Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Interstellar: il confronto perdente con 2001-Odissea nello spazio

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24 novembre, 2014 - 20:28
di Matteo Balestrieri

C’è chi ha paragonato Interstellar a 2001-Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Si tratta in realtà di due film assolutamente diversi e cercherò di spiegare il perché. 2001 è un film sull’avventura umana con l’ambizione – riuscita – di cercare significati e traiettorie dello sviluppo umano, a partire dai primordiali uomini-scimmia che iniziano ad adottare simboli (il monolite nero) cui attribuiscono significati trascendenti, passando per la alleanza conflittuale con i computer fino ad una ipotetica ricerca dell’uomo nuovo che deve rinascere. L’intento di questo film è di fornire significati ambigui, simbolici ed evocativi. Lo spettatore è chiamato a usare i propri sensi per sentire la storia. Come ha detto Kubrick: 2001 e' un'esperienza non verbale. Su due ore e diciannove minuti di film, non ci sono neppure quaranta minuti di dialoghi. Ho cercato di creare un'esperienza visiva che aggira la comprensione e le sue costruzioni verbali, per penetrare direttamente l'inconscio con il suo contenuto emozionale e filosofico... Ho voluto che il film fosse un'esperienza intensamente soggettiva che colpisce lo spettatore a livello profondo della coscienza, proprio come la musica...". Ed effettivamente la musica ha un compito essenziale nell’opera di Kubrick, attraverso un processo di straniamento. Il valzer del Bel Danubio blu di Strauss contrappunta le immagini spaziali di 2001, destrutturando il processo cognitivo dello spettatore e creando le premesse per una visione “di pancia” anti-razionale.


Nulla di tutto questo è presente in Interstellar, che possiede invece diverse caratteristiche dei film post-atomici come Fuga da New York e i suoi cloni o il ciclo del Pianeta delle scimmie. Anche l’umanità di Interstellar è allo stremo, gravata dalla siccità e dall’ignoranza del proprio passato, che viene rinnegato. Si aggrappa alla coltivazione del proprio mais, facendo finta di credere che potrà continuare a sopravvivere. Il quadro, come nella tipologia dei film post-atomici, è desolante. Si inserisce poi il tema della fantascienza stile videogiochi, del tipo Guerre stellari, però con protagonisti meccanici del tutto improbabili. I robot di Interstellar sono tanto brillanti sul piano cognitivo (sono in grado di fare dell’umorismo), quanto assurdamente goffi sul piano motorio: sono dei grossi parallelepipedi privi di articolazioni in grado di muoversi solo girando una parte del proprio corpo in un’unica direzione, ma essendo ciononostante in grado di scalare montagne!

Sono gli umani in ogni caso a fare acqua da tutte le parti: nonostante la gravità della situazione continuano a combattere le proprie battaglie personali, assecondando i propri narcisismi e calpestando i sentimenti e i diritti degli altri. Il protagonista, l'ex astronauta Cooper, che si è trovato costretto a diventare agricoltore, scopre che la NASA è ancora segretamente attiva. Abbandonando i suoi figli, partirà insieme alla figlia Amelia del direttore della missione NASA, il dott. Brand, per scoprire il destino di tre spedizioni partite anni prima alla ricerca di un nuovo posto dove insediare l’umanità. Se Cooper e il suo gruppetto di astronauti fosse in grado di attraversare il wormhole spaziale, raggiungere le spedizioni e tornare indietro, forse l’umanità potrebbe salvarsi, non ultimi gli stessi figli di Cooper. Questo è almeno quello che dice il dott. Brand. Il problema è che tutti sono troppo presi dai propri interessi perché la spedizione possa davvero percorrere il cammino programmato. Cooper abbandona i propri figli causando un lacerante trauma soprattutto nella figlia di otto anni Murph, la quale afferma vi siano fantasmi nella sua stanza che mandano messaggi a codice binario che dicono che il padre non deve partire. Cooper incurante parte, preso solo dal proprio narcisismo, eroe americano senza macchia e senza paura, per poi viaggiare sempre pentito e poi disperato per questa scelta, salvo poi ripeterla ancora nel finale. Amelia parte anch’essa spinta da motivazioni personali, alla ricerca dell’amato Edmunds partito anni prima in una delle missioni. E Amelia e Cooper discutono a lungo in volo, spinti non già da motivazioni scientifiche quanto dagli interessi affettivi personali (lei cerca Edmunds, Cooper vuole consumare meno anni terrestri possibile per ritornare dai propri figli). L’astronauta dott. Mann, protagonista di una delle spedizioni precedenti, viene infine ritrovato ma poi, impazzito, cerca di ingannare tutti rubando la navicella per tornare sulla Terra. Infine lo stesso dott. Brand confessa in fin di vita a Murph, nel frattempo diventata scienziata, che non aveva davvero preso in considerazione l'idea di salvare le attuali generazioni terrestri in quanto ciò non era possibile per la gravità, e di fatto aveva abbandonato la figlia a se stessa. Certo, sia Brand che Cooper avevano motivazioni superiori, ma per raggiungere i propri scopi non avevano esitato a ingannare gli altri e se stessi.


  Un aspetto interessante del film è comunque l’analisi della dimensione del tempo. Astronauti e terrestri vivono grandezze temporali diverse, che variano in relazione al luogo (pianeti, stelle, buchi neri) dove gli astronauti si trovano. Di conseguenza mentre gli umani invecchiano, gli astronauti no, così Murph è morente quando Cooper ritorna dopo poco del suo tempo da lei. Non viene d’altronde spiegato come Cooper potesse essere in realtà il fantasma, prigioniero di un ipercubo a quattro dimensioni, sentito da Murph agli inizi: il tempo può andare all’indietro oltre che in avanti? Molte altre cose sono incongruenti in questo film (come si sopravvive ad un buco nero? come ritorna Cooper sulla Terra?), evidentemente necessarie al racconto.
 
  In ogni caso il tentativo (di Cooper) di superare i limiti della natura che lo circonda e di diventare di fatto immortale (cioè fermare il tempo) si risolve più prosaicamente in una gara a chi invecchia di meno: Cooper non ha guadagnato nessun bonus di vita in più, mentre è riuscito solo a sopravvivere ai propri cari. L’unica cosa che può fare è partire di nuovo, e questo è quello che fa. Che differenza rispetto al capolavoro di 2001 di Kubrick!

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Commenti

Quando ci sono psicologie da approfondire, progressioni drammatiche da amministrare, fila da tessere, i Nolan Bros. si dimostrano impacciati, disinteressati. Legnosi, quasi. Il Racconto è artificioso e costruito, i dialoghi sono spesso banali, pieni di evidenti “spiegoni” ad uso e consumo dello spettatore, più che dei personaggi. E però Nolan è un regista serio. E almeno due cose le sa fare benissimo: costruire i congegni e alimentare l’aura di Film Evento durante il Film stesso, se così si può dire, senza mollare mai la presa. Anche nei momenti più faticosi, meno riusciti, si respira una seriosità tendente all’epico, una magniloquenza credibile e in un certo senso piacevole. Meglio: che rende piacevole l’essere al cinema e il rimanerci per un numero spropositato di minuti.


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