GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Novembre 2014 II - Storia e storie

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22 novembre, 2014 - 21:13
di Luca Ribolini

VASCO SI CONFESSA SU FACEBOOK: “SOGNAVO DI FARE LO PSICANALISTA”

Sulla sua pagina social, il rocker racconta il suo momento personale (“Faccio talassoterapia in Puglia, me l’ha ordinato il medico”), confessa di “cercare la pace interiore” e annuncia nuovi concerti: “Suonerò in tutta Italia, non ci saranno limiti”
di Redazione, repubblica.it, 8 novembre 2014
Vasco ha fatto un altro regalo ai suoi fan. Il rocker, a pochi giorni dall’uscita del 17mo album Sono innocente, ha deciso di pubblicare una lunga intervista-confessione sulla sua pagina Facebook e di raccontare il suo presente, fatto di un periodo di riposo in un albergo in Puglia e di tante altre cose. “Vengo qui a ritrovare me stesso, faccio grandi passeggiate, c’è il mare, lo iodio. Un posto fantastico”, scrive Vasco nell’intervista “esclusiva, originale, solo per voi”, “me l’ha ordinato il medico – spiega il Blasco – devo fare tre mesi all’anno di talassoterapia. Così posso andarmene in letargo” scherza. E in letargo “dormo, recupero le energie. Poi leggo molto, visto che ho tanto tempo libero. Mi piacciono i trattati di psicologia. Era la mia prima passione, volevo fare lo psicanalista, poi ho dirottato sul disc-jockey, chissà perché. Leggo per cercare di dare un senso anche alla vita reale, ma anche per imparare a morire. Bisogna farlo con lo spirito giusto”. Uno degli argomenti centrali dell’intervista è la sua ricerca di pace interiore.
“Ci provo, bisogna andare d’accordo con sè stessi, prima che con gli altri. Quando esco io indosso una facciata di sicurezza, perché se mostrassi la mia debolezza e la mia confusione mi metterebbero in manicomio. Poi quando incontro la gente mi tranquillizzo: gli altri sono messi tutti come me”. E “L’innocenza del titolo”, secondo Vasco Rossi, “ha diversi significati. Quella dell’artista quando compone, se è un vero artista”.
Nella lunga chiacchierata regalata ai suoi fedelissimi, Vasco si abbandona anche a qualche riflessione personale: “Sto pensando se voglio cambiare il mondo. Intanto penso che cambierò casa: in centro, vorrei vivere in città. Io già sto molto nel mio mondo. Se mi isolo anche nell’abitazione divento un eremita. Rischio di diventare matto! Forse è meglio se torno tra la gente, perché quando vedo la gente mi tranquillizzo”. La vera controindicazione resta l’inevitabile assedio dei fan: “Vero – prosegue l’intervista – che quando mi riconoscono in tanti divento ansioso. Ma magari, dopo un pò, a forza di vedermi, si abituano. ‘Ma no, ancora Vasco?’. Il mio sogno è quello: poter uscire di casa, andare al bar a bermi qualcosa, chiacchierare, fare arrivare la sera”. Che ora Blasco può concedersi solo negli Stati Uniti, “dove vado in vacanza da me stesso, là faccio persino shopping”.
Ma tutti aspettano di sapere se il rocker di Zocca ha voglia di tornare sul palcoscenico: “Per forza – risponde – sennò cosa faccio, sto a casa a leggere? Suonare dal vivo è l’unico motivo per cui si fanno i dischi. Per me è sempre stato così. Io non so nemmeno quanti dischi ho venduto, non mi interessa. Quello che conta è arrivare al cuore della gente. Finché loro si divertono e io mi diverto, vado avanti. Fino a esaurimento scorte”. E quindi nel 2015?…”Non ci saranno limiti, voglio suonare in tutta Italia. Sono anni che faccio solo poche città, ora ho un nuovo slogan: ‘state pure a casa, vengo io a suonare a casa vostra’”. Il tour dovrebbe partire nell’estate del 2015: Bari, Milano, Padova e Messina alcune delle tappe confermate o in via di definizione.
E sul suo nuovo look Vasco ora si sente a suo agio. “All’inizio è stato un trauma. Rasarmi per la prima volta la testa è stato un gesto forte. L’avevo fatto per Blob, per rifare il colonnello Kurtz in Apocalypse now. Non ho più il problema dei capelli! Quest’estate ho sperimentato di tutto, dalla macchinetta al rasoio”. In questa inedita veste, Vasco ha deciso di svelare anche alcuni aspetti più intimi della sua vita privata e familiare: “Intanto in casa non sono Vasco Rossi, sono io. In casa c’è la famiglia, c’è Luca, la Laura… e io vengo al terzo posto. Lì non ho problemi, è un mondo separato, c’è una confidenza diversa sono me stesso. Vasco Rossi ogni tanto ci entra, per esempio con la tv, ma di solito stacco del tutto. Il nostro rapporto non è viziato dalla presenza di Vasco Rossi. Sono più rilassato. Quella è la vita di tutti i giorni”. La famiglia ” il mio rifugio dal frastuono del mondo di Vasco”.
Al link foto e video:
http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2014/11/08/news/musica_vasco_si_intervista_su_facebook-100073840/

PSICOANALISI, TALASSOTERAPIA E TESTA RASATA. VASCO SI CONFESSA SU FACEBOOK. Cinque curiosità che non ha detto ai giornalisti ma ha reso pubbliche sul social network

di Redazione, gazzetta.it, 8 novembre 2014
L’ha fatto a modo suo Vasco Rossi, pubblicando l’intervista sulla sua pagina Facebook. A pochi giorni di distanza dall’uscita di Sono innocente, il suo ultimo album (il 17esimo), ecco cinque cose che nell’intervista ha detto, e prima no.
GIORNALISTI E CONCETTI — Presentare il disco ai giornalisti non spaventa Vasco Rossi «Ma me sì. Sai, se devo cantare davanti a un sacco di gente non c’è problema, ma se devo parlare… mi distraggo, non riesco a finire i concetti».
TALASSOTERAPIA — Il Blasco è in Puglia, in un albergo immerso in una pineta, a pochi minuti dal mare, perché… «Me l’ha ordinato il medico, dovrei fare tre mesi all’anno di talassoterapia».
 
Per continuare:
http://www.gazzetta.it/Sportlife/Musica/08-11-2014/psicanalisi-talassoterapia-testa-rasata-vasco-si-confessa-facebook-90976178132.shtml

RECALCATI, LO PSICOLOGO A INDUZIONE, COME I FORNELLI

di Nanni Delbecchi, il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2014
Magari non sembra, ma la televisione italiana sempre affamata di ospiti, lavora alacremente all’evoluzione delle specie. Massimo Recalcati, per esempio, rappresenta la nuova generazione della pregiata specie dello psicologo da salotto; quelli che, invece di fare accomodare il paziente sul divano, preferiscono accomodarsi loro in poltrona. Molti di loro, come Alessandro Meluzzi, negli ultimi tempi sono definitivamente passati alla cronaca nera, nuova Mecca degli ascolti, e ormai i loro ragionamenti sulla colpevolezza del marito cornuto o della cugina invidiosa non sono più distinguibili da quelli che si sentono fare al bar. Solo una ristretta élite di questi psicologi continua a volare veramente alto; così Recalcati rappresenta un riuscito restyling del modello Paolo Crepet per quanto riguarda l’immagine (giacca di buon taglio e occhiali di celluloide al posto di cachemire color pastello), ma anche del modello Raffaele Morelli per quel che riguarda i concetti. Anche Recalcati tende a scoprire l’acqua calda, ma con più fatica, come se il boyler avesse il termostato difettoso; poi però la porta a ebollizione con aria più calma, senza scaldarsi troppo lui. Uno psicologo a induzione, come i fornelli. Domenica scorsa Recalcati ha presentato a Che tempo che fa il suo libro L’ora di lezione – Per un’erotica dell’insegnamento: titolo promettente, che pareva evocare grandi professoresse del passato come Edwige Fenech o Gloria Guida.
OSSERVANDO intensamente Fazio come Castellitto osserva Kasia Smutniak in In treatment, lo psicologo a induzione ha esordito con alcune grandi verità della vita. Prima verità: “Si insegna agli altri solo ciò che noi stessi amiamo”. Seconda verità: “Siamo passati dalla ‘Scuola Edipo’ di quando i genitori si alleavano con i professori contro i figli, alla ‘Scuola Narciso’ di oggi, in cui i genitori si alleano con i figli contro i professori. Terza verità: “La vita è fatta di incontri, tutto dipende dagli incontri che facciamo”. Quarta verità: “Gli incontri si dividono in due categorie: quelli buoni e quelli cattivi” (questa conviene segnarsela, è troppo complessa). Di fronte a un Fazio pensoso e un po’ preoccupato (non sapremmo se per le verità della vita o per lo share del programma), l’induttore si è poi messo a narrare due incontri decisivi. Uno buono e l’altro cattivo. L’incontro cattivo avvenne alle elementari, quando la maestra chiese ai bambini “Perché ci piace il fuoco?”, e lei stessa dette la risposta: “Perché il fuoco si muove”. Una delusione cocente, che lo studente Recalcati riuscì a superare grazie un nuovo incontro nel liceo di Quarto Oggiaro, “un’insegnante di lettere giovane e carina che si dimostrò capace di trasformare i libri di testo in corpi erotici”. Evvai: vuoi vedere che era proprio Gloria Guida? E il compagno di banco di Re-calcati sarà stato Alvaro Vitali? Ma no, questa è archeologia edipica da buco della serratura; questa professoressa, invece, spalancò fino in fondo alla sua classe le porte della conoscenza. “Appartengo a una generazione che si è perduta nella droga, nel terrorismo, nelle filosofie orientali. Se mi sono salvato, devo dire grazie a quell’insegnante”. Fu lei a cambiargli la vita, e un po’ l’ha cambiata anche a noi. Se trent’anni fa Recalcati non è partito per l’India, ma sta in tv a spiegarci come va il mondo, ora anche noi sappiamo a chi dire grazie.
http://materialismostorico.blogspot.it/2014/11/il-lacan-dellacchiappo-catodico.html

IL VIAGGIO DI EDIPO ALLA RADICE DELL’UMANO

di Lea Melandri, zeroviolenza.it, 11 novembre 2014
Pubblichiamo qui un estratto dal libro “L’attualità inattuale di Elvio Fachinelli“(IPOC). La rilevazione dei “nessi”, dei rapporti interindividuali attraverso cui l’individuo si forma come tale, comincia già con Freud come una sorta, dice Fachinelli, di nexologia umana (dal latino nexus: legame, intreccio), che include il corpo come parte in causa e interlocutore. È merito dunque del padre della psicanalisi aver tentato una “scienza dell’individuo” “sulla base di una peculiare inter-relazione tra il bambino e l’altro, gli altri, che si prendono cura di lui” all’inizio della vita, e che sono per lui contemporaneamente “i rappresentanti dell’universo simbolico”.
Ma è Fachinelli che, in modo originale, riconosce in questo processo di formazione degli individui, un “ritmo temporale” diverso da quella corsa verso la morte che è la “coazione a ripetere” per Freud. È quello che viene definendo come “il paradosso della ripetizione”: la tendenza delle esperienze più intense e significative fatte nell’infanzia a ripresentarsi, a voler essere rivissute, e non solo ricordate. Ma, proprio per questo, dal momento in cui cadono in un contesto di realtà diverso, c’è la possibilità che il gioco si riapra e avvenga un cambiamento.
Questa teorizzazione avviene tra il 1971 e il 1973 e ha presente dichiaratamente l’evoluzione della “breve, intensa, esclusiva” stagione rivoluzionaria del ’68 verso forme chiuse, settarie, di organizzazione – i gruppi marxisti-leninisti, le gerarchie, la dipendenza, la passività di massa –, le stesse che erano state prima criticate nella sinistra e nel sistema di dominio.
(…)
Un cambiamento che volesse essere processo di umanizzazione, rispondente a quella “passione dell’uomo” di cui parla il giovane Marx – più volte citato da Elvio negli scritti degli anni ’70 –, doveva andare alle radici dell’umano, toccare zone che la storia ha rimosso o confinato nella natura, scavare dentro l’uomo stesso, in quel passato che non ha mai smesso di essere una “presenza reale”, qualcosa che “urta nel presente e insiste per la propria reincarnazione e ri-soluzione futura”. Anche la lotta con la Sfinge psicanalitica dovrebbe avere il senso di una conquista: “la decifrazione dell’umano da parte dell’uomo” (Che cosa chiede Edipo alla Sfinge?, in Il bambino dalle uova d’oro, cit.)
(…)
Negli anni ’70, questa “radicalità” Fachinelli la riferisce alla politica. Nello scritto Masse a tre anni (in Il bambino dalle uova d’oro, cit.) – riflessioni a margine dell’esperienza fatta nell’asilo autogestito di Porta Ticinese –, dopo aver constatato quanto siano precocemente interiorizzati i comportamenti di una società violenta, “tra il fascista e il mafioso”, conclude: “Qui la sola politica che abbia un minimo senso liberatorio – una politica necessaria, anche se può apparirci impossibile – è una politica radicale, nel senso marxiano del “prendere l’uomo alla radice”.
Dal punto di vista della ricerca, ciò significava, innanzi tutto, la più radicale ed esplicita messa in questione della contrapposizione duale natura/cultura, e simili (biologia/storia ecc.), cioè l’uscita da quella “dialettica rovinosa” su cui avevano finito per modellarsi anche la psicanalisi e il marxismo, divenuti rispettivamente custodi di saperi opposti e complementari: l’individuo e i rapporti sociali. Alla vulgata marxista Elvio rimprovera di aver cercato la verità degli individui “fuori dagli individui stessi, nell’insieme dei rapporti sociali ‘oggettivi’”, cioè l’idea che, tutto sommato, gli individui avrebbero seguito il cammino della Storia.
(…)
Alla psicanalisi Elvio riconosceva di aver elaborato “uno specifico campo di osservazione per alcuni aspetti essenziali dell’individuo”, ma di trovarsi “disarmata” di fronte a processi sempre più totalitari di intervento diretto sulle condizioni di formazione degli individui. L’uscita dalle contrapposizioni dualistiche significava, in positivo, cercare i “nessi”, i legami che ci sono sempre stati tra aspetti diversi dell’esperienza, ma la cui esplicitazione costituiva un problema della ricerca.
(…)
Di politica del desiderio e del bisogno si parla in entrambi gli scritti. Dietro la contestazione di un padre forte e autoritario, figura già sbiadita, si profila un “bersaglio più lontano” e più difficile da portare allo scoperto, un fantasma di società che abbina a un’offerta di sicurezza immediata, “completa liberazione dal bisogno”, una prospettiva inaccettabile: la “perdita di sé come progetto e desiderio”. Al culmine del suo sviluppo, la società dei consumi sembra configurarsi immaginariamente come una madre “saziante e insieme divorante”, che offre cibo in cambio di una dipendenza incondizionata, a cui si accompagnano senso di impotenza e angosce di inglobamento.
(…)
Il processo di individuazione che si fa strada nel corso della civiltà, attraverso strappi, tagli violenti, distacco dall’involucro che ha fatto di due esseri una “unità compatta” fuori dal tempo, è quello dell’essere umano di sesso maschile, l’unico che abbia potuto raffigurarsi una messa al mondo, al linguaggio, a una storia collettiva di simili. Identificata col corpo, col processo generativo, col luogo dell’accoglimento, delle esperienze sensoriali e sensuali più intense dei primordi della vita, oltre che con funzioni materne “naturalizzate” e protratte ben oltre il tempo della dipendenza di un figlio, la donna è stata storicamente per l’uomo oggetto primo del desiderio e, forse per questo, trasformata in terra di dominio, in cui continuano a intrecciarsi e confondersi odio e amore, violenza e tenerezza.
Chi può pensare di abbassare le difese e rivivere senza perdersi quel primo passaggio di vita, in cui si è tutt’uno con l’“oceano materno”, è solo il sesso che quelle difese ha costruito, affinché la donna gli restasse per sempre madre, nutrimento vitale, fonte inesauribile di una pienezza di vita perduta nel corso della civiltà, garanzia di sopravvivenza ben al di là dei suoi bisogni di bambino.
Definita da un destino biologico senza tempo e senza storia, privata della nascita e della sua esistenza sociale come ‘persona’, la donna non poteva che perpetuarsi, nei sogni della specie e nelle istituzioni della comunità umana, come luogo di un “desiderio preistorico”, cercato e temuto, terra promessa di una “gioia eccessiva” e perciò stesso rimossa, esaltata immaginativamente, come ha scritto Virginia Woolf, e resa storicamente “insignificante”.
Che la maschera di una virilità violenta, pronta alla difesa e all’offesa, fosse legata all’idea di onnipotenza che il bambino attribuisce alla madre, alla donna che ha fatto di una ‘schiavitù’ l’arma di un potere fantasmatico di indispensabilità, Fachinelli l’ha intuito, ma è rimasta una notazione del tutto marginale rispetto alla sua “passione” di uomo-figlio.
(…)
http://www.zeroviolenza.it/component/k2/item/67855-il-viaggio-di-edipo-alla-radice-dellumano

ALESSIO BONI: “DOPO ULISSE ORA INTERPRETO DIO. E SCONVOLGO FREUD”

Domani al via la stagione teatrale diretta da Massimo Bagliani all’Alessandrino ne “Il visitatore” di Eric Emmanuel Schmitt. Coprotagonista Alessandro Haber, la regia è di Valerio Binasco
di Brunello Vescovi, lastampa.it, 12 novembre 2014
Non c’è che dire, interpretare Dio è una bella responsabilità. E tocca ad Alessio Boni nella pièce «Il visitatore» di Eric Emmanuel Schmitt, in scena domani (alle 21, ci sono ancora biglietti) per l’apertura della stagione teatrale diretta da Massimo Bagliani all’Alessandrino. Con Alessandro Haber nella parte del dottor Freud e nel cast anche Francesco Bonomo e Nicoletta Robello Bracciforti, mentre la regia è di Valerio Binasco.
Boni, una scommessa vinta questo spettacolo?
«Si può dirlo. Il testo l’ho letto due anni fa, non era conosciutissimo in Italia. Ma tutti insieme ci abbiamo creduto e fin dalla prima, a Castellammare di Stabia un anno fa, abbiamo sentito il pubblico con noi. Un pubblico che ride, si commuove, piange, si emoziona. E abbiamo capito di aver fatto bingo».
Che cosa succede in questo testo? 
«Dio vuole parlare con Freud. O perlomeno può essere Dio o un pazzo, questo resta in sospeso. Ma l’importante è il dialogo che nasce fra lo scienziato e questo sconosciuto che s’introduce nella sua casa. E prova a confutare le sue teorie».
Non è una lezione di filosofia?
«No, perché i dialoghi sono profondi, ma leggeri. Ci si commuove e si ride. Lo spettatore al rientro a casa potrà sorridere pensando a quel certo passaggio, un altro si sentirà toccato, un altro magari andrà a scartabellare dei tomi. Io stesso, mentre stavo studiando il testo, ho cercato l’aiuto di Andrea, il mio fratello sacerdote. Poi, prima di entrare in scena devi resettare completamente, lasciarti andare».
E Haber, il suo interlocutore, che Freud è?
«Un Freud malato, il regista Binasco ha puntato molto sull’uomo più che sul letterato. L’ha reso fragile, debole, è in un momento di sconforto. Ecco perché si lascia andare a parlare con questo pazzo che altrimenti avrebbe cacciato a calci. Freud era un “rustego”, un agnostico. Ma qui ha ottant’anni, è malato, a Vienna ha i nazisti sotto casa che lo braccano. E in questo momento di paura compare questo signore, all’apparenza un folle».
E lui che fa, lo mette sul lettino?
«Certo, è abituato a parlare con i folli. E lo fa col suo tono, ma qui la situazione si ribalta. Questo lo incalza, sente i canti dei nazisti in lontananza e dice che lui, Dio, ama il bene e il male, perché è la conseguenza dell’aver dato all’uomo la libertà. E a Freud che gli chiede perché mai Dio dovrebbe rendere visita a lui, non certo un amico, risponde: “E da chi avrei dovuto? Da un sacerdote, da un rabbino? Che noia conversare con gli ammiratori».
Poco conosciuto in Italia, ma un bestseller tradotto in 22 lingue. 
«In Italia ne hanno fatto solo un allestimento con Turi Ferro e Kim Rossi Stuart, ma tocca il pubblico, sembra quasi una terapia di gruppo. Tutti attenti, che pendono dalle tue labbra. Ho recitato grandi classici, Molière per esempio, ma la gente è più distante. Qui si parla di argomenti che toccano tutti. Il timore della morte, ci sarà una vita dopo? E chi non ci ha mai pensato? Ognuno di noi, più che mai in un momento di crisi come questo, ha bisogno di esser considerato come essere umano, piccolo atomo poetico dentro lo spartito della vita».
Il finale?
«Il dubbio insorge enormemente in Freud, prima solo posseduto dal pragmatismo. E non è che si converta, ma nasce in lui il senso che la vita può essere anche misteriosa e il mistero crea il dubbio. Che è bello, perché ti fa scavare».
http://www.lastampa.it/2014/11/12/edizioni/alessandria/spettacoli/alessio-boni-dopo-ulisse-ora-interpreto-dio-e-sconvolgo-freud-4j2LeAVX2GG8W8nJId4wcM/pagina.html

STO MALISSIMO, MA DEVO INTRATTENERE LO PSICOANALISTA E FARLO RIDERE

di Annalena Benini, ilfoglio.it, 12 novembre 2014
In una scena di “Manhattan”, Woody Allen discute con Diane Keaton, che non ha intenzione di farsi psicanalizzare da lui, visto che per questo paga già un medico tre volte la settimana. “Lo chiami medico, quel tipo là?”, le chiede Allen, “cioè, non ti viene qualche sospetto, quando il tuo analista ti chiama alle tre di notte e si mette a singhiozzare al telefono?”. E’ una delle possibilità, in fondo, quando si stringe una relazione così intima con un altro essere umano, pur tenuto ad ascoltare con distacco ossessioni e tormenti, ad aiutare a fare chiarezza e pace con l’infanzia infelice e i disastri adulti. Il galateo dell’analista non prevede telefonate notturne, innamoramenti per i pazienti, o inversione dei ruoli. Ma il galateo di chi va in analisi? Nei film di Woody Allen (grande esperto di strizzacervelli) le persone in agosto impazziscono, a causa dell’esodo degli analisti, oppure li inducono al suicidio (“Il mio analista ha lasciato un biglietto: sono uscito dalla finestra”). E in “Mad Men” parlano fissando un punto sul soffitto, senza mai aspettarsi una risposta. Lo psicoanalista non ha l’aria di divertirsi. Invece nella realtà succede, come racconta il New York Times, che i pazienti siano talmente beneducati e desiderosi di approvazione da sentire il dovere di intrattenere il proprio psichiatra, di farlo ridere, sdrammatizzando i propri guai e cercando di infilare una battuta al momento giusto. “Per lungo tempo ho pensato che il mio ruolo di brava paziente fosse quello di intrattenere. Anzi, sono diventata così abile a mettere i miei problemi in una luce divertente, che uno dei miei terapisti mi ha chiesto se non avessi mai pensato di diventare una stand-up comedian”, ha scritto Daphne Merkin sul Nyt.
Lo psicoanalista ridacchiava per tutta la sessione, e a volte scoppiava in risate fragorose, la paziente si sentiva rassicurata, e in dovere di farlo divertire ancora di più. Preparando dei monologhi con tempi comici strettissimi, creando trame accattivanti, tentando di cacciare via la tristezza in onore della persona che avrebbe dovuto curarla. Magari tutto va a rotoli, ma ci si sente maleducati a tenere in ostaggio qualcuno, anche se è uno psicoterapeuta, con i propri buchi neri. E comunque si vuole fare una buona impressione, essere affascinanti anche sull’orlo del suicidio. Così, il paziente modello diventa esperto in show comici. Lo strizzacervelli si gode lo spettacolo, oppure spiega la nevrosi narcisistica. I pazienti la abbandonano, o abbandonano il terapista. “Ma quanto mi mancano quelle risate”, pensano adesso, serissimi, fissando un punto sul soffitto.
http://www.ilfoglio.it/articoli/v/122790/rubriche/sto-malissimo-ma-devo-intrattenere-lo-psicoanalista-e-farlo-ridere.htm
 

SINTOMO MEDICO E SINTOMO PSICOANALITICO

di Chiara Baratelli, ferraraitalia.it, 13 novembre 2014
Il sintomo racchiude in sé la ragione di essere della psicoanalisi stessa. Potremmo dire che la psicoanalisi ha come scopo e limite il fatto di togliere il sintomo con le parole. Attraverso la verbalizzazione delle emozioni pian piano si arriva a svelare il significato particolare che il sintomo veicola.
Lo psicoanalista attraverso le parole, quelle del soggetto che soffre e le sue proprie, in quanto partner di questo soggetto, lavora per arrivare ad una modificazione del reale, del reale che è il sintomo, che morde nella carne e nello spirito, con effetti anche nel corpo.
La medicina e la psicoanalisi hanno a che fare, tutte e due, con una domanda di guarigione. In entrambe, le parole sono cruciali. Eppure esse si oppongono. Si oppongono proprio sullo statuto del sintomo. Il sintomo medico non è il sintomo psicoanalitico, sebbene il sintomo psicoanalitico prenda le mosse, spesso, dal sintomo medico. II sintomo medico può avere, eventualmente ma non necessariamente, una dimensione preanalitica. Il sintomo medico si contraddistingue per il fatto di essere un segno, segno di una malattia. Il sintomo analitico è invece “parlante” perché non si indirizza al medico, ma al soggetto stesso in cui esso si manifesta.
Mentre il sintomo medico riguarda l’organismo, il sintomo analitico riguarda il soggetto. Mentre il sintomo medico è indice univoco, il sintomo analitico è ciò che fa segno al soggetto di un senso che rimane oscuro al soggetto stesso, un senso che rimane vago ed equivoco e che attraverso la cura psicoanalitica va svelato. Freud affermava che “Il sintomo è significante di un significato rimosso dalla coscienza del soggetto”. Il lavoro dello psicoanalista consiste quindi nell’aiutare il soggetto a rivelare il significato criptato del sintomo che il soggetto incarna.
Il sintomo si presenta come una risposta articolata a questi interrogativi che investono il soggetto nel cuore del suo essere stesso. Per questo il sintomo ha struttura di significante. Lo psicoanalista, che è colui che opera tramite le parole, sa che le sue interpretazioni e i suoi interventi, verbali e non verbali, se hanno un’incidenza sul sintomo è proprio perché il sintomo ha la stessa struttura di linguaggio: il sintomo nasconde e rivela al tempo stesso il desiderio inconscio del soggetto, e sarà compito dell’analista far venire allo scoperto questo desiderio inconscio, che di per sé è rimosso e che quindi rimane spesso misconosciuto all’ignaro individuo in cui esso abita.
Per questi motivi l’approccio medico differisce da quello psicoanalitico nel rapportarsi al sintomo.
Il medico punta ad eliminare il sintomo e la guarigione medica coincide con la scomparsa del sintomo stesso. Lo psicoanalitica punta a svelare ciò che di enigmatico il sintomo veicola come significato oscuro al soggetto stesso, in modo da fornire al soggetto strumenti meno patologici per affrontare ciò che in realtà stava cercando di trattare con il sintomo. Solo acquisendo strumenti alternativi il soggetto potrà scegliere di abbandonare il sintomo che funge da stampella con cui affacciarsi al mondo. Per questi motivi la guarigione in psicoanalisi non coincide con la scomparsa del sintomo, come invece accade nella guarigione medica. Anzi spesso il sintomo è l’ultima cosa che scompare nel corso di una psicoanalisi.
http://www.ferraraitalia.it/sintomo-medico-e-sintomo-psicoanalitico-25078.html
 

LA VISITA DELL’ONNIPOTENTE AL DOTTOR HABER-FREUD

di Giulia Foschi, repubblica.it, 14 novembre 2014
«Non ci lasciano andare via, dopo quasi due ore di attenzione assoluta: in sala non vola una mosca». Alessandro Haber è entusiasta, colpito dalla reazione del pubblico dopo le ultime repliche e impaziente di presentare “Il Visitatore” alla “sua” città. La commedia scritta da Éric-Emmanuel Schmitt, da stasera a domenica al Teatro Duse, con un incontro tra attori e spettatori domani alle 18.30, è una chiacchierata tutt’altro che pacata tra Sigmund Freud e Dio in persona nella Vienna occupata dai nazisti del 1938. Valerio Binasco ne cura la regia, Alessio Boni è il volto di un Dio povero e barbuto, Alessandro Haber è il padre della psicanalisi, ormai vecchio e malato, certamente lucido, ma non più così fiero e irremovibile.
Haber, il suo Freud vacilla di fronte alle argomentazioni dell’Onnipotente?
«Freud è un uomo forte e dallo spessore indiscutibile che lentamente si sgretola perché questo Dio sa tutto di lui. E poi è vecchio, e quando si arriva a una certa età, e s’inizia a intravedere la morte, nasce il bisogno di credere. Chi è questo Dio che gli piomba in casa? Un pazzo, un barbone? In fondo non è altro che il suo doppio, è lo stesso Freud che lo evoca e dà vita a un duello tra opposti, tra due persone ferite che lottano per imporre le proprie ragioni».
Per continuare:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/11/14/haberBologna18.html?ref=search
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/11/14/la-visita-dellonnipotente-al-dottor-haber-freudBologna01.html?ref=search
 

FREUD E I SOGNI DEL MEDIO ORIENTE

di Thomas L. Friedman la Repubblica, 14 novembre 2014
ABU DHABI, EMIRATI ARABI UNITI QUANDO si cerca di comprendere il Medio Oriente, una delle regole più importanti di cui tener conto è la seguente: di solito ciò che i politici qui ti dicono in privato è trascurabile. Ciò che più conta, e che il più delle volte ne spiega il comportamento, è quello che dicono in pubblico, con parole loro, rivolgendosi ai loro uomini. Mentre il presidente Barack Obama spedisce altri consulenti statunitensi in aiuto agli iracheni affinché sconfiggano lo Stato Islamico, per noi è di importanza cruciale ascoltare con attenzione quello che i protagonisti della scena internazionale stanno dicendo in pubblico con parole loro l’uno dell’altro e comprendere quali siano le loro aspirazioni.
Per esempio, il Middle East Media Research Institute (o Memri) di recente ha pubblicato l’estratto di un’intervista rilasciata da Mohammad Sadeq al-Hosseini, ex consigliere del presidente iraniano Mohammad Khatami, andata in onda su Mayadeen TV il 24 settembre, nella quale sottolinea che l’Iran sciita, tramite i suoi surrogati, de facto ha assunto il controllo di quattro capitali arabe: Beirut, per mezzo delle milizie sciite Hezbollah; Damasco, per mezzo del regime sciita-alauita di Bashar Assad; Bagdad, per mezzo del governo a guida sciita; e — mentre pochi in Occidente vi prestavano attenzione — Sana’a, dove la setta Houthi di derivazione sciita- yemenita-filoiraniana di recente ha fatto irruzione nella capitale dello Yemen assumendo il totale controllo dei sunniti.
Come ha detto Hosseini a proposito dell’Iran e dei suoi alleati «noi nell’asse della resistenza siamo i nuovi sultani del Mediterraneo e del Golfo Persico. A Teheran, a Damasco, nella periferia meridionale di Beirut controllata da Hezbollah, a Bagdad e a Sana’a daremo forma alla nuova carta geografica della regione. Noi siamo anche i sultani del Mar Rosso». Ha aggiunto, oltre a ciò, che l’Arabia Saudita era “una tribù sull’orlo dell’estinzione”.
Forse noi non prestiamo attenzione a queste cose, ma gli arabi sunniti sì, specialmente ora che Stati Uniti e Iran potrebbero mettere fine alla Guerra fredda, che dura tra loro da 35 anni, e raggiungere un accordo che permetta all’Iran di realizzare un programma energetico nucleare “a scopi di pace”. Oltretutto, queste notizie contribuiscono a spiegare qualche altra cosa che forse vi siete persi: il 3 novembre alcuni militanti sunniti hanno fatto irruzione in un paesino di sciiti sauditi, al-Dalwah, e hanno freddato a colpi d’arma da fuoco cinque sciiti sauditi che stavano partecipando a una cerimonia religiosa.
Beh, se non altro il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan vive al passo con i tempi. No, un momento: su quale nome pensate che stia insistendo Erdogan per il nuovo ponte in via di realizzazione sul Bosforo? Risposta: Ponte Yavuz Sultan Selim. Selim I fu il sultano sunnita turco che nel 1514 riuscì una buona volta a sconfiggere l’impero persiano sciita dei suoi tempi, quello dei safavidi. La minoranza alevita turca, una setta collaterale sciita i cui antenati dovettero far fronte alla collera di Selim, hanno protestato contro il nome proposto per il ponte. Sanno che quel nome non è stato consigliato a caso. Secondo l’Enciclopedia Britannica, Selim I fu il sultano ottomano (1512-20) che estese l’impero fino alla Siria, all’Arabia Saudita e all’Egitto, e “elevò gli ottomani alla leadership del mondo musulmano”. In seguito si rivolse a oriente e se la prese con la dinastia sciita safavida in Iran, che costituiva una “minaccia politica e ideologica” all’egemonia dell’Islam sunnita ottomano. Selim fu il primo leader turco a sostenere di essere sia sultano dell’Impero ottomano sia califfo di tutti i musulma- ni. Il vicepresidente americano Joe Biden non si è espresso male quando ha accusato la Turchia di agevolare l’ingresso dei combattenti dello Stato Islamico in Siria. Proprio come in ogni israeliano c’è un pizzico di “colono ebreo” che vuole stabilirsi in Cisgiordania, così in quasi ogni sunnita c’è un pizzico del sogno del califfato. Alcuni analisti turchi sospettano che Erdogan non sogni di dar vita a una democrazia pluralista in Iraq e in Siria, bensì di creare un califfato sunnita moderno, non comandato dallo Stato Islamico, ma da lui stesso. Fino a quel momento, naturalmente, preferisce avere ai suoi confini uno Stato Islamico che un Kurdistan indipendente.
Così ha scritto Shadi Hamid — fellow del Brookings Center for Middle East Policy — in un articolo pubblicato su The Atlantic e intitolato “The Roots of the Islamic State’s Appeal” (All’origine del fascino dello Stato Islamico): “L’Isis attinge, e prende forza, da idee che fanno presa e hanno vasta risonanza tra le popolazioni a maggioranza musulmana: esse possono anche non essere d’accordo con l’interpretazione di califfato dell’Isis, ma per loro il concetto di califfato — entità storico- politica governata dalla legge e dalla tradizione islamica — è molto potente”.
Lo studioso esperto di Medio Oriente Joseph Braude in effetti osserva che la maggior parte dei sunniti arabi in Egitto, nel Levante e nella penisola arabica alla fine del XIX secolo «erano abbastanza contrari al califfato guidato dalla Turchia che avevano conosciuto, e che consideravano una sorta di forza di occupazione». Furono i gruppi islamisti sunniti del XX secolo, e in particolare la Fratellanza islamica, a riportarne il concetto in vita, idealizzando il califfato come una risposta alla debolezza e al declino della loro regione e a «inserirlo nel dibattito religioso mainstream».
In sintesi, tra i nostri alleati mediorientali nella guerra allo Stato Islamico ci sono così tanti sogni e incubi in conflitto tra loro e in evoluzione che Freud stesso non sarebbe in grado di interpretarli esattamente. Se vi si presta attenzione, tra quei sogni il nostro — quello della “democrazia pluralista” — non è ai primi posti dell’elenco.
Dobbiamo difendere le oasi di dignità civile che per altro esistono — Giordania, Kurdistan, Libano, Abu Dhabi, Dubai, Oman — dallo Stato Islamico, nella speranza che il loro esempio positivo riesca un giorno a espandersi. Sono scettico, però, sull’effettiva possibilità che i nostri litigiosi alleati, con tutti i loro sogni diversi, riescano ad accordarsi in modo nuovo su come condividere il potere in Iraq o in Siria, anche nel caso in cui lo Stato Islamico fosse sconfitto.
 
© 2-014, New York Times News Service Traduzione di Anna Bissanti
http://materialismostorico.blogspot.it/2014/11/le-tensioni-in-medio-oriente-viste.html
 

CAMPAGNER: “SCUOLA. FINGE LA LAUREA, POI SI SUICIDA: QUANDO IL FALSO “IO” NON DÀ SCAMPO”
di Luigi Campagner, ilsussidiario.net, 14 novembre 2014
Il Dott. Ing. (nome di fantasia) Alessandro (altro nome di fantasia) ha scelto il suicidio. Studiava ingegneria, alla Sapienza di Roma, era prossimo alla laurea, sempre più vicino. Ma non era vero. Niente era vero.
Partiamo da lontano. In molti hanno letto qualcosa su Steve Jobs. Qualcuno un’intera biografa, stilata in vita o postuma, ma in pochi hanno fatto caso al conflitto che ha stroncato sul nascere la sua carriera universitaria.
Stroncatura che Jobs ha riscattato, eccome, con il suo famoso discorso agli studenti (e ai professori) della Stanford University al conferimento della laurea ad honorem, proprio a lui che all’appuntamento con la laurea era risultato, vergognosamente, assente.
Della vergogna che il giovane Steve portò con sé ai corsi di bella calligrafia, che furono poi alla base dell’innovativa grafica di Apple, e che (forse) fu scacciata dai suoi primi successi imprenditoriali, non è rimasta traccia apparente. Si sa però che l’apparenza inganna. Non per quanto riguarda i nostri sensi i quali il loro mestiere lo fanno, ma per quanto riguarda ciò che si muove nell’animo del nostro prossimo, i più prossimi compresi. Il conflitto di Jobs non riguardava il delta tra le sue capacità e le sue ambizioni, molto più prosaicamente riguardava il delta tra le sue ambizioni e il conto in banca dei sui genitori (aggiungere adottivi è sì una verità, ma pleonastica). Qualche anno in quella università e tutti i loro risparmi sarebbero stati spazzati via completamente. Questo peso neppure il futuro gigante Jobs è riuscito a sop­portarlo. Nella valanga di pagine a lui dedicate nessuno ha poi riferito se i genitori di Steve ne avessero ricavato un sollievo, oppure un cruccio, dalla notizia di quei soldi salvati, che forse sarebbero stati ben felici di spendere.
Per continuare:
http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/11/14/SCUOLA-Finge-la-laurea-poi-si-suicida-quando-il-falso-io-non-da-scampo/554406/
 

LA VIA PÀL E OMERO HANNO AVUTO CURA DI NOI. Il nuovo romanzo dei due scrittori, «Avrò cura di te» (Longanesi), in libreria da lunedì). È il dialogo tra Gioconda, un’inquieta professoressa, e Filèmone, il suo «angelo custode»

di Chiara Gamberale, Massimo Gramellini, lastampa.it, 15 novembre 2014
 
CHIARA/GIÒ
Caro Massimo,
dunque ci siamo: il nostro Avrò cura di te da lunedì sarà in libreria. La storia della mia tormentata Gioconda e del suo, tuo angelo custode Filèmone, voce dell’interiorità prima che dell’aldilà, non sarà più solo nostra, anche se ancora più nostra ci sembrerà, per quell’incantesimo che, grazie a chi ci legge, permette sempre a quello che abbiamo scritto nuove interpretazioni, significati che a noi stessi sfuggivano. Sai? A proposito di angeli custodi, la scrittura e la lettura senza dubbio sono da sempre stati i miei. Veri e propri rimedi all’esistenza, diciamo così: da quando avevo cinque anni l’unico modo perché potessi provare una specie di pace era ascoltare una storia. Imparare a leggere da sola è stata sicuramente la conquista più importante della mia infanzia. Il libro con cui ho imparato a farlo è stato Piccole Donne di Louise May Alcott: il primo di tutti i miei angeli custodi. Proprio come Gioconda, anche io da bambina sentivo troppo ma non capivo niente e rifugiarmi a casa delle quattro sorelle March era un modo per scappare da tutto quello che mi spaventava, ma nello stesso tempo per comprenderlo, finalmente, grazie alla distanza di sicurezza dal mondo che un romanzo permette. Da lì in poi non ho mai smesso di considerare la fantasia l’unica chiave d’accesso alla realtà. In questo senso, un altro angelo custode fondamentale per me è stata l’Odissea di Omero, forse il mio libro preferito di sempre. Anche Giò, se ci pensi, nel bene e nel male ha tanto a che fare con Ulisse: Leonardo, il marito, è la sua Itaca, raggiunta dopo infinite peripezie, ma per lei è impossibile sopportare il peso della serenità, tanto che farà quello che farà. E si rivolgerà a Filemone proprio perché le indichi la via per tornare a casa e magari imparare a restare. Un altro mio angelo custode a forma di libro a cui Giò deve tanto è poi sicuramente La Certosa di Parma di Stendhal. «Valgo qualcosa solo se mi entusiasmo», sospira Fabrizio Del Dongo. Potrebbe sospirarlo anche lei, sempre costretta com’è dall’uragano delle sue emozioni. Ma forse, fra tutti i miei angeli, da Edith Warthon a Saul Bellow passando per Tolstoj, quello che più mi ha guidata mentre lavoravo al nostro libro è stata, pensa un po’, la Divina Commedia. Perché Dante divide i nostri errori fra peccati di malizia e peccati di incontinenza. Con quelli di malizia, che coinvolgono cioè l’intenzione e la mente, è estremamente più severo. L’aspetto che, credo, farà più discutere di Giò, è l’infedeltà in cui inciampa: ma lo fa per un eccesso di carattere, per l’incapacità di domare un’insoddisfazione congenita di cui è la prima vittima. Lo fa per incontinenza, appunto. Non per questo farà meno soffrire chi le è vicino, certo… Ma è proprio lì che interviene Filèmone. In quello spazio che ci è concesso fra le pulsioni più oscure della nostra natura e le nostre azioni. E come fa a farlo tanto bene? Quali angeli custodi a forma di libri hanno aiutato il tuo personaggio ad essere com’è?

MASSIMO/FILEMONE
Il primo angelo letterario della mia vita è stato letteralmente un angelo. Se ne stava sopra la testiera del letto, ingabbiato dentro una cornice. Nel quadro proteggeva con le sue ali di luce il sonno di un bambino fasciato da un pigiama a righe che ricordava la maglia della Juve. Mio padre, materialista e granata, non sopportava l’angelo né tantomeno il bambino, ma la sua idea di sostituire il dipinto con un poster del Grande Torino perito a Superga venne bocciata da mia madre come blasfema. Così l’angelo rimase al suo posto e di notte mi raccontava un mucchio di storie su mostri che diventavano bellissimi e regine cattive che si rivelavano passabilmente buone. Però anch’io come la tua Giò – come tutti – a un certo punto ho smesso di ascoltare la sua voce. Mi sono lasciato convincere che lui fosse un’illusione e il mondo dei sensi la realtà. Ora non ne sono più tanto sicuro, Chiara. E a farmi cambiare idea sono stati proprio gli angeli. Quelli in carne e ossa come mia moglie, e i tanti che hanno proseguito il lavoro del Custode della mia infanzia: raccontarmi storie che illuminino il significato della vita, la sua ragione profonda eppure evidente, se solo ci svegliassimo dal torpore dell’incantesimo. Il mio angelo è Nemecsek, il ragazzo fragile ma coraggioso della via Pál di cui nemmeno adesso riesco a scrivere il nome senza commuovermi. E’ Jean Valjean dei Miserabili, che con il suo esempio mi rammenta di continuo come «nulla è il morire, doloroso è non vivere». E’ la meravigliosa zia fintamente arcigna di David Copperfield. E’ ilGrande Gatsby, con il suo sogno purissimo di amore per una donna sbagliata, perché la potenza del sentimento nobilita anche le scelte più frivole. E’ il colonnello Aureliano Buendia di Cent’Anni di solitudine. La Elizabeth di Jane Austen, ma anche il suo Percy. Sono gli amici di Due di Due, il capolavoro di Andrea De Carlo. Uscendo dalla forma libro, il mio angelo vendicatore si chiama John Belushi quando in Animal House rompe la chitarra in testa a un cantante country o nei Blues Brothers inventa scuse apocalittiche per scampare all’ira della fidanzata che ha lasciato sola davanti all’altare. Mentre il mio angelo navigatore, che mi orienta tra gli incroci di un viaggio a volte incomprensibile, è il piccolo Hugo Cabret di Martin Scorsese mentre confessa alla sua amica: «Le macchine hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Quindi se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu!» . Anche in letteratura esistono poi gli arcangeli. E i miei sono due giganti assoluti del pensiero emotivo: Platone e Jung. Al filosofo ateniese il mio Filèmone deve la visione della vita, mentre allo psicanalista svizzero ha rubato anzitutto il nome: lo stesso del suo angelo. Il mio augurio è che Filèmone diventi a sua volta l’angelo letterario di qualcun altro. Magari di un materialista cinico e depresso che all’inizio sarà portato a resistergli, proprio come Giò. Ma pagina dopo pagina, proprio come Giò, entrerà in empatia con quella voce che sgorga sottile da una sorgente vicinissima eppure apparentemente inaccessibile: il nostro cuore.
http://www.lastampa.it/2014/11/15/cultura/tuttolibri/la-via-pl-e-omero-hanno-avuto-cura-di-noi-ibos92HU3RntURQhA9OPpN/pagina.html
 
 
(Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com)

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