Riflessioni su "La finestra di fronte" di Ferzan Ozpetek: la ricerca del vero "Sè"

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3 ottobre, 2017 - 12:03

locandina film

Nulla sembra inizialmente legare i due protagonisti del film di Ozpetek, tra loro abissalmente distanti per età, esperienze di vita, aspettative. L’esistenza apparentemente normale di Giovanna (interpretata da Giovanna Mezzogiorno con la solita intensità) nasconde un lutto in gran parte inconsapevole: quello della perdita delle sue emozioni vitali, sia negli affetti quotidiani sia nel lavoro, senza più líentusiasmo di giocarsi un altro futuro, in un sottofondo depressivo opprimente, anche se non chiaramente manifesto.
Il vecchio Davide (Massimo Girotti, commovente nel suo presagio di addio), più che vivere, sopravvive a se stesso, con l’orologio interiore fermo al giorno tragico del suo gesto coraggioso: egli ha salvato con un omicidio i suoi confratelli ebrei da un massacro, ma, al tempo stesso, in quel giorno ha anche operato una scelta drammatica, perdendo la persona che amava, in una relazione omosessuale impossibile.Il film compendia il senso di un ossessivo dualismo tra l’Io reale, socialmente condizionato fino al suo totale snaturamento, e l’Io ideale, ardente come fuoco sotto la cenere, la cui influenza spezza una routine automatizzata con messaggi fugaci ma dirompenti.
Anche nella quotidianità più rassicurante del nucleo familiare si nasconde la violenza sottile di consuetudini che si autoalimentano in un gioco incruento quanto devastante. Il vecchio signore, da un punto di vista puramente descrittivo, sembra soffrire di un quadro di amnesia e deterioramento cognitivo, su cui si sovrappongono alterazioni fluttuanti dello stato di coscienza, con allucinazioni visive ed uditive: in realtà, a dispetto di ogni oggettivo inquadramento nosografico, egli dimostra di non aver perduto un solo istante, una sola sfumatura, un solo accento dei momenti veramente significativi del suo passato.
Giovanna, giovane operaia, prigioniera di una vita in cui non si ritrova, dal lavoro ripetitivo ed alienante al matrimonio privo degli iniziali entusiasmi, proietta segrete fantasie su Lorenzo (Raoul Bova), líuomo che scorge dalla finestra della casa di fronte, quasi in una sorta di infatuazione adolescenziale.
Davide e Giovanna, dopo uníiniziale diffidenza, scoprono di avere in comune un hobby curioso: la pasticceria, coltivata come uníarte raffinata, nella ricerca di una perfetta armonia dei sensi, quasi una sublimazione di un’inappagata richiesta orale, una fame affettiva, superata però da una raffinata esigenza di bellezza e di elevazione, che la realtà quotidiana impone di sacrificare sullíaltare della praticità e dellíutile.
La finestra, simbolo del film, apre uno scorcio sul sogno, su una giovinezza del cuore la cui realizzazione rischierebbe di causare lo sfascio di un piccolo, quotidiano mondo di affetti familiari, legami saldi e avvincenti, quanto, a volte, dolorosamente vincolanti.
La rinuncia di Giovanna a questo sogno, accarezzato e custodito come un prezioso segreto, è quasi obbligata. Per un istante tutti noi partecipiamo alla tentazione della protagonista di inventarsi un’altra vita, espressa, come estremo tentativo, nella sua corsa affannosa già per le scale di casa, ad inseguire, all’ultimo momento, una macchina in partenza. E’ molto abile qui la regia nel trasmetterci, dopo l’estenuante conflitto, quest’ansia impossibile di una liberazione e di una rinascita: solo per un secondo, la protagonista rischia di perdere líultimo appuntamento con la sua parte più autentica, ma è lei stessa la responsabile di un ritardo che può rivelarsi fatale.
Per il vecchio signore, invece, il sogno ritorna nel flusso delle allucinazioni, inframmezzato da incubi angoscianti e luminosi flashback, ma, a dispetto della destrutturazione della sua coscienza, egli riesce a lasciare un’eredità preziosa a Giovanna: quella di non rinunciare, almeno nei suoi derivati simbolici, alla dimensione della bellezza, che riflette líaspirazione ad una sfera ideale, collocata al di là del tempo.Il film gioca, con un’insistenza talora eccessiva, su due piani di esistenza: il primo, rappresentato dal vecchio Davide, i cui sintomi dispercettivi si potrebbero interpretare come un’estrema difesa per preservare i suoi ricordi più autentici dall’usura del tempo; l’altro, quello della protagonista, che proietta, al di là della finestra di fronte, una possibilità di vita che non riesce a realizzare nei limiti del suo presente.
La verita’ cui il lavoro di Ozpetek allude, senza mai peraltro coglierla in modo esaustivo, è tutta in quel flusso di identificazioni e proiezioni, dove ognuno dei due personaggi riveste, per l’altro, la funzione essenziale di specchio, di oggetto-Sè, su cui trasferire l’urgente bisogno di una vita in cui riconoscersi.
La conclusione del film non sembra rispettare fino in fondo le coraggiose denunce di inautenticità dell’esistenza, estese anche gli affetti più intimi e consolidati: il tentativo di Giovanna di reinventarsi un lavoro più corrispondente alle sue istanze, spezzando la rassicurante ma soffocante routine, non potrebbe, verosimilmente, ricomporre il più profondo conflitto che investe la struttura stessa della sua personalità.
La rinuncia alla spontaneità e l’impoverimento del proprio mondo fantastico portano spesso, infatti, allo sviluppo di "personalità come-se" (Deutsch), ovvero a ciò che Winnicott ha descritto come "falso Sé", mistificato e bloccato allo "stato di non-comunicazione". Questo lungo percorso di avvicinamento al Sè, come sottolineano molti rappresentanti delle teorie psicoanalitiche più recenti, da Fairbairn a Guntrip a Kohut, deve porre come obiettivo ideale (anche se forse mai definitivamente raggiungibile) l’integrazione delle parti più vitali della personalità. 
Questo segnerà la ripresa di un dialogo interno arrestato da un passivo adattamento alla realtà. 
In sintonia, quindi, con queste tematiche psicologiche, pur espresse in modo estetizzante, Ferzan Ozpetek riesce a realizzare una suggestiva reciprocità identificativa tra i protagonisti: ognuno di essi vede nell’altro soprattutto la parte irrisolta del proprio tormento interiore, in una sorta di oggettivazione costante che attinge ora all’attualità ostinata della memoria, ora alle inquietudini segrete dei sogni impossibili.

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