In margine al caso Diamante

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4 marzo, 2013 - 16:21

Il caso Diamante ha fatto un certo scalpore, viene giudicato dai CTV (Gatti, Rocco, Rossi) incapace di intendere e di volere al momento dell'atto, non pericoloso per l'irripetibilità dell'atto criminoso, che richiederebbe per il suo ripetersi la convergenza di troppi fattori, e quindi il giudice lo considera non imputabile e lo manda a casa. Apriti cielo!

Quella che segue è una puntualizzazione, che un quotidiano ha pubblicato in prima pagina, del prof. Romolo Rossi, per chiarire un suo punto di vista.

 

L'argomento è il caso del sig. Stefano Diamante, che ha affollato i nostri giornali e le nostre televisioni negli ultimi tempi. Non voglio certo discutere il merito della sentenza. Il prof. Gatti, il dott. Rocco ed io abbiamo fatto una perizia di cui ci siamo assunti la responsabilità, della quale eravamo ben consapevoli: il giudice, a mio avviso persona di grandissima competenza e umanità, ha sentenziato in modo ineccepibile: la sentenza potrà essere appellata e seguire il suo iter naturale, attraverso altre eventuali perizie e gradi di giudizio. Stefano Diamante, a quanto ne so, verrà seguito e curato. De hoc satis.

Il problema che mi sono posto è un altro. Seguendo i giornali ho avuto sotto gli occhi un iter singolare che fa molto riflettere sugli eventi dei grandi gruppi e delle persone che, individualmente, ne fanno parte. La decorosa e decorativa immagine della giustizia, imparziale e rieducative, priva di istanze punitive e vendicative, che la gente e i giornalisti che la rappresentano, si costruiscono a ferro freddo, a ferro caldo è bell'e svanita, si è trasformata in una immagine tormentosa, punitiva, e sa di vendetta, di occhio per occhio, una vera giustizia bendata e con la spada in mano. Tutte le sicurezze virtuose e pietose, doverosamente scisse, bene da una parte, male dall'altra, essendo il mare durezza, incomprensione, punizione, e il bene comprensione, redenzione, accoglienza, si sono dissolte come neve al sole e le carte si sono rimescolate. La gente si è rivelata e ha chiesto vendetta. E questo si può capire: nessuno credeva davvero che la gente fosse così lungimirante e generosa come faceva comodo credere.

Ma se ne sono viste delle belle. Preti che hanno teorizzato sull'esistenza di Dio e sulla punizione che da Dio procede; poeti che dopo aver compreso, come è loro compito, si sono messi a gridare vendetta come gli altri; scrittori che, dopo aver meditato con lucidità sui problemi umani, arrivano alla conclusione che bisogna pur punire; psicologi che fanno complessi discorsi per poi in realtà dire, come gli altri "dalli all'assassino" (psicologi!), senza contestare una diagnosi, senza proporre una interpretazione, senza conoscere in realtà il caso; ministri che, a quanto pare, anche se non posso crederci, dicono che le sentenze devono tener conto dell'opinione pubblica; giornalisti che per giorni e giorni iniziano il titolo in prima pagina colla parola bene in evidenza, "matricida".

Risposte d'impulso, immediate, comprensibili, ma che hanno tutte un denominatore comune, la non conoscenza del caso specifico, la non sufficiente analisi dei fatti. Una cosa sola è certa, che si tratta di un matricidio, quando è proprio questo il delitto che, da sempre, ha più di ogni altro il bisogno di essere meditato e capito, perché il più assurdo ed insensato. Abbiamo visto attribuire astuzie sopraffine ad un povero ragazzo che ha praticamente gridato a tutti di essere lui il colpevole, con le sue menzogne e le sue discolpe confuse e naïves. E poi, infine, estrema ratio: cambiamo la legge, perché è colpa sua. Povera legge italiana, mal voluta anche quando è esemplare, come in questo caso, ed in quello del transessualismo! Prendiamo esempio, come facciamo sempre, dagli americani, che non ci metterebbero nulla ad usare il cianuro o la sedia in un caso del genere. Oppure, va bè, però facciamo una legge che imponga la cura, il che vuol dire "chiudiamolo", col che anche il circolo vizioso è richiuso.

Allora, risposte emotive, non meditate, globali e, diciamo pure, confuse e contraddittorie, che cominciano con un "comprendiamo" e finiscono con un "vendichiamo". Anche da parte di persone che, infine, per mestiere o identità, dovrebbero tirare la corda dall'altro capo.

Ma perché? Non è facile capire. Non sarà forse, tra le altre cose, il fatto che sono tutte, nello schieramento generazionale, persone appartenenti alla categoria dei genitori, i quali non ne vogliono sapere di scoprire cose dei figli che non volevano vedere, e che li fanno andare in bestia, con buona pace dei virtuosi e coltivati propositi sul comprendere, conoscersi, e "assumersi le proprie responsabilità sui giovani"? Non sarà che, di questi figli che non conoscono, al di là dell'eterno suono di violino del "come siamo buoni noi", hanno una paura matta?

Forse per questo in una trasmissione televisiva sull'argomento, quattro madri, rispettivamente ministro, magistrato, cantante e attrice, continuavano a sorridere e a far battute, all'insegna del "guardate invece che ottima madre sono io".

Pensando a queste cose, riusciamo forse a renderci ragione di questi giorni, che potremmo chiamare i giorni di Stefano Diamante, in cui è calato su di noi il medio evo.

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