Tra madre e figlia: rimprovero e ammirazione

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6 ottobre, 2012 - 14:37

"Si trattava infatti di uno di quei deliri a due il cui tipo abbiamo
da tempo mostrato nella coppia madre-figlia, ed in cui il senti-
mento di intrusione, sviluppato in un delirio di sorveglianza ,al-
tro non era che lo sviluppo della difesa propria a una relazione
affettiva binaria, come tale aperta a qualsiasi alienazione".
J. Lacan, Scritti

 

              Introduco queste mie riflessioni intorno alla "Relazione d'oggetto madre-figlia prendendo  a prestito una frase tratta dal  libro di M. Safouan, La sessualità femminileIl complesso di Edipo dalla parte delle bambine: "Ora, il comportamento della madre sfugge difficilmente all'una o all'altra di queste due letture: sia come rimprovero - come se la madre non perdonasse, a questa immagine che la riflette, non so quale difetto - sia come ammirazione, come se la madre trovasse nella figlia un non so che, che l'affascina. Due letture opposte, ma dove si tradisce la stessa mancanza. Mancanza di che?"(1)

            Questa frase, infatti, mi ha rimandata ad un'altra "frase" comunicata da una signora, durante un colloquio effettuato per l'inserimento della figlia in un Centro terapeutico diurno: "Elisabetta è nata a termine; quando me l'hanno mostrata ne ho ricevuto unabrutta impressione, sembrava un ragnetto, si graffiava molto e non succhiava. Inoltre si muoveva ritmicamente, ma in clinica non è stata fatta alcuna diagnosi particolare". La madre aggiunge che è stata una gravidanza difficile, trascorsa a letto per una minaccia d'aborto al secondo mese. Elisabetta è stata concepita a due mesi di distanza da un precedente aborto avvenuto al terzo mese e quest'ultima gravidanza è stata caratterizzata da una  grande ansia.

          Tralascio, per una evidente questione di tempo, molti aspetti di per sé interessanti e importanti, per ritrovare la ragazza all'età di 17 anni presso questo Centro terapeutico diurno. Elisabetta è inserita con una diagnosi fatta da un Servizio di un Ente pubblico, parecchi anni fa, quando era molto piccola: oligofrenia.  Una deficienza o debolezza mentale che implicava, nel caso di Elisabetta, problemi comportamentali caratterizzati da aggressività rivolta verso sé stessa, isolamento, totale assenza di parola, e un grave ritardo psicomotorio.

          Durante l'infanzia e l'adolescenza, la ragazza fu sottoposta a vari tipi di interventi riabilitativi e all'inizio del nostro "lavoro" (una seduta settimanale), Elisabetta era nelle condizioni di produrre un'esclamazione: badà!; aveva acquisito una minima capacità relazionale ed era in grado di pronunciare nei momenti più impensati (non certo per rivolgersi a qualcuno) i nomi delle persone che conosceva o aveva conosciuto. Ma ciò che la caratterizzava maggiormente era la sua modalità di schizzare, fisicamente, da qualsiasi posizione e situazione nel momento in cui sentiva il benché minimo rumore o suono.

         Non mi dilungo oltre nel parlarvi della conduzione della cura con questa ragazza perché ciò che mi interessa prendere in considerazione, ora, è quel che Freud definisce come preedipo nella relazione madre-figlia. Ma, per introdurre altri aspetti necessari per proseguire in queste mie riflessioni, vi riporto soltanto la parte conclusiva di un mio scritto dal titolo Oggettini (durante la cura, la relazione tra me e Elisabetta fu mediata da oggettini, rigidi, prevalentemente di bachelite, di cui era sempre rifornita dai genitori). Dunque: "…ritengo che l'"interiezione" badà! che Elisabetta pronunciava, soprattutto nella fase iniziale del nostro lavoro, possa essere considerata come un'espressione olofrastica del suo desiderio. Vale a dire che in Elisabetta esisteva una scrittura primaria del suo desiderio, ma per una serie di circostanze, interne ed esterne al "soggetto", la scrittura significante era avvenuta senza che si potesse manifestare l'apertura dialettica al fenomeno della credenza. E quando questo si verifica, un significante non potrà venire al posto dell'altro, non potrà sostituirlo, non potrà aver accesso alla dimensione metaforica (attraverso i suoi principi: sostituzione e condensazione), non permettendo, quindi, l'accesso alla funzione simbolica mediata dal desiderio" (2).

          Ma vediamo di verificare linguisticamente in cosa consiste un'interiezione. Talora, nel discorso, per esprimere un moto dell'animo suscitato da meraviglia, ammirazione, stupore, gioia, sdegno, paura, concitazione, ammonizione, ecc, usiamo dei suoni che esprimono in modo spontaneo e immediato ciò che proviamo. Questi suoni possono essere: ah!, oh!, eh!, oppure possono essere più complessi: ohibò!, ecc. Ma ciò che caratterizza questi suoni consiste nel fatto che, sono definiti come interiezioni dal latino inter"tra" e iacio "getto" perché consistono in "un grido che si getta". Sono delle parti invariabili del discorso prive di qualsiasi dipendenza sintattica. Aggiungerei che le interiezioni…sono a senso unico!

        A questo proposito, Lacan nel Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicanalisi, arriva a formulare che: "Questa solidità, questa presa in massa della catena significante primitiva, è ciò che proibisce quell'apertura dialettica che si manifesta nel fenomeno della credenza", infatti, "…quando non c'è intervallo tra S1 e S2, quando la prima coppia di significanti si solidifica, si olofrasizza, abbiamo il modello di tutta una serie di casi - benché in ciascuno, il soggetto non occupi lo stesso posto" (3). E Lacan mette in serie l'effetto psicosomatico, il bambino debile, la psicosi. Si potrebbe forse dire, ritornando all'olofrase, che tale aspetto non permette al soggetto di interrogare il desiderio dell'Altro, ma lascia il bambino nel discorso della madre. E sappiamo che è la Madre che, per prima, viene realmente a occupare il posto dell'Altro. A tale proposito, nella psicosi infantile si può certamente  parlare di simbiosi, ma da situare non tanto tra il bambino e la madre quanto tra il corpo del bambino e il complementare oggetto fantasmatico. E ciò avviene per il fatto che la prima coppia di significanti non funziona, e quindi non viene scandito il tempo logico dell'alienazione (4).   

        Comunque, le riflessioni e le considerazioni che propongo sono state riattualizzate dalla lettura dei libri di J. Bergés e G. Balbo,Jeu des places de la mere et de l'enfant - Essaie sur le transitivisme e Psychose, autisme et defaillance cognitive chez l'enfant. Gli autori, in quest'ultimo testo, a partire dal concetto lacaniano di grande Altro e dal concetto clinico e teorico di transitivismo, deducono e elaborano teoricamente che psicosi, autismo, o defaillance cognitive, siano delle modalità di risposta (o di difesa) a dei fattori predeterminati (dal "discorso" materno o parentale a livello inconscio) che si organizzano in modo complesso, per il bambino, per i genitori, per l'analista, per l'istituzione. Nel capitolo dedicato a Psycose infantiledefaillance cognitive, a proposito della madre di bambini con queste patologie, J. Bergès e G. Balbo scrivono: "La clinica mostra che la madre considera come veri i discorsi che permettono di disconoscere (negare) la supposizione di un grande Altro e di un sapere presso il suo bambino. La madre fa questa supposizione di un sapere e di un grande Altro presso di lui, ma nello stesso tempo lo nega"; o, ancora: "L'ipotesi che lei fa presso il suo bambino è quella di una domanda sempre uguale a sé stessa…che non ha niente di arbitrario, cioè la madre immagina la domanda e così non la situa nel reale (5).

          Ritorniamo al titolo di questa giornata di studio: La relazione d'oggetto madre - figlia, per raccogliere, a questo punto, alcune indicazioni sull'ipotesi della posizione soggettiva di "questa" madre rispetto alla figlia, nel momento in cui è nata.

        La madre riferisce durante un colloquio, senza che traspaia nessun tipo di emozione, che è molto "incazzata" non solo con il marito ma con tutti gli uomini. E' sempre stato così per lei, e questo la fa sentire in colpa verso Gesù che era un uomo. Il suo sacerdote l'ha rassicurata dicendole che Gesù ha scelto di essere uomo e non donna perché a quell'epoca le donne non erano ascoltate. Ma, dal confronto con le sue amiche ne trae che in fondo il marito è buono, ha sempre fatto tutto per la famiglia. I loro problemi nella comunicazione derivano dal fatto che lui è chiuso e lei lo è forse ancora di più. Ritengo comunque importante sottolineare che al momento della nascita di Elisabetta, questa coppia aveva già un altro figlio maschio di circa 10 anni, che non manifestava problematiche particolari.

         Riprendo, quindi, le ultime frasi proposte dalla madre di Elisabetta e riferite  agli uomini perché mi sembra rimarchevole la suarecriminazione rivendicazione. Seguendo l'elaborazione teorica di Lacan  sulla mancanza d'oggetto, si potrebbe ipotizzare che per questa donna l'aspetto portante della sua struttura psichica, in quando donna, sia determinato da ciò che Lacan definisce comefrustrazione: "E' una lesione, un danno che,…non è mai altro che un danno immaginario. La frustrazione è per essenza l'ambito della rivendicazione…La frustrazione è di per sé l'ambito delle esigenze sfrenate o senza legge" (6).

        E' quindi ipotizzabile che questa "brutta impressione" ricevuta alla vista della figlia appena nata, abbia "confermato" la madre  (nel senso dell'attualizzazione di un trauma inconscio) in ciò che Freud definisce come "ferita o umiliazione narcisistica"? (7)

          In secondo luogo, da intendere però in senso logico e non cronologico, la signora nel momento in cui ha concepito la figlia aveva  elaborato il lutto per il precedente e recente "aborto"? Elaborazione del lutto, da intendere con Freud, come una lenta ridistribuzione delle energie psichiche concentrate su una sola rappresentazione che essendo dominante è estranea all'Io.

 

 

         Queste mie notazioni non sono che degli appunti di lavoro. E cercando di tirarne le fila, per proseguire e nel contempo ritornare alla fase preedipica, propongo il concetto di mère préspèculaire, a cui fanno riferimento G. Balbo e J. Bergès. Questo concetto è, infatti, proposto quale: "…rapporto più o meno conflittuale della madre con il reale del corpo del suo bambino, rapporto in cui l'immaginario del suo corpo, del suo fantasma sono in gioco e in cui entra in gioco, anche la questione della natura del godimento provato) (8)".  

            "La fase del vincolo materno esclusivo può essere chiamata preedipica e assume nella donna un'importanza di gran lunga maggiore che nell'uomo…" ci dice Freud nello scritto La sessualità femminile del 1931 (9). Con ciò la fase preedipica della donna acquista un significato specifico, poiché in tale fase vi è spazio per tutte le fissazioni e rimozioni. E sappiamo con Freud che:"…Originariamente nella prima fase orale dell'individuo, investimento oggettuale e identificazione non sono distinguibili l'uno dall'altra" (10).

             Quindi la fase in cui la madre è l'oggetto del desiderio sia per la bambina che per il maschietto è ciò che può essere definito come periodo preedipico. Ma è opportuno distinguere i termini preedipico e pregenitale: il primo si riferisce alla relazione con la madre (assenza del triangolo edipico) il secondo riguarda, invece, il tipo di attività sessuale in causa. Ma come ci suggerisce Lacan, anche in questa fase precoce esiste una triangolazione in quanto un terzo termine, il fallo,  interviene come oggetto fantasmatico del desiderio della madre" (11).

             Nell'inconscio, infatti, vi è il primato del fallo, non come organo, ma come unico significante in relazione al quale l'uomo e la donna si inscrivono simbolicamente. Dunque il godimento fallico è il godimento comune, condiviso da uomini e donne, ma è anche il punto di disgiunzione tra la posizione femminile e quella maschile. "Il primato del fallo rappresenta il primato della legge nel desiderio dell'Altro (è,….il senso della metafora paterna); il complesso di castrazione significa allora che il Fallo, il cui primato si è così stabilito, è una mancanza…" (12).

           Ma queste ultime riflessioni ci posizionano già nella fase pregenitale. Mentre la fase preedipica è senz'altro inscrivibile al fatto che "originariamente nella prima fase orale dell'individuo, investimento oggettuale e identificazione non sono distinguibili l'uno dall'altra". E Freud  arriva a dire ne La sessualità femminile (1931) che non è l'attaccamento edipico al padre a costituire il nucleo delle nevrosi nella donna, ma è la rimozione del potente attaccamento alla madre che continua a operare nell'inconscio e impedisce la svolta in direzione dell'uomo.

          Seguendo l'elaborazione freudiana si comprende, quindi, che due sono i problemi che si pongono alla bambina, e sono risparmiati al maschietto. Uno riguarda il suo rapporto con l'oggetto, l'altro riguarda il suo rapporto con il corpo. Il ragazzo deve rinunciare all'oggetto primo del suo desiderio, ma per un'altra donna; mentre la ragazza deve compiere tale rinuncia, ma a vantaggio di un altro sesso. Il bambino, attraverso la rinuncia all'oggetto primario del suo desiderio (la Madre), ma a favore di un'altra donna, privilegia la dimensione metaforica dell'avere il fallo (una parola per un'altra). La bambina, invece, attraverso la sua identificazione primaria con la madre (preedipo o rimozione primaria?), in quanto donna come lei, "perde"  l'oggetto primario del suo desiderio (la Madre) per poi doverlo riformulare (il suo desiderio e il suo amore) su un uomo. La bambina rimane quindi, essenzialmente, in una dimensione metonimica, che lacanianamente può significare: "non tutta" in funzione d'essere il fallo (parola messa al posto di un'altra e designante una parte di ciò che significa).

         Seguendo Lacan, infatti, la donna non è tutta funzione del fallo, ma esiste una parte del reale del corpo che resta impossibile da simbolizzare: "Un uomo cerca una donna a titolo - ciò vi sembrerà curioso - di ciò che si pone solo via il discorso, perché, se quel che affermo è vero, cioè che la donna n'est pas-toute, c'è sempre qualcosa in lei che sfugge al discorso" (13). Ma questo godimento al di là del fallo, questa presenza di questo "Altro godimento", di questo Altro non barrato è anche ciò che è in gioco nella psicosi. Quindi, è questo godimento al di là del fallo, ciò che nella donna potrà indurre una relazione non mediata (dalla metafora paterna) con l'oggetto a, nel momento in cui concepirà e successivamente partorirà un figlio?  Lacan ci suggerisce "una" possibile posizione soggettiva del godimento femminile: "Questo godimento dell'essere pas-tout  che  cioè la rende da qualche parte assente da se stessa, assente in quanto soggetto, lei troverà di che otturarlo con quell'a che sarà il suo bambino" (14).

 

*Giornata di studio: La relazione d'oggetto madre - figlia (organizzata dalla Scuola di psicanalisi di Milano dell'Associazione Freudiana e dall'Ecole Rhone-Alpes d'Etudes Freudiennes) Milano, 9 marzo 2002

 

 

 

 

1. M. Safouan, La sessualità femminile,  Garzanti Editore, 1980, p. 131.

2. Questo scritto fa parte di un "lavoro" sul Materno, svolto all'interno di un Nodo (gruppi di ricerca e di elaborazione teorica) dell'Associazione psicanalitica NODI FREUDIANI (Mi).   

3. J. Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), Il Seminario, Libro XI, Einaudi Ed., Torino, 1979, p. 241 sg.

4. Ibid., cap.: Il soggetto e l'Altro (I): l'alienazione.

5. G. Balbo, J. Bergès,  Psychose, autisme et defaillance cognitive chez l'enfant, Ed. Erès, Toulouse, 1998, p. 129 sg.

6. J. Lacan, La relazione d'oggetto (1956 - 1957), Il Seminario, Libro IV, Einaudi Ed., Torino, 1996, p. 34.

7. S. Freud, Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi (1925), in OSF vol. X, Boringhieri, Torino, 1978.

8. G. Balbo, J. Bergès, L'enfant et la psychanalyse, Ed. Masson, Parigi, 1994, p. 88.

9. S. Freud, Sessualità femminile (1931), in OSF vol. XI, Einaudi, Torino, 1979, p. 68.

10. S. Freud, L'Io e l'Es) , cap. 3, L'Io e il Super-io, in OSF vol. IX, Einaudi, Torino, 1977, p. 491.

11. Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, (preedipo), Ed. Laterza, 1981, p. 433 sg.

12. M. Safouan, La sessualità femminile, Garzanti Editore, 1980, p. 141.

13. J. Lacan, Ancora (1972 - 1973), Il Seminario, Libro XX, Einaudi, Torino, p. 32.

14. Ibid. p. 35.

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