LO PSICHIATRA DIETRO LE SBARRE
Terapie senza diagnosi
di Gian Maria Formenti

Carcere e malattia: come il gatto che si morde la coda

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27 maggio, 2014 - 22:38
di Gian Maria Formenti

 

Colui che pesa le parole cade in miseria (Alda Merini)

 
Il rapporto tra carcere e malattia, e non solo per le patologie di competenza dello psichiatra, e' un rapporto particolarmente complesso, assolutamente non lineare: dove causa ed effetto spesso si sovrappongono, dove la malattia nello stesso tempo e' incidente, necessità, scelta.
Non mi soffermo sul concetto immagino più che metabolizzato del carcere istituzione totale, quel luogo i cui tratti distintivi, come li rappresenta Erving  Goffmann, sono l'allontanamento e l'esclusione dal resto della società dei soggetti istituzionalizzati, l'organizzazione formale e centralmente amministrata del luogo e delle sue dinamiche interne, il controllo operato dall'alto sui soggetti-membri.
Il carcere e' luogo della regressione, della completa dipendenza dall'altro, o meglio dall'alto, dove negli spazi ristretti delle celle è più facile che si comunichi verbalmente con sussurri, per non disturbare gli altri, oppure con grida per sottolineare le proprie ragioni.
Si potrà essere grati alla vita, fa recitare Bergman ad un suo personaggio citando le parole del Profeta Geremia, quando “i sospiri e le grida saranno passati”. 
Gli stessi spazi ristretti pretendono che sia il corpo ad esprimersi, per delimitare come meglio si possa il proprio spazio vitale, le proprie necessità.
Poiché la comunicazione verbale risulta fortemente condizionata e ritenuta rischiosa per i detenuti, la comunicazione non verbale risulta un canale "necessitato" poiché, essendo l'uso del linguaggio, per motivi diversi, più o meno problematico e difficoltoso, si fa riscontro per necessità a modalità espressive alternative meno soggette a limitazioni, censure e distorsioni di vario tipo.
Il corpo parla, a volte urla quando la sofferenza non può esprimersi con le parole, quando non è possibile lo sviluppo della ristrutturazione cognitiva che permette di affrontare la sofferenza con adeguati strumenti linguistici: vocabolario del corpo che parte da una necessità antica, dal bisogno filogeneticamente innato di difendere il territorio nel quale l’animale compie le più importanti attività biologiche finalizzate alla sopravvivenza di se e della specie.
La malattia diventa elemento importante in questo teatro, perché modo di rappresentarsi ed essere accolto differente dall'altro.
Quando esiste e' possibilità di relazionarsi "sana" con il medico, che comunque ti ascolta.
Quando ancora non esiste, inseguirla e' una possibilità di sentirsi curato.
E non c'è neppure bisogno di sforzi particolari perché la malattia si manifesti: "there are factors in many prisons that have negative effects on mental health, including: overcrowding, various form of violence, enforced solitude or conversely, lack of privacy, lack of meaninful activity, isolation from social networks, insecurity about future prospects.........." (Mental health in prison, Geneva, World Health Organisation, 2007).
Ma la malattia non è solo e sempre incidente o necessità, e' anche scelta dove diventa uno strumento per conquistare una seppur limitata libertà, una misura provvisoria, un ricovero in ospedale, un rientro anche se sotto tutela a domicilio.
E il carcere, come un gatto che si morde la coda, ammala per dar modo di guarire.
 
 
 
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