Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Approcci cinematografici per comprendere la salute mentale

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2 febbraio, 2014 - 21:50
di Matteo Balestrieri

  Lo schermo cinematografico offre innumerevoli esempi per fare didattica sulla salute mentale. Non basta tuttavia un buon film per ottenere un buon apprendimento. E’ necessario innanzitutto avere in mente gli obiettivi che si vogliono raggiungere e preparare l’incontro (o l’evento) adeguatamente. In generale è utile pensare ad una tesi da sviluppare, anche se poi possono nascere stimoli diversi nel corso della presentazione e discussione del film. Bisogna ovviamente tenere conto del tipo di materiale disponibile (sala più o meno attrezzata), il tipo di supporto utilizzabile (DVD, videocassette), il tempo che si ha a disposizione, la preparazione dei partecipanti, la loro disponibilità a interagire.
  L’insieme di questi elementi determina l’approccio scelto, fermo restando che il primo di essi (gli obiettivi) deve guidare la scelta di lavoro.
 
Approccio nosografico
  L’obiettivo è quello di individuare sintomi e comportamenti, partendo dall’assunto che è sufficiente identificare singoli sintomi, collezionarli e collegarli ai criteri diagnostici dei sistemi classificativi per individuare i disturbi psichiatrici. Questo approccio richiede l’utilizzo di scene anche molto brevi tagliate dai film. Esso è quasi del tutto sganciato dalla storia filmica e potrebbe essere addirittura in contrasto con essa. Ad esempio, si potrebbero usare scene di allucinazioni prodotte da sostanze per illustrare allucinazioni schizofreniche, o scene di paura dovuta ad elementi oggettivi per illustrare attacchi di panico, e così via.
  In alcuni casi, si chiede ai partecipanti di vedere i film per conto loro prima del seminario. Questo permette ovviamente di risparmiare il tempo trascorso insieme a vedere il film. Questo modo di fare didattica è utile per gli studenti, per gli operatori delle varie discipline sanitarie e spesso anche per medici non specialisti (talvolta è sorprendente scoprire quanta poca conoscenza vi sia dei sintomi psichiatrici tra i non-psichiatri). I limiti sono evidentemente quelli di un’ipersemplificazione delle situazioni cliniche, che dovranno essere ulteriormente approfondite con una didattica complementare di tipo formale o di discussione di casi clinici reali. Un esempio di film che viene ad esempio molto spesso utilizzato per illustrare il disturbo bipolare è Mr. Jones (1993), di Mike Figgis con protagonista Richard Gere. Se questo tipo di film non viene integrato con un adeguato commento critico, il rischio è quello di indurre atteggiamenti non professionali, ad esempio di attivazione del ridicolo, del divertente, del pauroso, e così via. Si pensi ad esempio ad un altro film come Tutte le manie di Bob (1991), di Frank Oz con protagonista Bill Murray. Un’altra tesi pericolosa che potrebbe essere stimolata è inoltre l’atteggiamento “ad un sintomo corrisponde un farmaco”. Poiché nella realtà clinica questo approccio è fuorviante, e anche pericoloso, ci sentiamo di sconsigliarlo fortemente.
  Se si pensa di affrontare questo tipo di didattica, si potrebbe procedere attraverso una discussione successiva alla visione delle scene che si articola attraverso una sequenza di domande come le seguenti:

  • Sono illustrati una serie di sintomi. Quali sono?
  • Quanto sono frequenti i sintomi illustrati nella vita comune delle persone?
  • Questi sintomi possono far pensare ad una o più diagnosi psichiatriche?
  • Somigliano a sintomi che avete avuto modo di osservare nella vostra esperienza?
  • Vi erano differenze tra i sintomi che voi avete osservato e quelli che visti nel film?
  • Se sì, quali possono essere i motivi?
  • Cosa si può fare quando compaiono questi sintomi?
  • Secondo voi, che evoluzione possono avere i sintomi illustrati nel film?

 

Approccio psicopatologico narrativo
  Questo approccio ha l’intento di far acquisire nuove informazioni “oggettive” attraverso il racconto filmico di storie di persone con sofferenza psichica. Rispetto all’approccio precedente, vi è un collegamento diretto con la diegesi (la storia sceneggiata più il contesto storico, geografico e culturale in cui si svolge) del film. Questo vuol dire che la storia sceneggiata è quella che è effettivamente analizzata e discussa. Vi è la necessità di utilizzare scene piuttosto lunghe, quando non l’intero film. I limiti di quest’approccio stanno nel fatto che solo talvolta il regista ha come tesi esplicita quella di illustrare un disturbo psichiatrico. Inoltre, quando anche lo abbia, con una certa frequenza descrive il quadro clinico con ingenuità o imprecisione, talvolta anche quando ha avuto per consulente uno specialista. Infine, poiché in nessun caso si tratta dell’illustrazione di un caso clinico (cosa che appartiene alla pratica medica), la sceneggiatura è comunque costruita su una tesi precostituita (condanna delle istituzioni, oppure guarigione attraverso l’amore, oppure equazione tra killer e personaggio psicopatico, oppure “la causa di tutto è la madre/il padre”).
  Questo approccio è utile ogni qualvolta si voglia affrontare il tema di uno sguardo globale alle persone con la loro sofferenza, della comprensione della eziopatogenesi e degli approcci terapeutici. È perciò adatto agli psichiatri in generale, agli psicologi e a tutti coloro che sono interessati a capire cosa c’è dietro il sintomo. Richiede in genere una discreta preparazione in campo psicopatologico, anche se ovviamente sono possibili livelli differenziati di approfondimento. Wedding e colleghi prevedono ad esempio che gli studenti vedano per conto loro molti film prima di iniziare il corso (Wedding D., Boyd M.A., Niemec R.M. (2005). Movies and Mental Illness. Using film to understand psychopathology. 2nd ed. Hogrefe & Huber, Cambridge, MA, US.). Viene incoraggiata la visione in gruppo, al fine di promuovere l’appartenenza al gruppo stesso e un dibattito informale preliminare. Con questo metodo gli studenti si vedono due volte la settimana; nel primo incontro gli studenti vedono il film, nel secondo discutono dei suoi contenuti, delle eventuali fonti letterarie e della accuratezza della riproduzione del disturbo psichiatrico.
  La didattica che preferisco è quella collegata a questo approccio, in cui i film vogliono essere esemplificativi di condizioni psicopatologiche che rimandano a situazioni di sofferenza per le quali potrebbe essere importante l’intervento di uno “specialista della mente”. Il mio consiglio è quello di utilizzare tutto il film o ampi spezzoni di scene significative che illustrino non solo i sintomi, ma anche il contesto e che rendano l’idea di una storia personale che ha un inizio, uno sviluppo e una evoluzione possibile. Un film che mi piace in particolare presentare è The Hours (2002) di Stephen Daldry, per la ricchezza delle storie che si intrecciano (inclusa quella di Virginia Wolf) e si giustificano a vicenda. Le domande che possono attivare una discussione sono le seguenti:

  • Quale tipo di disturbo/sofferenza è presente?
  • Quanto realisticamente è rappresentata la situazione del film?
  • Riuscite a confrontare la situazione del film con qualcun’altra che conoscete?
  • Quali sono le cause possibili del disturbo/sofferenza illustrato nel film?
  • Siete d’accordo sulle cause del disturbo/sofferenza che vengono proposte nel film? Perché?
  • Come si sarebbe potuto evitare che la situazione arrivasse al punto illustrato nel film?
  • I trattamenti attuati nel film sono corretti?
  • Se doveste intervenire in questa situazione, che tipo di trattamento attivereste?
  • Quali dinamiche familiari/sociali illustrate dovrebbero essere modificate?
  • Sarebbe stato possibile un finale diverso per il disturbo/sofferenza illustrato, ad esempio più ottimista/pessimista o più realistico?
  • I servizi psichiatrici nella tua zona sono attrezzati per affrontare questo tipo di disturbo/sofferenza?

 

Approccio sui contesti di cura e i trattamenti
  L’intento di questo approccio è di approfondire gli aspetti che riguardano i luoghi della cura, le organizzazioni vigenti e i trattamenti attuati. Un filone consistente all’interno di questo approccio è quello che riguarda le grandi istituzioni psichiatriche. Questo tipo di cinematografia, in genere piuttosto conosciuta, non è frequentemente utilizzata a fini didattici in Italia, mentre vi è l’occasione di affrontarla nel corso di simposi e dibattiti a tema, come l’uso e l’abuso dell’elettroshock, il mandato della società allo psichiatra, il ricorso al ricovero, la storia della psichiatria. Sono disponibili numerosi film sui trattamenti psichiatrici manicomiali e istituzionali, da Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) a Frances (1982) e a molti altri. Una filmografia più recente si occupa dei servizi territoriali, dalla loro nascita (La seconda ombra del 2000, C’era una volta la città dei matti del 2010, Si può fare del 2008) ad aspetti attuali (Senza pelle del 1994, La meglio gioventù del 2003).
  A questo stesso approccio appartiene poi il vastissimo capitolo del comportamento di psichiatri, psicologi e psicoterapeuti. Essi sono rappresentati in diverse versioni caratteriali, dai tratti sadici o perversi a quelli bonari e protettivi. Probabilmente le figure più frequenti sono quelle degli psichiatri manicomiali e degli psicoanalisti. Anche la visione di questo tipo di film è più frequente in occasione di simposi e congressi che di veri e propri corsi di studio.
  Molto rari sono i film che permettono di affrontare il tema del trattamento farmacologico in modo fine. Uno di questi è ad esempio La mia vita a Garden State (2004) di Zach Braff. Una didattica specifica sul trattamento farmacologico attraverso il materiale cinematografico non è usuale e offre in effetti pochi spunti, ma possono essere utilizzate scene per stimolare osservazioni e riscontri, ad esempio con medici generalisti.
 


Approccio focalizzato sullo stigma
  Questo approccio può utilizzare molti dei film già indicati nell’approccio precedente. Lo stigma impedisce che molte persone ricevano adeguati interventi. È importante per la psichiatria proporre continuamente iniziative volte a combattere i pregiudizi più comuni sulla malattia mentale. Esistono pellicole prodotte appositamente che affrontano direttamente questo tipo di problematica, tuttavia è possibile spesso utilizzare film commerciali allo scopo di promuovere dibattiti virtuosi. Un recente studio ha analizzato l’impatto di due approcci didattici in una classe di studenti universitari, l’uno impostato secondo un approccio diagnostico e l’altro secondo un approccio umanizzante (Mann C.E., Himelein M.J. (2008). Putting the person back into psychopathology: an intervention to reduce mental illness stigma in the classroom. Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology DOI 10.007). Gli studenti della classe con approccio umanizzante leggevano storie personali narrate da autori con depressione, schizofrenia e disturbi bipolari. Vedevano inoltre documentari e video di soggetti con disturbi psichiatrici. Infine erano invitati a scrivere a loro volta testi mettendosi nei panni di persone con schizofrenia e disturbo bipolare. Nell’altra classe i soggetti imparavano le diagnosi psichiatriche con metodo classico. I risultati hanno indicato una decisa riduzione dello stigma nelle persone che avevano ricevuto l’approccio umanizzante, mentre gli studenti che hanno ricevuto un insegnamento classico non hanno mutato le loro convinzioni rispetto alla malattia mentale.
  All’interno di questo approccio vanno compresi anche tutti quei film che parlano di malattie invalidanti o “reiette”. Di alcuni di questi ho già fatto cenno in un mio recente blog - http://www.psychiatryonline.it/node/4725 - (Freaks di Todd Browning del 1932 sulle deformità fisiche, L’Idolo delle Folle del 1942 di Sam Wood sulla sclerosi laterale amiotrofica, Gli esclusi di John Cassavetes del 1962, girato in un Istituto per handicappati, Figli di un Dio minore di R. Haynes del 1986, I pugni in tasca di Marco Bellocchio nel 1965).
  L’approccio focalizzato sullo stigma è in genere utilizzato in occasione di convegni finalizzati a questo scopo con gruppi di persone interessate (anche in cineforum), o durante campagne di sensibilizzazione a strati estesi della popolazione o come proposta televisiva di impegno politico-sociale. Là dove la proposta filmica viene utilizzata da gruppi ridotti di persone è possibile organizzare un dibattito successivo. Quando invece il film viene proiettato ad un vasto numero di persone, sarà solamente l’eventuale conduttore a proporre il suo punto di vista, eventualmente intervistando il regista e psichiatri si spera illuminati.
 


Approccio sulla professione
  Gli obiettivi di questo approccio sono quelli di proporre una riflessione sulla professione sanitaria. L’intento è quello di valorizzare ed approfondire i vissuti dell’operatore sanitario e del paziente. Una relativamente recente definizione operativa definisce questo aspetto come l’“agenda” del paziente, contenitore all’interno della quale sono presenti i suoi sentimenti, le sue idee e interpretazioni, le aspettative e i desideri, il contesto socio-familiare. Vengono messe in risalto le difficoltà nella gestione delle emozioni in ambienti lavorativi stressanti, dove frequente è il rapporto con la morte altrui e le decisioni prese hanno conseguenze sulla sopravvivenza dei pazienti. Vengono dibattuti i comportamenti che facilitano la comunicazione, evitano la reificazione del paziente e permettono una gestione adeguata della vita personale. Spesso questi film sono utilizzati all’interno di corsi sul “burnout”. Si possono citare film come Patch Adams (1999) di Shadyac, Un medico, un uomo (1991) di Haines, Tutto su mia madre (1999) e Parla con lei (2002) di Almodovar, L’aria salata (2006) di Angelini, Un anno a primavera (2005)di Longoni e altri ancora.
  Di alcuni film si utilizzeranno scene selezionate, di altri è utile consentire una visione completa. In tutti questi film viene rappresentata una figura professionale impegnata in comportamenti lavorativi corretti o critici. Le domande su cui sviluppare un dibattito riguarderanno le aree del ruolo professionale, del contesto lavorativo, delle motivazioni dei protagonisti. Tenendo conto delle notevoli differenze tra le storie dei film, un possibile elenco tra cui scegliere le domande potrebbe essere il seguente.

  • Come descriveresti il contesto lavorativo illustrato nel film?
  • In quel contesto è possibile svolgere correttamente il proprio ruolo lavorativo?
  • Vi sono figure professionali con cui possono essere stabilite collaborazioni?
  • Quale comportamento professionale tiene il protagonista?
  • Quali sono le sue motivazioni?
  • Il suo comportamento professionale è adeguato?
  • Quale è la cosa migliore che compie il protagonista?
  • Quale è la cosa peggiore che compie il protagonista?
  • Cosa vuole dimostrare il protagonista (a sé / agli altri)?
  • Il protagonista ha un controllo sufficiente delle proprie emozioni?
  • Cosa potrebbe fare il protagonista quando si sente teso/arrabbiato/depresso/…?
  • (se presente) quale cambiamento avviene e perché?
  • Il cambiamento effettuato è efficace?
  • Quale situazione di questo genere avete vissuto o visto accadere nella vostra vita?
  • Quali le differenze?

 


Approccio di attivazione emozionale
  Questo approccio è diretto ad attivare nel partecipante sensazioni utili a interpretare una realtà e/o a fare uso del propri vissuti a fini diagnostici o conoscitivi, come avviene nel fenomeno del controtransfert. I film che possono essere utilizzati non descrivono veri quadri clinici, ma immergono lo spettatore in un’atmosfera che connota la situazione. Il regista utilizza il meccanismo della metafora per comunicare il proprio messaggio, spesso in modo del tutto consapevole. Alcuni film di Cronenberg, come La mosca (1986) o Videodrome (1983) sono pervasi di una psicopatologia psicotica, pur non rappresentando una psicosi. Il film Duel (1971) di Spielberg esprime magistralmente i vissuti persecutori, pur apparendo del tutto realistico. Film come The Truman show (1998) o Vero come la finzione (2006), pur raccontando apparentemente storie solo divertenti, possono esprimere invece l’irruzione delle angosce psicotiche nel protagonista. Molti thriller ci fanno percepire soggettivamente l’ansia e il terrore. L’atmosfera cupa presente in altri film induce nello spettatore sensazioni di depressione. Un film dove non succede niente può essere in questo senso un cattivo film oppure un film dove la sensazione ricercata è quella della apatia o della inutilità o dello spaesamento. Alcuni film di Wim Wenders (Lo stato delle cose, 1982; Fino alla fine del mondo, 1991) sono di questo tipo. Quando il personaggio centrale di un film ha determinate caratteristiche, il regista abile riesce a creare un collegamento tra i vissuti del personaggio e il modo di raccontare la storia, giocando sui tempi e sulle distanze (i piani filmati).
  Una didattica che affronta questo tipo di argomenti è per discenti evoluti, capaci di introspezione, in genere iscritti a corsi di formazione sulle dinamiche personali o in scuole di psicoterapia. Spesso i film devono essere utilizzati nella loro interezza, per permettere di cogliere le sfumature e i particolari disseminati nel film. Le domande riguarderanno specificamente i vissuti personali e il dibattito dipenderà dalle caratteristiche del gruppo.

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