STRESS, ANSIA E TRAINING AUTOGENO

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6 febbraio, 2013 - 13:54

Una delle cose che più ci impegna nelle attività della nostra quotidianità è lo stress, che a sua volta procura, anche se non da solo, ansia, con le conseguenti situazioni di disagio che ne derivano e che possono assumere vere e proprie connotazioni di malattia o di disturbo. E’ altrettanto vero che l’ansia, che ha le sue radici nei conflitti dell’inconscio, a sua volta, procura una grande quantità di stress, e così il circolo diventa vizioso, e le due cose si influenzano e si rafforzano reciprocamente.

L'ansia è un particolare stato psicologico, caratterizzato da una sintomatologia somatica e da una percezione della realtà tale da vivere in una costante aspettativa di qualche evento negativo, spesso scollegato da un reale motivo contingente. Tale condizione è così frequente che tutti gli esseri umani, prima o poi, la sperimentano e la sensazione che l’accompagna è quella di incapacità e di inadeguatezza delle proprie risorse rispetto a ciò che ci si accinge a vivere in un dato momento. Altre volte l'aspettativa è di un danno non ben definito, senza alcuna premessa oggettiva: l'individuo avverte lo stato di disagio ansioso senza che in realtà ci sia un motivo per cui debba avvertirlo.

A queste sensazioni di difficoltà psicologica si  accompagna  spesso una situazione di disagio fisico, caratterizzato da tutta una serie di sintomi a carico dei vari organi o apparati, come cefalea, vertigini, sensazioni di mancamento, rigidità muscolare, tremori, tachicardia, dispnea, sudorazione, secchezza delle fauci, disturbi urinari, disturbi intestinali (diarrea, disfagia, inappetenza, difficoltà a digerire), disturbi visivi, ronzio alle orecchie, insonnia, ecc.... Quando l'ansia è vissuta con una intensità eccessiva viene definita angoscia.

Tuttavia, ci sono situazioni in cui è possibile considerare l'ansia come normale e non patologica. E' risaputo che un modesto livello di ansia aiuta a migliorare le nostre prestazioni e a rispondere in maniera più adeguata ai compiti che nella vita quotidiana dobbiamo portare a termine. Immaginiamo un esame scolastico: la nostra risposta sarà migliore se proveremo un livello tollerabile di ansia, ma se questa sale al punto di oltrepassare il personale livello di sopportabilità, allora il rendimento tenderà a peggiorare fino all'incapacità di azione.

Da un punto di vista clinico l'ansia si manifesta con diverse modalità. Essa può essere la reazione a un evento di vita particolarmente stressante o può assumere delle specifiche connotazioni in funzione della sintomatologia prevalente. Tra le varie forme di disturbo d'ansia, seguendo le indicazioni dei classificatori diagnostici, distinguiamo:

- Il Disturbo d'Ansia Generalizzato (DAG) caratterizzato da ansia diffusa e persistente e che si manifesta con apprensione immotivata, irrequietezza, incapacità a rilassarsi, ecc...

- Il Disturbo dell'Adattamento con Ansia che ha caratteristiche simili al DAG e che viene messo in relazione con qualche particolare e persistente condizione di vita (ad es. trasferimento in altra città, cambio di posto di lavoro, ecc.)

- Il Disturbo da Attacco di Panico (DAP) in cui ci si sente improvvisamente sopraffatti dall'ansia che è accompagnata da una serie di sintomi fisici quali tachicardia, sudorazione, sensazione di svenimento, disturbi gastrici, ecc.. e da una immotivata paura di morire o di impazzire che spinge l'individuo a fuggire lontano dal luogo in cui la crisi di panico si manifesta.

L'ansia inoltre si accompagna, come sintomo, a tutte le malattie psichiatriche quali le varie forme di nevrosi, la schizofrenia, i disturbi depressivi, le demenze, le dipendenze da alcool o da altre sostanze stupefacenti (anche se queste ultime non possono, di fatto, essere considerate malattie psichiatriche).

La cura dell'ansia può essere farmacologica o psicologica. La terapia farmacologica si basa sull'uso di farmaci comunemente definiti ansiolitici o tranquillanti che talvolta sono associati ad altre classi di farmaci come gli antidepressivi. Essi devono essere prescritti dal medico o dallo specialista dopo che è stata fatta una valutazione diagnostica accurata.

La terapia psicologica, qualunque sia l'orientamento teorico utilizzato, si assume il compito di riorganizzare la struttura della personalità al fine di renderla più forte e quindi più in grado di far fronte agli eventi della vita. Nella terapia dell'ansia si sono rilevate molto utili anche le tecniche di rilassamento come il Training Autogeno di Schultz, il rilassamento progressivo di Jacobson, il Biofeedback, ecc...

Il termine stress, in uso sin dal XVII secolo, veniva usato in ingegneria e sottolineava lo stato di tensione a cui veniva sottoposto un metallo. Tuttavia in altri campi della scienza si era sottolineata la relazione tra eventi di una certa importanza emozionale e alcune reazioni somatiche.

W. Harvey, agli inizi del 1600, aveva messo in risalto il rapporto tra l’esperienza della paura, dell’attesa e del dolore e uno squilibrio di tipo psicosomatico che danneggia essenzialmente il cuore. Alla fine del XIX secolo Darwin nel libro "L’espressione delle emozioni nell’uomo e nell’animale" descriveva le reazioni somatiche, tanto degli uomini che degli animali, alle esperienze emozionali. Ma fu nel XX secolo che il termine venne usato nel linguaggio scientifico medico da Cannon il quale ha introdotto il concetto di "reazione di allarme" intesa come una risposta immediata di tipo neuro-endocrino a uno stimolo stressante. Più tardi egli introdusse anche il concetto di "livello critico dello stress" inteso come il massimo livello di stimolazione che un organismo può tollerare prima di rispondere ad esso in maniera abnorme.

Nel 1936 Selye, che stava cercando di isolare un nuovo ormone sessuale, si rese conto che gli animali a cui venivano iniettati estratti di tessuti non purificati reagivano con una sindrome caratterizzata da ipertrofia delle ghiandole surrenali, atrofia delle ghiandole linfatiche e del timo e sviluppo di ulcere gastriche. Negli studi successivi Selye scoprì che la stessa sindrome si verificava anche in conseguenza di una notevole serie di stimolazioni stressanti che avevano caratteristiche diverse e definì questo quadro clinico Sindrome Generale di Adattamento (General Adaptation Syndrome). Dopo una serie di studi che durò più di vent’anni Selye definì lo stress come una risposta non specifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso. Esso, secondo Selye, tende ad essere caratterizzato dallo stesso tipo di risposta a stimolazioni diverse che possono essere di natura fisica, sociale o psicologica e rappresenta una reazione di adattamento che solo in tempi successivi può diventare patogena. La Sindrome Generale di Adattamento, secondo Selye, è organizzata in tre fasi successive:

  1. Reazione d’allarme in cui si attivano le difese biochimiche dell’organismo a livello dell’asse ipofisi-cortico-surrene
  2. Resistenza in cui si fa fronte alla situazione continuando a produrre, sul versante biochimico, sostanze ormonali
  3. Esaurimento che si ha quando l’organismo non ce la fa più; la corteccia del surrene allora entra in una fase di esaurimento funzionale e vengono sviluppate patologie irreversibili e, nei casi estremi, la morte.

Vengono quindi poste le premesse perché si cominci a pensare in termini di rapporto tra stress e malattia fisica. Ciò che appare interessante e che sembra essere in contrasto con quello che fin qui si è detto è che lo stress, secondo Selye è inevitabile e perfino funzionale alla vita. Senza stress l’individuo andrebbe incontro perfino alla morte. Tutto sta nel riuscire a trovare delle modalità, che sono del tutto individuali, per affrontarlo nel modo migliore possibile evitando che si trasformi in una esperienza devastante. A tale proposito ci sono studi che dimostrano come moderati livelli di ansia e di stress migliorano le prestazioni e la qualità della vita. Superata la soglia di tollerabilità l’ansia fa scadere le prestazioni fino a che l’individuo risulta impossibilitato a reagire con una reazione adattiva. In psicofisiologia tale fenomeno viene definito arousal che significa appunto attivazione. Negli anni sessanta J. Mason ha potuto dimostrare che la reazione ipofisi-cortico-surrene non viene attivata direttamente dagli eventi stressanti (stressors) ma dalle reazioni emozionali che ne conseguono. L’individuo quindi interpreta le situazioni stressanti come una minaccia per la propria integrità e per la propria sopravvivenza e in risposta attiva una produzione multiormonale che ha come scopo un miglior adattamento metabolico.

L’idea della scarica multiormonale deriva dal fatto che non è solo l’asse ipofisi-cortico-surrene ad essere interessato nella risposta agli stressors, ma tutti gli altri assi principali (ipotalamo-midollo surrene, ipotalamo-ipofisi-tiroide, ipotalamo-ipofisi-GH, ipotalamo-ipofisi-gonadi).

Infine R. Lazarus studiando il problema dello stress soprattutto sul versante psicologico, ha scoperto che individui diversi danno agli stessi stimoli stressanti risposte diverse. Ciò dimostrerebbe che l’attivazione neuro-endocrina viene preceduta da una elaborazione a livello del S.N.C. attraverso una serie di processi cognitivi. Sotto il profilo fisiologico lo stress sembra interferire con il sistema neuro-endocrino, il sistema neurovegetativo e il sistema immunitario. Dal punto di vista clinico, invece, possiamo ritrovare problematiche patogene a carico del sistema cardiovascolare, del sistema gastro-intestinale, dell’apparato respiratorio e dell’apparato cutaneo. Interessanti risultano le scoperte del coinvolgimento del sistema immunitario poiché illuminano sulla possibilità che alcune malattie auto-immuni e tumorali possano trovare origine nello stress.

A ciò si aggiungono le conseguenze che lo stress ha sull’apparato psichico il quale, da un punto di vista clinico, può facilitare l’insorgere di disturbi depressivi o in genere del tono dell’umore, disturbi d’ansia, reazioni psicotiche di tipo schizofreniforme, disturbi della sfera sessuale, disturbi del ritmo sonno-veglia, emicranie e cefalee.

L’esperienza clinica controllata ha dimostrato, attraverso studi effettuati in più parti del mondo, la validità del Training Autogeno (TA) nel controllo dell’ansia, dello stress e di molti disturbi che hanno carattere psicosomatico (Sutera, 2002).

Il TA è una tecnica di rilassamento, ideata da J. H. Schultz, la quale permette di recuperare tranquillità interiore e le risorse per far fronte allo stress. Per le sue caratteristiche specifiche però il TA si configura come una vera e propria psicoterapia a partenza mentale (Peresson, 1985) in grado di far fronte a problematiche specifiche quali ansia, disturbi psicosomatici e manifestazioni nevrotiche di vario tipo, soprattutto quelle che presentano uno stretto rapporto con reazioni di tipo somatico, ma anche, come coadiuvante nella gestione di alcune malattie fisiche o di alcune condizioni biologiche generali. Esso si basa sull’apprendimento di sei esercizi standard (pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare e fronte fresca) preceduti da uno di preparazione definitopredisposizione alla calma. Vediamo ora in che modo, da un punto di vista neuro-fisiologico esso influenza positivamente l’organismo.

Il TA produce una risposta trofotropica che consiste in una risposta a livello dell’ipotalamo il quale riduce l’attività neurovegetativa e aumenta il tono parasimpatico. Il termine trofotropico deriva dall’unione dei due termini trofo e tropico e sta ad indicare, in biologia, il fenomeno per cui un organismo si sviluppa attraverso la sua nutrizione. In questo contesto esso indica la capacità dell’organismo di regolare, aumentandone l’intensità o inibendola, alcune funzioni viscerali.

La risposta trofotropica può essere indotta sia stimolando i centri ipotalamici sia riducendo gli stimoli propriocettivi che giungono dalla periferia del corpo all’ipotalamo. Il sistema muscolo-scheletrico contribuisce più che ogni altro sistema all’invio di stimoli verso le formazioni ipotalamiche, cosicché riducendo il tono muscolare si riduce anche l’attivazione ipotalamica. Sul piano vegetativo la risposta trofotropica riduce la frequenza cardiaca e respiratoria, il tono muscolare, la pressione arteriosa e la secrezione delle ghiandole sudoripare mentre aumenta le funzioni motorie e la secrezione di sostanze gastriche nonché la secrezione di insulina. Lo stato di rilassamento che viene a crearsi in conseguenza di un adeguato allenamento e che parte dalla periferia, cioè dai muscoli, piuttosto che dalle aree centrali, corrisponde ad una risposta integrata ipotalamica con l’effetto di scaricare le tensioni in eccesso dovute all’ansia e allo stress e di recuperare un discreto benessere psicofisico.

Diversi studi sono stati fatti per verificare la maggiore o minore efficacia delle tecniche di rilassamento e tutte hanno mostrato, più o meno alla stessa maniera, di essere efficaci. Lo stesso vale per il Training Autogeno che si è dimostrato efficace per una grande varietà di disturbi psicosomatici relativi all’apparato respiratorio, al sistema digerente, al sistema cardiovascolare e al sistema endocrino. Il Training Autogeno ha rivelato la sua efficacia anche per il controllo degli stati ansiosi e per affrontare meglio la quotidianità della vita indipendentemente dalla presenza o meno di eventuali patologie.

 

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PANCHERI P. - Lo stress. In Pancheri P. (a cura di) - Trattato di Medicina Psicosomatica. USES, Firenze, 1984.

PERESSON L. - Studi sul Training Autogeno e altri saggi. Piovan Ed. - Abano Terme, 1979.

PERESSON L. - Trattato di Psicoterapia Autogena. Vol II°. Piovan Ed. - Abano Terme, 1985.

SCHULTZ J. H. - Il Training Autogeno. Vol I° - Gli esercizi inferiori. Feltrinelli Ed. - Milano 1990.

SUTERA R. — Disturbo da Attacco di Panico e Disturbi della Personalità. Psichiatria Oggi — 2001, XIV, 1 — 38-41.

SUTERA R. — Il Training Autogeno. La Goliardica Pavese, PV, 2002.

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