Schegge di sapienza, frammenti di saggezza e un po' di follia

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28 marzo, 2013 - 23:54
Autore: Davide Lopez
Editore: Angelo Colla Editore
Anno: 2007
Pagine: 181
Costo: €19.00

[Per presentare questo libro ai nostri lettori pubblichiamo l’intervista a Davide Lopez curata da Carla Cremonese (psichiatra-psicoterapeuta, Padova) e da Alberto Italo (psichiatra-psicoterapeuta, Vicenza)]

 

La prima pagina parlante del libro è la copertina. Questa, nel suo, ha un'immagine, un titolo e anche due frasi, una di Marx e una di Nietzsche. Ci vuole spiegare i loro significati?

Iniziamo dall'immagine, I tre filosofi del Giorgione. Io sono un ammiratore di Giorgione; ritengo, infatti, che i due più grandi pittori siano stati proprio Giorgione e Leonardo. Quando, durante una visita al Louvre, mi sono trovato nella sala di Leonardo, difronte ai dipinti, per esempio, della Madonna con Sant'Anna e della Vergine delle Rocce, ho sentito un brivido, perché lì c'era la persona, Leonardo aveva dipinto la persona. L'altro grande pittore è, come dicevo, Giorgione; la Venere del Giorgione è la più bella donna che sia mai stata dipinta. Siamo qui di nuovo difronte al brivido, dove l'intensità e la profondità di questa Venere indica che Giorgione aveva capito tutta la ricchezza della donna, nella sua complessità, dove anche la sessualità non è una sessualità esibita, invasiva e debordante, come nella Venere del Tiziano, ma è una sessualità contenuta. Ritorna qui il concetto di Nietzsche espresso nel famoso aforisma: "Voi non siete per me ponti verso il superuomo, là dove gli dei danzano e si vergognano della vesti". Qui Nietzsche riesce a cogliere, nella nudità, la manifestazione degli uomini superiori, comprese le donne naturalmente, che non è esibizionismo ma profondità erotica ed emotiva, nel rimanere se stessi e nel manifestarsi come tali. In Tiziano, invece, c'è una ridondanza erotica, che è un uscire della donna da se stessa, non vi è quella immobilità che io dico essere una delle dimensioni essenziali anche della mobilità.

Passando al titolo del libro, sembra che in esso lei voglia descrivere se stesso.

A differenza di Nietzsche in cui c'è un continuo bisogno di sollevamento, io non mi sono sforzato. Dico sempre che i filosofi tendono a camminare sulla punta dei piedi, ma bisogna, invece camminare con la pianta ben posata per terra, muoversi calmi e rilassati. Quindi io non ho avuto, come Nietzsche, l'esigenza di superare sempre me stesso; questo è un concetto tipicamente luciferino (Lucifero ha sempre bisogno di superare Dio, come l'ente a cui lui si contrappone). La persona non ha bisogno di superare nessuno, neppure se stessa, si evolve liberamente, libidico-emotivamente, quindi si manifesta. In alcuni periodi della mia vita, alcuni concetti che non mi erano chiari non ho voluto chiarirli a tutti i costi, ho lasciato che si maturassero, e a volte ho aspettato dieci-quindici anni. Questo è avvenuto, ad esempio, per la consapevolezza; è stato necessario molto tempo perché maturasse nella mia mente la distinzione tra la coscienza e la consapevolezza, che finora nessun altro ha fatto. La consapevolezza, a differenza della coscienza, è saggezza e sapienza insieme, non si identifica con la conoscenza, in quanto è sì conoscenza, ma simultaneamente conoscenza di se stessi e conoscenza dell'altro. Essa è continua revisione del rapporto di sé con le persone e del rapporto con sé stessi, è anche emozione, e non solo conoscenza. Tanto è vero che poi ho formulato il concetto di "amorevole consapevolezza", che è la funzione della persona, ossia la sua manifestazione più elevata.

Consideriamo ora le due frasi della copertina.

Io ho cercato sempre di tenere conto di tutti i miei maestri, in primo luogo del mio analista, ma anche di Croce, Freud, Marx. Poi ho incontrato Nietzsche, che mi ha colpito più di tutti i precedenti maestri, a prescindere dal mio analista che aveva, tra l'altro, anche lui un'ammirazione per Nietzsche. Quindi i personaggi che mi hanno colpito maggiormente sul piano culturale, ancor più di Freud e persino dello stesso Reich, sono stati Marx e Nietzsche; per questo li ho messi, in qualche modo, insieme nella mia mente. Si tratta di due personaggi che sicuramente sono tra loro in contraddizione; se si incontrassero, sicuramente si batterebbero in un duello. Ma riferiamoci ai due loro aforismi. Ecco come l'aut-aut si trasforma nell'et-et: senza l'aforisma di Nietzsche non si può pervenire all'aforisma di Marx, le due posizioni hanno bisogno di venirsi incontro. Si tratta di due modi di sentire i quali, benché manifestati da due persone che la pensavano diversamente sul piano culturale, sociologico, politico, ecc., sul piano profondo delle emozioni e delle relazioni umane, essenzialmente tra l'uomo e la donna, si incontrano e l'uno fornisce all'altro lo spunto per una maggiore completezza. Per pervenire ad una relazione di reciprocità, nella quale, come dice Marx, "Tu puoi scambiare amore solo con amore", si deve attingere la consapevolezza che bisogna essere analoghi nello scambio dell'affettuosità e delle emozioni, essere insieme sia nell'amore che nell'odio. Deve realizzarsi dunque un incontro di equilibrio, di intensità e di ricchezza, nella relazione tra l'uomo e la donna. In tal modo ci si incontra sempre e, nel momento in cui ci si distacca, anche questo avviene simultaneamente, come in una fisarmonica, in cui vi è incontro, allontanamento e di nuovo incontro. Del resto, quando la relazione è matura, l'essere insieme è molto più prolungato nel tempo e nelle spazio dei momenti in cui c'è distacco. Dice giustamente Osho: "Tu non puoi amare ventiquattro ore su ventiquattro".

Per pervenire a ciò è necessario quello che dice Nietzsche e che lui ha dovuto sperimentare personalmente: "Dove non è più possibile amare, bisogna passare oltre". Conoscere bene le relazioni sado-masochistiche, in cui un membro della coppia impersona l'oggetto oblativo, e quindi è iperdisponibile e perdona sempre, mentre l'altro succhia ed è un buco nero. Per poter pervenire ad una relazione matura, bisogna avere il coraggio di distaccarsi da tutte le relazioni che sono succhiatrici di sangue e che sono accattivanti, nel senso di captivus, ossia che prendono, ed emanciparsi. Emanciparsi da tutti gli oggetti negativi. Freud ha dato una buona indicazione di questo, riportando un sogno in cui lui diceva: "Dopotutto quella persona con cui hai rotto la relazione, non era poi così cattiva, sarebbe bene riprendere il rapporto con lei". Al risveglio, invece, pensò: "No, con quella persona ormai il rapporto è chiuso". Si trattava dell'amico Fliess.

Nel libro la persona e la consapevolezza restano le protagoniste. Ma lei è abituato anche ad andare oltre. Cosa la persona ha appreso di nuovo in questo libro?

Lei ha parlato della consapevolezza e della persona come se fossero due entità; in verità sono una unità, un'unica realtà. Si tratta solo di due prospettive, due modi di guardare ad uno stesso ente che è la persona. In questo si va oltre.

La persona è la totalità, l'ente totale, essa è una sintesi dell'evoluzione della storia. La persona ha delle affinità con il concetto di superuomo di Nietzsche. Io, tuttavia, negli anni, e sono tanti anni, ho sempre più delineato la distinzione tra il mio modo di pensare la persona e il concetto di superuomo, eliminando proprio quegli aspetti megalomanici che esistono ancora nel concetto nietzschiano di superuomo e che si manifestano in tutti i suoi libri. Questo è particolarmente evidente nei due libri fondamentali, dal punto di vista teorico, del filosofo, Al di là del bene e del male e La genealogia della morale. Mentre la delineazione del personaggio Zarathustra era più vicina al mio concetto, perché era un mediatore, un modulatore, ecc., in questi due libri vi è più una oscillazione verso una forma di egoismo selvaggio. Io, invece, sostengo — e questo Nietzsche non l'ha detto — che l'egoismo non è separato dall'altruismo, ma entrambi sono le due facce di uno stesso modo di essere e di sentire, sono due aspetti di una stessa cosa.

In che modo l'egoismo è simultaneamente altruismo? Nella misura in cui si tratta del sano egoismo, cioè quello che fa l'interesse della persona, giacché questa è sintesi di individualità e di universalità, non è soggettiva, quale espressione dell'intersoggettivismo e del postmodernismo, ossia un soggetto individualista, episodico ed effimero. La persona è anche oggettiva, essendo sintesi di individualità e universalità. Forse l'unico che si è avvicinato, ma non ha avuto il coraggio di dirlo, che egoismo e altruismo vanno insieme, è stato Marx, quando dice che "l'individuo è già comunità dentro di sé". Io in parte ho preso e sviluppato il concetto di Marx, parlando di universalità. La persona, dunque, quando si manifesta, è egoistica, perché la sua manifestazione è un sentimento di potenza, nel senso di Nietzsche, potenza creativa e costruttiva, e, nello stesso tempo, altruistica, perché dona fiducia e sviluppa la creatività delle altre persone.

L'emancipazione della persona apre il problema della libertà del sapere e della sua trasmissione dal maestro all'allievo. Cosa pensa lei a questo riguardo?

In psicoanalisi Freud aveva questo atteggiamento: "Sì, tu sei libero, a condizione che la pensi come me!", per cui quando qualche suo allievo si contrapponeva o esponeva idee diverse, che fosse Adler con il punto di vista dell'inferiorità d'organo, Rank con il trauma della nascita, Jung con gli aspetti mistici e gli archetipi, egli non lo accettava. Il grande tema dell'emancipazione della persona apre, invece, alla distinzione e alla differenza. Ciò che non va bene è la contestazione. Una cosa, infatti, è la trasgressione, un'altra la contestazione. Trasgredire è sempre possibile.

Io con il mio analista sono giunto ad una conclusione. Proprio nel giorno in cui morì, mentre camminavo per le vie di Vienna e aspettavo che arrivassero le quattro, orario di un nostro incontro, feci una revisione di tutta la mia vita e di tutti i rapporti, e sentii un sentimento di dolcezza incredibile nei confronti di Rubinstein. In quel momento lui stava morendo. Arrivai nel luogo dell'appuntamento e lui non c'era. Visto che era sempre puntuale nel suo perenne ritardo di un quarto d'ora, aspettai ancora un po', ma poi andai via. Tornato all'albergo, l'analista Gaddini mi disse: "Ti devo dare una brutta notizia, il tuo analista è morto". E pensare che lo avevo visto alle dodici!

In quel momento capii che vi era un'identità profonda con lui, nel modo di pensare, che io continuavo sulla sua stessa strada, che molti concetti ci erano comuni, ma questo non impediva che io li sviluppassi, che mi muovessi senza nessuna contraddizione. Questo è stato un successo della mia vita, che pochi sono riusciti a raggiungere, che mi dà il senso di estrema fiducia che io ho rispetto alla vita e a me stesso.

Quindi ognuno è libero di sviluppare le proprie idee. Tra i miei allievi ci sono quelli più vicini al mio pensiero; altri si sono differenziati, hanno seguito punti di vista più bioniani, kleiniani, ecc. A me va sempre bene, perché ho raggiunto una grossa acquisizione nel fatto che io sono libero, anche, come ho fatto nel rapporto con il mio analista, di condividere le idee e di andare avanti sulla stessa strada, che è la strada della persona, dove vi è l'affinità e anche qualche distinzione di concetto. L'importante è che non ci sia la contestazione.

Loretta Zorzi: Quanto dicevi sulla differenza tra contestazione e trasgressione, in funzione dell’emancipazione, mi fa venire in mente due livelli, e modelli, diversi di rapporto con il maestro e, comunque, con un precursore (genitore, pensatore del passato, ecc.). Il trasgressore è colui che si assume la responsabilità delle proprie scelte; egli non ha bisogno — un bisogno coatto — dell’altro.

Non è detto che si debba necessariamente trasgredire il maestro, perché la trasgressione può anche avvenire d'accordo con il maestro. In tal caso si trasgredisce insieme il pensiero comune, dove la trasgressione implica il coraggio di poter essere nell'isolamento, non solo rispetto al super-io sociale, a dei gruppi di pensiero, ma rispetto ad un'intera società.

Loretta Zorzi: Riferendomi al significato etimologico del verbo emancipare, ho pensato all’espressione ‘prendere nelle proprie mani’. Nella trasgressione il soggetto si assume — come dicevo — la responsabilità delle proprie scelte, mentre nella contestazione ha bisogno di qualcuno contro cui affermarsi, da criticare, da contestare appunto. In quest’ultimo caso, l’individuo non si emancipa, non prende in mano la propria emancipazione: rimane aggrappato all’altro.

Nel caso della contestazione, si rimane nell'identità con coloro che si contesta. E' una falsa emancipazione, perché non c'è nessuna assunzione, coraggio, responsabilità, nessuna creatività, come la contestazione del '68 ha dimostrato. Dicevano i contestatori di allora ai padri o ai maestri: "voi dovete insegnarci". Ma allora, se ne siete capaci, se volete cambiare tutto e non seguire noi, fatelo! Vediamo se avete la capacità di essere creativi e di assumervi la responsabilità, di creare una nuova scienza, una nuova cultura, un nuovo sapere! I contestatori amano e fanno solo il negativo, che non significa affatto emanciparsi, perché si fa esattamente quello che fa l'altro, solo con il segno negativo.

Se il '68 ha creato questa "società di Gesù bambino", così da lei definita, essa, a sua volta, come dice nel suo libro, sta "allevando un mondo di paranoici". Alla fine sembra che la contestazione porti alla paranoia.

Si tratta effettivamente di una nuova contestazione. Quella del '68 si è estinta, permane solo in qualche politico. Vi è una nuova forma, la cui degenerazione è la paranoia, come lei giustamente dice. Il paranoico, infatti, pensa: "Io sento di poter esistere nella misura in cui distruggo tutto. E se dovessi appena rendermi conto che non valgo niente, devo continuare ad agire il mio modo distruttivo e negativistico di pensare, perché altrimenti dovrei accettare, appunto, che non valgo niente".

Restando sul tema della trasgressione, considero già di per sé una trasgressione il fatto di rendere piacevole e comprensibile anche la lettura dei filosofi che lei commenta, nel senso di rendere un argomento, che potrebbe essere difficile e noioso, vivo e presente emotivamente.

Sì, trasgredire può creare in molte persone una sorta di compiacenza, di compartecipazione, visto che almeno vi è qualcuno che mi stimola e non mi fa essere un conformista. E si possono stimolare anche dei filosofi!

Ora propongo io un approfondimento, che mi sembra importante, la distinzione tra i due concetti dell'eroe e degli dei.

Khout si è spinto fino all'eroe, l'eroe tragico che si contrappone al modello dell'uomo normale di Freud. L'eroe è quello che è uscito dal modo di pensare comune e vive tragicamente. Khout aveva concepito anche il concetto della fine dell'eroe, che muore gloriosamente. Egli lo ha attuato pochi giorni prima di morire, con il suo discorso con cui chiudeva il Convegno della Psicoanalisi del Sé.

Io, quando un paziente mi parla di un ideale eroico, gli dico che lui rimane ancora al livello dell'eroe, compiendo sacrifici non necessari, se non luciferini, dominato dall'istinto di morte, come Freud. Gli dèi, invece, e qui entriamo nella psicologia degli dèi, sono contenti di quello che sono e guardano con un po' di benevolenza, ma anche di superiorità, i poveri eroi, che hanno bisogno di sentirsi grandi e di usare la volontà di potenza, di affermarsi a tutti i costi; si danno tanto da fare nella vita e poi stramazzano.

Ci dice qualcosa sul vuoto e su dio?

Come la filosofia orientale, anch'io mi baso sul vuoto, perché dico che la persona nasce dal vuoto, dal vuoto mentale, come quel modo di essere e di vivere che si differenzia, si stacca dal contesto dell'umanità. La gran parte degli occidentali parla di dio, ha bisogno di qualcosa di trascendente che si elevi da una realtà troppo vicina, aderente, quotidiana e che acquisisca slancio. Solo che hanno preso un tale slancio che poi sono finiti nel precipizio.

Per me, invece, uscire dall'umano significa acquisire la capacità di stare con la mente nel vuoto, e nel vuoto ascoltare la parola della persona. Si tratta dunque di qualcosa che ha a che fare con il transumano, ma che non è trascendente. Si rimane sempre nell'ambito dell'animale, dell'uomo e della persona. Non si va a finire nel trascendente, nella metafisica; solo si acquisisce una distanza. Mi può essere detto: " Come si può giudicare, pervenire ad una valutazione, se non c'è un punto, in qualche modo esterno all'umanità?". Un punto esterno è quello che propongo io, perciò, lasciate stare dio, perché questa è un'astrazione, un oggetto fuori dell'universo, metafisico, di natura altra, che crea quindi una frattura insanabile.

Un'ultima domanda, che in parte si collega alla precedente. Per quale motivo molti pensatori, anche alcuni teologi e lo stesso Ratzinger, si dichiarano pronti a superare la metafisica, e parlano di Logos, coscienza laica, consapevolezza del Buddha, ma poi tutti tornano alla metafisica?

C'è sempre questa madre strega. Lo stesso Freud aveva sviluppato la metapsicologia, che corrisponde alla metafisica, e la chiamava "la strega". Alla fine vi è il bisogno di rivalutare una concezione occidentale, in contrapposizione a quella orientale del Buddha, che non è metafisica, ma rimane sulla terra. Infatti, se è vero che il vuoto è unilaterale, esso, però, fa parte dell'universo, è una parte di esso. Ci sono i corpi, ma vi è anche la grande estensione del vuoto, senza di esso vi sarebbe una massa informe. Il vuoto effettivamente dà un senso di benessere, di calma e di pace. Il buddhismo, tuttavia, rivendica una sola dimensione, dell'universo come vuoto, perdendo di vista quella dell'universo come materia, energia, corpo, evoluzione, e perde di vista la genesi della persona.

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