Imene

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6 ottobre, 2012 - 15:15

NOTA INTRODUTTIVA

Perché vi propongo imene come figura inaugurale del lavoro che insieme ci siamo proposte , un lavoro che annoda la questione del femminile e la questione del sessuale? E come vi propongo imene, questo nome che non si sa come articolare?
Ve lo propongo come metafora : dispositivo di chiusura-apertura, infatti, imene si offre alla ricerca sul desiderio femminile come modello possibile di un suo dispositivo di sessualità e insieme come un ignoto che la psicoanalisi ha rimosso e liquidato, rubricandolo, come “resto”, sotto il titolo di una `verginità' inesorabilmente destinata alla perdita, interessata, essa, la psicoanalisi, sembrerebbe, a seguire più le derive del biologico che quelle del senso 

Su imene, dunque, su questo dispositivo di chiusura- apertura ignorato nei suoi effetti di senso dal discorso analitico, una prima considerazione si impone ed è una considerazione di metodo: se l'invisibile e l'indicibile sono gli attributi che le donne psicoanaliste hanno incontrato nella teoria per quanto riguarda il loro sesso e il loro desiderio e se cìò che è umbratile, nascosto è comunque e sempre il luogo d'elezione dello sguardo analitico, quello che attira e calamita un lavoro sempre ai limiti del visionario, imene è chiamato oggi in causa come quel velo sottile che ancora avvolge di sé una teoria illusa di averne lacerato una volta per tutte l'enigmatica presenza. Il corpo pulsionale femminile reca con sé nella sua doppia accezione di inquietante presenza di carne e di intemporale presenza di traccia questo velo, come originaria marca della differenza. 
Di ciò che ci si presenta come un “di più” del corpo femminile, l'imene, e della sua enigmatica ed eccedente figura, luogo di una semiosi originaria che organizza il corpo-testo secondo iscrizioni segrete, celate nelle proprie pieghe, le donne però poco parlano. Sia nel loro racconto di pazienti, sia nella loro ricerca di analiste, preferiscono parlare del seno, questo visibile a fronte di quell'invisibile che l'imene di fatto è. 
La teoria, nel suo après-coup , d'altro canto , risignifica dell'imene solo il `sema' dell'aggressività . Su tutto il resto, silenzio.
I manuali d'informazione divulgativa recitano che “l'imene non ha alcuna funzione biologica nota”. Ricaviamo qui, da questa vulgata, che però ci restituisce l'assetto della rappresentazione dell'imene all'interno della `rappresentazione comune', un suo paradosso: come il fumo, come il dono, imene si dispone in un al di là del piacere `positivo', utile alla vita, alla crescita e alla riproduzione.. Non `serve' a niente disponendosi dalla parte di un godimento paradossale che si svincola da qualsiasi valore d'uso e lo eccede.
Al di là della biologia, dunque, l'imene “che non serve a niente” sembrerebbe sfidare con la sua presenza “il destino” rappresentazionale che il corpo femminile ha subìto nel discorso psicoanalitico.
Imene che sta `tra', tra il dentro e il fuori, a segnare un godimento che prende su di sé le figure dell'assolutamente chiuso e dell'assolutamente disposto all'aperto senza che né l'una né l'altra figura esauriscano la questione del suo paradosso., imene che si sottrarae alla logica del profitto, ci mette alle strette, ci costringe, noi analiste, a confrontarci con un apparato teorico dove sia lo strumentario archeologico che ri-costruisce, sia quello che valendosi del transfert co-struisce, mostrano la propria insufficenza a cogliere quel testo indecifrabile che è il corpo pulsionale femminile che su imene si appoggia. Per cogliere questo testo indecifrabile che è il desiderio femminile allo stato attuale della/delle teorie, è necessario perciò ricorrere all'aiuto della `strega' ed al suo sguardo che non svela, se la metapsicologia, per dichiarazione stessa di Freud che ha inventato la sua, è un fantasieren.
Questa attitudine al fantasieren è quella che è stata chiamata in causa e viene chiamata in causa ogni volta che, in psicoanalisi, si tenta di articolare un pensiero della differenza al di là della psicologia (meta-psicologico), ogni volta che si cerca di restituire al corpo femminile lo scandalo del suo `fare senso' in quanto sessuato, ma irriducibile al suo `genere' e al generare.
Ma è anche, questa attitudine al fantasieren, quella che inevitabilmente dà luogo a vaste zone d'ombra, costruendosi su un percorso ana-logico e non logico e gioco forza intrecciandosi in registri diversi.
Queste zone d'ombra sono però, proprio in virtù di questi intrecci, quelle più adatte a mantenere la ricerca all'interno del campo che le compete: l'aletheia, ciò che è velato. Troppa luce, ovvero un troppo di coerenza sistemica, rischiano di strappare il velo. Con il gesto sistemico aletheia può scomparire per non ritornare.
Ma , ciononostante, la zona d'ombra del desiderio femminile permane e la incontriamo in psicoanalisi, là dove è fattivamente ed effettivamente all'opera la `differenza', in un pensiero e in una pratica che inseguono faticosamente un “al di là “, un `oltre' la psicologia, questo muro di Berlino che oggi più che mai sembra sbarrare la ricerca. 
Invitante, questa zona d'ombra che il corpo desiderante femminile manda alla teoria come unico segno ( o segnale?) della sua presenza, ci sollecita, dopo la troppa luce che inonda le “scuole di pensiero”, .a cercare senza fretta, al di là delle figure ormai classiche che affastellano i defilés del desiderio e della mancanza nell'ossessivo discorso delle `scuole', un luogo psicoanalitico dove una donna “sia”.
Un luogo che impone alla scrittura le stesse cadenze e gli stessi modi che percorrono l'esistenza femminile: non “io è un altro” , ma “fra -io e un'altra”. 
Per questo vi propongo imene.

La psicoanalisi è quella luce che, accesa all'improvviso nel buio, non fa altro che farci vedere quanto siano profonde le tenebre.
Così accade anche per l'imene, quando lo/la sottoponiamo al suo metodo. 
Hymèn, dice Aristotele, indica una pellicola, la sottile membrana che avvolge certi organi del corpo, per esempio il cuore e gli intestini. E' anche la cartilagine di certi pesci, l'ala di certi insetti, la membrana delle zampe di certi uccelli, il rivestimento che avvolge il seme o il grano delle piante.
Hymne (inno) è l'anagramma, forse fortuito, di hymen.
Secondo Curtius, hymnos è della stessa radice di hyphao, tessere e hyphos, tessuto.
Benveniste ci dice che agli albori della scrittura la maggior parte delle parole che servono a indicare una composizione poetica sono prese a prestito dall'arte del tessere. L'opera poetica è chiamata, al suo sorgere in un tempo per noi ormai immemoriale, con lo stesso nome che indica ciò che avvolge e ciò che protegge, con lo stesso nome che indica un tessuto e una trama:hymènhymne
La semantica profonda di questo avvolgimento che l'imene sta a dire e la sua polisemia rimandano a una tramatura del corpo femminile che la psicoanalisi non ci ha aiutato a incontrare. Il suo senso piuttosto lo cogliamo altrove là dove la scrittura non rifiuta il debito che essa intrattiene con questo velo originario, con questa tramatura a doppia faccia che lega insieme in uno il dentro e il fuori della rappresentazione, come accade, per esempio, in Mimique di Mallarmé.
Questo testo in cui
in un imene (donde procede il Sogno) vizioso ma sacro, fra il desiderio e il compimento, la perpretazione e il suo ricordo :qui sopravanzando, là rammemorando, al futuro e al passato, in un'apparenza falsa di presente”, troviamo i percosi diversi, i tempi diversi dell'imene e i suoi diversi spazi. Esso ci apre alla possibilità di cominciare ad esplorarne la logica che non può essere che `logica della differenza', quella logica esibita dalla parola stessa différence/différance: pur essendo sempre la stessa, infatti, essa varia in forza di un suono, quando sia una o una la vocale a risuonare `tra' le sue consonati. 
Nel testo di Mallarmé difatti l'imene, come luogo di incrocio dei differenti, confusione del coito, matrimonio, si confonde con l'imene come schermo protettore, parete vaginale, velo finissimo e invisibile che, davanti all'utero sta `tra' il dentro e il fuori della donna, di conseguenza tra il desiderio e il compimento.
Potremmo così dire che l'imene, con la sua logica del `tra' che Mallarmé ci restituisce, marca l'enigma della rappresentazione del desiderio femminile e può dunque essere assunto come figura dell'enigma, per la psicoanalisi, del corpo-testo femminile. Sappiamo infatti che l'enigma della sua rappresentazione per la psicoanalisi sta in questo: essa istituisce il suo rappresentato, ma al tempo stesso richiede di pensarlo fuori di sè, su un asse semantico che rimanda ad un altro corpo di desiderio. E' forse , mi chiedo allora, lo specifico essere `fuori posto' del femminile e del suo desiderio nel discorso psicoanalitico che fa dell'imene, giocoforza, un luogo semantico eccezionalmente resistente per questo discorso, tanto che testi come II tabù della verginità (Freud I917), lo forzano e lacerano nel tentativo di esplorarlo, ma non lo svelano ? 
O è l'imene addirittura un “fuori luogo” rispetto al linguaggio? 
Incontriamo all'ingresso del luogo più segreto del femminile, la vagina, difatti, questo dispositivo semantico sconcertante: l'imene, nome maschile (Mene o Imeneè un antico dio del matrimonio) come nome apposto al velo del sesso femminile, secondo velo di ciò che è già di per sé velato. 
Di questo dispositivo, che con la parola poetica condivide l'altissimo tasso di ambiguità, senza saperlo la psicoanalisi - Freud per primo - si è valsa per introdurre, mi si perdoni l'immagine forse eccessivamente corporea, la verità di un sesso, il maschile, dentro un'altra verità, quella del sesso femminile, mandandone in pezzi il velo e, per così dire, otturandola.
L'imene è infatti, come ci suggerisce Mallarmé in Mimique, radicalmente fuori dalla relazione oppositiva fallico -castrato. 
Di ciò che Mallarmé ci presenta come “un di più” del corpo femminile, l'imene, e della sua enigmatica ed eccedente figura, luogo di una semiosi originaria che organizza il corpo- testo secondo iscrizioni segrete, celate nelle proprie pieghe, le donne però poco parlano. Sia nel loro racconto di pazienti, sia nella loro ricerca di analiste, preferiscono parlare del seno, questo visibile a fronte di quell'invisibile che l'imene di fatto è. 
Non solo invisibile, ma fragile, lacerabile segno di un `prima' che si colloca ai bordi del `genitale', l'imene in senso stretto e in senso lato allude a un godimento che non appartiene a quel tempo che le teorie dello sviluppo, in psicoanalisi, chiamano `genitale'. Allude a un `prima' inesplorato e ne marca il.primo paradosso logico. Paradosso che si può formulare così: nonostante la sua collocazione topica pertenga al genitale femminile, l'imene, come figura, si colloca nella storia soggettiva in un tempo che non può che essere pregenitale, nel senso forte in cui la psicoanalisi usa questo termine. Mantenendo, ciò nonostante, il suo pieno diritto di appartenenza al genitale, di cui però, come recitano i manuali l'imene “ostruisce” l'accesso, ecco che diversi tempi (pregenitale e genitale), ma anche diverse topiche (dentro-fuori) diverse “energetiche “ (ostruzione-penetrazione) vengono a intersecarsi e a formare la tramatura simbolica di questo velo e interrogano la temporalità psicoanalitica. L'après-coup della teoria difatti risignifica dell'imene, come traccia, solo il `sema' dell'aggressività . Su tutto il resto, silenzio.
Sempre i manuali recitano ancora che “l'imene non ha alcuna funzione biologica nota”. Ricaviamo qui, da questa vulgata, che però ci restituisce l'assetto della rappresentazione dell'imene all'interno della `rappresentazione comune', il suo secondo paradosso:come il fumo, come il dono, essa si dispone in un al di là del piacere `positivo', utile alla vita, alla crescita e alla riproduzione. Non `serve' a niente . 
Fumo perché è un piacere inutile” diceva Oscar Wilde. Sappiamo il desiderio di dépense che sottende il dono, la sua condizione paradossale e aporetica nella lingua (in cui la parola `dono' è originariamente attraversata da un'ambivalenza semantica che fa sì che donare-prendere, a seconda degli operatori sintattici, si `invaginino' l'uno nell'altro.). L'imene, schermo ineludibile da cui ha inizio l'opera, il suo essere lì come il `prima' della messa in opera separando e unendo insieme il desiderio e il compimento, come il fumo, come il dono, sta dalla dalla parte di un godimento paradossale che si svincola da qualsiasi valore d'uso e lo eccede.
Al di là della biologia dunque, l'imene “che non serve a niente” sembrerebbe sfidare con la sua presenza il destino rappresentazionale che il corpo femminile ha subìto nel discorso psicoanalitico che ce lo ha restituito esclusivamente a volta a volta come un cavo, un accogliente, un aperto, una voragine, un buco, ignorandone del tutto il tratto di chiusura originaria che a noi donne analiste rimane da interrogare.
L'imene, questa chiusura originaria del corpo femminile e la sua logica che non spartisce niente con la logica del profitto, chiama la scrittura che se ne occupa a porsi di fronte al tribunale dell'ontologia: la chiama a dare conto della sua velatura. 
E' forse questa convocazione che fa dire a Lacan:

E' in quanto il suo godimento è radicalmente Altro, che la donna ha più rapporto con Dio che tutto ciò che ha potuto dirsi nella speculazione antica seguendo la via di quel che manifestatamente non si articola se non come il bene dell'uomo (Ancora).

Ma di questa alterità radicale, intuita da Lacan, e del suo senso, Freud non ne ha voluto sapere, sebbene ne abbia saputo godere e trarre profitto, come mostra esemplarmente il saggio del 1917 sul Tabù della verginità . 
Il saggio si apre infatti con i termini verginità e illibatezza e prosegue ponendosi il problema delle conseguenze psichiche di un atto che viene chiamatodeflorazione. (Mi propongo di esplorare questi tre termini in un successivo lavoro).
Sull'originario di questa chiusura del corpo femminile, considerato sembrerebbe niente più che un'appendice imbarazzante, di cui non si riesce a capire perché non ci si possa sbarazzarre di un colpo, neppure un cenno.
Anzi, Freud in un passaggio dove mostra chiaramente di volere andare per le spicce e liberarsi di quello che per lui è un rompicapo (ricorrendo, come gli è abituale, alla omologazione di un sesso con un altro e ignorandone così la radicale differenza) si chiede perché non si ricorra, in definitiva, per l'imene, ad un omologo della circoncisione:

...Non sarebbe perciò sorprendente se l'orrore del sangue venisse superato a beneficio del marito nell'occasione della prima coabitazione. (pag.437).

Di fatto questa affermazione sorprende il lettore che la incontra all'interno di un contesto dove chi scrive, Freud, aveva già a lungo lavorato sul tabù, rintracciandone la radice profonda nel conflitto originario di ambivalenza e svelando insieme la tramatura mortifera che intesse il desiderio umano del suo filo nero.
Freud che scrive dunque non è di certo ingenuo, ma potremmo dire che è per certi versi innocente, nel senso che anche lui - lui stesso ci ha insegnato questa `verità' psicoanalitica - non è padrone in casa sua ed è a sua volta parlato mentre parla.
Ma se in altri luoghi della sua scrittura il Moi, la verité, Je parle, che la percorre assume cadenze di altissima tensione conoscitiva (esemplare in questo senso è Il perturbante,1919), qui, in questo parlare del tabù della verginità, l'essere “parlato” del soggetto della scrittura rimane a un puro livello di testimonianza.
Il mormorio che si svolge nella mente di Freud è qui un sintomo che assume via via la voce dei primitivi, poi quella di alcuni ricercatori e delle loro spiegazioni sul tema, che egli convoca a testimoni dell'orrore ancestrale che il sesso femminile induce nell'uomo. Mormorio che ha la cadenza ossessiva di voci che gli arrivano dall'Altro: il simbolico è presente in questo testo solo a tale titolo, e non si `trasforma' in teoria, mentre l'immaginario, dal canto suo, non riesce a produrre le scene catturanti di altri lavori, per esempio L'uomo dei Lupi, che ancora ci coinvolgono dal profondo. Così non ci si può che sentire, come lettori, liberati quando alla fine del saggio finalmente Freud si libera a sua volta dell'irritazione che percorre tutto questo breve scritto, uscendo allo scoperto con questa esplosione:

In colclusione possiamo dunque dire la deflorazione non ha la sola conseguenza dovuta all'incivilimento di legare la donna all'uomo; essa scatena
anche una reazione arcaica di ostilità verso l'uomo, la quale può assumere forme patologiche che si manifestano abbastanza di frequente attraverso fenomeni inibitori della vita amorosa nel matrimonio, e alla quale si può ascrivere il fatto che le seconde nozze così spesso riescano meglio delle prime. Il sorprendente tabù della verginità, l'orrore con cui presso i primitivi lo sposo evita la deflorazione, trovano la loro piena giustificazione in questa reazione ostile

.La scrittura, qui, più che in altri luoghi del suo testo dove Freud si confronta direttamente con il sesso femminile, questo ignoto fuori rappresentazione o rappresentabile solo attraverso la figura della castrazione, è sintomo. 
Ma la scrittura, questo farmaco non sparge solo veleni: espressione del sintomo, essa ne rappresenta insieme la cura e così accade anche in questo saggio che, pur affondando il suo godimento nella costruzione continua di una scena sadica - la deflorazione e la sua contemplazione -, arresta per un momento questo godimento e, quasi con stupore, lo ferma su uno squarcio che, per un attimo, abbaglia se pensiamo che molti decenni dopo una donna psicoanalista, Juliet Mitchell, su questa `verità' intravista da Freud avrebbe costruito il suo percorso di ricerca.
“Si potrebbe dire che la donna nel suo complesso è tabù”
dice infatti Freud e sembra riprendere fiato. Dal tabù della verginità dunque, alla donna come tabù, il testo arriva a questo rovesciamento-riconoscimento, ma lì questo primo riconoscimento dell'ignoto si arresta. 
Perché?
Forse il Tabu della verginità è stato per Freud un pre-testo. 
Se in questo saggio, fatta eccezione per un breve barbaglio, non c'è né scoperta né vero e proprio racconto è perché esso è stato un modo sghembo e coperto della pulsione epistemofilica di procedere verso un'arché differente da quella dell'Edipo. 
Ma in questo cammino l'Edipo, vero e prorio Supe-Io teorico (e non solo), non ha smesso neppure per un attimo di pesare sulle spalle di Freud. L'Edipo che incatena il discorso psicoanalitico al nome del padre e lo istituisce come significante primo, fa precipitare in un' “inesorabile rimozione” e rende “difficilissimo da afferrare, analiticamente grigio, remoto umbratile, arduo da riportare in vita, tutto ciò che viene `prima' E certamente non solo per la donna, come Freud in queste righe vorrebbe credere e far credere.
Siamo giunte, passo passo, alla questione dell'arché, del principio. E quindi di nuovo all'imene, che sta lì, al di là della metafora archeologica di Freud, in un `prima' inespolarato, come resto, scarto di un discorso che sull'imene, o se vogliamo, sull'aletheia del desiderio femminile, si poggia e costruisce, utilizzandolo come appoggio per la messa in opera di un dispositivo di negazione. 
Ma arché rimanda ad archivio. Quel luogo dove viene posto in giacenza ciò che per il fatto di essere archiviato assume un valore `arcontico' segreto e nascosto, coglibile nella continua decostruzione che i testi mettono in opera segretamente per il fatto stesso di “farsi”. Quanto ho scritto fin qui sul valore semantico diimene, incerta esplorazione di un `prima' non teorizzabile nel senso classico del theorein, non è altro, mi accorgo mentre chiudo questo testo ma non lo concludo, che una testimonianza possibile della originiaria semiosi del sesso femminile, ciò che altrove ho chiamato il suo `fare senso'. 
Questo sesso trova in imene la messa in opera della propria forza `arcontica': imene che trascina senza sosta la scrittura dentro la sua logica segreta, tra il desiderio e il compimento.

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