Kitsch e Decadentismo : la Psicopatologia del Postmoderno

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6 ottobre, 2012 - 14:44

"La grande `malattia decadente' è la nevrosi, cioè il perturbamento della sfera emotiva fino ai limiti del patologico (…). La disgregazione della personalità classica, intesa come equilibrio di doti sensitive morali ed intellettuali, ha portato ad un diffuso aumento della temperatura emotiva e ad una specie di `scoppio'della sensualità; naturalmente qui s'intende sensualità in senso larghissimo (è quasi lo stesso inconscio) come complesso di pulsioni istintive che si affermano autonome al di là delle costrizioni moralistiche e intellettualistiche, oppure entrano in conflitto con esse (…)" Così si esprime il Gioanola sul decadentismo e prosegue: "Certo il decadentismo non è un'età di valori, non ci sono proposte positive e costruttive: il suo fondamento è il rifiuto, la protesta, la dissacrazione. Ma la sua mira è l'autenticità, la rivelazione, al di là di tutte le sovrastrutture culturali, moralistiche, intellettualistiche, mitologiche, tutte più o meno ipocritamente consolatorie, del volto vero dell'uomo, quello della nostra epoca, almeno, così minacciato nella sua integrità e originalità esistenziale da tutte le spinte alienanti della così detta civiltà…" (1). 
La "mancanza ad essere forma" del corpo asessuato anoressico esprime il concetto del Gioanola, le anoressiche postmoderne, sono artisticamente la rappresentazione decadente dell'ossessione borghese del kitsch. 
Il termine kitsch ha fatto la sua comparsa in Germania attorno al 1860 per designare, in campo estetico, l'atto di mescolare il vecchio col nuovo, di impasticciare, di lavorar di copia.
E' oggi d'uso comune, in senso dispregiativo, nel definire "l'arte" fondata sugli stereotipi e la distrazione facile, che non esige sforzi d'intelligenza o penetrazione. Alla base del kitsch é un processo di inflazione dell'attività estetica, che comporta la "degradazione" dell'opera attraverso la ripetizione multipla (2).
La riproducibilità seriale è la patologia estetica della società postmoderna: il mercato dei consumi di massa ha esigenza di soddisfare i bisogni del maggior numero di perone con la minima spesa (3).
Per usare il linguaggio dell'arte, si può dire che le anoressiche sono un frutto malato di questo processo storico, come il kitsch rappresenta la disgregazione dell'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnologica, l'Anoressia si offre come il più inquietante sintomo della disgregazione della personalità nell'era della serialità dei sentimenti.
La risposta all'era del kitsch è un ritorno al Decadentismo.
La logica del kitsch ha ormai invaso ogni area dell'umana realtà; vi è un kitsch di ogni cosa, di ogni opera, di ogni azione, come una specie di succedaneo a buon mercato di un originale.
Si configura come un atteggiamento mentale, uno stile nei confronti dell'essere di fronte alle cose (4).
La riproduzione illimitata del fenomeno produce un'inflazione della percezione che esso trasmette, e nello stesso tempo una svalutazione: il brivido estetico si dissolve così nella quotidianità e insieme alla rarità perde forza e valore. 
Le sue espressioni più tipiche sono quelle della degradazione sociale di quello che si era convenuto di chiamare l'autentico. 
Afferma una paziente di G. Ripa di Meana " L'unica via per guarire sarebbe cambiare il mondo, un mondo più vivibile. Dovrei trovare la forza contro tutte le oppressioni che mi vengono dall'esterno. E' un mondo pesantissimo. Se penso che ho tutta la vita davanti…! Mi sento già molto stanca. Non si fa che correre. E' una vita piena di fretta. Hai l'impressione che fai tanto per niente. C'è un tale sperpero! Tutto si rovina precipitosamente e finisce. Se mi dicessero: domani ti togliamo di mezzo, ti va bene?', io direi di sì. Potrei chiudere i giochi. Ho fatto molte cose. Mi bastano. Mi sento debole, stanca, trascino la vita" (5).
Uno dei caratteri del kitsch è connesso con la civiltà industriale, per la sua identità basata sull'ostentazione della quantità di cose possedute, e la vocazione ad accumulare. 
Il complesso gioco di mediocrità ed eccesso combinati o più precisamente l'eccesso della mediocrità, crea la sproporzione tra mezzi e fini (6).
Questa universalizzazione di un atteggiamento umano rispetto all'ambiente, si propone così totale che si può vedere una sorta di `totalitarismo' della vita quotidiana, che impone leggi e modalità per l'accostamento a qualsiasi oggetto e qualsiasi essere. La logica del consumismo fa prevalere i desideri indotti, che divengono le linee guida esistenziali per raggiungere un'identità fasulla e utopica (7).
E la mediocrità di questa dimensione non può risparmiare nemmeno il campo scientifico, e da quando la città della scienza, pare essersi imborghesita, si è aperta la prospettiva di un kitsch che la scienza stessa costruisce sull'inadeguatezza dei mezzi ai fini, sull'accumulo dei procedimenti tecnologici, sulla raffinatezza dell'esattezza senza scopo.
Il "kitsch della ragione", sta sotto gli occhi di tutti: è la venerazione cieca per ciò che è stato scientificamente dimostrato o la fede - altrettanto cieca - per il suo indimostrabile e miracolistico opposto. 
Se si strumentalizza la scienza a scopi d'induzione consumistica, sfruttando la buona fede e non la conoscenza, allora s'impongono degli interrogativi sull'uso etico dell'informazione scientifica.
Si può definire il kitsch partendo dalla ben nota formula commerciale: "C'è di meglio ma costa di più, tuttavia esso non è proprio cattivo e, in ogni caso, risulta accettabile" e così è messo alla portata di tutti (8).
E' il principio con cui rischiano di essere offerte le nuove strategie terapeutiche definite "Best Practices", che venderanno all'utente “pacchetti terapeutici” con un rigoroso bilancio costi - benefici.  Ma è possibile creare modelli terapeutici, etici ed efficaci, basandosi sulle leggi di mercato?
Con la scomparsa del trascendente e delle ideologie, con la dissoluzione dello sforzo creativo, si sgombra la strada alla banalizzazione, e la divulgazione finisce per avere la meglio sul Sapere.
Così, l'eccesso d'informazione banalizza l'effetto terapeutico, e il senso di un sintomo nel suo peculiare valore semeiotico e clinico, la tensione terapeutica si riduce, rendendo molto più difficile l'instaurarsi del processo di transfert e tutto ciò va a discapito della consapevolezza di malattia.
Leggere, spiegare, capire, sapere non è ricevere una cura: è come se l'aver studiato l'intervento chirurgico, cui si deve essere sottoposti, fosse sufficiente per guarire.
Si crea anzi un'inflazione del sapere - come se paziente e terapeuti fossero sul medesimo asse - che distrugge quella tensione della differenza indispensabile al motore terapeutico del transfert.
C'è informazione, non terapia; c'è nozionismo, non formazione!
Il processo terapeutico è un fenomeno molto articolato, dove devono necessariamente avvenire dei cambiamenti irreversibili della struttura psichica, quindi passaggi di maturazione sul piano della personalità (9).
Negli spot televisivi o nelle palestre narcisistiche, non si divulga nessun concetto scientifico ma si rende kitsch anche l'iter terapeutico e - quel che è peggio - si immunizza e anestetizza la paziente-spettatrice, che di fronte a questi teatrini mediatici non può fare a meno di chiedersi:"ma se tutti sanno tutto, chi è allora il depositario dell'ars curandi, di un sapere o di un fare che guarisce?" 
L'inflazione informativa facilita l'abbandono terapeutico - chiamato drop-out - e il discredito delle fonti autentiche, occorre difendere la pratica della cura da questo atteggiamento kitsch, dalle imitazioni e dalle copie camuffate di "scientificamente dimostrato". 
Non ci si dovrà stupire se, tra qualche tempo, proporranno un modello terapeutico in cui i terapeuti dovranno rispondere in modo codificato e prestabilito a priori, per dimostrare la ripetitività del fenomeno e poterlo definire scientifico, sterilizzando la relazione terapeutica medico-paziente dal calore e dall'unicità che la rende irripetibile autentica e "artistica". 
La scienza dovrà rassegnarsi alla condizione che, alcune dimensioni umane e, in particolar modo la sofferenza, non possono essere misurate oggettivamente, ma si dovranno cercare parametri più idonei anche se non paragonabili statisticamente!  (10).
Non è grazie alla ripetersi del fenomeno, che aiuteremo i pazienti a guarire, ma formando dei terapeuti, in modo etico e responsabile: capaci cioè di trasmettere un'efficace forza risanatrice.
Scrive M. Cuzzolaro “ Voglio richiamare l'attenzione sui rapporti che legano due ordini di fattori: la formazione dei terapeuti e i risultati delle cure.
Parto dall'idea che chi s'interroga sulle regole di una formazione, non può evitare di interrogarsi sui criteri di valutazione degli esiti di un trattamento (….). Per recuperare le penombre di un pensiero scettico, in materia di formazione all'esercizio della psicoterapia (e a mio parere, della psicanalisi), un vertice di osservazione utile è la questione della valutazione degli esiti. Il nesso fra i due problemi è importante. Anzi, essenziale. Il trattamento terapeutico può essere rappresentato come un processo di cambiamento del paziente da uno stadio ad un altro. Su tale processo di cambiamento, si può supporre che eserciti un'influenza determinante l'incontro con un terapeuta.
L'incontro, per essere efficace, deve avvenire con un terapeuta formato, a sua volta passato attraverso un processo di cambiamento, un percorso di formazione presso una scuola, a partire da uno stadio precedente e diverso. A questo punto, le caratteristiche del processo di formazione dovrebbero influire sul processo terapeutico e sui suoi effetti finali. E' solo a partire da questo assunto, che si può sostenere che la qualità della formazione è tanto importante: la valutazione degli esiti come il criterio, il miglior criterio, in base al quale valutare l'adeguatezza di un metodo di formazione. Finalmente - prosegue Cuzzolaro - il dibattito sembra trovare una base empirica, una buona scuola è quella che forma terapeuti capaci di ottenere buoni risultati. Si pone una serie di questioni. E' possibile valutare i risultati di un trattamento psichiatrico? E quelli di una psicoterapia? E di una psicanalisi?" (11).
I dati internazionali suggeriscono una percentuale attuale molto elevata dei - drop-out - i pazienti se ne vanno sperando di trovare terapie più facili, meno dolorose, più manipolabili per le loro resistenze.
L'ideologia scientifica rischia d'imporsi, facendo leva sulla produzione quantitativa dei dati e non sulla produzione qualitativa dei successi terapeutici.
Il concetto di drop-out, si configura - seguendo il meccanismo del kitsch - come il vecchio concetto di "resistenza" mutuato dalla psicanalisi e presentato come nuova scoperta.
Le cause del drop-out o della resistenza hanno comunque la medesima origine: la sofferenza, il dolore psichico.
Il corpo anoressico incarna la tesi decadente del Gioanola.
L'Anoressia contrappone alla logica dell'abbondanza che uccide, un modello "decadente" e disperato. 
L'ipertrofia del pieno richiede dissacrazione, protesta, rifiuto, ostentazione muta e vivente di un messaggio autentico che la parola o il sapere non possono occultare a loro piacimento.
Il corpo anoressico è un sintomo che parla per immagini, come in un film muto, capace di trasmettere un messaggio drammatico sconvolgente.
Si può parlare di maschera anoressica. 
P. Lavanchy la descrive in modo clinicamente perfetto :"Nell'atteggiamento delle giovani anoressiche vi è la faccia, nota a tutti e da tutti ribadita: quella della sicurezza, dell'autarchia, dell'arroganza, del disprezzo del cibo che è necessario all'essere umano comune dell'apparente convinzione di essere immortali. Così le persone anoressiche tendono a rifiutare le cure e ogni offerta d'aiuto. Fa impressione il contrasto tra il loro corpo ovviamente sofferente e l'atteggiamento sorridente, distaccato, con cui rispondono alle sollecitazioni dei medici" (12).
La logica del kitsch sposta l'inutilità dal piano dell'oggetto a quello della funzione.
Nasce così il feticcio funzionale: il cibo diventa droga, non è più alimento nutritivo inserito in una funzione logica con limiti precisi e naturali, ma è un oggetto di piacere disinserito dal contesto e pertanto diviene perverso e fuorviante.
Mezzi e fini sono confusi: i confini del senso s'invertono e il desiderio di controllo è un tentativo di difesa paradossale, ma adeguato allo stimolo abnorme e terrorizzante.
Sarebbero, quindi, Anoressia e Bulimia risposte logiche e inevitabili ad uno stimolo patologico che devia una funzione, che sopravvive nella scarsità da milioni d'anni?
Sono bastati pochi decenni d'abbondanza perché "la selezione naturale" trovasse un modo "tutto suo" di riportarci alle posizioni di partenza?
Non è questa la sede per approfondire le ipotesi eziopatogenetiche dei disturbi del comportamento alimentare con il concetto di sintomo di copertura e dintorni, ma sembra comunque opportuno, aprire varchi riflessivi per non lasciarci sorprendere dalle forze oscure, con cui si manifestano "vecchie patologie" con sembianze nuove: le sofferenze dell'anima nel disagio della civiltà (13). E' innegabile che i Disordini del Comportamento Alimentare si manifestano ormai in modo caotico e sorprendente, associati alle patologie più diverse e si parla sempre più frequentemente di comorbidità. Anche H. Bruch afferma che le anoressiche attuali sono molto diverse da quelle di vent'anni or sono, queste ultime sembrano delle “imitazioni' (14).
Esiste, nella scienza, una verità lapalissiana: i “fatti” non parlano mai da soli, ma assumono significato in base all'impostazione teorica e ideologica del momento. Le convinzioni degli scienziati sono radicate in un contesto storico.
Proprio questo carattere profondamente sociale delle scienze ha indotto T. Kuhn a sostenere in "La struttura delle rivoluzioni scientifiche", che, nella maggior parte dei casi, affinché, avvengano le rivoluzioni scientifiche è necessaria una "crisi intellettuale". Senza una crisi, sostiene Kuhn, gli scienziati tendono a scartare i risultati anormali attribuendoli a d un errore. Solo quando gli scienziati continuano a non riuscire ad armonizzare i risultati anormali con i presupposti teorici, mettono in crisi la teoria e danno vita all'innovazione, alla rivoluzione scientifica (15).
Come osservano gli epistemologi, in genere le prove anomale, responsabili delle rivoluzioni scientifiche, sono considerate tali solo a posteriori.
E' più facile assimilare i fatti alle strutture cognitive esistenti, che adattarle ai risultati anomali.
La comunità scientifica si oppone all'innovazione, che è lasciata agli outsider: Copernico, Cartesio, Newton, Darwin docent.. "Mi stupisce- scriveva Darwin - che la teoria della gravità di Newton, che oggi sembra a tutti tanto chiara e scontata, sia stata respinta da un uomo di capacità straordinarie come Leibinitz. La verità non riesce a penetrare in una mente prevenuta" (16).
Ci sono voluti: più di un secolo perché venisse accettata  l'affermazione di Copernico che la terra gira intorno al sole, ce ne vollero sei perché la teoria di Newton sostituisse quella di Cartesio e un secolo prima che le idee di Darwin prendessero definitivamente piede! (17) 
Non stupisce, dopo queste premesse, prendere atto che la scoperta dell'inconscio di Freud e la sua teoria sulla sessualità umana, non compaiano più a pieno titolo nella cultura psichiatrica dominante attuale (18). 
Ci vorranno forse altri cinque secoli, prima che alle donne sia attribuita una teoria sulle proprie pulsioni erotiche e riproduttive? E, autonoma da quella maschile? E quanti ancora per ammettere che, oltre alla materna, vi sia anche quella paterna d'incapacità di sostenere il transfert erotico inconscio e fisiologicamente incestuoso della figlia, e che possa avere una qualche implicazione nel rifiuto anoressico della crescita e della sessualizzazione delle forme corporee?
Non si deve rinnegare un messaggio così antico e prezioso come la psicanalisi: è un prodotto culturale dell'inconscio su se stesso.
Si deve prendere atto che la psicanalisi è stata usata fino ad abusarne, che pare avere perso in tal modo il valore e la misura, capita alle idee troppo potenti di essere, loro malgrado, dissolte nella banalità del kitsch. In nome della divulgazione se ne è determinata diabolicamente la sua distruzione, nella più fatale opera kitsch che epoca storica sia riuscita a realizzare: il degrado dell'opera d'arte attraverso la copiatura e la volgarizzazione. 
E' evidente il correlato sessuale della patologia anoressica, ma, lo si definisce una conseguenza, non una causa, anche di fronte all'evidenza clinica incontestabile che ci sono esordi anoressici con amenorrea primaria e non secondaria al calo di peso.
Alle soglie del 2000, abbiamo la cecità di definire l'anoressia un disturbo da dieta, da sport e non dell'incesto simbolico (19)?
E' per questo, che la psicanalisi non va demonizzata, perché come ben sappiamo il sintomo anoressico, protegge se stesso dai possibili tentativi di cura.
La psicanalisi è certamente dotata degli elementi teorici occorrenti per ricostruire il profilo psicopatologico della malattia , anche se non è corredata degli strumenti di misura e di statistica, che le permettano di dire: “Questi risultati sono scientificamente dimostrati…” (20). E' necessario uno scambio, intellettualmente onesto e scientificamente etico, tra le varie scuole di pensiero, altrimenti, il pericolo più grave è che si verifichi: un trionfo del sapere conscio, della repressione del sintomo, del traguardo terapeutico anale! Si prospetta la corsa agli armamenti terapeutici per debellare devianza comportamentale; la gara degli appalti per vincere cosa? Anche i terapeuti sono ammalati dello stesso male: l'esibizionismo ostentato e kitsch dei loro modelli terapeutici, sempre in competizione eretistica, contro gli altri, e addirittura preesistenti (21).
E' un fenomeno di guerra scientifica, non più di rivoluzione, e intanto stiamo riaprendo i manicomi, oggi chiamati "case di cura", siti in ameni luoghi montani come le cliniche della tubercolosi, dove ci doveva ritirare per mesi e mesi.
Come ci si deve porre di fronte a questa controtendenza, riservata solo ai disturbi del comportamento alimentare, mentre la necessità di tagli della spesa sanitaria sta riducendo l'assistenza a malattie più gravi e pericolose, sia sul piano clinico sia della sicurezza?
E' lampante che sul piano etico l'anoressia non è " una malattia come le altre" assoggettata alle medesime leggi scientifiche e di mercato, ma essendo una patologia emergente - e quindi un business - attira anche chi non si è mai occupato di malattie mentali (22).
Troppi addetti ai lavori stanno combattendo una guerra scientifica da cui non emergeranno vincitori ma solo vinti.
Già nel 1920 si era confusa l'anoressia con una patologia ipofisaria. E' sterile battere di nuovo quella strada riducendo una sindrome, così complessa e rivoluzionaria come questa ad una disfunzione della sola sfera alimentare, quando si sa che solo una lettura anamorfica può rendere conto dell'inquietante complessità dell'Anoressia Nervosa.
La mancanza degli aspetti fondamentali di certe funzioni psiconeuroendocrinologiche dovrebbe insospettire profondamente gli psichiatri e i clinici. L'amenorrea è spesso primaria, a volte vi è amenorrea nelle obese e nelle bulimiche ex-anoressiche, vi è il terrore delle forme sessuate adulte, chiamato " Disturbi dell'Immagine Corporea", vi è la marcata mancanza di desideri sessuali, non ci sono le prime reazioni d'innamoramento e di "sbornia erotica", anche quando le pazienti "guariscono" permane spesso un'anoressia sessuale. 
Anche l'assetto neuroendocrino ritorna ad un pattern pre-puberale, insorge nell'età dell'adolescenza, quando le forze pulsionali biologiche riproduttive sono al loro esordio.
Se si osserva ciò che manca, si può comprendere ciò che la disfunzione alimentare significa: il terrore della crescita e delle sue trasformazioni fisiche da un punto di vista emotivo e affettivo.  Interpretando in senso anamorfico i criteri diagnostici del D.S.M. IV sull'Anoressia (23): 1) rifiuto di mantenere il peso corporeo al livello minimo normale; 2) intensa paura di aumentare di peso, pur essendo sottopeso; 3) disturbi nel modo di sentire il peso e le forme del corpo; 4) amenorrea,  si può concludere che: il rifiuto di mantenere il peso corporeo è causato da un nucleo psicopatologico inconscio di gravissima inibizione emotiva, sostenuto dal terrore di entrare in contatto con la dimensione sessuata del corpo e delle sue implicazioni con la percezione del desiderio erotico e riproduttivo. Certa di morire ottenebrata dai fantasmi terrifici della patologia, l'anoressica cerca nella morte fisica la sopravvivenza psichica, in un paradosso maniacale mortale.
L'intensa paura d'ingrassare ne è una diretta conseguenza. Lo stato d'eccitamento psicotico agisce sulla funzione alimentare inibendo l'assunzione del cibo per l'intolleranza percettiva  della crescita corporea avvertita come mostruosa e intollerabile.
Si spiegano in tal senso, anche i Disturbi dell'Immagine Corporea e i Disturbi nel modo di sentire il peso e le forme del corpo. L'amenorrea può essere primaria e non è sempre conseguente al calo di peso e spesso persiste anche a peso ristabilito.
Il perfezionismo e la rigidità intellettuale, riflettono sia la presenza di un sistema di controllo onnipotente e difensivo, sia la sublimazione delle pulsioni sessuali nell'iperattività fisica e scolastica, come sosteneva Freud nei suoi scritti su questa patologia (24, 25, 26).
La presenza di frigidità, a sintomi alimentari risolti e il ritorno ad un pattern ormonale prepuberale indirizzano la diagnosi di Disturbo Psiconeuroendocrinologico dello Sviluppo
Psicosessuale dell'Adolescenza (27).
Non è logico considerare l'Anoressia Nervosa un disturbo da dieta. 
Una ragazzina di 15 anni non può desiderare la morte per fame: vuole solo sfuggire al panico da cui viene invasa e da cui è travolta in modo psicotico e regressivo, a volte fatale, soprattutto se si sbagliano i primi approcci terapeutici e si lascia il tempo alla malattia di insediarsi in profondità.
L'anoressia è come un test di Rorschach, ad ognuno è concesso di vedere solo quello che le difese nevrotiche gli permettono, anche perché ciascuno di noi filtra le conoscenze attraverso i limiti del proprio inconscio.
Il termine inconscio non compare più sul DSM, nonostante i 100 anni della sua comprovata esistenza, ma senza la presenza di questo apparato psichico è possibile comprendere l'anoressia e qualsiasi altra manifestazione psichica? (28)
Certamente la psicanalisi andrà rivista, rimaneggiata, ma non si deve permettere che possa essere affondata come il Titanic sotto agli occhi di tutti, come in un trucco illusionistico di David Copperfield!
Scrive G. Ripa di Meana: "Chi e che cosa vuole il soggetto anoressico e bulimico che patisce e fa patire la propria follia alimentare con temeraria inconsapevolezza? Qual è il sistema di domande e di desideri che l'ossessione della leggerezza gli permette di eludere e, paradossalmente di dominare fino all'autoannientamento? (…)" (29).
Le anoressiche, sono donne, destinate al fallimento erotico e a quello dell'identità di genere e di ruolo, incapaci di nuotare - senza annegare - nel mare del desiderio sessuale e delle sue oscure leggi.
"L'ideologia anoressica" agisce, su queste fanciulle, come un "terrore senza nome" emotivo inconscio di cui vediamo solo l'effetto spaventoso, che è quello che impedisce loro di mangiare per diventare grandi. 
Ma senza un registro simbolico, come fa la scienza a capire un fenomeno di tipo anamorfico dove ciò che si vede è proprio ciò che non si deve vedere?
La definizione, "disturbo da dieta", è una lettura superficiale e semplicistica, dovuta al modello lineare medico, di un fenomeno, molto più complesso e profondo, che coinvolge la struttura stessa della personalità, perché lo sviluppo psicosessuale - da che mondo è mondo - è l'unico sviluppo possibile al genere umano e a tutte le specie animali mammifere.
La volontà di restrizione anoressica non è che una maniacale fuga da un pericolo gravissimo, quello della sensazione soggettiva della "disintegrazione dell'io", unico mezzo psichico che la paziente è riuscita a sviluppare, perché l'inconscio è una zavorra  ingombrante e perniciosa (30). 
Il panico e l'impotenza sono i soli sentimenti che accompagnano l'emergere della tensione istintuale inconscia puberale. Si può confrontare questo stato psichico al 'terrore senza nome", che Bion descrive, quando parla della madre che non dà il contenimento necessario alle angosce del lattante e non le rende significative, così nell'anoressica si verifica il fallimento dei meccanismi di difesa verso la sessualità, perché immaturi e inadeguati (31, 32).
Il soggetto anoressico avverte come intollerabile per la sua incolumità psichica, l'invasione dei bisogni pulsionali puberali. 
Nell'era consumistica i desideri naturali non sono contemplati, esistono e prevalgono i desideri indotti, le linee guida esistenziali per raggiungere un'identità virtuale degna di un film di fantascienza.
La femminilità cresciuta in cattività, nelle gabbie create dagli stereotipi indotti da modelli sociali troppo devianti, non può che essere patologica e aberrante, non è che la drammatica caricatura dei fantasmi che attraversano l'inconscio collettivo e le sue eterne e crudeli leggi (33).

  1. Gioanola E.:Fondamenti ideologici del decadentismo. In: Il decadentismo. Roma, Editrice  Studium, 1972, pp 26-49
  2. Moles A.: Che cos'è il Kitsch. In: Il Kitsch. L'arte della felicità. Roma, Officina Edizioni, 1979, pp 27-39
  3. Moles A.:La totalità degli oggetti: la sovrabbondanza. In: Il Kitsch. L'arte della felicità. Roma, Officina Edizioni, 1979, pp 177-192
  4. Moles A.: L'inserimento del Kitsch nella vita quotidiana. In: Il Kitsch. L'arte della felicità.
  5.      Roma, Officina Edizioni, 1979, pp 40-45
  6. Ripa di Meana G.:Anoressia e bulimia: patologie postmoderne. In: Figure della Leggerezza. Anoressia-Bulimia-Psicanalisi. Roma, Astrolabio, 1995, pp 19-33
  7. Moles A.: Vita e letteratura del Kitsch. In: Il Kitsch. L'arte della felicità. Roma, Officina Edizioni, 1979, pp 112-120
  8. Moles A.: Alienazione e Kitsch: l'uomo e le cose. In: Il Kitsch. L'arte della felicità. Roma, Officina Edizioni, 1979, pp 46-54
  9. Moles A.: La genesi del Kitsch. In: Il Kitsch. L'arte della felicità. Roma, Officina Edizioni,
  10.      1979, pp 87-107
  11. Jung C.G.:Considerazioni introduttive al problema del transfert. In:  La psicologia del transfert  (5^ed.). Milano, Il Saggiatore, 1977, pp 15-66
  12. Hillman J.: L'esperienza della morte. In: Il suicidio e l'anima. Roma, Astrolabio, 1972, pp 43-71
  13. Cuzzolaro M.:Provando e riprovando.  Scibbolet. Anno III, N.3. 259-264, 1996
  14. Lavanchy P.: L'Anoressia Mentale. In: Il corpo in fame. Milano, Rizzoli, 1994, pp 13-29
  15. Bemporad J.R.: Self-Starvation Through the Ages: Reflections on the Pre-History of Anorexia Nervosa. Int. J. Eating Disord., 19, 217-237, 1996
  16. Bruch H.C.:Four Decades of Eating Desorders. In: D.M. Garner & P.E. Garfinkel (Eds.), Handbook of psychotherapy for anorexia nervosa and bulimia.New York, Guilford, 1985, pp 7-18
  17. Kuhn S.T.: La crisi e l'emergere di teorie scientifiche. In: La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Torino, Einaudi, 1999, pp 90-102
  18. Darwin C.R.: More letters of Charles Darwin: a record of  his work in a series of hitherto unpublished letters. A cura di Darwin F. e Seward A.C.. New York, D. Appleton, 1903, pp 305
  19. Mayr E.: Storia del pensiero biologico: diversità, evoluzione, eredità. Torino, Bollati e Boringhieri, 1990
  20. Cremerius J.: Psicoanalisi tra storia e memoria. In: Il futuro della psicoanalisi. Resoconti e problemi di psicoterapia. Roma, Armando, 2000, pp 31-47
  21. Ripa di Meana G.:L'ossessione della Leggerezza. In: Figure della Leggerezza. Anoressia-Bulimia-Psicanalisi. Roma, Astrolabio, 1995, pp 76-83
  22. Roudinesco E.: L'anima non è una cosa. In: Perché la psicanalisi? Roma, Riuniti, 2000 pp 45-52
  23. Roudinesco E.: L'uomo comportamentale. In: Perché la psicanalisi? Roma, Riuniti, 2000 pp 53-61
  24. Mazzali M. Cervellin G.: L'anoressia mentale: Una malattia come le altre. Rivista italiana psicoterapia e psicosomatica, 1/2, 55-75, 1993
  25. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (4th. Ed.) American Psychiatric Associotion, Washington, 1994, pp544-545
  26. Freud S.: Le trasformazioni della pubertà. In: Opere 1900-1905 Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti. Boringhieri, Torino, 1980, vol. 4, pp 514-534
  27. Freud S.: Un caso di guarigione ipnotica con osservazioni sulla produzione di sintomi isterici mediante "controvolontà". In: Opere 1886-1895 Studi sull'Isteria e altri scritti. Boringhieri, Torino, 1980, vol. 1, pp 122-133
  28. Freud S.: Minuta G1 Melanconia 1895. In: Opere 1892-1899 Progetto di una psicologia e altri scritti. Boringhieri, Torino, 1980, vol. 2, pp 29-35
  29. Mazzali M. Vezzani A.: Valenze psicosomatiche della diagnosi e nella terapia dell'anoressia mentale. Atti del XVI Convegno nazionale S.I.M.P., 239-245, 1998
  30. Roudinesco E: Il cervello di Frankenstein. In: Perché la psicanalisi? Roma, Riuniti, 2000, pp  65-77
  31. Ripa di Meana G.: Figure della Leggerezza. Anoressia-Bulumia-Psicanalisi. Roma, Astrolabio, 1995
  32. Roudinesco E.: La disfatta del soggetto. In: Perché la psicanalisi? Roma, Riuniti, 2000, pp 27-33
  33. Bion W.R.: Una teoria del pensiero. In: Analisi degli schizofrenici e metodo psicanalitico. Armando, Roma, 1970, pp 167-182
  34. Bion W.R.: Apprendere dall'esperienza. Armando, Roma, 1988
  35. Ripa di Meana G.: Anoressia e bulimia: patologie postmoderne. In: Figure della Leggerezza. Anoressia-Bulimia-Psicanalisi. Roma, Astrolabio, 1995, pp 19-33
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