DAL TEATRO ALLE ARTITERAPIE

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8 ottobre, 2012 - 12:20

Introduzione

Il termine terapia ha avuto un’importante evoluzione in questi ultimi vent’anni. Oggi è impiegato non solo per definire un trattamento medico di tipo scientifico ma, anche, per delimitare la cura allo sviluppo personale di tipo fondamentalmente umanistico. Il termine è usato da noi con un’accezione non esclusivamente medica, ma che basa il suo significato su una concezione psicosomatica della salute ed anche di rinascita dei valori umani proprio grazie alla malattia, al disturbo o alla crisi.

Riaffermiamo quindi la legittimità dei termini con i quali definiamo le artiterapie, la musicoterapia, la teatroterapia. Tanto più se collochiamo il benessere fisico, psichico e sociale facendo appello alla creatività e alla capacità di comunicare il disturbo tramite i linguaggi delle arti, a quel nucleo identitario permanente, il Sè, che caratterizza l’esistenza individuale.

È cosa nota, dagli albori dell’umanità, la funzione di cura dell’arte, ma oggi noi siamo in grado di stabilire un nesso ancora più specifico tra segno artistico e segno dell’anima, tra artefatto e vissuto dell’artista, tra contenuto simbolico e disturbo, tra trasposizione estetica e nucleo nevrotico.

I passaggi sono molto semplici nella prassi delle arti. In prima istanza, il processo artistico consiste nell’abbandonarsi deliberatamente all’istinto del piacere, a un’inconscia felicità, nell’accettazione di essere più leggeri, più spontanei di quanto siamo nel quotidiano modo di vivere ed anche in contrasto con l’istinto aggressivo e distruttivo di memoria freudiana.

L’arte nasce come creazione di segni mai creati, si nutre del processo di astrazione per necessità di tipo extra-quotidiano, utilizza la libertà nel rapporto con le cose, i luoghi, le emozioni, la storia. Sono queste le semplici istanze che ci guidano a migliorare la conoscenza di noi stessi. Ognuno di noi è un artista nella misura in cui riesce a transitare da una falsa identità a una autentica, a sfondare i confini individuali in un atto d’amore transpersonale e simbolico. Una consapevolezza che ci conduce per mano a rigenerare la vita, a conquistare nuovi spazi di comunicazione sociale.

Spesso la produzione di segni espressivi ha molto a che fare con l’esclusione dalla coscienza di determinate rappresentazioni che ritorna alla coscienza. È un gesto che vince la guerra dentro di noi e quindi fa scaturire la pace interiore.

Come ben sappiamo, già Freud affermò che la funzione dell’arte consiste nella sublimazione delle pulsioni indesiderate che, nell’artista, emergono spontaneamente nello spostamento sull’opera. Sappiamo che rimozione, sublimazione e spostamento sono meccanismi psicologici di difesa che compongono e stimolano la produzione artistica, ma all’origine dell’arte o dell’anti-arte c’è l’inspiegabile, ciò che non può essere espresso diversamente, ciò che non è possibile fare ne pensare e che non si può chiarire con il linguaggio verbale, perché verbale non è. Forse si tratta di una condizione di esilio mentale che nasce dall’affermazione di Nietzsche sulla morte di Dio cioè dal passaggio dal senso certo al senso liquido. Oggi infatti di ogni verità è vero anche il contrario e "Ciò che si esprime attraverso il linguaggio non può esprimersi nel linguaggio" come sostiene Wittgenstein.

L’uomo si esprime solo in minima parte tramite il linguaggio verbale.

Una grande limitazione, altamente positiva e fondamentale da accettare, che apre lo spazio creativo ai linguaggi delle arti e ai loro processi infiniti di senso, di trasformazioni e di evoluzione.

È attraverso il linguaggio che si definisce il significato delle cose. L’arte, prima di ogni altra cosa, è un modo per esprimere dei significati, una formalizzazione che svela un significato. Un momento dopo l’espressione si può accertare che un suono, un gesto, un segno porta con sé un desiderio, un rimosso, un nascosto. Ma, mentre l’espressione non è un processo intenzionale, l’arte è un processo che presuppone un’intenzione e quindi è tendenzialmente un procedimento cosciente, dalla rimozione alla sublimazione estetica. Solo così potrebbe essere sinonimo di grazia, di gusto, di ingegno. Ecco quindi che il passaggio dall’espressione a ciò che chiamiamo opera d’arte è una via maestra di transizione dall’inconscio alla coscienza. Infatti, la culla dei due processi, quello dell’arte e quello della trasformazione di se, è una condizione fluida e continua che transita dall’informe alla forma.

 

Ritualità e trasformazione

Ci preme introdurre un altro elemento costitutivamente molto rilevante nell’azione multidisciplinare delle arti. È l’elemento rituale. Un fenomeno basilare che compone certi procedimenti e che riveste caratteri di tipo psicologici, antropologici, sociali e culturali.

Quando pensiamo al rito ci sovvengono le immagini legate al corteggiamento negli animali o ai riti di iniziazione degli adolescenti all’età adulta o alle modalità cerimoniali di matrimonio, di funerali nelle diverse culture. È attraverso queste azioni ripetute sempre uguali a se stesse, che è possibile tramandare un sistema di significati transpersonali. Un sistema di valori che rappresentano la cura più alta della coscienza umana e l’aspetto universale dell’essere racchiuso in simboli e archetipi particolari e, come ben sappiamo, l’identità sociale è stabilita da simboli di appartenenza.

Turner e Van Gennep (a cui Turner si rifà nel suo famoso libro Dal rito al teatro) per primi hanno chiarito la funzione di trasformazione nei riti di passaggio. Riti in cui è possibile individuare tre fasila separazione, la transizione e l’incorporazione.

La separazione è la fase introduttiva che delimita nettamente lo spazio e i tempi sacri non quotidiani da quelli profani e quotidiani. Essa implica un comportamento simbolico, premessa fondamentale per il distacco dei soggetti dal loro precedente status sociale.

Una fase intermedia di transizione detta "margine" o limen o soglia, nella quale i soggetti attraversano una zona e un tempo di ambiguità, una sorta di limbo sociale, una "fase liminale" ed espressiva che implica un certo grado di trance.

Una terza fase di incorporazione di fenomeni e di azioni simboliche che rappresentano il raggiungimento da parte dei soggetti della nuova posizione, relativamente stabile e ben definita, nel complesso della società. Il passaggio di status è rappresentato simbolicamente anche da un passaggio di spazio: esso può essere semplicemente l’apertura di una porta o invece coincidere con uno spostamento geografico da un luogo all’altro.

Nella teatroterapia abbiamo scoperto e applicato altri tre meccanismi antropologici: la rivelazione, la trasformazione e la soluzione (vedi: W.O. Teatro come terapia, p.116).

Se accordiamo i due processi otteniamo che: nella separazione si ha la rivelazione di elementi di novità che si impongono sullo sfondo della biografia del soggetto, mentre nella transizione si procede alla trasformazione. Per esempio nel sistema del teatro, tramite i gioco dell’improvvisazione, della catarsi scenica o piccolo delirio dell’attore si aprono le porte a una nuova prospettiva interpretativa.

In fine, nella incorporazione si ha la soluzione, la forma visibile nella drammaturgica, nelle composizioni pittoriche o scultoree, nel racconto scritto o orale e nella produzione sonora. Una fase post-espressiva che rende alla persona la coscienza del proprio valore comunicativo e creativo.

In sintesi, non si può prescindere dalla dimensione rituale della danza, del teatro, della musica e delle arti plastiche e dal continuo ripensamento della storia individuale e sociale. Non si tratta quindi di fare terapia attraverso l’arte, ma prima di tutto attraverso il rito collettivo. Quella condizione celebrativa di colui che estraneo a se stesso e separato dalla sua terra transita in passaggi di status, incorpora soluzioni di nuove identità; o semplicemente segni che servono a risanare ferite rimosse componendo una forma di azioni speciali frutto anche di sublimazioni individuali.

 

Dall’individuale al sociale

Nessuno può negare che la ritualità artistica, il setting e le azioni artigianali che si svolgono in tempi e nei modi prestabiliti, nei luoghi adibiti alla riabilitazione per esempio, siano funzionali alla cura e alla risocializzazione delle persone. Tanto più che i riti della cura, nelle nostre società moderne, hanno privatizzato il disagio fisico e psichico, mentre nelle società primitive non esisteva il concetto di "malattia privata". Con il trionfo del privato, la malattia diventa un fatto intimo, forse troppo intimo e privato. Anche perché la medicina psicosomatica sta affermando tutt’altro e cioè la causa relazionale che sta alla base del disagio fisico.

Comunque, in questo contesto, la ritualità di gruppo delle artiterapie ricolloca il malessere o il disturbo psicologico a un fatto sociale, a un disagio della civiltà che non può essere più negato dall’uomo contemporaneo.

Chi è l’arteterapeuta? Un professionista che sovrintende all’evoluzione della persona ricomponendo, nella ritualità espressiva, la dimensione simbolica del disagio. Egli sa che, a volte, le condizioni rituali hanno bisogno della catarsi per esprime i contenuti e la catarsi ha bisogno della ritualità per situarsi tra performance e cura.

Se collochiamo le sette arti (disegno, pittura, musica, danza, teatro, scultura e scrittura) all’incrocio tra artigianalità, performance e clinica otteniamo una nuova disciplina che chiamiamo artiterapie. Una tecnica, un procedimento, un mezzo per agire direttamente sull’animo umano con la pluralità dei linguaggi. Il teatro, la danza e la musica rivestono più un carattere espressivo di tipo collettivo mentre il disegno, la pittura, la scultura e la scrittura un aspetto più individuale anche se poi tendono alla condivisione.

Siamo davanti a una vasta gamma di possibilità creative nelle quali tutti possiamo diventare artisti in quanto ognuno semplicemente desidera esprimersi per quello che è o vorrebbe essere. Per tutti, l’arte potrebbe rappresentare una dimensione intuitiva-evolutiva dell’esperienza.

Ma la funzione dell’artista è anche quella di resistere alla caduta dei valori che attanaglia sempre più le nostre società, mentre le artiterapie sono un supporto di tipo estetico all’essere e invitano a ripensare i legami umani, la creatività individuale, lo spazio utopico ed etico di comunicazione e sviluppo sociale.

L’arte è un fatto storico che si fonda su un doppio asse di comunicazione, uno attraverso l’alter ego fuori di sé e l’altro con l’alter ego dentro di sé. Nel setting delle arti la dialettica è data dallo spazio transizionale del gioco e della creatività, una luogo ove si struttura una zona proiettiva e virtuale dalle infinite possibilità.

In questo modo Bonito Oliva inquadra la questione storica delle arti:

L’irruzione della psicanalisi e delle scoperte scientifiche, esplose all’inizio del nostro secolo, ha ridotto la presunzione di un controllo totale da parte del soggetto, di poter dominare tutta la realtà. L’interpretazione dei sogni di Freud, il quantum di Plank, l’indeterminazione di Heisemberg hanno scardinato la superbia cartesiana della ragione occidentale, aprendo verso direzioni che le avanguardie storiche, specialmente il Dadaismo e il Surrealismo, hanno praticato fino in fondo mediante l’introduzione del gioco come sovvertimento delle regole creative.

È quindi venuto il tempo di definire a che tipo di arte si ispirano le artiterapie. In merito al teatro noi ci ispiriamo alle avanguardie, al teatro di ricerca, al teatro di poesia e di autobiografia. Siamo certi della grande ricchezza di questa ispirazione psico-corporea.

Il Dadaismo e il Surrealismo sono indubbiamente punti di riferimento per tutte le arti, soprattutto per il rifiuto delle culture tradizionali, per aver proposto un rifacimento degli oggetti e dei corpi, per la preminente componente mentale e concettuale del fare artistico; come pure il fondamentale principio compositivo incentrato sullo sfruttamento dei meccanismi dell’inconscio e della casualità tipiche dell’arte moderna. Scrittura automatica e gesto spontaneo di ispirazione analogica e astratta, al di là del controllo della ragione e quindi liberati dalle sue censure, sono alla base dei principi delle artiterapie. Indipendenti da ogni morale e da ogni estetica correnti, le artiterapie come il Surrealismo, si fondano su un grado di realtà superiore e in continua trasformazione.

* Libro edito da Artiterapie - Roma 2007
Per contatti con l’autore: info@teatroterapia.it

 

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