vergogna è un affetto instabile, aleatorio, volatile e quindi più difficile da cogliere rispetto alla tristezza o alla euforia. E' una emozione episodica, che difficilmente persiste e tende a convertirsi in un'altra emozione, come la colpa o la rabbia-furore (Lewis,1992). La vergogna è insomma un affetto nel quale non si può sostare a lungo, nel quale non si può abitare. Mentre la colpa è delimitata e focalizzata su specifiche azioni o omissioni (Meissner,1986; Tangney et al.,1992), la vergogna funziona più per accessi, in base alla legge del tutto o nulla, ed ha prevalentemente un carattere globale che riguarda la qualità del Sé.

Questa caratteristica rende difficile anche l'ascolto della vergogna, per la tendenza al viraggio verso altri affetti, sia nel vissuto di chi sperimenta questo sentimento, sia nella mente di chi ascolta. E’ per questo che nell'ascolto di un paziente capita spesso di ricondurre quasi inavvertitamente un'esperienza di vergogna al registro della colpa.

 

(ii) alla pregnanza visiva della vergogna.

La difficoltà a mettere la vergogna in parole deriva dal fatto che la vergogna è legata allo svelamento (quando la persona viene violata nella sua intimità contro la sua volontà) o allo smascheramento (quando la persona è vista per quello che è realmente: è questa una tipica angoscia del melanconico: era tutto falsità, inconsistenza, apparenza; era tutto una bugia, io sono in realtà così come appaio ora — smascherato, messo a nudo nella mia vera,vergognosa realtà). La vergogna è così strettamente legata a qualcosa che si rende percettivamente evidente, più come immagine visiva che non come pensiero: in altri termini è più ancorata a rappresentazioni di cosa che non a rappresentazioni di parola. Anzi, nella traduzione dal livello dell'immagine a quello della parola, l'esperienza della vergogna perde gran parte della sua intensità.

 

(iii) al carattere migratorio e corporeo della vergogna.

La vergogna tende facilmente a migrare, a compiere con grande disinvoltura il misterioso salto tra la mente e il corpo. Quando il corpo diventa il supporto della vergogna, il corpo diventa - a sua volta - un oggetto da nascondere. La mimica della vergogna consiste infatti in un ripiegamento su se stessi, in un'atteggiamento vergognoso che si accompagna al silenzio della parola: chinare il capo, curvarsi, abbassare gli occhi, etc. Di fronte alla vergogna si chiudono gli occhi (Fenichel,1946) compiendo un gesto di sapore magico per il quale chi non guarda immagina di non potere neppure essere visto. Del resto anche in quella tradizione filosofica che va da Hegel a Kierkegaard la vergogna è soprattutto vergogna del corpo. Nell'Estetica, ad esempio, Hegel (1836-1838) scriveva che "il pudore è l'inizio dell'ira contro qualcosa che non deve essere", alludendo al fatto che la parte corporea dell'uomo svolge soltanto funzioni di carattere animale;

 

(iv) alla ubiquitarietà della vergogna.

La vergogna è un affetto ubiquitario, poco riconducibile ad un contesto specifico. E' un po' come l'aria che respiriamo: se cominciamo a farvi caso si ritrova dappertutto (Nathanson,1987;Lewis,1992). Anche perchè la vergogna fa parte di una famiglia di emozioni, costituita da pudore, umiliazione, senso di inferiorità, mortificazione, imbarazzo. La difficoltà di un approccio alla vergogna dipende dal fatto - notava Max Scheler (1957) - che la vergogna fa parte del chiaroscuro della natura umana. La vergogna infatti fa parte della storia evolutiva di ciascuno di noi nel senso che la storia delle nostre imperfezioni (inscritta in noi a partire dal peccato originale) costituisce una sorta di archivio a cui la vergogna può liberamente attingere. In questo archivio un posto particolare lo occupano tutte le esperienze di carattere traumatico, nel corso delle quali il soggetto vive una esperienza di impotenza, si trova immerso in uno stato di assenza di risorse di fronte alla irruzione di stimoli troppo intensi per potere essere psichicamente elaborati (M.Baranger,W. Baranger,Mom, 1988)

Altre caratteristiche della vergogna sono costituite dal suo carattere ricorsivo (ci si vergogna di vergognarsi) e transitivo (ci si vergogna di avere fatto vergognare qualcuno) e dal suo carattere transpersonale (si prova vergogna per se stessi ma anche per chi appartiene all’entourage del proprio Sé) e transgenerazionale, per cui il filo rosso e il peso della vergogna può avvolgere e gravare su più generazioni (Pandolfi,2002).

La difficoltà a riconoscere, ascoltare e parlare della vergogna si è fatta sentire anche in ambito psicopatologico, ove, come abbiamo detto, l'area degli affetti è stata monopolizzata dalla depressione e dalla mania. Ma, pur partendo da una posizione di trascuratezza, la vergogna ha mostrato invece di disporsi in maniera tangenziale a gran parte della psicopatologia, passando al centro della attenzione in molti quadri psicopatologici. L'ascolto dello psicopatologo si è per parte sua affinato nel cogliere le tracce di questo riposto sentimento. I principali quadri clinici nei quali le esperienze di vergogna svolgono un ruolo importante possono essere schematicamente elencati come segue:

Fobia Sociale

Depressione

Dismorfofobia

Paranoia

Schizofrenia

Area dei disturbi narcisistici e borderline

Anoressia-Bulimia

Tossicodipendenza

Condotte suicidarie

 

4. Le ipotesi ex-post in psichiatria

Gli psichiatri sono tradizionalmente chiamati ad intervenire quando le cose sono già successe, quando un problema si è manifestato nella forma di un sintomo conclamato. L'impatto con il sintomo occupa quindi gran parte della attenzione e delle energie dello psichiatra, rischiando di oscurare il percorso che ha condotto al sintomo stesso. Rispetto all'area della vulnerabilità schizotropica o endotimica (Stanghellini,1997) lo psichiatra viene spesso chiamato in causa quando la vulnerabilità ha già dato luogo alla emergenza sintomatologica. Quanto più si fa ricorso ad un modello di carattere riduzionistico, tanto più sarà difficile tentare di percorrere a ritroso, con il paziente, il percorso che ha condotto alla manifestazione del sintomo. In questa condizione la psichiatria si trova costretta ad utilizzare perlopiù interpretazioni ed ipotesi ex-post, del tipo "se ora vedo questo, se assisto a questo fenomeno psicopatologico, posso pensare che si sia prima verificato un altro fenomeno tale da rendere possibile quello che ora vedo". E' per questo motivo che gli psichiatri hanno molto da imparare dagli storici e non soltanto dai fisico-chimici.

Lo psichiatra si trova in una condizione analoga a quella in cui lavorano gli storici o gli antropologi in quanto compare sulla scena "dopo il fatto": è chiamato ad intervenire sul disturbo come ultimo anello di una catena, a ricostruire percorsi che si sono spezzati o a ricostruire gli eventi a partire dalle orme che sono rimaste sul terreno. Il destino della coppia terapeutica sembra in sostanza quello di occuparsi di fenomeni che sono stati prima vissuti e soltanto in seguito, eventualmente e con grande fatica, compresi. Il sintomo che preso di per se stesso può apparire come imcomprensibile e "mostruoso", una volta ri-connesso alla storia, alle vicissitudini del mondo interno ed alla situazione vitale del soggetto non apparirà più così "mostruoso".

"Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene - scriveva Pirandello (1922) - potrà stimarla per sé stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla a quel mostro; e allora non sembrerà più tale, ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro".

Per questo motivo è necessario spostare la attenzione dalla vergogna come affetto alle vicissitudini della vergogna, in altre parole seguire le orme lasciate dalla vergogna. Più che la vergogna in se stessa, acquista importanza il dopo-vergogna, i modi in cui si tenta di elaborare, ri-trascrivere e narrare questa esperienza.

La vergogna tuttavia è un sentimento difficilmente elaborabile. Ha a che fare più con l'ordine dello scarto e dello scacco che con quello della trasgressione. Consiste in una constatazione dolorosa che riguarda il disvelamento di come si è. Se la colpa implica la categoria della riparazione, la vergogna è un sentimento che appare senza via d'uscita, che riguarda il come si è fatti e del quale si può essere soltanto testimoni. L'affiorare della vergogna svolge una importante funzione-segnale costituendo l'indicatore affettivo di una alterazione del senso della propria identità, di un offesa portata al proprio equilibrio narcisistico, di una percezione dello scarto fra Io e l'Ideale dell'Io. In particolare la vergogna, come ha messo bene in luce Amati Sas (1992), si inserirebbe nella dinamica della ambiguità, costituendo un segnale di allarme nei confronti del rischio di una regressione verso una condizione di ambiguità, intesa come uno stato di totale adattamento, duttilità, permeabilità, non-conflittualità, non differenziazione (Bleger,1967), le cui manifestazioni più radicali sono state descritte negli individui esposti a situazioni traumatiche estreme, come tortura e campi di concentramento.

 

5. La bussola della vergogna

La "bussola della vergogna", descritta da Nathanson (1996) e qui ulteriormente integrata, permette di orientarsi nei complessi percorsi di cui la vergogna è all'origine. Se collochiamo la vergogna al centro di uno schema ideale possiamo individuare almeno cinque modi per oltrepassare o comunque contenere la portata di questa esperienza

(a) Il primo modo è costituito dal ritiro, dalla limitazione della autoesposizione, dall'evitare di esporre i propri pensieri ed i propri sentimenti, confinandoli in una sfera intima e privata. Una elevata vulnerabilità narcisistica sostiene spesso questa tendenza al ritiro. Vengono in mente le personalità sensitive descritte da Kretschmer ed il delicato equilibrio tra aspetti astenici e stenici. Ma non si tratta necessariamente di un ritiro che è fuga, evitamento dei luoghi ove si è maggiormente esposti al rischio di questa sofferenza, ma può trattarsi anche di un disinvestimento affettivo nei confronti di chi potrebbe rinnovare questa ferita o di un tentativo di dissimulare dietro una apparente timidezza o pudore il rapporto di parentela che lega vergogna e idealizzazione, per cui chi è troppo suscettibile alla vergogna è spesso alle prese con un ideale dell’Io megalomanico e quindi sempre a rischio di essere smascherato (Pandolfi, 2002).

(b) Una seconda modalità consiste invece nell'attacco autodiretto: criticarsi implacabilmente per primi per mettersi al riparo dalla vergogna derivante dalla critica altrui, cercando così di esorcizzare questo pericolo nella relazione. Un aspetto costitutivo della vergogna consiste infatti nell'essere esposti allo sguardo di un altro che espropria della soggettività e riduce colui che è osservato ad oggetto di spettacolo (Sartre,1943). Infliggere attivamente e in anticipo a sé stessi quello che si teme l'altro infligga a noi evita che la vergogna si trasformi in onta. Attraverso una misura radicale e preventiva si sgombra così il campo dalla possibilità di una ferita narcisistica, riconducendola invece sotto il proprio controllo, recuperandone la dimensione attiva piuttosto che viverne la dimensione passivo-insufficiente. E' per questa strada che, come si dice, ne ammazza più la vergogna che la colpa, là dove molti suicidi nel corso di depressione hanno più a che vedere con la insopportabilità della vergogna che non con la colpa. In questo modo l'esperienza stessa della ferita narcisistica diventa un'esperienza della quale può essere assunto in qualche misura il controllo, riconducendola nel raggio d'azione del Sé, in modo che invece di essere vissuta come imposta dall'esterno possa essere posseduta ed entrare a far parte della propria esperienza.

(c) Una terza modalità di far fronte alla vergogna è quella basata sull'evitamento-disconoscimento. Accantonare o ignorare tutto ciò che sminuisce la propria immagine di sé costituisce un modo per mantenere una elevata coesione del Sé. Le strategie comportamentali sostenute dal desiderio di raggiungere la perfezione rappresentano molto spesso modi per mantenersi al di sopra di ogni critica, rendendosi invulnerabili alla vergogna. Per altri versi uno stato di euforia, magari sostenuto dall'uso di sostanze euforizzanti, costituisce un efficace antidoto alla vergogna, che è - come è noto - solubile in alcool.

(d) La quarta modalità di reagire alla vergogna è basata sulla misura dell'attacco eterodiretto. Di fronte a situazioni pericolose, capaci di innescare sentimenti di vergogna, la vulnerabilità a questa emozione può esprimersi attraverso la misura estrema dell'infliggere attivamente (e spesso in anticipo) agli altri quelle ferite narcisistiche che il soggetto teme di ricevere egli stesso. Questo aspetto ha a che vedere con la trasmissione intergenerazionale delle vicende legate all'area traumatica, là dove un soggetto che ha vissuto esperienze fortemente traumatizzanti della propria integrità può tentare di assumerne il controllo replicandole in forma ribaltata sugli altri per diventare spettatore della loro sofferenza e della loro vergogna. Sulla base del rivolgimento in attivo di un'esperienza passiva, viene attribuita agli altri la causa di un proprio fallimento. Alla luce del principio della trasformazione in attivo di una esperienza passiva (G.Klein,1976) anche il rapporto tra colpa e vergogna può configurarsi in modo più complesso.

 

6. Il complicato rapporto tra colpa e vergogna

Un ultimo cenno merita il rapporto tra colpa e vergogna che è stato tradizionalmente incardinato su una serie di differenze.

-La colpa appartiene all'ordine della trasgressione, la vergogna appartiene all'ordine dello scacco: se la colpa è un trasgredire, la vergogna è un non essere all'altezza, esporre un difetto del Sé incompatibile con la propria immagine ideale. I contenuti intorno ai quali si agglutina l'esperienza di vergogna sono rappresentati dalla triade "debolezza, difettualità e sporcizia" (Wurmser,1981) della quale si possono tracciare parecchi derivati riferibili a mancanza di controllo o a una deformità oppure a un tradimento nei confronti delle aspettative del contesto sociale. In sostanza una persona per vergognarsi deve avere mostrato se stessa come debole o carente.

-Dal punto di vista strutturale, la colpa inerisce al Super-Io, la vergogna all' Ideale dell'Io.

-La colpa è un'esperienza circoscritta, focalizzata su specifiche azioni (o omissioni) e sulle loro specifiche conseguenze; la vergogna investe invece il Sé nella sua totalità. Mentre la colpa può essere in qualche modo circoscritta a una parte della persona, limitata anche a una o a poche azioni (o omissioni) ed è sempre possibile che il resto della persona la elabori nel pentimento o nella conversione, la vergogna è un affetto globale, più pervasivo dal quale la persona può distanziarsi solamente apres-coup ma non nel mentre lo vive.

-La vergogna è una emozione ricorsiva che si nutre di se stessa, facilmente contagiosa e che può addirittura estendersi in senso trans-generazionale all'interno dei gruppo familiari. Mentre nessuno si sente in colpa di provare sentimenti di colpa, ci si vergogna del provare (e soprattutto di mostrare) vergogna.

-Dal punto di vista temporale, mentre i sentimenti di colpa possono avere un prolungatissimo decorso che testimonia di una loro elaborazione o superamento, la vergogna funziona più per "accessi". In questo senso è presente come affetto totalizzante che sommerge l'intera persona e dilaga nel corpo oppure va incontro a eclissi, viene espulsa o ribaltata in altri sentimenti, come ad esempio la rabbia.

-Infine, mentre la colpa concede la possibilità della riparazione o del pentimento-espiazione, la vergogna è un fatto concreto, una constatazione.

Tradizionalmente colpa e vergogna sono state viste in rapporto di reciproca opposizione. Se molte di queste differenze restano valide ed utili nella ricognizione clinica, tuttavia è altrettanto utile non considerare colpa e vergogna soltanto come emozioni antitetiche, come stati emotivi complessi mutuamente escludentisi. Non si tratta tanto di ribaltare un paradigma conoscitivo dominato dalla colpa in un paradigma dominato dalla vergogna, quanto piuttosto di tenere conto delle sequenze e delle modalità nelle quali colpa e vergogna possono articolarsi.

Una acuta osservazione freudiana intorno alla spudoratezza o impudicizia del melancolico mostra, ad esempio, come una analisi della articolazione fra vergogna e colpa possa aprire nuove prospettive nella comprensione dei deliri di colpa melancolici. Freud (1915) era stato colpito dal fatto che il melancolico non si comporta fino in fondo, in tutto e per tutto, come un individuo tormentato dai rimorsi e dalle autoaccuse, che si vergogna dei suoi misfatti (presunti) di fronte agli altri. Al contrario, il melanconico appare assolutamente privo di ritegno nel rivolgersi tremende accuse, anzi "si potrebbe quasi mettere in rilievo nel melancolico la caratteristica opposta di un assillante bisogno di comunicare, che trova soddisfacimento nel mettere a nudo il proprio Io". In questo senso nel delirio di colpa melancolico la colpa potrebbe addirittura configurarsi come un tentativo di riprendere potere sulla mancanza di potere della vergogna, sulla umiliazione conseguente ad una perdita (reale o fantasmatica; di un oggetto reale o introiettato) sentita come un ingiusto abbandono, una offesa, una umiliazione. Attribuirsi senza ritegno tutte le colpe del mondo è già un modo per ribaltare l'impotenza e l'umiliazione derivanti da una perdita, vissuta passivamente, nel frutto di una propria azione colpevole. Se la vergogna è una condizione di sottomissione, di passività, di assenza di potere, nella colpa il Sé riconquista e mantiene una posizione di attività - se non di grandiosa attività: io sono colpevole di tutti i mali del mondo (Gilbert,1992).

 

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